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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Racconto di un’affascinante avventura sulle “Orme dimenticate” della statua dal braccio di pietra

In questo articolo vi proporrò un viaggio nei meandri di una Calabria inesplorata, sebbene culla di una civiltà millenaria e terra straordinariamente ricca di testimonianze di quest’antico passato e ricca di valori profondi che diedero lustro alla nostra civiltà. Tutto questo mediante il racconto del volume “Orme dimenticate” (Laruffa Editore, 2016) di Silvana Franco, un’opera particolare, nella quale l’autrice racconta la sua grande passione per la terra di Calabria e per le escursioni ovvero vere e proprie avventure alla ricerca delle orme di quei popoli che caplestarono il suolo di Calabria millenni fa.

Silvana Franco è una persona straordinariamente semplice, animata da un amore profondo per le sue origini. Nata in Canada e trasferitasi in Calabria all’età di tredici anni, ha sempre portato nel cuore il grande fascino delle suggestive atmosfere dei borghi di Calabria: profumi, paesaggi, sapori che Silvana ha sempre ricercato nel suo percorso di vita. Ricerca alimentata anche dallo studio di materie come archeologia e antropologia culturale, che danno fondamento scientifico al valore del nostro patrimonio. “Orme dimenticate” dunque assume la dimensione di una sorta di diario, ricco di informazioni dettagliate dei molteplici siti visitati dall’autrice durante le sue escursioni. Un’opera che funge da guida preziosa per chiunque decida di incamminarsi lungo il sentiero della conoscenza di un territorio che merita finalmente di essere riscoperto.

Nelle zone più impervie a ridosso di molte cittadine calabre si trovano antiche grange, monasteri, vestigia di popoli la cui dominazione segnò per sempre il cammino della nostra civiltà. Grotte rupestri, antichi simboli che raccontano di un passato intriso di misticismo e spiritualità. Poi ancora antichi frantoi, mulini, aratri, torchi e palmenti a testimoniare l’identità profonda di una terra generosa, che sa donare e lo fa da millenni.

Durante i suoi avventurosi viaggi, Silvana ha anche appreso alcuni tratti di una cultura profondamente legata al rispetto dei padri e impregnata dei valori tramandati dal cristianesimo. Tratti che si evidenziano anche nella creazione di opere simboliche, come le curiose statuette di Satriano, poste sui tetti delle case e dei palazzi nobiliari, innalzate al cielo come a significare la loro sacralità e l’importanza dei valori a cui s’ispirano. Sono le “Statue col braccio di pietra”, dette “Ecce Homo” (Ecco l’uomo) oppure in dialetto “ecciomu”.

Questo curioso manufatto alto 70 cm e raffigurante un fanciullo con un braccio pietrificato, campeggia anche su alcuni monumenti come la Fontana Gattì. Il borgo a cui fare riferimento è Satriano, in provincia di Catanzaro.

Satriano è un insediamento i cui natali risalgono ai tempi della Magna Grecia, quando i Greci colonizzarono l’Italia Meridionale a partire dall’VIII secolo a.C. e fin da allora la sua vocazione è sempre stata legata al mare, con lo sviluppo di attività commerciali e all’agricoltura.  Stando a quanto rivela un documento del VI secolo d.C., ritrovato nell’Archivio Vaticano, il nome “Satriano” potrebbe risalire all’epoca bizantina.

La sua vita di feudo di rilevante importanza è ancora oggi testimoniata dall’esistenza di palazzi nobiliari, di eleganti portali, maschere apotropaiche e balconi barocchi floreali. Mentre i mulini e i frantoi sono segni evidenti della millenaria predisposizione all’agricoltura.

La leggenda della statua col braccio di pietra (raccontata a Silvana dall’architetto Francesco Suraci) risale all’Ottocento e narra che un tempo, un giovane si ribellò a suo padre arrivando addirittura ad alzare le mani contro di lui. In quello stesso istante, un angelo scese dal cielo e pietrificò il suo braccio per punire il grave gesto che egli aveva compiuto contro suo padre.

Da allora iniziò l’usanza di inserire negli edifici una piccola statua raffigurante un giovane con un braccio pietrificato. La statua venne chiamata “Ecce Homo” perché colpire il padre è come flagellare ancora il Signore.

Una leggenda che testimonia il fascino della nostra civiltà millenaria, di una cultura impregnata di valori semplici e profondi in cui si evidenziano gli influssi della religione cristiana. Un sistema di credenze, leggende e tradizioni in cui la religione diventa parte integrante della vita quotidiana e regola gesti ed usanze che divengono parte di un comune patrimonio.

