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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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A Catanzaro la porta e il convento di S. Agostino sono muti testimoni del passato … ma per quanto ancora?

Ripropongo ancora un altro racconto legato alle porte civiche della città di Catanzaro, firmato dallo storico Mario Saccà. Questa volta si parlerà della porta e del convento di Sant’Agostino, ma prima di immergerci nel vivo di questa storia, vorrei chiarire brevemente cosa erano e a cosa servivano le porte civiche.

Partiamo col dire che Catanzaro nasce come cittadella fortificata, ovvero come luogo capace di resistere a lunghi assedi. Era la sua posizione geografica, in primis, che le conferiva questa caratteristica e poi a questo si aggiunga la costruzione di bastioni, torri e appunto porte civiche, ovvero le porte di accesso alla città, che era anche racchiusa da una cinta muraria di circa 7 chilometri. Anche il territorio circostante era ben difeso, con un sistema di torri di avvistamento sparse per tutta l’area occupata oggi dai quartieri Sala, Santa Maria e Lido.

Le  antiche porte civiche di Catanzaro erano in tutto sei:

La Porta Marina o Granara, con tutta probabilità quella principale, in quanto consentiva di entrare in città a chi proveniva dalla costa ed era preposta soprattutto al commercio del frumento; la Porta di San Giovanni o Castellana, che sorgeva nei pressi dell’attuale Piazza Matteotti; poi c’era la Porta di Prattica (della quale parleremo in un prossimo articolo), che consentiva l’accesso in città passando per l’attuale rione Case Arse. Se si voleva entrare in città da oriente, occorreva passare per la Porta di Stratò (della quale abbiamo parlato ampliamente in un articolo precedente); la Porta del Gallinaio era utilizzata solo per favorire l’accesso del bestiame e infine c’era la Porta Silana (probabilmente quella di Sant’Agostino di cui ci accingiamo a parlare), che consentiva l’entrata in città a chi proveniva dall’altopiano della Sila (fonte Wikipedia).

Ecco il racconto di Mario Saccà:

«Alla porta di S. Agostino si perviene dopo avere superato un robusto cancello di ferro e un breve percorso fra sterpi e rovi: una barriera fra l’attualità e la storia.

Secondo Luise Gariano il suo vero  toponimo era “Portella” ; la denominazione attuale è dovuta alla presenza del convento di S. Agostino, divenuto poi sede dell’ospedale civile cittadino.

Il suo quartiere di riferimento era S.Nicola di Morano ( o delle Donne)  che si estendeva fino alla fontana e alla Torretta di Cerausto o della Marchesa. La fontana era nel giardino della contessa di Catanzaro ( v. “Catanzaro” di M. A. Teti e G. Rubino), mentre nella Torretta ( dal quale deriva il nome attuale del luogo: “a Turretta” ) alloggiava il corpo di guardia ( v. “Cronica di Catanzaro” di Gariano).

L’ antico ingresso alla città, per quanti venivano dalla parte di Siano, è ancora in piedi anche se grandi fessure della muratura ne preannunciano il prossimo crollo assieme alla piccola cappella che consentiva, a chi entrava o usciva dalla città, di sostare per riprendere fiato o raccogliersi in preghiera (sotto il suo altare fu sepolto uno dei tre martiri catanzaresi del 1823, Pascale).

I muri portanti sono privi di sostegni e difese dagli agenti atmosferici perchè manca, da anni, la copertura.

Anche qui, come un tempo nella scomparsa porta di Stratò, si notano tracce di un indefinibile dipinto murale.

Un breve ed erto percorso consentiva ai “viatori” di arrivare in città dopo avere attraversato l’alveo del torrente Musofalo (il toponimo antico era Conaci); la traccia è ancora ben visibile a chi  guarda dalla strada che conduce al vecchio ponte di Siano , luogo di leggende e tristi suicidi  per i catanzaresi delle vecchie generazioni.

È la terza delle porte di Catanzaro ancora in vita – quella Nord est –  che, malgrado l’abbandono, sembra aggrapparsi allo scoglio dove fu edificata per non scomparire ricordandoci, muta ed inascoltata testimone, di avere vissuto per tanti secoli assieme ai nostri predecessori, compiendo, per di più, un tratto di strada assieme a noi.  Fino a dove potrà farci ancora compagnia se non tendiamo una mano? Molto presto le sue pietre si confonderanno con quelle del torrente sottostante dove sarà difficile raccoglierle. Finirà “sotto il Ponte di Siano”.

Si potrebbe dare un segno di attenzione per restaurare l’ edifico, magari insieme al convento ex ospedale. Si oppongono tre fattori: l’indefinita e mai aperta per essere conclusa definizione della proprietà fra Comune ed Azienda Sanitaria, l’ assenza totale della Sopraintendenza ai Monumenti che “dorme” a Cosenza, i costi, la latitanza della Regione in fatto di politiche di recupero dei centri storici. Se non si incomincia non si può finire e la Portella potrebbe essere il primo avvio di un’operazione che dimostri uno spiraglio nell’ indifferenza generale.

I dati della porta di S Agostino sono stati rilevati, a suo tempo, dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici e ne fu redatta una scheda, riportata in un libro pubblicata dal Ministero competente nel 1979, ministro l’onorevole Antoniozzi, che mise in evidenza i problemi, come ho già ricordato in una nota precedente.

La proprietà risulta essere del Comune di Catanzaro, così come la porta di Stratò e le strade che portano ad entrambi gli edifici partendo dal sottostante torrente Musofalo.

È un contributo alla ricerca delle proprietà comunali dimenticate.

Accanto alla porta vi era  il convento dei frati Agostiniani, anch’esso in notevole stato di degrado.

Chi vuole entrarvi è libero di farlo a suo rischio e pericolo: porte aperte, luoghi abbandonati e quintali di carte d’archivio buttate in una stanza, disponibili per chiunque, malgrado la legislazione sugli archivi ne preveda un adeguato trattamento da parte della proprietà che dovrebbe essere, attualmente, dell’amministrazione ospedaliera.

