Cerca

calabrialanostracultura

Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Tag

storia

L’antico Tryoros e la ribellione del suo popolo che celebra i suoi “Bacchanalia 2200 anni dopo”

Il suo nome deriverebbe dal greco Tryoros, con riferimento ai tre monti che lo circondano e la sua storia è legata ad una serie di episodi storici leggendari. Parlo di Tiriolo, un paesino della Sila piccola catanzarese, un luogo magico che avvolge con le sue atmosfere d’altri tempi.

Per raggiungere Tiriolo bisogna salire su una collina che è posta sull’istmo di Catanzaro, il punto più stretto d’Italia da dove, eccezionalmente, è possibile ammirare in contemporanea i due mari che bagnano la Calabria: il Tirreno e lo Ionio. È in questi luoghi che avvenne la fondazione del borgo da parte di genti greche.

Dunque la magia di questo territorio parte dalla sua posizione geomorfologica e prosegue con la sua storia, che ci riporta addirittura all’era del neolitico e a quella del ferro, a cui risalirebbero alcuni reperti trovati in quest’area. Poi si passa alla leggenda. Secondo alcune ipotesi, infatti, il mitico Ulisse avrebbe fatto tappa in queste terre, durante il suo peregrinare verso Itaca. Infatti, gli abitanti dell’istmo di Marcellinara e quindi anche quelli di Tiriolo, si identificherebbero con il popolo dei Feaci, che aiutò Ulisse dotandolo di una nuova nave.

Era il 500 a.C. circa quando a Tiriolo giunsero I Brettii, che vivacizzarono quelle terre con il loro anelito di libertà ed indipendenza, un desiderio intenso che li spinse a dichiarare guerra ai propri dominatori: i Lucani e i Greci prima e poi i Romani.

Tiriolo fu teatro della battaglia tra le legioni del proconsole romano Crasso e i ribelli di Spartaco, ai tempi in cui quest’ultimo divenne famoso per essersi ribellato come gladiatore e diede vita ad una delle più grandi sommosse di schiavi della storia di Roma.

In epoca moderna, la storia della cittadina silana è quella di un borgo il cui dominio passò nelle mani delle più importanti casate dell’epoca: dai De Reggio ai Ruffo, passando per i Carafa e finendo con la casata dei Cigala, che mantenne il controllo della zona fino al 1610.

La storia di questa popolazione arroccata sulle colline, mostra ancora i suoi segni e dona a questi luoghi un fascino magnetico. Passeggiando per i vicoletti angusti del centro storico, si possono ammirare splendidi portali in pietra di sontuosi palazzi nobiliari adornati con suggestive maschere apotropaiche e antichi affreschi, che ne impreziosiscono gli interni. Salendo in cima al centro abitato, si raggiungono i ruderi del castello: un’antica fortezza del XII secolo che domina la vallata sottostante offrendo la vista di un paesaggio mozzafiato.

Di fronte al castello si può ammirare un altro suggestivo tassello dell’antica storia di questo luogo: un santuario risalente al XII secolo. Nato come luogo di culto basiliano, nel corso del XIV secolo esso venne dedicato alla Madonna della neve, patrona e protettrice di Tiriolo e alcuni secoli più tardi, nel XVIII secolo ha subito dei lavori di ampliamento che le hanno conferito l’aspetto attuale.

Ma a Tiriolo, i segni della storia sono racchiusi anche negli usi e costumi del luogo. Gli abitanti di Tiriolo sono accoglienti e la loro vita quotidiana è legata ad abitudini e pratiche che affondano le proprie radici in un passato millenario. C’è ancora chi si alza tutte le mattine e va a lavorare nel suo laboratorio dove produce antichi strumenti musicali, lavorando con perizia il legno. Oppure si trovano graziose botteghe con, nella parte anteriore, i prodotti da acquistare e in fondo i telai artigianali, che producono splendidi manufatti ispirandosi ad un’arte antica appresa dai greci. Famosi sono i “vancali”, scialli tipici indossati in passato dalle “pacchiane” e anche le “pezzarre”, tessuti a strisce utilizzati per decorare le pareti o come tappeti.

In questa suggestiva cornice, ormai da cinque anni, si svolge un evento davvero particolare, legato all’indole ribelle di questo popolo, il suo nome è “Baccanalia 2200 anni dopo”.

L’idea nasce dal fatto che, nel 1640, a Tiriolo venne rinvenuta una tavoletta in bronzo sulla quale era inciso il “Consultum de Bacchanalibus”, un provvedimento del Senato Romano che vietava le celebrazione dei culti di Bacco, prevedendo pene severe per i trasgressori dell’editto.

Per avere un’idea della faccenda, occorre sapere che i Bacchanalia erano originariamente delle celebrazioni mistiche in onore di Bacco (il dio Dionisio dei greci), che poi degenerarono in feste di carattere orgiastico, perdendo la loro connotazione religiosa. Ben presto rivelarono tutta la loro pericolosità, dal punto di vista morale e sociale ed indussero il Senato a vietarle.

Tuttavia, i rituali bacchici sopravvissero segretamente, soprattutto in Italia meridionale e pare che Tiriolo fosse uno dei centri di massima diffusione, come testimonia il ritrovamento della tavoletta di cui sopra.

Oggi, 2200 anni dopo, si vuole decretare l’assoluta trasgressione dell’editto del Senato romano e lo si fa con un evento che celebra l’identità storica e le peculiarità del territorio. Nel mese di agosto, il paesino si anima e regala emozioni intense grazie alle iniziative che compongono l’evento.

Quest’anno “Bacchanalia 2200 anni dopo” è iniziato fin dal mattino, proponendo un’escursione naturalistica a cura dei narratori territoriali di “Reventino Tourism in Progress”. Nel pomeriggio invece le celebrazioni sono entrate nel vivo della loro connotazione storico-artistica con la rievocazione del corteo nuziale di Bacco e Arianna. A sera, le degustazioni di vini e piatti tipici locali hanno deliziato i visitatori, allietandoli con le note dei concerti che si sono svolti, in contemporanea, nel cuore del centro storico e nella centrale piazza Italia.