La Calabria è anche questo e bisogna tutelare questo immenso patrimonio materiale ed immateriale.

Uno degli obbiettivi della divulgazione del volume “Orme Dimenticate” è anche e soprattutto quello di puntare i riflettori non solo sulla grande rilevanza dei siti descritti, ma anche sullo stato di degrado e di abbandono in cui versano. (Foto di Marisa Franco)

Angela Rubino

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“I Maccaturi”: quando arte, storia e folclore di Calabria affascinano ed ispirano artisti da tutto il mondo

 

L’ho chiamato “Contaminazioni” il mio contributo ad un progetto artistico coinvolgente ed emozionante, che affonda le sue radici nell’attaccamento alla terra di Calabria, ad un focolare fatto di affetti sinceri, di profumi, di atmosfere che segnano l’anima e da essa rinascono, in forma di ispirazione artistica. Il progetto si chiama “I Maccaturi” ed è stato promosso da Adele lo Feudo, pittrice e performer di origine calabra, residente a Perugia e da Gianni Termine, fotografo, anch’egli calabrese; entrambi portano la Calabria e i suoi scenari nel cuore e un bel giorno decidono di mettere in pratica ciascuno la propria arte, per creare qualcosa di unico. Il progetto consiste in una mostra e in un volume che da essa è scaturito. L’esposizione è composta da oltre 150 opere ed ha coinvolto circa 107 artisti provenienti da tutto il mondo.

L’idea è partita quando Gianni decide di donare ad Adele alcune sue foto. Lei, colta dall’ispirazione, le riproduce e le reinterpreta su dei pezzi di tessuto di seta grezza (forniti dalla Cooperativa “Nido di Seta”, che opera a San Floro e ha ripreso la filiera della gelsi bachicoltura), creando un racconto fatto di immagini, il cui epilogo è un richiamo alla speranza, legato al ricordo indelebile della propria terra e ai suoi affetti più cari.

Alla rete va il merito di aver diffuso abbondantemente la notizia di questa idea e ancora una volta Facebook diviene il mezzo attraverso il quale si crea una rete di centinaia di artisti che decidono di  aderire all’iniziativa, realizzando un proprio “maccaturo”, ognuno con la propria tecnica.

Il progetto scaturito da questo piccolo seme iniziale ha dato vita ad una mostra itinerante, che è partita da Catanzaro, dove è stata ospitata presso la deliziosa sede dell’associazione Mo.d’à e proseguirà in Calabria, toccando Cosenza e altre cittadine del comprensorio.  A fare gli onori di casa nel capoluogo la presidente Antonella Gentile, che ha curato l’organizzazione dell’evento. Durante la serata, la storia dei due artisti ideatori dell’iniziativa, introdotti dal critico d’arte Alessandra Primicerio; la lettura di una poesia dialettale; le parole di Adele e Gianni e poi l’intervento di Miriam Pugliese e Domenico Vivino, di “Nido di Seta”, che hanno eseguito la trattura del prezioso filato dal vivo, facendo rivivere un processo che per secoli ha segnato la vita dei calabresi; ha sintetizzato l’essenza della terra di Calabria, creando un magico connubio tra presente e passato.

L’eco dei profumi, delle atmosfere, delle voci, dei suoni della nostra infanzia in questa terra dell’estremo sud, rivive anche nei termini del nostro dialetto, che riportano in superficie antiche emozioni, spesso legate a chi non c’è più. Come Adele, anche io resto legata al pensiero di un grande affetto che mi lega a mia nonna, ai gesti abitudinari del suo vivere quotidiano, nel quale il “maccaturo” trovava quasi sempre una collocazione materiale, oltre che lessicale.

Il termine “maccaturo”, significa fazzoletto ed era molto utilizzato nel dialetto calabrese arcaico. Esso deriva dal catalano “mocador” ed è legato al latino “muccus” (muco). Oltre a soffiarsi il naso, esso era utilizzato come accessorio in molte occasioni, arrivando ad assumere la funzione di simbolo in varie situazioni.

Esso copriva il capo delle donne che andavano in campagna o in chiesa la domenica ed era nero quando simbolizzava lutto. Gli uomini asciugavano, con il loro maccaturo, il sudore delle dure giornate di lavoro nei campi o ne usavano uno abbastanza grande per avvolgere e contenere il pranzo da consumare durante la pausa.

Il maccaturo di colore azzurro si sventolava al porto, per salutare i propri cari che partivano per terre lontane in cerca di fortuna.

Al colore era legata la forte simbologia di un accessorio intimamente collegato al floclore della nostra terra e alle varie situazioni che scandivano i momenti di vita dei nostri avi.