Ma anche la Sopraintendenza ai Beni Archivistici, che soggiorna a Reggio Calabria, non ha forse potuto verificare lo stato dei fatti per valutare cosa conservare e cosa gettare!

Il caso consente di segnalare il problema contando sulla sua soluzione.

Ma che sarà dell’antico convento dove fu anche sepolto un nostro Vescovo?

Merita anch’esso qualche cenno di storia, anche perché la sua vita è associata a quella della porta della quale si è detto.

Nel 1650, su ordine di papa Innocenzo X, tutti i conventi inviarono a Roma una relazione storico-economica della propria situazione. Copia di tale relazione è conservata presso l’Archivio Generalizio degli Agostiniani a Roma e reca la data del 22 Dicembre 1649.

Vi si illustra, in attuazione dell’accennata bolla pontificia, “lo stato del Convento di S. Maria del Soccorso dell’Ordine degli Agostiniani della Provincia di Calabria”, che viene qui pubblicata per la prima volta.

Esso era “situato dentro la città di Catanzaro in un angolo sopra le mura da una parte e dall’altra dov’è si affacciava della chiesa contigua alla città, e sua abitazione in strada pubblica e frequentata; fu fondato et eretto col consenso ed autorità di monsignor Ascanio Geraldino, Vescovo della Città, nell’anno 1561 il dì 16 Ottobre sotto il pontificato di Pio IV, e la chiesa ha il nome di S. Maria del Soccorso, con cappella, organo, choro e sacrestia con mediocri addobbamenti … il chiostro quadrato, e la clausura tiene otto celle, refettorio grande, cantina, granaro, cucina-dispensa e quattro altri magazzini… et altri servizi , un giardino murato al cancello”.

Nel 1628  ospitava 5 sacerdoti, tre serventi e quattro novizi dei quali si elencano i nomi.

Il priore era un catanzarese Alessandro(?) Mannarino.

I possedimenti ed i censi esigibili costituiscono buona parte della relazione che non contiene altre particolari indicazioni. È straordinario rileggere antichi documenti in presenza dei luoghi cui si riferiscono.

Il convento e la porta esistono entrambi, quest’ultima ancora per poco : seguiranno il destino di altri beni cittadini?

Scriveva il compianto Professor Augusto Placanica che “il passato della Calabria non si mostra, perché spesso, di quel passato non è rimasto quasi nulla… è mancato alle comunità il gusto di guardare e provvedere a un domani più alto”.

Per alcuni aspetti c’è qualcosa che sopravvive a Catanzaro, è un nostro dovere ri-conoscerlo e salvarlo». (La foto è stata scattata da Anna Veraldi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà! Lo conferma la chiesa di San Giovanni

La città dei Tre Colli è quello strano luogo ricco di contraddizioni, un luogo amato e, a tratti, odiato da chi ci vive e pressoché sconosciuto a chi vi si deve recare per svariate ragioni. La storia di Catanzaro è un labirinto di vicende che, alla fine, restituisce la visione di una città che ha saputo distinguersi in vari ambiti dimostrando doti di coraggio e tenacia e anche di straordinaria maestria in vari campi, come quello dell’artigianato, se pensiamo all’ineguagliabile livello di eccellenza raggiunto nella produzione di manufatti in seta (vedi gli articoli a riguardo presenti in questo blog).

Ma i tratti della storia vanno letti ed interpretati. Essi sono lì, immobili da secoli e muti allo sguardo di chi non sa coglierne la grandezza.

Non mi stancherò mai di sottolineare la profondità dei messaggi che il tessuto urbano antico di Catanzaro sa trasmettere. Si tratta della storia di un grande popolo  e anche se non è raccontata attraverso opere di grande monumentalità, non manca certo di significati di spessore.

In questo scritto voglio parlare innanzi tutto di uno dei simboli di riscatto e libertà presenti in città, la chiesa di San Giovanni e riflettere sull’influenza che la nobilissima arte della seta ebbe in questo processo di affrancamento dal potere feudale.

Incastonata come una perla preziosa all’interno di quello che oggi è definito Complesso Monumentale di San Giovanni, che comprende anche i resti del castello, questo luogo di culto, simbolizza la straordinaria forza e determinazione con cui i catanzaresi seppero conquistare la propria indipendenza.

Una forza che scaturì anche da quell’impareggiabile perizia nella lavorazione della seta, un’attività che costituì per secoli la base dell’economia cittadina, generando quella crescita economica che incoraggiò la popolazione a pretendere la demanialità.

Dunque, il castello, la chiesa di San Giovanni e la seta sono avvolti da una simbologia che si esplica mediante la contrapposizione del loro significato: il castello era il simbolo del dominio feudale, la chiesa quello della libertà ritrovata e la seta era il motore della voglia di riscatto.

Vediamo come si svolsero i fatti.

Intanto sottolineo che la decisione di fortificare adeguatamente la città di Catanzaro, facendo edificare un poderoso castello, fu presa da Roberto il Guiscardo, condottiero normanno che si rese conto della invidiabile posizione strategica della città, posta su tre inaccessibili colli circondati da due profondissime vallate, a guardia dell’istmo situato nel punto più stretto d’Italia e d’Europa.

La parte originaria dell’imponente edificio dovette essere la grande torre quadrangolare centrale, detta “mastio” o, in lingua normanna, “donjon”. Il castello normanno divenne il simbolo del potere feudale introdotto dai normanni.

I feudatari catanzaresi, che per circa quattro secoli governarono le vicende cittadine, dovettero essere in totale circa 25. Durante questo lungo periodo il potere regio passò via via dai normanni, agli svevi, agli angioini ed infine agli aragonesi. Intanto la città vedeva crescere il suo potere economico per via del fiorire dell’arte della seta, un’attività in cui la città raggiunse dei traguardi ineguagliati, divenendo rinomata in tutta Europa per la produzione di tessuti di altissima qualità. Fu proprio tale sviluppo economico che portò alla creazione di una classe ricco-borghese la quale, col passare degli anni, cominciò a soffrire il dispotico potere feudale ed a pretendere l’autonomia (o come si chiamava allora la “demanialità”). Perciò, già dalla fine del ‘300 cominciarono i contrasti e le lotte tra i feudatari ed i cittadini che si protrassero fino alla metà del ‘400.

