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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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“Tracce di Antichità nella Città dei Tre Colli”, CulturAttiva promuove la conoscenza della Catanzaro antica

Nella convinzione che l’amore per il proprio territorio nasce anche dalla conoscenza della sua storia, l’associazione CulturAttiva promuove un evento culturale volto a mettere in luce alcune delle tracce più importanti della Catanzaro antica, alle quali si aggiunge anche l’importante collezione di reperti ospitati all’interno del March – Museo Archeologico Numismatico Provinciale. Un tour classico previsto per domenica 20 settembre, guiderà i partecipanti alla scoperta delle tracce di storia antica custodite come delle piccole “perle” all’interno della città di Catanzaro.

 La Catanzaro antica è purtroppo scomparsa per varie ragioni. È soprattutto per questo motivo che le preziose tracce della nostra storia primordiale vanno valorizzate e riproposte nell’ambito di un racconto che possa ricostruire e farci  immaginare il tessuto urbano e il contesto culturale che è stato in molti casi cancellato dai terremoti o dal progresso, nel corso dei secoli.   

L’associazione CulturAttiva ha deciso di ripercorrere le orme di questo antico passato, partendo dal nucleo originario della primitiva città bizantina, il quartiere Grecìa, per poi proseguire con i suggestivi reperti custoditi all’interno del March – Museo Archeologico Numismatico Provinciale, preziose tracce di un arco temporale che va dalla preistoria all’alto medioevo, passando per l’età greca e quella romana, alle quali si aggiunge una straordinaria collezione di monete antiche. Il tour proseguirà con la visita all’antico quartiere ebraico e poi con la scoperta di due veri e propri “gioielli” della Catanzaro antica: la chiesa di San Nicola ( XIII secolo) e quella di Sant’Omobono (XII secolo), uniche testimoni di quel tessuto urbano medievale per sempre scomparso.

Prosegue anche il percorso di collaborazione con i gestori di alcuni locali del centro storico e durante il tour è previsto un break offerto dal Bar One di piazza Roma.  

L’iniziativa si svolgerà nel pieno rispetto delle norme anti-Covid ed è soggetta a prenotazione, chiamando il numero 339 6574421.

PROGRAMMA   DOMENICA 20 SETTEMBRE

Ore 10.00: Ritrovo: Piazza Prefettura, davanti Ufficio Posta Centrale

Ore 10.15: Inizio tour e visita  alla Chiesa di San Nicola              

Ore 10.40: Break offerto dal Bar One di Piazza Roma

Ore 11.00: Visita all’antico quartiere Grecìa   

 Ore 11.20: March – Museo archeologico e numismatico

Ore 11.50: Visita all’antico quartiere Giudecca

Ore 12. 00: Visita alla Chiesa di Sant’Omobono

Ore 12.30: Conclusione tour e saluti

COSTO: 12 euro     – PER INFO E PRENOTAZIONI: 339 6574421

Tour esperienziale “Squillace, le sue ceramiche, la sua storia”

L’associazione CulturAttiva prosegue il suo percorso di promozione e valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale del territorio calabrese con la proposta di un tour esperienziale alla scoperta di un grande centro di cultura, arte, spiritualità: il borgo di Squillace.

Il tour, che si svolgerà domenica 13 settembre, partirà da piazza Duomo, dall’imponente Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, per poi proseguire alla scoperta dell’antico borgo, in cui tangibili sono i segni delle passate dominazioni che si susseguirono alla guida della cittadina la quale, sul finire del XV secolo fu eretta a principato, passando sotto l’egemonia della potente casata dei Borgia. Antiche chiese, monasteri, palazzi e portali, abbelliti da stemmi nobiliari testimoniano questi passaggi storici, insieme all’imponente castello edificato dai normanni nel 1044 e poi rimaneggiato nei secoli seguenti.

Non può mancare la visita ad una delle botteghe dei maestri ceramisti di Squillace, che da millenni praticano l’arte della ceramica, dando vita a splendide creazioni che hanno ottenuto il marchio DOC. Accolti nell’atelier della ceramica Decò Art, l’artista Tina Gallo ci farà vedere dal vivo la tecnica del graffito che affonda le sue radici nella cultura bizantina.