Il bianco caratterizzava il momento del matrimonio, ma era anche legato ad usi casalinghi e proteggeva in caso di malattie. Poi, il rosso con tutte le sfumature di colore, fino al marrone chiaro, simbolizzava disponibilità nelle ragazze in cerca di marito. Al contrario, quelle già “impegnate” indossavano un fazzoletto di colore bianco sporco o grigio chiaro.

Il maccaturo di colore blu con le sue sfumature si usava per comunicare qualcosa o dare una risposta, mentre al verde era attribuita la simbologia della speranza.

Infine, quello di colore marrone era legato alla devozione per la Madonna del Carmine e si indossava il mercoledì, il giorno della novena e in occasione della festa del Carmine, abbinando un abito dello stesso colore.

Il progetto “I Maccaturi” ha una grande valenza non solo artistica, ma storica e antropologica. Esso ha saputo donare una connotazione artistica ad uno degli elementi chiave della storia del costume tradizionale e del folcolore calabrese, rendendolo strumento di libera espressione da parte di più di un centinaio di artisti, che, con le loro opere, hanno rivisitato un pezzo di storia della Calabria.

Inoltre va evidenziato il significato della scelta dell’artista Adele Lo Feudo, di dipingere sulla seta, tessuto preziosissimo e simbolo chiave della vita quotidiana dei calabresi, che ne fecero per alcuni periodi l’elemento principale del loro benessere economico.

La scelta inconsapevole del titolo “Contaminazioni”, per la mia opera si è rivelata quindi azzeccata. Dipinto su lino (un’altra fibra che veniva prodotta e tessuta dai contadini calabresi), con la sua mescolanza di materiali e colori, può essere visto come simbolo di questa meravigliosa commistione tra arte, storia, cultura che si esprime in chiave individuale, mettendo a confronto tecniche e anime diverse, ma affini per sensibilità.

Angela Rubino       

 

Calabria è laddove migliaia di anni fa nacque la Dieta Mediterranea: il racconto del nutrizionista Luigi Elia

Augusto Placanica scrive che questa regione possiede «una naturale opulenza», aggiungendo anche che «gli abitanti, abituati a quest’abbondanza sono portati a disinteressarsene completamente» (da “Storia della Calabria: dall’antichità ai giorni nostri”, Donzelli editore, 1999).

Ho più volte ribadito come la Calabria sia depositaria di una cultura millenaria, i cui tratti sono ben visibili ancora oggi sul territorio e se qualcuno si è sforzato di oscurarne una parte considerevole, non inserendola nei libri di storia, non si è potuto fare a meno di parlare di personaggi come Pitagora, Tommaso Campanella, Bernardino Telesio, Luigi Lilio (solo per citarne alcuni). Dunque, questo lembo dell’estremo Sud Italia non è solo terra di nessuno, dove la fanno da padrone i boss e i loro scagnozzi a suon di fucilate, ma è depositaria di una civiltà che era ben sviluppata già migliaia di anni fa e che ha fatto scuola al mondo intero.

Inoltre, se pensiamo che l’influsso delle civiltà che si susseguirono in terra calabra si sia limitato soltanto a cose come le scienze, la filosofia, l’erudizione, la maestria nel campo dell’artigianato; ci sbagliamo, perché la Calabria (e il Sud Italia in generale), già migliaia di anni fa aveva scoperto quello stile di alimentazione noto come “Dieta mediterranea”.

Leggendo il volume dal titolo “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” del giovane biologo nutrizionista catanzarese Luigi Elia (Biblioteka edizioni, 2014), si compie un meraviglioso viaggio a ritroso nel tempo, fino all’epoca della Magna Grecia e si scoprono le abitudini alimentari del popolo calabro e le connessioni con le contingenze storiche e politiche che le influenzarono.

Questo volume mette in evidenza come le caratteristiche del modello alimentare dei paesi del bacino mediterraneo si distinguessero per la loro elevata salubrità. Fu il nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi il primo ad introdurre il concetto di dieta mediterranea, negli ultimi anni trenta del secolo scorso e a sottolineare questi concetti.

In seguito, (cito testualmente il testo di Elia) «grazie agli studi condotti dal nutrizionista e fisiologo Ancel Keys, tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, ci si accorse come le persone meno abbienti dei piccoli paesi del sud Italia, mangiatori di pane, cipolla e pomodoro, apparivano essere più sani sia dei cittadini di New York, sia dei loro stessi parenti emigrati anni prima negli Stati Uniti. Ancel Keys, dunque, cominciò a studiare in modo approfondito la dieta dei cittadini di Nicotera (piccolo comune della fascia tirrenica calabrese), che ben presto venne considerata “dieta mediterranea di riferimento”».