Fu in questo periodo che i catanzaresi, liberatisi finalmente del tiranno, Antonio Centelles, poterono proclamare la demanialità nel 1466.

In seguito, per evitare che la città fosse riconquistata da altri nobili che presumibilmente avrebbero reintrodotto il potere feudale, la parte del castello che guardava verso l’interno della città, fu volutamente diroccata ed al suo posto fu costruita la bellissima chiesa rinascimentale di San Giovanni, tutt’ora simbolo della libertà conquistata dai catanzaresi. Il castello, pertanto, perse ogni funzione politica e sociale e, successivamente venne solo in parte utilizzato, come ospedale, come convento ed infine come carcere.

I resti del castello semidistrutto furono riutilizzati nell’ambito della costruzione dell’attuale Chiesa del San Giovanni, facente parte del complesso monumentale, ma andarono ad abbellire anche altri storici edifici, come la chiesetta dell’Osservanza.

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà!

Spero che presto torneranno ad essere quelli di una volta (Foto tratta dal web).

 

Angela Rubino

Catanzaro, le sue antiche porte e la stupidità di una società che non valorizza i segni del passato

La storia che voglio raccontare in questo articolo è legata ancora una volta alla mia città: Catanzaro.

Più volte ho ribadito come essa sia figlia di un passato millenario i cui resti sono disseminati lungo il territorio, con i suoi vicoli, i suoi monumenti, i palazzi antichi, la conformazione stessa dell’abitato; si ritrovano nelle pratiche ancestrali, che sopravvivono a fatica, spesso grazie agli anziani; nel dialetto, anch’esso sottoposto ad un continuo mutamento.

La città di Catanzaro prosegue così il suo cammino nei meandri dei tempi e delle epoche, avvolta da un’atavica routine e piegata alle contraddizioni di un mondo in continuo cambiamento, che rischia seriamente di risucchiare tutto ciò che non è saldamente e consapevolmente ancorato alle proprie radici e trasformarlo in un territorio senza identità.

Queste stesse considerazioni, le facevo nel 2013, dalle pagine del sito web Catanzaro Live, di cui ero direttore responsabile e precisamente nell’ambito di una rubrica di storia che usciva settimanalmente.

In quell’anno usciva, a firma di Mario Saccà, storico e giornalista catanzarese dalla straordinaria cultura, l’articolo che propongo qui di seguito e che narra la storia di una delle antiche porte della città, la Porta di Stratò, di cui oggi rimangono i resti insieme a quelli della Porta di Pratica, di quella di Sant’Agostino (con annesso un antico convento). Nell’articolo si parla anche delle condizioni in cui versa l’antica struttura, vittima dell’incuria di una popolazione che lascia marcire nell’oblio i segni della sua storia, se essi non sono legati ad interessi di varia natura.

È giusto sottolineare che di recente l’associazione “Catanzaro è la mia città” ha lanciato una petizione per salvare due delle porte rimaste ancora in vita.

Mario Saccà scrive : «Fra le proprietà comunali è accatastata anche la “Portella” o Porta di Stratò, i cui ultimi resti sono visibili a chi percorre, a suo rischio, il sentiero che passa sotto l’ ex edificio del Provveditorato agli Studi  in direzione Ovest. Il muro che delimita il percorso, pende verso il passante ed è attraversato da ampie fessure verticali che ne possono pregiudicare la stabilità. Inoltre un consistente getto d’ acqua che proviene, con buona probabilità, da una delle antiche fonti di Catanzaro citata da Gariani e D’ Amato passa sotto la fondazione ormai “sifonata”. Negli annali dell’ Ufficio Idrografico del Genio Civile, la sorgente è stata tenuta sotto osservazione fino a tempi recenti e la sua portata stabilita in poco più di un litro di acqua al secondo. Ora si perde e finisce nel sottostante Torrente Musofalo diventandone un piccolo affluente.

Ciò che rimane dell’ antico edificio collocato sull’ orlo dell’ altipiano, sul quale fu costruita la prima Catanzaro, protetto dagli orli a strapiombo sui torrenti che la circondavano è parzialmente visibile, molta parte della sua superficie esterna è coperta da edera ed altra vegetazione, mentre all’ interno lo spazio praticabile è pieno di piante di rovo; osservandole si possono intravedere le prospicienti colline di Siano: segno che il muro orientale della chiesetta è crollato. Mancano anche il tetto e parte dei muri perimetrali, alcuni dei quali mostrano segni di deterioramento che ne mettono in forse la stabilità. Alcuni dipinti che un tempo si mostravano all’interno della Portella sono scomparsi assieme alle pareti, di recente, ha detto un abitante del luogo, «hanno portato via anche la piccola croce collocata sul culmine dell’ ingresso».

L’ antica strada che portava al Musofalo non è più visibile: la natura si è impadronita  dello spazio e l’ha ricoperta di verde, conservandola, a differenza di quanto è accaduto alla vecchia e piccola porta della città.

La pubblicazione del Ministero dei Beni Culturali negli anni ’70 aveva già annotato che sull’ area non era stata stabilita alcuna destinazione urbanistica e che i danni del tempo si dimostravano notevoli: solo interventi  di consolidamento della roccia che sostiene l’ edificio e il suo recupero architettonico, avrebbero potuto porre rimedio al degrado. Le condizioni attuali dimostrano che il “miracolo” non si è compiuto.

Stratò è la terza ultima testimonianza della Catanzaro medievale e come le altre, se non si provvede a realizzarne il recupero, sparirà alla nostra vista, già precaria. Se si vuole sostenere ancora la definizione di “centro storico” è la cosa più urgente da fare, magari rinunciando a manifestazioni esteriori e a mercatini senza senso che non rimarranno nella cronaca e nella storia civica».

Sono ancora due le antiche porte di accesso alla città di cui esistono i resti e ne parlerò in seguito. Il tono con cui lo farò sarà quello di un’estrema indignazione per la stupidità e il pressapochismo con cui vengono considerati i preziosissimi segni di un grande passato.