L’evento, promosso dalla Pro Loco di Tiriolo, dalle associazioni “Chiave di Sol” e “Teura” e dal Comune di Tiriolo, ha il merito di attirare ogni anno centinaia di visitatori ai quali viene proposto un viaggio nel cuore antico di una Calabria che sa regalare emozioni intense con i suoi paesaggi, i suoi sapori, il sorriso della sua gente e i suoi legami con un passato affascinante. Tutto questo altro ancora è il nostro meraviglioso patrimonio, che va promosso e valorizzato perché dev’essere il motore principale dello sviluppo della nostra terra. (L’immagine, per metà tratta dal web, raffigura il dio Bacco dipinto da Caravaggio e un momento della manifestazione)

Angela Rubino

 

 

 

Racconto di uno “strummolo” in viaggio nel cuore antico di Squillace

Il sole di un’estate rovente e  i paesaggi mozzafiato di un luogo millenario dalle magiche atmosfere, hanno fatto da sfondo ad un’esperienza che senza dubbio resterà nella mia memoria, non solo perché ha contribuito ad arricchire le mie conoscenze sul magnifico borgo di Squillace, ma anche perché mi ha permesso di immergermi in una dimensione umana fatta di simpatici confronti e di sorrisi. Una dimensione in cui, in poco tempo, si è potuto imparare a conoscersi e a raccontarsi come persone e come cittadini della terra di Calabria, una terra ricca di contraddizioni, una terra da cui spesso bisogna allontanarsi e se non lo fai devi comunque lottare duramente per realizzare i tuoi sogni. E così, un gruppo fatto di turisti, di calabresi e di calabresi tornati per l’estate si sono ritrovati ad essere degli “strummuli” curiosi, guidati da Carmela Bilotto ed immortalati dall’obbiettivo di Maria Angela Rotundo. A queste ultime si deve l’organizzazione del “Trekking Urbano a Squillace”, in quanto componenti dell’associazione “Route 106 – your travel experience in Calabria” insieme a Patrizia Gallelli . L’iniziativa si è svolta in occasione della seconda edizione del Teatro Festival “Innesti Contemporanei”, che ha avuto come location principale il Castello Normanno di Squillace.

La “Route 106” è una bellissima realtà che ha incrociato il mio cammino mesi fa, in occasione di Rivelazioni Calabre. Ero quindi molto curiosa di vestire i panni dello “strummolo”(è così che le ragazze amano definire i viaggiatori della terra di Calabria), partecipando ad una delle loro escursioni. Devo dire che durante l’iniziativa, queste ragazze riescono a trasmettere appieno la passione che anima il loro percorso e l’intento alla base della loro mission, che è quello di diffondere la conoscenza della bellezza della terra di Calabria, raccontando la sua storia, le sue calde atmosfere e anche denunciando, quando è necessario, lo stato di abbandono in cui versano le tracce del nostro passato.

La denominazione dell’associazione è legata alla statale ionica 106, una strada tristemente nota e nello stesso tempo quella che può condurre, attraverso borghi, fiumare e coste, alla riscoperta della Calabria. «Il nostro intento – spiegano le ragazze – è quello di superare, tramite l’esperienza del viaggio, tutti i pregiudizi legati a questa strada e alla nostra terra, consapevoli che, solo mediante il contatto diretto è possibile calarsi nella quotidianità della Calabria».

Il piccolo viaggio compiuto lo scorso 29 luglio è iniziato con il racconto delle origini di Squillace, la cui fondazione è legata all’antica Scolacium. Infatti, quando la vita sulle coste divenne troppo difficile per le continue incursioni dei Saraceni, anche gli abitanti della cittadina romana si ritirarono sulle colline e nel VI – VII secolo dopo Cristo, fondarono Squillace. Questo spiega la posizione del borgo, che sorge a 344 m sul livello del mare e domina l’omonimo golfo.

Le suggestive tappe del percorso sono state la Cattedrale dedicata all’Assunta, ricostruita dopo il sisma del 1783, sulle fondamenta di un edificio del 1096 e poi l’incantevole Chiesetta Gotica, risalente ad epoca sveva-federiciana di manifattura tardo gotica, che per l’occasione ospitava le istallazioni delle artiste Silvia Puja e Teresa Zingarello, che si configuravano essenzialmente in fasci di luce in plastica trasparente che, dalle finestre della chiesetta, invadevano l’interno valorizzando gli spazi. La visita al Museo Diocesano e alla chiesa di San Matteo, risalente al XVIII secolo ed insolitamente decorata, sulla facciata, da cariatidi a seno nudo, forse simbolo di fertilità; hanno suggellato la prima parte del percorso, prettamente legata all’aspetto religioso.

Da quel momento in poi la nostra attenzione, come visitatori/strummuli, si è spostata sulle vie del borgo, deliziosamente decorate da splendidi portali in pietra. Non è mancata una capatina a quella che viene considerata da casa del grande Magno Aurelio Cassiodoro (483-580), un grande personaggio nato e morto a Squillace, un uomo politico che ricoprì la carica di primo ministro alla corte di Teodorico e di altri re Goti e che poi scelse di tornare nella sua città natale, dove fondò il Vivarium, nobile centro di studi e copiatura di antichi testi, passato alla storia come “prima università d’Europa” e poi il Castellense, centro di contemplazione e di preghiera.

Degna di nota anche la visita al più antico laboratorio artigiano della ceramica del borgo, dove ci è stata data dimostrazione dell’antica tecnica del graffito con cui i maestri vasai del luogo confezionano da secoli le loro creazioni. La presenza nel borgo di un’antica fornace risalente al 1600 dimostra quanto la millenaria arte della lavorazione della ceramica sia legata all’identità del borgo di Squillace, al punto da ottenere un valore d’eccellenza, per cui i maestri ceramisti del luogo hanno il diritto di applicare il marchio DOC sulle proprie creazioni.

Il castello Normanno di Squillace, maestoso maniero fatto costruire nel 1044 da Roberto il Guiscardo, illuminato da un suggestivo tramonto, ha suggellato il nostro viaggio. E così da strummoli siamo ridiventati tutti delle persone normali, ognuno col suo percorso di vita.

Ma i viaggi lasciano sempre qualcosa nella mente e nel cuore e dopo un viaggio niente sarà più come prima.

Angela Rubino

 

 

 

 

 

 

Racconto di un’affascinante avventura sulle “Orme dimenticate” della statua dal braccio di pietra

In questo articolo vi proporrò un viaggio nei meandri di una Calabria inesplorata, sebbene culla di una civiltà millenaria e terra straordinariamente ricca di testimonianze di quest’antico passato e ricca di valori profondi che diedero lustro alla nostra civiltà. Tutto questo mediante il racconto del volume “Orme dimenticate” (Laruffa Editore, 2016) di Silvana Franco, un’opera particolare, nella quale l’autrice racconta la sua grande passione per la terra di Calabria e per le escursioni ovvero vere e proprie avventure alla ricerca delle orme di quei popoli che caplestarono il suolo di Calabria millenni fa.

Silvana Franco è una persona straordinariamente semplice, animata da un amore profondo per le sue origini. Nata in Canada e trasferitasi in Calabria all’età di tredici anni, ha sempre portato nel cuore il grande fascino delle suggestive atmosfere dei borghi di Calabria: profumi, paesaggi, sapori che Silvana ha sempre ricercato nel suo percorso di vita. Ricerca alimentata anche dallo studio di materie come archeologia e antropologia culturale, che danno fondamento scientifico al valore del nostro patrimonio. “Orme dimenticate” dunque assume la dimensione di una sorta di diario, ricco di informazioni dettagliate dei molteplici siti visitati dall’autrice durante le sue escursioni. Un’opera che funge da guida preziosa per chiunque decida di incamminarsi lungo il sentiero della conoscenza di un territorio che merita finalmente di essere riscoperto.