A questo punto, è doveroso capire cosa mangiassero questi abitanti di Calabria per essere considerati un modello di riferimento. Iniziamo col dire che si trattava di una dieta sobria e tendenzialmente vegetariana, con elevato consumo di frutta, verdura e legumi e un buon consumo di pesce azzurro, mentre scarso era quello di carne. Elia racconta poi che i cittadini di Nicotera condivano i loro cibi con strutto di maiale e talvolta con il prezioso olio di olive. Queste ultime erano il companatico prediletto e non poteva mancare il buon vino.

E così, ignari di portare avanti un regime alimentare dalle caratteristiche salubri straordinarie, gli abitanti di Nicotera introducevano un’energia giornaliera così ripartita: 13/15% di proteine (di cui almeno il 50% di origine vegetale), 25/30% di grassi (con preferenza di olio extravergine di oliva e grassi presenti nel pesce), 55/60% di carboidrati ( la gran parte dei quali complessi: pane integrale, farina, pasta, riso, mais).

Insomma, scorrendo le pagine di questo volume, si comprende come curiosamente, nel corso dei millenni, i contadini poveri delle campagne di Calabria, siano stati virtuosi (per forza di cose), tenendo lontani dalle loro tavole i cibi più dannosi per la loro salute, come la carne che, insieme ai pesci pregiati, al pane bianco ed alla frutta, al vino e all’olio di olive abbondava invece su quelle dei potenti.

E le virtù di queste povere genti abbracciavano anche il campo religioso. Infatti come suggerisce il libro di Elia, pare che l’abate Gioacchino da Fiore, attribuisse al digiuno e ai cibi vegetali un grande valore spirituale, in quanto facilitavano il rapporto con Dio.

Purtroppo oggi, con l’avvento di modelli e stili di vita globalizzati, le cose non sono più come una volta e il giovane esperto ha potuto constatare, mediante degli studi da lui condotti che in gran parte della regione calabra, il modello alimentare mediterraneo è stato messo da parte a favore di nuovi stili di nutrizione caratterizzati dall’abbondanza di carne rossa, scarso consumo di frutta e verdura, grandi quantità di cibi molto calorici, ricchi di grassi e proteine di origine animale.

Le abitudini alimentari virtuose però esistono ancora in Calabria e, secondo l’autore, sono attribuibili alle minoranze etniche grecofone e albanofone e a gruppi di vecchi marinai e contadini che non risulterebbero contaminati dalla globalizzazione alimentare e verso i quali Elia ritiene dovrebbe concentrarsi una parte della ricerca scientifica «sempre più orientata a radicarsi laddove esistano concerete opportunità di profitto».

Il giovane autore catanzarese fa luce sul dimenticato mondo popolare di Calabria anche mediante il recupero delle sue antiche tradizioni culinarie, legate a vari tipi di celebrazioni. Inoltre, un’intera sezione del volume è stata dedicata alle ricette popolari della tradizione calabrese, un vero  proprio ricettario mediterraneo che descrive ingredienti e metodi di preparazione di antiche pietanze.

Ancora un altro gesto d’amore verso la misconosciuta terra di Calabria da parte di una giovane mente che rivaluta l’immenso potenziale di questa terra e della sua storia millenaria .

Angela Rubino      

“Nido di seta”, quando la crescita della Calabria passa dalle sue tradizioni millenarie

Un legame profondo, quello tra Catanzaro e l’arte della lavorazione della seta, il cui pensiero, fino a qualche tempo fa, sembrava ricondurci ad un passato lontano, ad una dimensione legata ad un’antica tradizione che nulla ha a che fare con l’epoca odierna. Oggi qualcosa è cambiato.

Se è vero che nel cuore della città dei Tre Colli diventano sempre più rari e nascosti i segni più tangibili del glorioso passato legato alla “nobil arte”, al contrario nell’hinterland si muove qualcosa e si pensa ad un progetto dai tratti ambiziosi, ma non utopistici, che possa favorire la tutela e la valorizzazione delle antiche tradizioni legate all’attività della gelsi bachicoltura, trasformandole in un vero e proprio mestiere.

A San Floro, piccolo borgo collinare del catanzarese, importante centro di produzione della seta greggia in passato, un gruppo di giovani ha dato vita alla cooperativa agricola “Nido di seta”.