Il borgo di Squillace è un luogo molto suggestivo e si presta anche a fare da cornice ad alcuni “momenti a sorpresa” caratterizzati dal coinvolgimento dei partecipanti nell’ambito di piccoli spazi motivazionali ispirati al recupero delle proprie radici e svolti secondo le tecniche dello yoga della risata, che saranno curati dalla Cooperativa “L’isola che non c’è”, partner dell’evento insieme all’associazione Terre Ioniche.

L’iniziativa si svolgerà nel pieno rispetto delle norme anti-Covid.    

PROGRAMMA – DOMENICA 13 SETTEMBRE

ORE 10.00: Incontro nel piazzale antistante la cattedrale

ORE 10.15: Inizio tour esperienziale

ORE 11.30: Visita all’atelier Deco’ art accolti dall’artista Concetta Gallo

ORE 12.10: Visita al Castello

ORE 13.00: Saluti finali con “momento sorpresa”

COSTO: 13 euro

PER INFO E PRENOTAZIONI: 339 6574421 *Possibilità di pranzo a prezzo agevolato presso ristorante convenzionato

Evento sulla Chiesa di Sant’Omobono:profondi spunti di riflessione sul recupero della nostra storia

Un pomeriggio all’insegna della cultura, ricco di emozioni e di preziosi spunti per vivere nel nostro territorio come cittadini attivi e consapevoli.

Elementi che hanno decretato il successo dell’evento “Sant’Omobono, una lettura della chiesa nella storia urbanistica della Catanzaro medievale”, svolto nel pomeriggio di sabato 22 febbraio, all’interno della suggestiva chiesetta medievale ubicata in via De Grazia.

Organizzato dall’associazione CulturAttiva, in collaborazione con l’azienda Antichi Tessitori, l’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace e l’Arciconfraternita di San Giovanni, l’incontro ha visto anche la presenza di S.E. Monsignor Antonio Cantisani, Arcivescovo emerito dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, a cui va il merito di  aver acquistato, nel 1999, la chiesetta medievale di Sant’Omobono dai privati ai quali era stata venduta nel 1827,  per restituirla alla comunità, non prima però di avviare approfondite indagini scientifiche per indagarne le origini e la valenza storico-archeologica. “Fui spinto dall’amore per la cultura – ha spiegato Mons. Cantisani -. È stato un gesto doveroso nei confronti della città, di coloro che amano la cultura ed è stata una decisione condivisa che ha anche nobilitato la Chiesa, dimostrando l’amore per il recupero e la valorizzazione dei beni culturali”. Lo spirito attivo, lungimirante e profondamente colto e saggio di Monsignor Cantisani è emerso in vari momenti durante il suo intervento, sia mediante le riflessioni sulla storia della città e della chiesa di Sant’Omobono che rimandano ad un’epoca di transizione dalla cultura greco – bizantina a quella latina in una città che “per ritrovare se stessa e la sua identità deve guardare ad oriente, oltre che ad occidente”; sia nelle riflessioni sull’importanza della consapevolezza della propria storia, affermando che “ non si può progettare un futuro a misura d’uomo se non si possiede la propria identità culturale”.

 “Anche questo evento s’inserisce a pieno titolo nella mission che CulturAttivasta portando avanti con tanta passione sul territorio – ha affermato Angela Rubino, presidente dell’associazione – che è sostanzialmente quella di metterne in luce la storia complessa ed affascinante, ponendo come sempre l’accento sulla necessità di diffondere la conoscenza della nostra storia, rispetto alla quale c’è poca consapevolezza”.

L’evento è entrato nel vivo con la relazione, sapiente ed esaustiva, dell’archeologo Tommaso Scerbo, sulla complessa storia della chiesa di Sant’Omobono e l’analisi del contesto urbanistico e socio-culturale nel quale essa si innestava.