Nelle zone più impervie a ridosso di molte cittadine calabre si trovano antiche grange, monasteri, vestigia di popoli la cui dominazione segnò per sempre il cammino della nostra civiltà. Grotte rupestri, antichi simboli che raccontano di un passato intriso di misticismo e spiritualità. Poi ancora antichi frantoi, mulini, aratri, torchi e palmenti a testimoniare l’identità profonda di una terra generosa, che sa donare e lo fa da millenni.

Durante i suoi avventurosi viaggi, Silvana ha anche appreso alcuni tratti di una cultura profondamente legata al rispetto dei padri e impregnata dei valori tramandati dal cristianesimo. Tratti che si evidenziano anche nella creazione di opere simboliche, come le curiose statuette di Satriano, poste sui tetti delle case e dei palazzi nobiliari, innalzate al cielo come a significare la loro sacralità e l’importanza dei valori a cui s’ispirano. Sono le “Statue col braccio di pietra”, dette “Ecce Homo” (Ecco l’uomo) oppure in dialetto “ecciomu”.

Questo curioso manufatto alto 70 cm e raffigurante un fanciullo con un braccio pietrificato, campeggia anche su alcuni monumenti come la Fontana Gattì. Il borgo a cui fare riferimento è Satriano, in provincia di Catanzaro.

Satriano è un insediamento i cui natali risalgono ai tempi della Magna Grecia, quando i Greci colonizzarono l’Italia Meridionale a partire dall’VIII secolo a.C. e fin da allora la sua vocazione è sempre stata legata al mare, con lo sviluppo di attività commerciali e all’agricoltura.  Stando a quanto rivela un documento del VI secolo d.C., ritrovato nell’Archivio Vaticano, il nome “Satriano” potrebbe risalire all’epoca bizantina.

La sua vita di feudo di rilevante importanza è ancora oggi testimoniata dall’esistenza di palazzi nobiliari, di eleganti portali, maschere apotropaiche e balconi barocchi floreali. Mentre i mulini e i frantoi sono segni evidenti della millenaria predisposizione all’agricoltura.

La leggenda della statua col braccio di pietra (raccontata a Silvana dall’architetto Francesco Suraci) risale all’Ottocento e narra che un tempo, un giovane si ribellò a suo padre arrivando addirittura ad alzare le mani contro di lui. In quello stesso istante, un angelo scese dal cielo e pietrificò il suo braccio per punire il grave gesto che egli aveva compiuto contro suo padre.

Da allora iniziò l’usanza di inserire negli edifici una piccola statua raffigurante un giovane con un braccio pietrificato. La statua venne chiamata “Ecce Homo” perché colpire il padre è come flagellare ancora il Signore.

Una leggenda che testimonia il fascino della nostra civiltà millenaria, di una cultura impregnata di valori semplici e profondi in cui si evidenziano gli influssi della religione cristiana. Un sistema di credenze, leggende e tradizioni in cui la religione diventa parte integrante della vita quotidiana e regola gesti ed usanze che divengono parte di un comune patrimonio.

La Calabria è anche questo e bisogna tutelare questo immenso patrimonio materiale ed immateriale.

Uno degli obbiettivi della divulgazione del volume “Orme Dimenticate” è anche e soprattutto quello di puntare i riflettori non solo sulla grande rilevanza dei siti descritti, ma anche sullo stato di degrado e di abbandono in cui versano. (Foto di Marisa Franco)

Angela Rubino

Riaprono le gallerie del San Giovanni, ma non dimentichiamo che la storia va cercata in fondo al tunnel

Di recente, la città di Catanzaro è stata scossa da un’ondata dilagante di passione per la storia cittadina. Protagonisti di questo processo, i cunicoli sotto all’antico maniero che un tempo dominava l’abitato.

Le gallerie sotterranee sono state aperte al pubblico, dopo aver subito degli interventi di ristrutturazione (forse un po’ eccessivi, ma la mia è una opinione da profana) e centinaia di persone provenienti non solo dalla città, ma anche dall’hinterland e da altre città della Calabria si sono precipitate a visitarle, affrontando ore di fila. Questa situazione si è protratta per giorni e le guide hanno descritto senza sosta la storia di quei luoghi e del Castello.

Vedere così tanta gente fare la fila per visitare uno dei monumenti storici della città mi ha stupita, in quanto sono abituata a fare i conti con una realtà che quasi ignora e a volte anche disprezza la propria identità storico-culturale, ritenendola spesso inferiore ad altre. Forse si cercava nelle gallerie quella magnificenza che finalmente potesse rendere Catanzaro degna del confronto con altre realtà, con le grandi città italiane citate nei nostri libri di storia.

Se è così, molti saranno rimasti delusi. Le gallerie sotterranee sono ambienti che accomunano tutti i castelli e da questo punto di vista, la città non mostra di possedere niente di così unico e magnificente.

I tratti unici della storia della città dei tre colli vanno ricercati nel suo passato attraverso lo studio delle fonti letterarie, archeologiche e anche attraverso i racconti dei più anziani, testimoni di epoche senza dubbio difficili, ma anche di antiche bellezze e stili di vita che donavano fascino e magia ad una città vittima di una costante, barbara e cieca spoliazione del suo patrimonio architettonico, storico e anche culturale. Proprio a causa di questo processo, che è andato avanti grazie all’impassibile indifferenza della maggior parte della cittadinanza, oggi la città è priva di tutta una serie di tracce tangibili che potrebbero essere simboli cardine del suo passato.

Come spesso ho scritto, la storia di Catanzaro mostra tratti di eccellenza, se si pensa agli antichi fasti della nobile arte della seta. Poi ancora stupisce ad affascina il viaggio nelle origini greco-bizantine della città e ancora la dominazione araba e poi il susseguirsi delle varie egemonie, fino a giungere all’epoca moderna. Un lungo percorso che ha visto Catanzaro distinguersi per vicissitudini locali o per il suo contributo alla storia e alle vicende italiane. Di tutto questo non c’è traccia nei libri di scuola e nemmeno per le strade della città. Diventa quindi difficile recuperare una forte consapevolezza dell’identità storico-sociale collettiva e l’orgoglio di appartenere ad una città che mediocre non lo è mai stata, ma lo è diventata grazie anche alle scelte della sua classe politica.

Fatte queste premesse, vorrei rivolgere l’attenzione alla storia del Castello di Catanzaro, un racconto che può divenire lo specchio della complessità storico-sociale del popolo della città dei tre colli.

L’autrice Modesta De Lorenzis ne traccia un profilo esauriente ed affascinante nel secondo volume della collana “Notizie su Catanzaro” dove si racconta che, con tutta probabilità, esso venne eretto nel 1060 da Roberto il Guiscardo, il quale nel prendere tale decisione, tenne conto della notevole importanza strategica «sia per effetto del sito naturalmente inespugnabile, sia per  la sua centralità rispetto alla Calabria».