Il progetto scaturisce da un’iniziativa nata nel 1998, quando il Comune di San Floro, nella persona dell’allora sindaco Florino Vivino, ha voluto riscoprire quest’antica tradizione, avviando un progetto sperimentale che ha avuto una vasta eco a livello regionale, nazionale ed internazionale. In tale contesto furono piantate circa 3.500 piante di gelso di varietà Kocusò, (il baco si nutre solo ed esclusivamente di foglie di gelso). Oggi la cooperativa “Nido di Seta” ha deciso di riabilitare questo progetto, facendo della gelsibachicoltura la sua attività principale. Ad essa si affiancano la tintura con coloranti naturali, la creazione di tessuti semplici e la preparazione di gustose marmellate di more di gelso.

«Pensiamo sia di vitale importanza la divulgazione di alcuni valori come la tutela del paesaggio e dell’ambiente, al fine di promuovere lo sviluppo del territorio» ha affermato Domenico Vivino, fondatore di “Nido di seta” insieme a Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato.

«Le nostre parole chiave sono ritorno alla terra, ai suoi frutti, ai suoi valori, alle tradizioni, alla cultura del territorio. Quest’ultima – prosegue Domenico – intesa non come bandiera egemonica, ma come una risorsa, si da tutelare, ma anche da condividere e miscelare per allungare la nostra “profondità di campo”. I giovani e la scuola, di ogni ordine e grado, sono i nostri primi interlocutori, perché solo attraverso la cultura, sulle ali della giovinezza, può partire il riscatto della nostra Calabria».

Tra le attività proposte dalla cooperativa ai visitatori ci sono dei percorsi guidati alla riscoperta delle varietà di piante della macchia mediterranea, tra cui ovviamente il gelso.

È possibile, inoltre, toccare con mano le diverse fasi di creazione della seta, partendo dall’osservazione dei bachi, per arrivare alla trattura, ovvero il processo mediante il quale il filo di seta viene tratto dal bozzolo.

Infine merita un cenno il Museo didattico della seta, dove è possibile, tra l’altro, ammirare diversi cimeli della storia dell’arte serica, come antichi manufatti e vecchi telai.

Per quanto tutto questo sembri già abbastanza, non lo è. Infatti i tre ragazzi seguono un percorso di crescita continua, che li porta a confrontarsi con realtà nazionali,  internazionali e non solo. Di recente, infatti, Miriam e Domenico si sono recati nel sud-est asiatico, ad arricchire le proprie conoscenze nel settore serico mediante il confronto con le maestranze thailandesi. Un viaggio tra tradizione e innovazione, a diretto contatto con popolazioni che da millenni svolgono le attività legate alla lavorazione della seta. Usi e costumi lontani e diversi da quelli delle civiltà occidentali e tradizioni millenarie, che sopravvivono come parte integrante del tessuto sociale ed economico, si sono schiusi agli occhi dei due giovani mentre attraversavano l’entroterra del sud-est della Thailandia, passando per i villaggi di Kapcho, Surin, Khonkhaen, principali centri serici del paese.

Quest’ultima cittadina è anche la sede di un importante festival internazionale della seta, con espositori provenienti da tutta l’Asia. Un’occasione che Miriam e Domenico non potevano perdere. Così anche la seta del piccolo borgo catanzarese ha fatto parte della prestigiosa esposizione.

Un’esperienza fatta di scambio di saperi e destinata a proseguire mediante un gemellaggio tra “Nido di seta” e il Centro Di Bachicoltura di Khonkhaen.

Anche il Museo Didattico della Seta, gestito dalla cooperativa, sarà il riflesso di questo nuovo percorso, con una sezione interamente dedicata alla seta nel mondo, che si arricchirà con costumi e strumenti tipici e anche di una mostra fotografica e multimediale sul viaggio in Thailandia.

Il cammino di confronto e collaborazione avviene anche nei confini regionali. Dalla collaborazione con la bottega artigiana della ceramica squillacese “Deco Art”, nasce infatti la linea di gioielli “Nico”, che unisce l’arte della ceramica a marchio DOP di Squillace con l’antica tradizione della seta.

Con il contributo dell’artista italo-argentina AlchiMia, nasce poi la combinazione dell’originale tecnica giapponese di cottura della ceramica  detta Raku, e del prezioso filato serico, che ha portato alla creazione della linea di gioielli detta Siraku.

Infine la valorizzazione e la promozione del territorio, con il progetto didattico “Per Filo e per Segno”, nato grazie alla collaborazione della bottega “Deco Art” e del Parco eco-esperenziale Orme nel Parco. Un’iniziativa che si propone di far conoscere la storia, le attività della millenaria cultura calabra e le straordinarie risorse paesaggistiche della regione agli allievi delle scuole del sud Italia, con un itinerario di tre giorni che li porterà a vivere in prima persona delle esperienze uniche nelle realtà di riferimento.