Meraviglioso esempio di “sincrasi” e dunque di incontro di due culture, quella normanna e cattolica e quella greco – bizantina, sorta in un’epoca che segnava il passaggio dalla dominazione bizantina a quella dei normanni, la chiesa di Sant’Omobono lascia aperti molti interrogativi sulle sue origini e si pone come una preziosissima traccia di un contesto urbanistico ormai scomparso, quello della Catanzaro medievale.

Tommaso Scerbo, con il supporto della preziosa mappa redatta dall’ing. Gattoleo nel XIX secolo, recuperata dagli archivi di Napoli e citando gli studi condotti da autorevoli studiosi tra cui la professoressa Emilia Zinzi e l’archeologo Francesco Cuteri,  ha evidenziato che l’edificio non nasce come luogo di culto (tesi sostenuta proprio dal prof. Cuteri) e che si ergeva su due o più piani, con la presenza, probabilmente, di una guarnigione militare al piano inferiore e persino di una fontana. L’edificio si presentava dunque in maniera molto diversa da oggi e poteva essere identificato come una torre-cappella (vista la presenza di una cappella al piano superiore, evidenziata dal ritrovamento di alcune sepolture), una torre palatina o una residenza privata, presumibilmente di proprietà dei conti di Loritello. L’uso originario dell’edificio, che era aperto su tutti e quattro i lati, non è chiaro, ma probabilmente si trattava di un luogo di pubblica utilità: un mercato di merci particolari oppure un luogo dove si amministrava la giustizia.

Nel XIV secolo l’edificio diviene una chiesa e si sceglie di dedicarla a Sant’Omobono, Santo cremonese protettore dei sarti e dei mercanti di stoffe e tra il XVII e il XVIII secolo l’edificio sacro diviene la sede della Confraternita dei sarti.

Grande era il legame della città con il settore della manifattura tessile e con l’arte sartoriale e molto potenti erano le Confraternite alle quali ogni categoria professionale faceva riferimento, ciascuna per il proprio settore.

La scelta di dedicare la chiesa a Sant’Omobono e di renderla sede della Confraternita dei sarti, fa di questo edificio anche il simbolo di quell’intimo e profondo legame della città con il settore tessile, con particolare riferimento all’arte della seta, attività che raggiunse punte di eccellenza, rendendo famosa la città in tutta Europa e che per secoli costituì la principale fonte di benessere economico della città di Catanzaro.

Un’eredità storica di grande rilievo che ancora oggi può costituire un importante elemento di crescita, se si decide di intraprendere azioni imprenditoriali basate sul recupero della propria identità storica. È una riflessione emersa con l’intervento di Luigi Tassone, titolare dell’azienda Antichi Tessitori, che basa il proprio cammino proprio su questi principi, attivandosi anche sul territorio con la promozione di eventi culturali volti a diffondere la conoscenza della storia e della cultura locale e ponendosi, di fatto anche come polo culturale, oltre che semplice azienda commerciale.

A suggellare l’evento, i saluti di Mario Cristiano, priore dell’Arciconfraternita di San Giovanni, che non solo ha contribuito alla realizzazione e alla riuscita dell’evento, ma più in generale, porta avanti un vero e proprio percorso di promozione e valorizzazione della chiesetta di Sant’Omobono.

“Prospettive Urbane”, un photowalking per riscoprire i pezzi di storia adagiati al muro dell’indifferenza

Vicoli, strade, palazzi, piazze, parchi, luoghi vissuti tutti i giorni distrattamente, con in mente mille pensieri che ci portano altrove. Luoghi di cui crediamo di conoscere ogni centimetro quadrato e che ci appaiono sempre maledettamente uguali e quasi simili ad una prigione, tanto siamo stufi di restarci.

Ecco, probabilmente è questa la sensazione che il catanzarese medio prova a volte, accompagnata da un pericoloso “leitmotiv” che dipinge la città di Catanzaro come un luogo dove “non c’è niente e se a volte capita vi sia qualcosa, è sempre molto meno rispetto ad altri posti” .

Devo dire che un tempo anche io lo pensavo. Essendo nata e cresciuta qui, devo essere stata inconsapevolmente  contagiata da questa specie di virus pur avendo sempre provato un grande attaccamento alle mie radici, alla mia città, ai luoghi della mia infanzia.