La De Lorenzis però sottolinea anche che proprio per via della naturale predisposizione della città a porsi come una roccaforte difensiva, è probabile anche che i normanni, al loro arrivo, abbiano trovato in quello stesso sito un’altra zona fortificata o un altro castello che il Guiscardo fece poi ingrandire e migliorare. Questo perché la città fu fondata verso la fine dell’800, prima della venuta dei Normanni, da popolazioni di origine greco-bizantina in fuga dalle coste a causa delle scorrerie saracene. Un fatto questo che apre la via a tutta una serie di analisi e riflessioni sulla matrice greca dell’identità del popolo catanzarese, caratteristica che non si limitò al solo periodo di dominazione bizantina, visto che il processo di latinizzazione iniziato con i Normanni avvenne in modo lento e graduale.

C’è poi da considerare che «già nel 906  i Saraceni avevano preso di notte Catanzaro depredandola – scrive ancora la De Lorenzis -. Inoltre dal 922 al 937 la città era diventata centro del Principato musulmano di Calabria e i Saraceni rimasero in città, con interruzioni, fino al 985».

«E se è vero (come sembra) – si legge ancora nel volume citato – che i Saraceni si trattennero in città per circa un secolo, niente di più facile che il primo castello di Catanzaro sia stato una costruzione o un rifacimento arabo».

Addirittura, «il prof. Guglielmo Braun affermò che il nome di Catanzaro se fosse derivato da voci orientali poteva significare “piccolo castello” (Katan zoor o Catazar).

La vita del castello di Catanzaro proseguì fino al 1461, anno in cui la città fu scossa da un’aspra lotta contro il conte Antonio Centelles. Il castello divenne allora il simbolo della tirannide e della vessazione all’arroganza dei feudatari e venne distrutto a colpi di cannone. La lotta per la libertà costò cara alla città e un intero quartiere venne incendiato. Oggi esso porta il nome di rione “Case arse” e si estende proprio ai piedi del castello o di ciò che ne rimane.

Con le pietre del muro crollato i catanzaresi edificarono la chiesa di San Giovanni e parte del convento dell’Osservanza. Nei secoli successivi si cercò di evitare in tutti i modi che il castello fosse ricostruito e la città conservò lo status di Regio Demanio, dipendendo direttamente dal re, senza essere governata da alcun feudatario.

La funzione del castello divenne decorativa. Come racconta la De Lorenzis «nel 1831 esso veniva chiamato “Forte di San Giovanni” e in esso erano postati i cannoni che sparavano a salve durante le feste».

Questo fino al 1868 quando, in osservanza del piano regolatore studiato dall’Ing. Manfredi, si decise di demolire gran parte del castello per facilitare l’ingresso alla città.

Una decisione che Lenormant descrisse così: «la sparizione del castello è tanto più spiacevole quanto più si rifletta che era il solo monumento di Catanzaro ricordante il suo passato medievale».

La distruzione del castello è indicativa di un atteggiamento di totale noncuranza verso il patrimonio storico-archeologico della città, che oggi si presenta come un luogo anonimo e privo o quasi di tratti significativi del suo affascinante passato.

Un passato che va assolutamente riscoperto e valorizzato, per opporsi ad ogni squallido ed incomprensibile tentativo di cancellazione per fare spazio a strutture e atteggiamenti culturali che emergono solo per fare spazio agli interessi di ristrette élite di moderni signori.

La storia di Catanzaro è un avvincente caleidoscopio di vicissitudini le cui tracce vanno ricercate prima nei libri e poi sul territorio. Quindi non soffermiamoci soltanto ad ascoltare il clamore di eventi scenografici (a cui va pur sempre il merito di tenere viva l’attenzione verso la storia locale), ma andiamo oltre, visitiamo i musei, i siti archeologici, presenziamo agli eventi culturali e soprattutto riscopriamo l’orgoglio di appartenere ad una terra culla di arte, storia e cultura ed opponiamoci ad ulteriori tentativi di cancellazione dei resti della nostra storia.

(Immagine tratta da: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/catanzaro/provincia.htm)

Angela Rubino

La seta e la suggestione della sua eccellenza raccontata e vissuta con un laboratorio di teatro sensoriale

Il mio meraviglioso percorso di collaborazione con la Cooperativa Nido di Seta, che a San Floro, piccolo paese dell’hinterland catanzarese, ha ripreso l’antica arte della lavorazione della seta, mediante l’intera filiera che va dalla gelsi bachicoltura alla realizzazione di preziosi manufatti tessuti e colorati con tecniche tradizionali, prosegue e matura di anno in anno. La nascita della mia associazione “CulturAttiva”, che si propone di diffondere la conoscenza della storia e della cultura locale mediante iniziative che raccontino il territorio da vari punti di vista e con diversi linguaggi, ha fatto si che anche il progetto didattico “Baco da seta”, realizzato insieme ai ragazzi di San Floro, si arricchisse di nuovi spunti per affascinare e coinvolgere sempre di più i piccoli destinatari dell’iniziativa.

Il progetto didattico “Baco da seta”, che sta per partire nella sua “edizione 2017”, nasce già alcuni anni fa ad opera della Cooperativa “Nido di seta” ed il suo fine è quello di diffondere la conoscenza della storia locale e, nello specifico, dell’antica arte della seta. Per sottolineare maggiormente l’immenso valore che questa attività ebbe per Catanzaro, soprattutto nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intero territorio, si è pensato di creare un itinerario che conducesse i ragazzi nell’antica città della seta, riproponendo simbolicamente ai visitatori lo stesso percorso che la seta svolgeva in passato. Così è nata la collaborazione con la Cooperativa rispetto a questo importante progetto.

Il punto di partenza di questo straordinario viaggio nelle nostre radici è San Floro dove oggi, proprio come accadeva in passato, si produce la seta greggia, si alleva il baco e si coltiva il gelso. Qui, con la preziosa guida di Domenico Vivino, Giovanna Bagnato e Miriam Pugliese, i ragazzi visitano il suggestivo Museo didattico della seta, per poi immergersi in una suggestiva cornice rurale, visitando l’immenso gelseto e l’allevamento dei bachi per poi scoprire come avviene il magico processo della trattura della seta. Dopo pranzo il percorso prosegue alla volta della “città della seta”, ovvero il luogo dove un tempo convergeva il prezioso filato per essere tessuto nelle numerose filande cittadine. Qui io conduco i ragazzi lungo i vicoletti angusti del cuore antico della città, raccontando loro di quando genti greche diedero vita alla città e vi portarono i loro usi e costumi, tra i quali la nobilissima arte della seta. Quest’anno il racconto verrà avvolto dal mistero in quanto, a tratti, si farà viva una donna sconosciuta che narrerà vicende della sua vita legate alla magia della seta. La sua presenza si farà sempre più incisiva, culminando nella suggestiva esperienza del laboratorio sensoriale “Dal baco alla trama”.