“Nido di seta”, insieme ad altre realtà che stanno nascendo all’insegna della valorizzazione di usi, costumi e risorse del territorio e della loro trasformazione in valore, è il simbolo della crescita di una nuova Calabria, che vuole riprendere in mano il suo futuro, infrangendo schemi e cliché che per secoli hanno imprigionato le menti dei meridionali.

Angela Rubino

 

 

 

“Animas, nido di seta”, quando l’arte antica diviene simbolo di dialogo tra presente e passato e tra anime affini

Il passato come prezioso emblema di una vita che, nel suo mutare diviene qualcos’altro rispetto alle origini, ma che non può prescindere da esse. In sintesi, è questa la mia idea della storia e di tutto quello che ad essa si lega, come le tradizioni, gli usi, i costumi.

Le origini sono quel qualcosa da cui tutto ha inizio, quel qualcosa che può spiegare il perché di tutto ciò che, nei millenni, è stato reiterato più e più volte, fino a divenire parte integrante della vita di intere comunità. Dunque il passato è il fondamento della nostra esistenza e se non si cerca di conoscerlo e comprenderlo, si rischia di vivere senza la piena consapevolezza del proprio presente, come se il senso profondo di ciò che ci circonda non esistesse e tutto non avesse un senso ben preciso.

Passato e presente, dunque, sono due dimensioni che devono coesistere e mescolarsi perché ci sia il giusto equilibrio dentro e fuori di noi.

Questo equilibrio, insieme al fascino dei rituali antichi del mondo femminile, rivive nell’opera “Animas, Nido di Seta”, dell’artista sarda Jole Serreli, un’installazione in concorso alla VII edizione del Premio Internazionale Limen, nella sezione “Giovani artisti italiani e contemporanei”, curata da Lara Caccia.

La mostra, ospitata all’interno del suggestivo Complesso Valentianum, sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia, si è aperta lo scorso 19 dicembre e si protrarrà fino al 14 febbraio 2016.

Volontà dell’artista è stata quella di creare la sua installazione con dei filati che ricordassero le tradizioni del luogo. La scelta è stata inevitabilmente la seta, la cui lavorazione è un retaggio della dominazione bizantina.

La diffusione di quest’arte in Calabria risale al VI secolo e da subito essa divenne una delle attività principali per l’economia della regione, giungendo ad alti livelli di qualità.

Tra le città calabresi, Catanzaro si distinse per la straordinaria pregevolezza dei tessuti prodotti. Una caratteristica che le procurò fama e gloria in tutta Europa.

Proprio dall’hinterland di Catanzaro, più precisamente da San Floro, giunge il prezioso filato di cui si compone l’opera della Serreli. Così come l’artista ha coniugato nella sua installazione il linguaggio rappresentativo dell’arte contemporanea e quello legato ai tratti salienti del passato, a San Floro si realizza la mescolanza tra presente e passato, mediante la scelta coraggiosa di tre giovani che hanno scelto di ritornare ai valori delle tradizioni. “Nido di Seta” è la Cooperativa Agricola creata da Domenico Vivino, Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato, che hanno ripreso la filiera della seta, dalla gelsi bachicoltura alla creazione e tintura dei tessuti.

Un connubio perfetto quindi, tra anime affini che riconoscono nei riti ancestrali del passato, una realtà preziosa, da celebrare ed omaggiare. Anime che vedono nel ritorno al passato un valore e non uno sterile rimpianto; una spinta propulsiva al cambiamento che si attua con piena coscienza di sé e della comunità a cui si appartiene, non un’immobile rappresentazione di ciò che era.

Jole Serreli è un’artista profondamente legata al mondo delle origini, che da lei viene esplorato e mutato nella misura in cui la sua ispirazione e la sua tecnica artistica lo richiedono. L’opera “Animas, nido di seta” si nutre di un linguaggio nuovo, la cui elaborazione nasce dal profondo legame con un’arte millenaria.

Il progetto “Nido di Seta” nasce dall’intimo sentimento di appartenenza alla terra di Calabria e diviene la spinta al cambiamento, l’esempio di uno sviluppo possibile a partire dalle attività profondamente legate all’identità del territorio.

In conclusione, ciò che siamo è frutto di un percorso pregresso e per divenire davvero consapevoli del nostro presente e per attuare un cambiamento, è necessario conoscere questo tratto di un viaggio che magari non abbiamo compiuto personalmente, ma che è comunque parte di noi.