E anche per gli altri, non credo che il problema sia l’amore per la propria città. Io credo che il problema sia legato alla scarsa conoscenza della storia ovvero la vita, le opere, le decisioni, le inclinazioni delle persone che prima di noi hanno vissuto la città e ne hanno tracciato il cammino. Ecco, senza conoscere tutto questo, non si riesce a cogliere l’immane differenza tra ieri ed oggi.

In passato, Catanzaro era tutt’altro che anonima e non parlo solo del “caso seta”, cioè dei secoli in cui la città proiettava in tutta Europa la sua grande fama di eccellenza nella produzione di tessuti serici di enorme pregio; ma parlo anche delle epoche successive. Un esempio su tutti la presenza di un teatro, il Comunale, detto “San Carlino”per la sua somiglianza architettonica con il Real Teatro San Carlo di Napoli, che per oltre un secolo (1830 – 1938) fu un importante punto di riferimento culturale non solo per la città e la Calabria tutta, ma anche per tutto il Mezzogiorno, che non annoverava centri culturali di simile prestigio da Napoli in giù. Il Teatro Comunale ospitò attori e compagnie teatrali di grande pregio e contribuì fortemente allo sviluppo culturale e civile della società catanzarese.    

Si pensi poi alle lotte per la demanialità (lo status di città che non è governata da un feudatario, ma dipende direttamente dalla Corona e che dunque si amministra autonomamente), ragione per la quale la città non possiede un castello. E ancora si rivolga un pensiero alle eminenti personalità: intellettuali, scienziati, patrioti che seppero proiettare il loro genio in Italia e anche oltre, partecipando al progresso culturale, civile e politico della propria comunità e della società italiana tutta. Personaggi a cui oggi sono intitolate strade e sculture, ma di cui pochi oramai conoscono vita e opere.

Io ho solo citato pochissimi esempi che non bastano certamente a sintetizzare millenni di storia di un luogo che è stato tutt’altro che anonimo a più riprese nella sua lunga esistenza e che oggi forse vive un momento di decadenza. Ma chi fa la storia, se non gli uomini e le donne ? Dunque forse potremmo essere noi cittadini gli artefici di tale situazione.

A mio avviso la decadenza non è generata solo da una gestione politica inadeguata, ma nasce anche da alcuni atteggiamenti di un popolo che potrebbe fare molto, cominciando da un comportamento di rispetto verso i luoghi in cui vive, da esigere anche dal prossimo e dalle istituzioni. Occorre poi ritrovare l’orgoglio di appartenere alla propria terra e questo nasce dalla conoscenza di ciò che accadde nel passato e che forse nessuno ci ha mai raccontato. Infine c’è bisogno di una grande dose di voglia di riscatto!

L’associazione CulturAttiva che mi onoro di presiedere, lavora proprio per contribuire a diffondere la conoscenza delle nostre radici e non vuole farlo solo mediante eventi culturali, per così dire, classici (libri, mostre, convegni), ma anche mediante attività che possano attrarre in modo trasversale l’attenzione di un pubblico variegato e di tutte le età.

Il 7 dicembre scenderemo in campo con “Prospettive Urbane Photowalking”, dedicato agli appassionati di fotografia e a chiunque voglia conoscere meglio la città in cui vive e i luoghi che ama.

Il focus di quella che è solo la prima di varie tappe di photowalking nel contesto del progetto “Prospettive urbane”, sarà rivolto ad alcuni antichi quartieri, alcuni punti panoramici e poi il più antico parco cittadino: Villa Margherita, che racchiude bellezza e contraddizione e si pone a pieno titolo come l’emblema della nostra iniziativa, in quanto porta in sé i segnali di quell’incuria e quell’indifferenza verso le proprie radici, che si cerca di contrastare, prima di tutto prendendone atto.

Durante uno dei sopralluoghi che svolgiamo prima dei tour guidati, io e la mia colega ed amica Anna Rotundo ci siamo imbattute in una scena fortemente significativa: il pannello illustrativo recante l’immagine e i riferimenti della donna a cui il giardino fu intitolato, la Regina Margerita, giace accasciato al suolo, mal messo, adagiato ad una delle pareti esterne del Museo Numismatico (vedi foto).