La grande novità di quest’anno si riallaccia, infatti, al lavoro di una grande artista, l’attrice Emanuela Bianchi, straordinaria interprete del fortunato monologo teatrale “Lamagara”. Ciò che collega il suo lavoro a quello di “CulturAttiva” e “Nido di Seta” è la volontà di raccontare la storia di una terra millenaria e misconosciuta, le cui eccellenze sono state per secoli taciute o sminuite.

Al fine di lasciare una traccia indelebile nella memoria dei ragazzi che prenderanno parte al progetto, si è pensato di proporre loro un  laboratorio di teatro interattivo e sensoriale. «L’esperienza sensoriale – spiega l’attrice – è una forma di teatro contemporaneo che prende avvio dall’idea che il gioco sia lo strumento ideale non solo per sviluppare la creatività, ma anche per garantire una modalità di apprendimento più veloce e diretta. Il percorso sensoriale si avvale dell’uso della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto e del gusto per realizzare drammaturgie attive ed interattive e rendere protagonisti attivi coloro che solitamente sono considerati solo spettatori passivi».

Durante il laboratorio, dunque, i ragazzi diverranno parte attiva nelle diverse fasi della lavorazione del prezioso filato: alcuni diverranno piccoli bachi da seta, alcuni saranno contadini artigiani, altri orditori e altri ancora tramatori. «Il tessuto che essi creeranno – spiega la Bianchi – rappresenta l’insieme di relazioni tra uomo e natura e tra gli uomini della stessa comunità. Senza relazioni e senza cura delle relazioni nessun disegno può essere realizzato».

Il progetto didattico “Baco da seta” è un esempio tangibile di come lavorando insieme, ognuno con la propria professionalità, sia possibile realizzare delle iniziative fondate sulla valorizzazione della nostra storia, un immenso bacino di leggende, di eccellenze, racconti, tradizioni le cui tracce sono ancora incise nel nostro presente e la cui eco chiede solo di venire alla luce per realizzare quel tanto atteso cammino di rinascita della nostra terra.

Angela Rubino

“I Maccaturi”: quando arte, storia e folclore di Calabria affascinano ed ispirano artisti da tutto il mondo

 

L’ho chiamato “Contaminazioni” il mio contributo ad un progetto artistico coinvolgente ed emozionante, che affonda le sue radici nell’attaccamento alla terra di Calabria, ad un focolare fatto di affetti sinceri, di profumi, di atmosfere che segnano l’anima e da essa rinascono, in forma di ispirazione artistica. Il progetto si chiama “I Maccaturi” ed è stato promosso da Adele lo Feudo, pittrice e performer di origine calabra, residente a Perugia e da Gianni Termine, fotografo, anch’egli calabrese; entrambi portano la Calabria e i suoi scenari nel cuore e un bel giorno decidono di mettere in pratica ciascuno la propria arte, per creare qualcosa di unico. Il progetto consiste in una mostra e in un volume che da essa è scaturito. L’esposizione è composta da oltre 150 opere ed ha coinvolto circa 107 artisti provenienti da tutto il mondo.

L’idea è partita quando Gianni decide di donare ad Adele alcune sue foto. Lei, colta dall’ispirazione, le riproduce e le reinterpreta su dei pezzi di tessuto di seta grezza (forniti dalla Cooperativa “Nido di Seta”, che opera a San Floro e ha ripreso la filiera della gelsi bachicoltura), creando un racconto fatto di immagini, il cui epilogo è un richiamo alla speranza, legato al ricordo indelebile della propria terra e ai suoi affetti più cari.

Alla rete va il merito di aver diffuso abbondantemente la notizia di questa idea e ancora una volta Facebook diviene il mezzo attraverso il quale si crea una rete di centinaia di artisti che decidono di  aderire all’iniziativa, realizzando un proprio “maccaturo”, ognuno con la propria tecnica.

Il progetto scaturito da questo piccolo seme iniziale ha dato vita ad una mostra itinerante, che è partita da Catanzaro, dove è stata ospitata presso la deliziosa sede dell’associazione Mo.d’à e proseguirà in Calabria, toccando Cosenza e altre cittadine del comprensorio.  A fare gli onori di casa nel capoluogo la presidente Antonella Gentile, che ha curato l’organizzazione dell’evento. Durante la serata, la storia dei due artisti ideatori dell’iniziativa, introdotti dal critico d’arte Alessandra Primicerio; la lettura di una poesia dialettale; le parole di Adele e Gianni e poi l’intervento di Miriam Pugliese e Domenico Vivino, di “Nido di Seta”, che hanno eseguito la trattura del prezioso filato dal vivo, facendo rivivere un processo che per secoli ha segnato la vita dei calabresi; ha sintetizzato l’essenza della terra di Calabria, creando un magico connubio tra presente e passato.

L’eco dei profumi, delle atmosfere, delle voci, dei suoni della nostra infanzia in questa terra dell’estremo sud, rivive anche nei termini del nostro dialetto, che riportano in superficie antiche emozioni, spesso legate a chi non c’è più. Come Adele, anche io resto legata al pensiero di un grande affetto che mi lega a mia nonna, ai gesti abitudinari del suo vivere quotidiano, nel quale il “maccaturo” trovava quasi sempre una collocazione materiale, oltre che lessicale.

Il termine “maccaturo”, significa fazzoletto ed era molto utilizzato nel dialetto calabrese arcaico. Esso deriva dal catalano “mocador” ed è legato al latino “muccus” (muco). Oltre a soffiarsi il naso, esso era utilizzato come accessorio in molte occasioni, arrivando ad assumere la funzione di simbolo in varie situazioni.

Esso copriva il capo delle donne che andavano in campagna o in chiesa la domenica ed era nero quando simbolizzava lutto. Gli uomini asciugavano, con il loro maccaturo, il sudore delle dure giornate di lavoro nei campi o ne usavano uno abbastanza grande per avvolgere e contenere il pranzo da consumare durante la pausa.

Il maccaturo di colore azzurro si sventolava al porto, per salutare i propri cari che partivano per terre lontane in cerca di fortuna.

Al colore era legata la forte simbologia di un accessorio intimamente collegato al floclore della nostra terra e alle varie situazioni che scandivano i momenti di vita dei nostri avi.

Il bianco caratterizzava il momento del matrimonio, ma era anche legato ad usi casalinghi e proteggeva in caso di malattie. Poi, il rosso con tutte le sfumature di colore, fino al marrone chiaro, simbolizzava disponibilità nelle ragazze in cerca di marito. Al contrario, quelle già “impegnate” indossavano un fazzoletto di colore bianco sporco o grigio chiaro.

Il maccaturo di colore blu con le sue sfumature si usava per comunicare qualcosa o dare una risposta, mentre al verde era attribuita la simbologia della speranza.

Infine, quello di colore marrone era legato alla devozione per la Madonna del Carmine e si indossava il mercoledì, il giorno della novena e in occasione della festa del Carmine, abbinando un abito dello stesso colore.