Angela Rubino

La seta: un meraviglioso viaggio alla scoperta delle nostre radici

Siamo noi, oggi i custodi della memoria del nostro lontano passato e a noi va il compito di veicolare i valori autentici e puri che animavano quelle pratiche ancestrali così radicate nel tessuto economico e sociale, fino a divenire parte importante della vita quotidiana di intere comunità. Come l’arte della seta che, con la sua filiera, dalla gelsi bachicoltura, alla trattura, fino ad arrivare alla tessitura, segnò per secoli l’ordinario percorso di vita dei calabresi, trovando in Catanzaro quel punto di massimo sviluppo in un determinato periodo storico.

Come si può gettare nell’oblio qualcosa di così prezioso come la memoria di ciò che eravamo?

Ecco perché in questi giorni, fino alla chiusura del corrente anno scolastico, nel catanzarese si è deciso di unire le forze e rendere i giovani partecipi di questi antichi saperi. Si tratta del progetto didattico “Baco da seta”, che da anni ormai si svolge all’interno della Cooperativa “Nido di seta” di San Floro e che quest’anno si è   si è arricchito grazie alla mia collaborazione in quanto esperta dell’arte serica a Catanzaro, e autrice del saggio “La seta a Catanzaro e Lione” e il Mudas (Museo Diocesano di Arte Sacra) di Catanzaro. L’intento è quello di diffondere la conoscenza della storia locale e, nello specifico dell’antica arte della seta, sottolineando l’immenso valore che questa attività ebbe per Catanzaro e per il suo hinterland soprattutto nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intera area.  

Grazie alla squisita manifattura dei suoi tessuti in seta, la città dei tre colli divenne rinomata in tutta Europa, guadagnandosi l’appellativo di “capitale europea della seta”.

Quest’anno, i ragazzi  che hanno scelto di partecipare al meraviglioso viaggio alla riscoperta di questo eccezionale passato, sono circa un migliaio e si conta di coinvolgerne almeno altrettanti fino alla chiusura di questo anno scolastico. Straordinario è l’entusiasmo con cui studenti e insegnanti si approcciano alla conoscenza dei vari aspetti dell’attività serica: dall’allevamento dei bachi, alla trattura, passando per la storia del legame tra Catanzaro e quest’arte nobile e antica e i meccanismi della tessitura.

Il progetto didattico, che si propone di coinvolgere i partecipanti, rendendoli protagonisti di un’esperienza unica e non solo semplici osservatori, è pensato in modo da riproporre simbolicamente ai visitatori lo stesso percorso che la seta svolgeva in passato.

Si parte dall’hinterland, quindi da San Floro dove oggi, proprio come accadeva in passato, si produce la seta greggia e si coltiva il gelso. Qui, con la preziosa guida di Domenico Vivino, Giovanna Bagnato e Miriam Pugliese, i ragazzi visitano il suggestivo Museo didattico della seta, dove sono custoditi vari cimeli dell’antica arte serica, alcuni preziosi manufatti e dove è presente anche la nuova sezione “Seta dal mondo”. Sempre all’interno della Cooperativa, in una suggestiva cornice rurale, si svolge la visita all’immenso gelseto, all’allevamento dei bachi e si scopre come avviene il magico processo della trattura della seta. Dopo pranzo il percorso prosegue alla volta della “città della seta”, ovvero il luogo dove un tempo convergeva il prezioso filato per essere tessuto nelle numerose filande cittadine.

Qui io illustro ai ragazzi il profondo legame tra Catanzaro e la seta, conducendoli alla scoperta di alcuni dei numerosi luoghi della città, che rivelano i segnali di questo rapporto ancestrale. Passando dal rione Grecìa e dai vicoli Gelso Bianco, alla Giudecca, al Vico delle Onde, al quartiere Filanda, in città sono molti i toponimi che raccontano la storia della “nobil arte”, molti sono quei segni che, nonostante l’incuria, non sono stati ancora cancellati e sono ancora prova tangibile della grandezza di una città che sa destare grande fascino e sa stupire i suoi visitatori.

L’ultima tappa del viaggio è il Mudas, dove l’esperta Antonella Rotundo, guida gli studenti alla conoscenza dei meccanismi della tessitura, illustrandoli mediante l’uso di un piccolo telaio da tavolo e poi rendendo i piccoli visitatori parte attiva degli stessi, con un originalissimo laboratorio, il “telaio umano”, che sta riscuotendo un enorme successo non solo presso gli studenti, ma anche presso le loro insegnanti. Infine, i piccoli visitatori vengono sapientemente introdotti alla scoperta del “prodotto finito”, ovvero i meravigliosi manufatti di grande pregio custoditi all’interno della struttura, testimonianze tangibili del profondo legame tra l’arte serica e il sistema clericale, non solo nei termini meramente artistici, ma anche storico- antropologici.

Oggi, nell’era della globalizzazione, è indispensabile ritrovare le nostre radici e acquisire la consapevolezza della nostra identità storico- culturale. Poi c’è la contaminazione, se vogliamo, con quello che di più buono le altre culture sanno offrire.

Angela Rubino

Tra arte, filosofia e misticismo, nell’agorà di Home for Creativity si riscoprono le orme di Gioacchino da Fiore

Una splendida e lodevole iniziativa che punta i riflettori su una Calabria culla di misticismo, arte e cultura nel senso più profondo. Fulcro dell’evento organizzato dalla giovane filosofa Roberta Caruso nella magica cornice della sua Home for Creativity, è la figura di Gioacchino da Fiore, che non solo è stata riscoperta ed esaltata nella sua grandezza e complessità, ma è stata condotta nel presente e messa a confronto con le suggestioni dell’arte moderna, quella di Vassily Kandinsky.