Un dettaglio che la dice lunga, innanzitutto sullo stato di abbandono e di incuria in cui si trova il più antico parco cittadino e poi può essere la metafora della negligenza verso i simboli e le tracce delle proprie radici, in una società che preferisce guardare avanti, senza voltarsi a capire da dove viene.

Io vi invito a mettere da parte questo pericoloso atteggiamento.

Di seguito il programma di sabato 7 dicembre, per chi volesse partecipare al nostro photowalking, che sarà anche una bella occasione di confronto sui temi a cui ho accennato in questo articolo.         

Angela Rubino

PROGRAMMA DI SABATO 7 DICEMBRE

ORE 10.00: Ritrovo dei partecipanti davanti a Villa Margherita e accoglienza

ORE 10.30: Inizio tour guidato e workshop itinerante di fotografia. I luoghi parte dell’itinerario sono i seguenti: Villa Margherita, Teatro Masciari con Scala liberty, Quartiere Grecìa,  Antica Giudecca, S. Maria di Mezzogiorno, Chiesa del Monte.

ORE 13.00: Conclusione del tour e saluti.

PER INFORMAZIONI RIVOLGERSI ALLA PAGINA FACEBOOK DI CULTURATTIVA, SEZIONE “EVENTI” O CHIAMARE AL NUMERO: 339 6574421

Tiriolo: millenaria terra tra i due mari

La Calabria è una terra misteriosa e per certi versi unica. Una terra tutta da scoprire ed ogni scoperta regala intense emozioni.

Uno dei suoi tratti unici è sicuramente il fatto di essere un lembo di terra sospeso tra due mari: il Tirreno e lo Ionio. Esiste un luogo, in provincia di Catanzaro, dal quale i due mari possono essere ammirati in contemporanea. Questo luogo è Tiriolo.

Come guida turistica abilitata, ho deciso di proporre a chi vorrà vivere un’esperienza unica, la conoscenza di questo luogo magico, sospeso tra storia e leggenda. Il tour partirà da Catanzaro (piazzale antistante il Benny Hotel, in prossimità dell’incrocio prima di intraprendere il Viadotto Morandi), alle ore 16 del 21 agosto 2019.

Perchè ho scelto Tiriolo

Il  fascino di questo borgo situato in posizione panoramica a 650-850 m s.l.m . è indiscusso. Esso possiede un centro storico ben conservato, testimone di millenni di storia e di antichi popoli che si avvicendarono, popolando l’antico insediamento, le cui stradine tortuose si snodano lungo le pendici della collina dominata dal castello: greci, brettii, romani, bizantini.

Nel borgo si respira un’atmosfera genuina ed intrisa di antichi saperi e tradizioni millenarie che ancora sopravvivono, figlie di una cultura antica e fortemente radicata. Tra queste: la tessitura, tra i cui prodotti spiccano i caratteristici scialli denominati “vancali” e poi ancora la lavorazione della ceramica, la liuteria e la gustosa tradizione enogastronomica.

Un luogo da sogno che restituisce le testimonianze delle sue vite passate e rende più ricco ed interessante il tempo presente.

L’Antiquariumo civico di Tiriolo è lo scrigno che conserva alcuni questi ritrovamenti. Tra di essi la tomba a camera brettia risalente al  IV/III  secolo a.C. e rinvenuta in località Castaneto, la copia del celebre Senatus Consultum de Bacchanalibus, la tavoletta in bronzo del 186 a. C., secolo con inciso il decreto romano che vietava i culti in onore del dio Bacco, rinvenuta a Tiriolo nel 1640 e custodita al Museo di Vienna. Inoltre si può ammirare una nutrita collezione di reperti rinvenuti nel territorio di Tiriolo.

E poi l’area archeologia Gianmartino, con il Palazzo dei Delfini, risalente al IV/III  secolo a.C e portato alla luce con la campagna di scavi del 2015.