Il progetto “I Maccaturi” ha una grande valenza non solo artistica, ma storica e antropologica. Esso ha saputo donare una connotazione artistica ad uno degli elementi chiave della storia del costume tradizionale e del folcolore calabrese, rendendolo strumento di libera espressione da parte di più di un centinaio di artisti, che, con le loro opere, hanno rivisitato un pezzo di storia della Calabria.

Inoltre va evidenziato il significato della scelta dell’artista Adele Lo Feudo, di dipingere sulla seta, tessuto preziosissimo e simbolo chiave della vita quotidiana dei calabresi, che ne fecero per alcuni periodi l’elemento principale del loro benessere economico.

La scelta inconsapevole del titolo “Contaminazioni”, per la mia opera si è rivelata quindi azzeccata. Dipinto su lino (un’altra fibra che veniva prodotta e tessuta dai contadini calabresi), con la sua mescolanza di materiali e colori, può essere visto come simbolo di questa meravigliosa commistione tra arte, storia, cultura che si esprime in chiave individuale, mettendo a confronto tecniche e anime diverse, ma affini per sensibilità.

Angela Rubino       

 

Il mio ritorno a Scilla e la scoperta di un luogo surreale che entra nel cuore

Le Metamorfosi di Ovidio e l’Odissea di Omero descrivono Scilla come una ninfa marina e raccontano che, mentre faceva il bagno nei pressi di Zancle (odierna Messina), per gelosia, venne trasformata da Venere in un orribile mostro con, al posto delle gambe, sei teste di cane che latravano e lunghe code di serpente.

Oggi, quello stesso nome indica un luogo magico, una particolarissima cittadina affacciata sul tirreno reggino sulla Costa Viola, dove ero stata qualche anno fa, in inverno, ma in maniera frettolosa. Non avendo avuto modo di visitare il posto con calma, ho deciso di tornarci, così, zaino in spalla, eccomi raggiungere questo luogo, fulcro di storia e leggenda, in una giornata di mezza estate.

La scintillante vitalità della Marina Grande, con il suo lungomare; gli impianti balneari; i ristorantini caratteristici è stata la prima cosa a coinvolgermi e poi la spiaggia, molto suggestiva e racchiusa tra due costoni rocciosi, uno dei quali sovrastato dal suggestivo Castello Ruffo e il mare limpido e di colore cangiante, dal verde, al blu intenso, al viola. Infine, al di là dell’imponente maniero, ecco aprirsi ai miei occhi un altro posto incredibile: Chianalea (Piana delle Galee, con riferimento a delle caratteristiche imbarcazioni), l’antico borgo dei pescatori. Un luogo dal fascino unico e surreale, dove le onde del mare s’infrangono davanti agli usci delle case e le viuzze anguste offrono scorci unici proprio per la vicinanza del mare. Qui non circolano le auto, le stradine sono abbellite da piante caratteristiche e vasi fioriti che ornano i balconcini delle abitazioni. Il borgo è collegato da una parte al porto e dall’altra alla SS 18. La sua caratteristica più grande è il fatto che molte case sono costruite a ridosso del mare, proprio come a Venezia. È per questo che questa deliziosa località è stata definita “la piccola Venezia del sud”.

Passeggiando per le vie di Scilla e di Chianalea, si viene avvolti da un’atmosfera di quiete, nonostante si percepisca la vitalità della stagione turistica. È come se la tranquillità del quotidiano si mescolasse straordinariamente con quell’inquietudine che caratterizza la dimensione del turista. La gente del luogo è incredibilmente ospitale, lascia la porta di casa spalancata, nonostante il via vai di sconosciuti ed è propensa al dialogo e alla conversazione e, vi dirò di più, mi è sembrata felice di darmi indicazioni.

In questa dimensione di armonia tra esseri umani, che oggi sembra quasi un miraggio, anche i visitatori diventano solidali tra loro e propensi alla conversazione.

Dopo una breve sosta in spiaggia e un bagno rinfrescante, eccomi partire alla scoperta del territorio, ansiosa di realizzare un reportage fotografico delle meraviglie che si sarebbero dischiuse ai miei occhi. Così è stato. Salendo su per le stradine anguste e tortuose della Marina Grande, eccomi al Castello Ruffo.

Ora, è doveroso inquadrare dal punto di vista storico questo incantevole territorio.

La creazione del nucleo urbano denominato quartiere San Giorgio, che sovrasta l’area costiera, ebbe origine in epoca antichissima ad opera dei marinai e pescatori che popolavano la costa e che decisero di spostarsi sulle alture. Questa decisione fu dovuta alle continue incursioni dei pirati Tirreni, che dominavano incontrastati l’area dello Stretto e utilizzavano la rupe scillese come loro roccaforte ideale. I Tirreni furono sconfitti definitivamente dai Reggini, ma fino a quel momento, vedendosi ostacolati in quella che per loro era un’attività fonte di sostentamento, i pescatori scillesi decisero di vivere sulla montagna, praticando l’agricoltura e  la caccia.

La prima fortificazione di Scilla risalirebbe al V secolo a.C., all’epoca in cui a Reggio regnava il tiranno Anassilao. Da allora, la fortezza assunse un’importanza sempre maggiore. In tarda età magnogreca, essa venne denominata Oppidum Scyllaeum e in età romana subì un potenziamento che, insieme al suo porto, la trasformò in un efficiente sistema di difesa a supporto dei nuovi dominatori del Mediterraneo.

Visitando la fortezza ed ammirando il panorama mozzafiato che si gode dall’alto, è facile comprendere la sua importanza come baluardo di difesa e postazione di controllo dei vicini mari. Funzioni militari che la fortezza svolse inevitabilmente anche a partire dal 1060, quando Reggio fu assediata dai normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo.

Oggi, il maniero viene denominato Castello Ruffo perché, nel 1533, venne acquistato da questa importante casata, che ne fece la sua dimora baronale prima e, dopo l’ottenimento del titolo di principi, nel 1578, con opportuni restauri, lo trasformò in lussuosa residenza principesca.

Il suggestivo edificio è posto sul promontorio che divide la zona denominata Marina Grande dal grazioso borgo costiero di Chianalea e presenta una pianta irregolare con parti che risalgono ad epoche differenti. Tuttavia il complesso mantiene una configurazione abbastanza omogenea e conserva intatte le sue caratteristiche di presidio militare dotato di cortine, torrioni e feritoie.

Al suo interno l’edificio ospita il Faro della Marina Militare e un punto espositivo che informa, con il supporto di materiale fotografico e suppellettili, sulla ricchezza dei fondali marini sottostanti il castello, meta di sommozzatori ansiosi di esplorarli per godere della loro immensa bellezza.