L’idea è quella di una conversazione in salotto, il tema è “Sulle orme di Gioacchino da Fiore”, la cornice, come abbiamo detto, è quella di Home for Creativity, l’impresa filosofica di Montalto Uffugo, che ha rivoluzionato l’idea dell’accoglienza, trasformando la casa in agorà e fulcro di dibattiti ed eventi atti principalmente a diffondere la consapevolezza del grande potenziale storico, artistico e culturale presente in Calabria. Iniziative che si svolgono all’insegna dell’originalità e della convivialità e con la partecipazione di ospiti straordinari. In questo caso la serata è stata composta da interventi che hanno introdotto la figura di Gioacchino da Fiore, ponendo l’accento sul carattere attuale del suo pensiero filosofico, altri ne hanno esaltato il lato artistico, anch’esso riconducibile alla contemporaneità ed altri hanno ripercorso il cammino dell’abate in Calabria. In particolare, Massimo Iritano, docente di filosofia e autore del libro edito nel 2015 da Rubbettino “Gioacchino da Fiore: attualità di un profeta sconfitto”, ha riproposto la figura e il pensiero dell’ abate al pubblico contemporaneo, mettendo in relazione la sua voce profetica con grandi autori del nostro tempo quali Walter Benjamin, Ernst Bloch, Sergio Quinzio e Karl Lowith.

Una figura poliedrica, quella di Gioacchino da Fiore, abate, teologo,  esegeta e filosofo che ha cambiato il volto della teologia medioevale. Fulcro della sua dottrina l’unità divina e la trinità, la concordia storica e il tempo futuro dello spirito. Visioni che nascono da un accurato studio delle scritture e che hanno dato vita anche a suggestivi modelli grafici contenuti nel suo Liber Figurarum. Tra tutti citiamo il Drago a sette teste e  I tre cerchi trinitari. Gioacchino scriveva, predicava e si dava penitenze. Componeva mosaici e forse faceva miracoli.

Una figura, quindi che non poteva non ispirare artisti ed intellettuali passati e contemporanei.

E il pubblico di Home for Creativity ha avuto un assaggio di questa contaminazione tra antichità e modernità sia con l’esposizione di  due arazzi di inestimabile valore, provenienti dall’atelier della Scuola tappeti Caruso di San Giovanni in Fiore, riproduzioni fedeli delle tavole “Albero Aquila” e “Draco Magnus et rufus” presenti nel Liber Figurarum del profeta calabrese; sia grazie alla straordinaria testimonianza di Fabiola Giancotti, ricercatrice, scrittrice, film maker, art curator ed editor, autrice di saggi e ricerche intorno all’arte russa e a quella europea del Novecento, regista del film “Gioacchino da Fiore e Vassily Kandinsky: lo spirito e l’astrazione”, che ha ripercorso le sfumature di significato e le impensabili analogie che intercorrono tra questi due grandi artisti di epoche diverse.

Ancora arte poi, con il suggestivo reading affidato alla maestria dell’attore Enzo de Liguoro, che ha interpretato dei brani tratti da alcune opere dell’abate. Ed infine un riferimento al territorio, con l’intervento dell’architetto e paesaggista Walter Fratto, che ha ripercorso il cammino dell’abate, facendo rifermento a delle immagini che ritraevano luoghi e situazioni visitati e vissuti per arrivare a definire la prima edizione delle Camminate Gioachimite del 2015. In seguito, Eugenio Attanasio, regista del docufilm “Il cammino di Gioacchino” ha descritto il suo lavoro incentrato sulla figura dell’abate e Alfredo Granata, artista visivo di Celico, ha offerto una visione dei luoghi che diedero i natali all’abate, che oggi ospitano comunità di artisti contemporanei.

Insomma, un meraviglioso viaggio sulle orme del misticismo, della spiritualità e della ricerca artistica, tra presente e passato in una cornice davvero unica. Segni di una Calabria che sta rinascendo e sta riacquistando il suo carattere di terra dalla forte connotazione artistica e culturale, fucina di menti dal grande genio che seppero fare scuola attraverso i millenni. Tutte premesse più che valide per costruire il futuro della nostra regione. Futuro inteso non come parola astratta e lontana dall’oggi, ma come momento attuale in cui iniziare ad agire, proprio come sta accadendo ad Home for Creativity. (L’immagine è stata scattata da Walter Fratto).

Angela Rubino

“Eretico Tour”, da Amantea parte l’imponente ondata di spirito di rivalsa che si riappropria della Calabria

Una giornata piovosa e ricca di sorprese quella di sabato 16 gennaio. Una giornata che grazie all’Eretico Tour, partito dall’hotel “La Tonnara” di Amantea, rimarrà nella mente e nel cuore di quanti, come me hanno preso parte all’evento, facendo di tutto per esserci.

La partenza dell’iniziativa, ideata dal blog Ereticamente, mi emozionava e non volevo mancare assolutamente, certa che sarebbe stata l’ennesima occasione (da quando frequento gli imprenditori eretici) per respirare quell’atmosfera intrisa di energia positiva, che tanto giova al percorso che ho intrapreso e voglio implementare.

Non avrei mai creduto che la convocazione per un nuovo incarico lavorativo avrebbe potuto sconvolgere l’organizzazione logistica di quella giornata, ma così è stato. La chiamata per una supplenza in un liceo, ha rischiato di far saltare il mio appuntamento, ma per fortuna non è successo e, grazie all’aiuto degli eretici, ho potuto sedere anche io in platea.

Il piacere di aver ottenuto un lavoro ben retribuito che durerà per i prossimi cinque mesi, non ha scalfito nemmeno lontanamente la gioia di entrare in sala e incrociare gli sguardi di persone amiche e quelli di altre, tutte da scoprire. Quelle storie, quelle immagini proiettate al maxi schermo, quelle frasi intrise di emozione, forza e determinazione, pronunciate in quella sala, mi hanno fatto sentire subito a casa e mi hanno caricata di una grande energia e voglia di fare, più di qualunque contratto stipulato con un ente qualsiasi, che molto spesso è sinonimo di un lavoro che non senti pienamente tuo.

Spesso, questi contratti ti rubano la vita, ti gettano in un sistema sterile, che si serve di te finché ne ha bisogno e poi ti getta in una sorta di limbo, rendendoti depresso e convinto di non valere mai abbastanza.