 

Angela Rubino   

“Ambientiamoci”, da Mendicino un forte segnale di sensibilità e rispetto del territorio e dei suoi tesori

Non la solita manifestazione, ma una giornata di vera e propria simbiosi con il territorio e tutto quello che esso può offrire in termini di natura e di splendidi scorci paesaggistici e poi con un’anima che silenziosa racconta una lunga storia, la nostra. Parliamo della terza edizione di “Ambientiamoci”, svolta il 13 dicembre a Mendicino (Cs); un evento ideato dal blog ereticamente.it, sponsorizzato dal parco eco-esperienziale “Orme nel Parco” e  organizzato da un gruppo di associazioni di Mendicino, capitanate da “Erba netta” nelle persone di Francesco La Carbonara e Lucia Parise.

Giunta alla sua terza edizione, “Ambientiamoci” è una mobilitazione dai tratti unici perché intende puntare i riflettori sulle risorse della nostra regione che rischiano di scomparire per vari motivi, ma lo fa mediante la presa di coscienza del loro inestimabile valore, prima di tutto e poi con il fare concreto di coloro che si impegnano in prima persona per cercare si salvarle. Quindi, come spiega Massimilano Capalbo co-fondatore di Orme nel Parco e ideatore del blog “ereticamente.it” «non si tratta di una manifestazione contro qualcuno che si ritiene sia colpevole dell’abbandono in cui versano i nostri tesori, ma un modo per assumersi la responsabilità della situazione, iniziando concretamente a prendersi cura delle preziose risorse del nostro territorio, dalle quali può partire la nostra rinascita».

All’edizione 2015 di “Ambientiamoci” hanno aderito oltre 40 tra enti ed associazioni e anche il Comune di Mendicino ha dato il suo sostegno. Il tesoro da salvare, questa volta era la Grotta delle Palazze, una cavità artificiale posta all’interno di un’area archeologica, resa unica dalla presenza di un affresco del 1500 che ritrae probabilmente il borgo di Mendicino. Secondo l’esperto di storia locale Domenico Canino, il dipinto fu commissionato da un nobile del luogo e probabilmente rappresenta una delle più antiche vedute di paesaggio italiano.

L’area su cui si trova la grotta possiede un fascino magnetico ed proprio qui che i partecipanti all’iniziativa hanno trascorso l’intera mattinata, che si è aperta con un’introduzione a cura degli organizzatori, per poi proseguire con una mostra fotografica e l’attesa visita della grotta. La piccola caverna, con il suo prezioso affresco, non mancano di destare sentimenti contrastanti di meraviglia, per la propria bellezza e indignazione, per l’incuria in cui giacciono, minacciati dalle infiltrazioni d‘acqua che rischiano da farli sparire per sempre.

Nel magnifico e a tratti magico bosco di querce intorno alla grotta, si è svolta la suggestiva performance teatrale dell’attore Enzo de Liguoro e della compagnia Soleluna, che hanno regalato ai presenti attimi di evasione e un viaggio nei meandri di uno straordinario processo di contaminazione tra arte e natura dai tratti unici.

Lo spettacolo è stato introdotto da una simpatica performance, curata da “I Giardini di Eva”, di Nadia Gambilongo, che metteva in scena una spirale di luce, con tanto di ghirlande e fiaccole color argento, per rendere omaggio al giorno di Santa Lucia. Sempre la stessa associazione ha curato anche l’iniziativa i “Pensieri di carta”, con gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Mendicino, che hanno adornato le querce con i loro pensieri sulla natura, scritti su fogli di carta di varie forme.

La prima fase della giornata si è arricchita anche per la presenza del geologo Carmine Nigro, che ha fornito una dimostrazione dell’attività di Geo Radar nell’area sottoposta a vincolo archeologico.

Un pranzo al sacco, all’insegna della condivisione e poi, nel pomeriggio, i partecipanti hanno potuto vivere nuove emozioni, questa volta grazie ai tesori storici, architettonici ed enogastronomici di Mendicino.

Grazie alla guida sapiente di Francesco la Carbonara, il piccolo borgo si è mostrato in tutto il suo magico incanto.  Piazza Duomo, il rione Castello, lo splendido Palazzo Campagna e la suggestiva Filanda Fiore Gaudio, sono state le tappe del trekking urbano che ha completato la giornata insieme alla degustazione della “Cuccìa”, una zuppa di cereali e legumi, tipica di Mendicino, da consumare nel giorno di Santa Lucia,  santa alla quale la comunità è molto devota.

Tutta la giornata è stata filmata dalla Tanto di Cappello Production di Maurizio Albanese, che curerà la realizzazione di un documentario da utilizzare per la promozione della raccolta fondi per il restauro della Grotta delle Palazze.