Tutto è armonia in questo breve viaggio: il profumo del mare, gli scenari unici, le specialità gastronomiche, i sorrisi delle persone, che eccezionalmente, non sembrano stressate, ti accolgono, si soffermano ad ascoltarti, ti raccontano di sé, della loro storia, delle loro passioni. Tra queste conversazioni occasionali, non poteva mancare però il solito riferimento al furbetto di turno, che ottiene favori in cambio di sostegno politico. Storie che si riflettono nel tessuto cittadino e divengono il simbolo di un immobilismo dal quale la Calabria dovrebbe liberarsi per divenire davvero la terra dei sogni, un luogo meraviglioso per i suoi scenari e anche per la qualità della vita in ogni suo aspetto.

Angela Rubino  

 

A Catanzaro la porta e il convento di S. Agostino sono muti testimoni del passato … ma per quanto ancora?

Ripropongo ancora un altro racconto legato alle porte civiche della città di Catanzaro, firmato dallo storico Mario Saccà. Questa volta si parlerà della porta e del convento di Sant’Agostino, ma prima di immergerci nel vivo di questa storia, vorrei chiarire brevemente cosa erano e a cosa servivano le porte civiche.

Partiamo col dire che Catanzaro nasce come cittadella fortificata, ovvero come luogo capace di resistere a lunghi assedi. Era la sua posizione geografica, in primis, che le conferiva questa caratteristica e poi a questo si aggiunga la costruzione di bastioni, torri e appunto porte civiche, ovvero le porte di accesso alla città, che era anche racchiusa da una cinta muraria di circa 7 chilometri. Anche il territorio circostante era ben difeso, con un sistema di torri di avvistamento sparse per tutta l’area occupata oggi dai quartieri Sala, Santa Maria e Lido.

Le  antiche porte civiche di Catanzaro erano in tutto sei:

La Porta Marina o Granara, con tutta probabilità quella principale, in quanto consentiva di entrare in città a chi proveniva dalla costa ed era preposta soprattutto al commercio del frumento; la Porta di San Giovanni o Castellana, che sorgeva nei pressi dell’attuale Piazza Matteotti; poi c’era la Porta di Prattica (della quale parleremo in un prossimo articolo), che consentiva l’accesso in città passando per l’attuale rione Case Arse. Se si voleva entrare in città da oriente, occorreva passare per la Porta di Stratò (della quale abbiamo parlato ampliamente in un articolo precedente); la Porta del Gallinaio era utilizzata solo per favorire l’accesso del bestiame e infine c’era la Porta Silana (probabilmente quella di Sant’Agostino di cui ci accingiamo a parlare), che consentiva l’entrata in città a chi proveniva dall’altopiano della Sila (fonte Wikipedia).

Ecco il racconto di Mario Saccà:

«Alla porta di S. Agostino si perviene dopo avere superato un robusto cancello di ferro e un breve percorso fra sterpi e rovi: una barriera fra l’attualità e la storia.

Secondo Luise Gariano il suo vero  toponimo era “Portella” ; la denominazione attuale è dovuta alla presenza del convento di S. Agostino, divenuto poi sede dell’ospedale civile cittadino.

Il suo quartiere di riferimento era S.Nicola di Morano ( o delle Donne)  che si estendeva fino alla fontana e alla Torretta di Cerausto o della Marchesa. La fontana era nel giardino della contessa di Catanzaro ( v. “Catanzaro” di M. A. Teti e G. Rubino), mentre nella Torretta ( dal quale deriva il nome attuale del luogo: “a Turretta” ) alloggiava il corpo di guardia ( v. “Cronica di Catanzaro” di Gariano).

L’ antico ingresso alla città, per quanti venivano dalla parte di Siano, è ancora in piedi anche se grandi fessure della muratura ne preannunciano il prossimo crollo assieme alla piccola cappella che consentiva, a chi entrava o usciva dalla città, di sostare per riprendere fiato o raccogliersi in preghiera (sotto il suo altare fu sepolto uno dei tre martiri catanzaresi del 1823, Pascale).

I muri portanti sono privi di sostegni e difese dagli agenti atmosferici perchè manca, da anni, la copertura.

Anche qui, come un tempo nella scomparsa porta di Stratò, si notano tracce di un indefinibile dipinto murale.

Un breve ed erto percorso consentiva ai “viatori” di arrivare in città dopo avere attraversato l’alveo del torrente Musofalo (il toponimo antico era Conaci); la traccia è ancora ben visibile a chi  guarda dalla strada che conduce al vecchio ponte di Siano , luogo di leggende e tristi suicidi  per i catanzaresi delle vecchie generazioni.

È la terza delle porte di Catanzaro ancora in vita – quella Nord est –  che, malgrado l’abbandono, sembra aggrapparsi allo scoglio dove fu edificata per non scomparire ricordandoci, muta ed inascoltata testimone, di avere vissuto per tanti secoli assieme ai nostri predecessori, compiendo, per di più, un tratto di strada assieme a noi.  Fino a dove potrà farci ancora compagnia se non tendiamo una mano? Molto presto le sue pietre si confonderanno con quelle del torrente sottostante dove sarà difficile raccoglierle. Finirà “sotto il Ponte di Siano”.

Si potrebbe dare un segno di attenzione per restaurare l’ edifico, magari insieme al convento ex ospedale. Si oppongono tre fattori: l’indefinita e mai aperta per essere conclusa definizione della proprietà fra Comune ed Azienda Sanitaria, l’ assenza totale della Sopraintendenza ai Monumenti che “dorme” a Cosenza, i costi, la latitanza della Regione in fatto di politiche di recupero dei centri storici. Se non si incomincia non si può finire e la Portella potrebbe essere il primo avvio di un’operazione che dimostri uno spiraglio nell’ indifferenza generale.

I dati della porta di S Agostino sono stati rilevati, a suo tempo, dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici e ne fu redatta una scheda, riportata in un libro pubblicata dal Ministero competente nel 1979, ministro l’onorevole Antoniozzi, che mise in evidenza i problemi, come ho già ricordato in una nota precedente.

La proprietà risulta essere del Comune di Catanzaro, così come la porta di Stratò e le strade che portano ad entrambi gli edifici partendo dal sottostante torrente Musofalo.

È un contributo alla ricerca delle proprietà comunali dimenticate.

Accanto alla porta vi era  il convento dei frati Agostiniani, anch’esso in notevole stato di degrado.

Chi vuole entrarvi è libero di farlo a suo rischio e pericolo: porte aperte, luoghi abbandonati e quintali di carte d’archivio buttate in una stanza, disponibili per chiunque, malgrado la legislazione sugli archivi ne preveda un adeguato trattamento da parte della proprietà che dovrebbe essere, attualmente, dell’amministrazione ospedaliera.

Ma anche la Sopraintendenza ai Beni Archivistici, che soggiorna a Reggio Calabria, non ha forse potuto verificare lo stato dei fatti per valutare cosa conservare e cosa gettare!

Il caso consente di segnalare il problema contando sulla sua soluzione.

Ma che sarà dell’antico convento dove fu anche sepolto un nostro Vescovo?