Essere un imprenditore eretico, significa essere padrone del proprio destino e delle proprie scelte, a partire dal luogo in cui si sceglie di vivere. Per tutti noi, che abbiamo vissuto l’esperienza di Amantea, la scelta è ricaduta sulla Calabria, la terra che tutti portiamo nel cuore e sulla quale finora si è scommesso troppo di rado.

Coordinati da Massimiliano Capalbo, ideatore dell’iniziativa, co-fondatore di Orme nel Parco e autore del fortunato volume “La terra dei recinti”, gli interventi degli imprenditori eretici si sono protratti per tutta la mattinata, tenendo incollato alle sedie un pubblico attento ed emozionato. Denominatore comune delle loro relazioni, la ferma convinzione di trovarsi in una terra che ha tutte le carte in regola per essere la culla del loro futuro. Non in termini romantici, come qualcuno può pensare, ma concretamente, come luogo su cui investire le proprie energie per ricavarne di che vivere.

Stefano Caccavari, con la storia del suo Orto di Famiglia è stato il primo imprenditore eretico a prendere la parola. Dopo di lui,  Nadia Gambilongo ha parlato dell’importanza del rispetto degli spazi urbani, che lei, con l’associazione I Giardini di Eva, contribuisce a valorizzare facendosi istituzione. Una storia di amore e rispetto per l’ambiente è stata anche quella raccontata da Lucia Parise, dell’associazione Erbanetta, reduce dalla straordinaria esperienza di “Ambientiamoci”, l’iniziativa che nel dicembre scorso, ha acceso i riflettori sulla salvaguardia e la valorizzazione della Grotta delle Palazze di Mendicino. Ivan Arella, dell’associazione “La Piazza”, ha invece parlato del Cleto Festival, il magico evento che, con finanziamenti propri, ha riportato in vita il suggestivo borgo di Cleto, facendolo brillare di una luce nuova, attraverso un ricco calendario di eventi culturali ed artistici che si svolgono nel mese di agosto. Una vera e propria sfida che è divenuta ormai un appuntamento di rilievo nel panorama culturale calabrese. E di sfida parliamo anche quando ci riferiamo all’eresia di Deborah De Rose, che da giovane avvocato è divenuta un punto di riferimento concreto per artisti, creativi e per tutti coloro che vogliono mettere in campo il proprio saper fare, con il suo spazio “Interazioni Creative”, che ha sede a Cosenza. Il mosaico di luci che ha dato l’avvio all’ Eretico Tour si è composto anche della tessera luminosa di Home For Creativity, il rivoluzionario progetto di accoglienza ideato da Roberta Caruso, che a Montalto Uffugo, fa accoglienza basandosi sui principi della share economy. Ancora un altro suggestivo borgo calabro è stato rubato alla desolazione dello spopolamento, grazie al progetto eretico di Rosa Maria Limardi, che ha descritto la sua idea “Jacurso da vivere e imparare”, grazie alla quale, da anni riesce a promuovere i valori, le tradizioni e la storia di quei luoghi, trasformandole in valore. Una storia che ricorda quella di Nido di Seta, la cooperativa agricola attiva non molto lontano, nel piccolo agglomerato di San Floro, dove Domenico Vivino e Miriam Pugliese hanno fatto rifiorire l’antica arte della seta, un tempo alla base dell’economia dell’intera regione, trasformando in valore un mondo fatto di tradizioni e pratiche lavorative ancestrali legate al nostro millenario passato.

Sembrerebbe tutto qui, ma così non è. Gli eretici che hanno preso la parola durante la mattinata, sono solo una piccola parte di tutti quelli nascosti nei meandri di questa splendida terra di Calabria. Ne è riprova il fatto che tanti di loro sono emersi nel pomeriggio. Alcuni con storie di percorsi concreti già intrapresi, e altri con racconti di progetti altrettanto meravigliosi che sono in itinere e lì, tra menti affini ed animi tenaci, hanno trovato quella spinta in più che serve per far fronte all’asprezza di un tessuto sociale fatto di diffidenza e luoghi comuni che parlano di atavica apatia.

Ostacoli che il cammino in Calabria porta con sé, ma che, sono sicura, non riusciranno a fermare l’imponente ondata di spirito di rivalsa rappresentata da questi eretici.

Angela Rubino

 

 

 

“Animas, nido di seta”, quando l’arte antica diviene simbolo di dialogo tra presente e passato e tra anime affini

Il passato come prezioso emblema di una vita che, nel suo mutare diviene qualcos’altro rispetto alle origini, ma che non può prescindere da esse. In sintesi, è questa la mia idea della storia e di tutto quello che ad essa si lega, come le tradizioni, gli usi, i costumi.

Le origini sono quel qualcosa da cui tutto ha inizio, quel qualcosa che può spiegare il perché di tutto ciò che, nei millenni, è stato reiterato più e più volte, fino a divenire parte integrante della vita di intere comunità. Dunque il passato è il fondamento della nostra esistenza e se non si cerca di conoscerlo e comprenderlo, si rischia di vivere senza la piena consapevolezza del proprio presente, come se il senso profondo di ciò che ci circonda non esistesse e tutto non avesse un senso ben preciso.

Passato e presente, dunque, sono due dimensioni che devono coesistere e mescolarsi perché ci sia il giusto equilibrio dentro e fuori di noi.

Questo equilibrio, insieme al fascino dei rituali antichi del mondo femminile, rivive nell’opera “Animas, Nido di Seta”, dell’artista sarda Jole Serreli, un’installazione in concorso alla VII edizione del Premio Internazionale Limen, nella sezione “Giovani artisti italiani e contemporanei”, curata da Lara Caccia.

La mostra, ospitata all’interno del suggestivo Complesso Valentianum, sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia, si è aperta lo scorso 19 dicembre e si protrarrà fino al 14 febbraio 2016.

Volontà dell’artista è stata quella di creare la sua installazione con dei filati che ricordassero le tradizioni del luogo. La scelta è stata inevitabilmente la seta, la cui lavorazione è un retaggio della dominazione bizantina.