Questa è Calabria: natura che fa sognare, scorci paesaggistici mozzafiato, condivisione di cibi legati alla tradizione. Verrebbe da dire che i tesori non sono solo quelli che luccicano, ma anche tutte quelle cose che diamo per scontate e quanto ci sbagliamo a considerarle tali!

Angela Rubino                                                                                  

“Cleto festival”, quando la politica prende le distanze dalla passione dei giovani [English version below]

Accanto alla realtà di un Sud fatto di problematiche profonde che ne ostacolano la crescita, c’è quella di una terra animata da un’intima coscienza civica e da una grande consapevolezza delle sue enormi potenzialità.

Espressione concreta di tale visione è il Cleto Festival, un evento nato nel 2011, che si svolge ogni anno ad agosto nel centro storico di Cleto in provincia di Cosenza.

Grazie all’operosità e all’ingegno dei ragazzi e ragazze dell’associazione La Piazza, un borgo abbandonato riprende vita e si colora di arte e cultura, regalando intense emozioni ai numerosi visitatori.

Le tre giornate del Cleto Festival sono un’occasione unica di promozione per artisti ed intellettuali locali e non solo. Pensato per dare impulso alla buona cultura calabrese, infatti l’evento fa si che le strade del borgo diventino una vetrina per artisti locali emergenti e, al tempo stesso, una cornice ideale per incontri e convegni.

Nei pomeriggi del 19, 20 e 21 agosto di quest’anno si è svolta la quinta edizione e come di consueto, nelle viuzze del borgo gli spettatori sono stati affascinati dalle opere di fotografi e pittori, dalle performance di attori, giocolieri e musicisti e coinvolti nei laboratori di danza e musica popolare, che hanno contribuito alla magia del Cleto Festival, il quale non è solo arte, ma anche riflessione critica su temi attuali.

“Sud” è stato il filo conduttore di questa quinta edizione, che ha puntato i riflettori sul meridione andando oltre i cliché ed evidenziando le realtà positive che con grandi sacrifici mirano a risollevarne le sorti. Particolare attenzione è stata rivolta alla proclamazione di Matera quale “Capitale europea della Cultura 2019”, evento che può rappresentare per la Calabria una concreta occasione di sviluppo anche grazie ai tratti che accomunano la storia, la cultura e le tradizioni di queste terre, da cui può partire un processo di recupero della loro memoria.

Un fattore su cui vorrei porre l’accento è il fatto che, nonostante l’indiscusso valore positivo che il Cleto Festival ha per il territorio da svariati punti di vista, si tratta di un evento autofinanziato, che non gode di alcun aiuto economico pubblico, ma solo del sostegno di imprese private che ne riconoscono la validità.

Solo una gestione politica cieca, mira a fare gli  interessi di pochi e non a favorire realtà che possono divenire concretamente volano di rinascita per la nostra terra, anche perché alimentati dalla passione e dalla voglia di rivalsa di chi ha deciso di lottare per questo obbiettivo.

 

“Cleto Festival”, when politics distances itself from young people’s passion

Next to the South where serious problems prevent development, there’s a land with an intimate civic consciousness and a great awareness of its enormous potentialities. Cleto Festival is a real expression of this.

This festival was born in 2011 and takes place on august in the Cleto’s historic centre (Celto is in the Cosenza district). Thanks to the hard work and the brilliance of the association La Piazza, every year an abandoned village revives through art and culture, giving great emotions to lots of visitors.

Cleto Festival’s three days are a unique occasion, for local artists and intellectuals to promote themselves, as it was thought to support Calabrian good culture.

Indeed, the event makes the country lanes coloring and becoming an ideal show case for meetings and conferences.

From august 19th to  20th, this year, the fifth edition took place and, as usual, in the village small streets the visitors were fascinated by photographers and painters  works; by the performances of actors, jugglers and musicians and by music and dancing workshops, which contributed to the magic of Cleto Festival that isn’t only art, but also critic reflection about current subjects.

“South” was a common thread of this fifth edition, that put the South of Italy at the centre of the attention, going beyond clichés and highlighting the constructive realities that aim to improve its fate. Particular attention was paid to the proclamation of Matera as “European capital of the culture 2019”, an event that can represent an actual opportunity of development for Calabria; even thanks to a number of factors like history, traditions and culture that the two regions have in common. It’s from here that a process of regaining their memory can start.

Nevertheless  the undisputed importance of Cleto Festival from various points of view, I want to stress that it’s a self-funding event, that doesn’t receive any economic support from public institutions (only private companies that believe in its validity provide financial support for it).

Only a blind politic management, can aim to serve the interests of the privileged few, instead of helping realities that can actually become a driving force for our land growth, even because they are promoted by passion and thirst for revenge of people that decided to stay.

Angela Rubino   

 

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