Merita anch’esso qualche cenno di storia, anche perché la sua vita è associata a quella della porta della quale si è detto.

Nel 1650, su ordine di papa Innocenzo X, tutti i conventi inviarono a Roma una relazione storico-economica della propria situazione. Copia di tale relazione è conservata presso l’Archivio Generalizio degli Agostiniani a Roma e reca la data del 22 Dicembre 1649.

Vi si illustra, in attuazione dell’accennata bolla pontificia, “lo stato del Convento di S. Maria del Soccorso dell’Ordine degli Agostiniani della Provincia di Calabria”, che viene qui pubblicata per la prima volta.

Esso era “situato dentro la città di Catanzaro in un angolo sopra le mura da una parte e dall’altra dov’è si affacciava della chiesa contigua alla città, e sua abitazione in strada pubblica e frequentata; fu fondato et eretto col consenso ed autorità di monsignor Ascanio Geraldino, Vescovo della Città, nell’anno 1561 il dì 16 Ottobre sotto il pontificato di Pio IV, e la chiesa ha il nome di S. Maria del Soccorso, con cappella, organo, choro e sacrestia con mediocri addobbamenti … il chiostro quadrato, e la clausura tiene otto celle, refettorio grande, cantina, granaro, cucina-dispensa e quattro altri magazzini… et altri servizi , un giardino murato al cancello”.

Nel 1628  ospitava 5 sacerdoti, tre serventi e quattro novizi dei quali si elencano i nomi.

Il priore era un catanzarese Alessandro(?) Mannarino.

I possedimenti ed i censi esigibili costituiscono buona parte della relazione che non contiene altre particolari indicazioni. È straordinario rileggere antichi documenti in presenza dei luoghi cui si riferiscono.

Il convento e la porta esistono entrambi, quest’ultima ancora per poco : seguiranno il destino di altri beni cittadini?

Scriveva il compianto Professor Augusto Placanica che “il passato della Calabria non si mostra, perché spesso, di quel passato non è rimasto quasi nulla… è mancato alle comunità il gusto di guardare e provvedere a un domani più alto”.

Per alcuni aspetti c’è qualcosa che sopravvive a Catanzaro, è un nostro dovere ri-conoscerlo e salvarlo». (La foto è stata scattata da Anna Veraldi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà! Lo conferma la chiesa di San Giovanni

La città dei Tre Colli è quello strano luogo ricco di contraddizioni, un luogo amato e, a tratti, odiato da chi ci vive e pressoché sconosciuto a chi vi si deve recare per svariate ragioni. La storia di Catanzaro è un labirinto di vicende che, alla fine, restituisce la visione di una città che ha saputo distinguersi in vari ambiti dimostrando doti di coraggio e tenacia e anche di straordinaria maestria in vari campi, come quello dell’artigianato, se pensiamo all’ineguagliabile livello di eccellenza raggiunto nella produzione di manufatti in seta (vedi gli articoli a riguardo presenti in questo blog).

Ma i tratti della storia vanno letti ed interpretati. Essi sono lì, immobili da secoli e muti allo sguardo di chi non sa coglierne la grandezza.

Non mi stancherò mai di sottolineare la profondità dei messaggi che il tessuto urbano antico di Catanzaro sa trasmettere. Si tratta della storia di un grande popolo  e anche se non è raccontata attraverso opere di grande monumentalità, non manca certo di significati di spessore.

In questo scritto voglio parlare innanzi tutto di uno dei simboli di riscatto e libertà presenti in città, la chiesa di San Giovanni e riflettere sull’influenza che la nobilissima arte della seta ebbe in questo processo di affrancamento dal potere feudale.

Incastonata come una perla preziosa all’interno di quello che oggi è definito Complesso Monumentale di San Giovanni, che comprende anche i resti del castello, questo luogo di culto, simbolizza la straordinaria forza e determinazione con cui i catanzaresi seppero conquistare la propria indipendenza.

Una forza che scaturì anche da quell’impareggiabile perizia nella lavorazione della seta, un’attività che costituì per secoli la base dell’economia cittadina, generando quella crescita economica che incoraggiò la popolazione a pretendere la demanialità.

Dunque, il castello, la chiesa di San Giovanni e la seta sono avvolti da una simbologia che si esplica mediante la contrapposizione del loro significato: il castello era il simbolo del dominio feudale, la chiesa quello della libertà ritrovata e la seta era il motore della voglia di riscatto.

Vediamo come si svolsero i fatti.

Intanto sottolineo che la decisione di fortificare adeguatamente la città di Catanzaro, facendo edificare un poderoso castello, fu presa da Roberto il Guiscardo, condottiero normanno che si rese conto della invidiabile posizione strategica della città, posta su tre inaccessibili colli circondati da due profondissime vallate, a guardia dell’istmo situato nel punto più stretto d’Italia e d’Europa.

La parte originaria dell’imponente edificio dovette essere la grande torre quadrangolare centrale, detta “mastio” o, in lingua normanna, “donjon”. Il castello normanno divenne il simbolo del potere feudale introdotto dai normanni.

I feudatari catanzaresi, che per circa quattro secoli governarono le vicende cittadine, dovettero essere in totale circa 25. Durante questo lungo periodo il potere regio passò via via dai normanni, agli svevi, agli angioini ed infine agli aragonesi. Intanto la città vedeva crescere il suo potere economico per via del fiorire dell’arte della seta, un’attività in cui la città raggiunse dei traguardi ineguagliati, divenendo rinomata in tutta Europa per la produzione di tessuti di altissima qualità. Fu proprio tale sviluppo economico che portò alla creazione di una classe ricco-borghese la quale, col passare degli anni, cominciò a soffrire il dispotico potere feudale ed a pretendere l’autonomia (o come si chiamava allora la “demanialità”). Perciò, già dalla fine del ‘300 cominciarono i contrasti e le lotte tra i feudatari ed i cittadini che si protrassero fino alla metà del ‘400.

Fu in questo periodo che i catanzaresi, liberatisi finalmente del tiranno, Antonio Centelles, poterono proclamare la demanialità nel 1466.

In seguito, per evitare che la città fosse riconquistata da altri nobili che presumibilmente avrebbero reintrodotto il potere feudale, la parte del castello che guardava verso l’interno della città, fu volutamente diroccata ed al suo posto fu costruita la bellissima chiesa rinascimentale di San Giovanni, tutt’ora simbolo della libertà conquistata dai catanzaresi. Il castello, pertanto, perse ogni funzione politica e sociale e, successivamente venne solo in parte utilizzato, come ospedale, come convento ed infine come carcere.

I resti del castello semidistrutto furono riutilizzati nell’ambito della costruzione dell’attuale Chiesa del San Giovanni, facente parte del complesso monumentale, ma andarono ad abbellire anche altri storici edifici, come la chiesetta dell’Osservanza.

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà!

Spero che presto torneranno ad essere quelli di una volta (Foto tratta dal web).

 

Angela Rubino

Blog su WordPress.com.

Su ↑