La diffusione di quest’arte in Calabria risale al VI secolo e da subito essa divenne una delle attività principali per l’economia della regione, giungendo ad alti livelli di qualità.

Tra le città calabresi, Catanzaro si distinse per la straordinaria pregevolezza dei tessuti prodotti. Una caratteristica che le procurò fama e gloria in tutta Europa.

Proprio dall’hinterland di Catanzaro, più precisamente da San Floro, giunge il prezioso filato di cui si compone l’opera della Serreli. Così come l’artista ha coniugato nella sua installazione il linguaggio rappresentativo dell’arte contemporanea e quello legato ai tratti salienti del passato, a San Floro si realizza la mescolanza tra presente e passato, mediante la scelta coraggiosa di tre giovani che hanno scelto di ritornare ai valori delle tradizioni. “Nido di Seta” è la Cooperativa Agricola creata da Domenico Vivino, Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato, che hanno ripreso la filiera della seta, dalla gelsi bachicoltura alla creazione e tintura dei tessuti.

Un connubio perfetto quindi, tra anime affini che riconoscono nei riti ancestrali del passato, una realtà preziosa, da celebrare ed omaggiare. Anime che vedono nel ritorno al passato un valore e non uno sterile rimpianto; una spinta propulsiva al cambiamento che si attua con piena coscienza di sé e della comunità a cui si appartiene, non un’immobile rappresentazione di ciò che era.

Jole Serreli è un’artista profondamente legata al mondo delle origini, che da lei viene esplorato e mutato nella misura in cui la sua ispirazione e la sua tecnica artistica lo richiedono. L’opera “Animas, nido di seta” si nutre di un linguaggio nuovo, la cui elaborazione nasce dal profondo legame con un’arte millenaria.

Il progetto “Nido di Seta” nasce dall’intimo sentimento di appartenenza alla terra di Calabria e diviene la spinta al cambiamento, l’esempio di uno sviluppo possibile a partire dalle attività profondamente legate all’identità del territorio.

In conclusione, ciò che siamo è frutto di un percorso pregresso e per divenire davvero consapevoli del nostro presente e per attuare un cambiamento, è necessario conoscere questo tratto di un viaggio che magari non abbiamo compiuto personalmente, ma che è comunque parte di noi.

 

Angela Rubino   

“Altrove”, Catanzaro cambia volto con la forza del talento che si esprime

Ho più volte parlato di cultura calabra riferendomi al genio dei nostri avi, questa volta invece voglio volgere lo sguardo al presente e se parliamo di presente non possiamo prescindere dal considerare l’enorme complessità della situazione attuale. Parlo di quel grosso cumulo di delusioni e del crollo di ideali che hanno interessato soprattutto la mia generazione e quella dopo, contribuendo, assieme ad altri fattori, allo stato di apatia che sta dando il colpo di grazia ad un territorio già martoriato dal’incuria, dalla mancanza di una gestione politica oculata e dall’indolenza dei cittadini.

Questo è il triste quadro del nostro presente e questo scenario conferisce maggior valore alla potenza espressiva dell’artista e alla caparbietà di coloro che vogliono il cambiamento.

Per fortuna, infatti, quel folto velo di pigrizia e rassegnazione che sembra avvolgere la nostra società, si sta squarciando grazie alla capacità di guardare oltre di molti artisti, intellettuali, nuovi imprenditori. Per me essi rappresentano i pilastri di una società, che si forma su basi del tutto diverse e più autentiche rispetto a quelle illusorie che reggono i rudimenti di questo sistema ormai allo sfascio.

Catanzaro, in questi giorni, è stata un esempio eloquente di come un gruppo di giovani artisti possa contribuire con le proprie forze a ridare vita agli spazi e al tessuto sociale con la sola forza della propria volontà e del proprio talento. Il loro progetto di chiama “Altrove” e la sua forza espressiva è divenuta tale da non poter più essere ignorata o passare in secondo piano. Un centro storico dal passato millenario, ridotto alla stregua di una città fantasma ha potuto rivivere grazie alla spinta propulsiva dell’arte, nel periodo compreso tra il 19 dicembre e il 2 gennaio, con un calendario fitto di eventi che hanno saputo coniugare il presente e il passato della città, dando spazio alla suggestione del linguaggio dell’arte contemporanea in tutte le sue forme.

“Altrove” è un progetto che si realizza già da due anni, nella città di Catanzaro ed ha l’obbiettivo di «dare ai luoghi una visione altra». Negli anni precedenti gli artisti sono intervenuti principalmente nelle periferie, con strepitose opere di street art che hanno ridato colore e vivacità ad angoli bui e nascosti. Quest’anno l’attenzione si è spostata al centro storico, con l’obbiettivo di «creare nuove visioni possibili degli spazi chiusi o abbandonati».

Teatro di questa nuova avventura dal titolo “Eterotopia” è stato Palazzo Fazzari, lo storico edificio sito su Corso Mazzini che, dopo la chiusura del Circolo Unione, versa in uno stato di abbandono. La scelta di questo spazio è stata emblematica: quel luogo che in passato divenne uno dei simboli di cambiamento del volto della città, secondo i canoni architettonici post-unitari, è diventato spunto per una visione nuova che si espleta secondo i canoni del linguaggio contemporaneo.

Lo storico Palazzo ha così riaperto le sue sale, divenute teatro di un suggestivo viaggio alla scoperta di codici espressivi nuovi. Installazioni, opere di video art, pannelli pittorici, performance di danza e teatro, proiezioni, dibattiti sulla storia cittadina, workshop e diverse serate all’insegna di musica e gastronomia, hanno animato per tutta la durata della manifestazione gli spazi interni e quelli esterni di Palazzo Fazzari, dando notevole impulso alla vivacità della città. Gli artisti che hanno esposto sono Borondo, Edoardo Tresoldi, Sbagliato, Canemorto, Jacopo Mandich.

L’evento si è concluso il 2 gennaio. Ma il viaggio nei meandri dell’arte contemporanea proseguirà anche oltre, con lo Spazio Altrove. Sito al piano terra di Palazzo Fazzari, durante la durata dell’evento, esso ha ospitato le opere di Alejandro Garcia, Ehab. H. A. Kher, Angelo Jaroszuk Bogasz e Matteo Sainato. Dal mese di febbraio, esso si proporrà come luogo d’incontro e scambio di visioni ed opinioni tra gli avventori di quella che non vuole essere soltanto una galleria d’arte, ma «luogo vivo e di sperimentazione». Lo Spazio Altrove rimarrà fruibile per un periodo di almeno due anni e sarà uno spazio culturale originale nel cuore del centro storico cittadino.

“Altrove” diviene un esempio concreto di come si possa cambiare il volto di una città con la volontà di mettere in campo il proprio sapere. Questa è la cultura che anima la Calabria di oggi. È la forza di quei talenti che infrangono le barriere dell’indifferenza, della banalità, del materialismo e della schiavitù silenziosa di questo sistema, facendosi strada a fatica, ma con caparbietà.

Sono convinta che la forza di questo nuovo movimento culturale che nasce dal basso sia inarrestabile.

 

Angela Rubino     

 

“Ambientiamoci”, da Mendicino un forte segnale di sensibilità e rispetto del territorio e dei suoi tesori

Non la solita manifestazione, ma una giornata di vera e propria simbiosi con il territorio e tutto quello che esso può offrire in termini di natura e di splendidi scorci paesaggistici e poi con un’anima che silenziosa racconta una lunga storia, la nostra. Parliamo della terza edizione di “Ambientiamoci”, svolta il 13 dicembre a Mendicino (Cs); un evento ideato dal blog ereticamente.it, sponsorizzato dal parco eco-esperienziale “Orme nel Parco” e  organizzato da un gruppo di associazioni di Mendicino, capitanate da “Erba netta” nelle persone di Francesco La Carbonara e Lucia Parise.

Giunta alla sua terza edizione, “Ambientiamoci” è una mobilitazione dai tratti unici perché intende puntare i riflettori sulle risorse della nostra regione che rischiano di scomparire per vari motivi, ma lo fa mediante la presa di coscienza del loro inestimabile valore, prima di tutto e poi con il fare concreto di coloro che si impegnano in prima persona per cercare si salvarle. Quindi, come spiega Massimilano Capalbo co-fondatore di Orme nel Parco e ideatore del blog “ereticamente.it” «non si tratta di una manifestazione contro qualcuno che si ritiene sia colpevole dell’abbandono in cui versano i nostri tesori, ma un modo per assumersi la responsabilità della situazione, iniziando concretamente a prendersi cura delle preziose risorse del nostro territorio, dalle quali può partire la nostra rinascita».

All’edizione 2015 di “Ambientiamoci” hanno aderito oltre 40 tra enti ed associazioni e anche il Comune di Mendicino ha dato il suo sostegno. Il tesoro da salvare, questa volta era la Grotta delle Palazze, una cavità artificiale posta all’interno di un’area archeologica, resa unica dalla presenza di un affresco del 1500 che ritrae probabilmente il borgo di Mendicino. Secondo l’esperto di storia locale Domenico Canino, il dipinto fu commissionato da un nobile del luogo e probabilmente rappresenta una delle più antiche vedute di paesaggio italiano.

L’area su cui si trova la grotta possiede un fascino magnetico ed proprio qui che i partecipanti all’iniziativa hanno trascorso l’intera mattinata, che si è aperta con un’introduzione a cura degli organizzatori, per poi proseguire con una mostra fotografica e l’attesa visita della grotta. La piccola caverna, con il suo prezioso affresco, non mancano di destare sentimenti contrastanti di meraviglia, per la propria bellezza e indignazione, per l’incuria in cui giacciono, minacciati dalle infiltrazioni d‘acqua che rischiano da farli sparire per sempre.

Nel magnifico e a tratti magico bosco di querce intorno alla grotta, si è svolta la suggestiva performance teatrale dell’attore Enzo de Liguoro e della compagnia Soleluna, che hanno regalato ai presenti attimi di evasione e un viaggio nei meandri di uno straordinario processo di contaminazione tra arte e natura dai tratti unici.

Lo spettacolo è stato introdotto da una simpatica performance, curata da “I Giardini di Eva”, di Nadia Gambilongo, che metteva in scena una spirale di luce, con tanto di ghirlande e fiaccole color argento, per rendere omaggio al giorno di Santa Lucia. Sempre la stessa associazione ha curato anche l’iniziativa i “Pensieri di carta”, con gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Mendicino, che hanno adornato le querce con i loro pensieri sulla natura, scritti su fogli di carta di varie forme.

La prima fase della giornata si è arricchita anche per la presenza del geologo Carmine Nigro, che ha fornito una dimostrazione dell’attività di Geo Radar nell’area sottoposta a vincolo archeologico.

Un pranzo al sacco, all’insegna della condivisione e poi, nel pomeriggio, i partecipanti hanno potuto vivere nuove emozioni, questa volta grazie ai tesori storici, architettonici ed enogastronomici di Mendicino.

Grazie alla guida sapiente di Francesco la Carbonara, il piccolo borgo si è mostrato in tutto il suo magico incanto.  Piazza Duomo, il rione Castello, lo splendido Palazzo Campagna e la suggestiva Filanda Fiore Gaudio, sono state le tappe del trekking urbano che ha completato la giornata insieme alla degustazione della “Cuccìa”, una zuppa di cereali e legumi, tipica di Mendicino, da consumare nel giorno di Santa Lucia,  santa alla quale la comunità è molto devota.

Tutta la giornata è stata filmata dalla Tanto di Cappello Production di Maurizio Albanese, che curerà la realizzazione di un documentario da utilizzare per la promozione della raccolta fondi per il restauro della Grotta delle Palazze.

Questa è Calabria: natura che fa sognare, scorci paesaggistici mozzafiato, condivisione di cibi legati alla tradizione. Verrebbe da dire che i tesori non sono solo quelli che luccicano, ma anche tutte quelle cose che diamo per scontate e quanto ci sbagliamo a considerarle tali!

Angela Rubino                                                                                  

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