Il polo museale di Tiriolo custodisce anche una ricca collezione di costumi tradizionali, che le donne di Calabria confezionavano da sé per abbigliarsi nella vita quotidiana e nelle varie occasioni della vita sociale.

Dopo la visita al museo, la risalita del cuore del centro storico, verso una meta davvero speciale: il ristorante I Due Mari, dalla cui terrazza si può godere una vista mozzafiato ed unica nel suo genere perché in nessun altro luogo in Italia è possibile ammirare contemporaneamente i due mari che bagnano le coste di una parte della penisola italiana.

In questo luogo, sarà possibile non solo degustare le specialità del luogo, ma anche ascoltare il racconto di suggestive leggende legate alla millenaria storia del territorio. A narrarle saranno Loredana Turco e Silvana Franco, autrici del volume “Legendabria, leggende di Calabria” (Publigrafic, 2018).

Un pomeriggio davvero unico, quindi. Un’esperienza tutta da vivere che colorerà le vostre vacanze in Calabria. (Per info e prenotazioni, chiamare il numero 339 / 6574421)

Angela Rubino

“IT.A.CÀ, Calabria di Mezzo I Edizione” arriva a Catanzaro e CulturAttiva parla di “restanza” tra storia e luoghi da riscoprire

Sta per arrivare, per la prima volta anche in Calabria “IT.A.CÀ, Festival del Turismo Responsabile”, il primo e unico festival in Italia sul turismo responsabile, nato per lanciare un’idea di turismo più etico e rispettoso dell’ambiente e di chi ci vive e premiato dall‘Organizzazione Mondiale del turismo dell’ONU per l‘eccellenza e l’innovazione nel turismo. La tappa calabrese del festival si chiama “IT.A.CÀ, Calabria di Mezzo”, ed è ideata e coordinata dalla Cooperativa Scherìa di Tiriolo.

Sono in tutto tredici le realtà, fra associazioni ed imprese regionali  che, riunitesi in un unico tavolo di co-progettazione, daranno vita a questa importante esperienza che inizierà il 21 giugno e si concluderà il 7 luglio: la Cooperativa Artè, l’ASD Colpo Di Coda – Guida MTB, la Scuola Teatro Enzo Corea – Edizione Straordinaria, le Associazioni Discovering Reventino e Terre Ioniche, la Riserva Naturale Regionale Valli Cupe, l’ Oleificio Torchia di Tiriolo, la Cooperativa Nido di Seta, il Consorzio Riviera e Borghi Degli Angeli – Calabrian Slow Holidays e l’Associazione Innesti – Recupero e Promozione Tradizioni Orali, Calabria Contatto (media partner ufficiale della tappa calabrese).

Anche l’associazione CulturAttiva aderisce all’iniziativa con una serie di attività mirate a mettere in luce la storia antica della città di Catanzaro, il suo patrimonio culturale, storico-architettonico e la sua vocazione all’accoglienza, valorizzando anche l’ambito enogastronomico.   Il tema di fondo del Festival quest’anno è la “Restanza”, concetto coniato e sviluppato dall’antropologo Vito Teti, che indica l’impegno e la passione legati alla scelta di restare nei luoghi a cui si sente di appartenere per farli rifiorire e proteggerli dall’abbandono, dal degrado, dall’incuria.

L’evento pensato da CulturAttiva, che si svolgerà con il patrocinio gratuito del Comune di Catanzaro, si compone di varie iniziative, profondamente legate all’idea di restanza e dedicate ad un ambito della storia di Catanzaro, quello delle sue origini bizantine, che è poco studiato e necessiterebbe di maggiore attenzione e ai luoghi in cui ancora forte è il richiamo al passato più antico.

Sabato 22 giugno alle ore 10.30, nei locali dell’oratorio del Carmine si svolgerà

il breve convegno introduttivo “Sulle orme della Catanzaro bizantina”, che prenderà spunto dai contenuti del libro “Orme di Bisanzio” ( La Rondine 2016), dello storico Mario Saccà e, oltre allo stesso autore, vedrà la presenza  dell’assessore al Turismo del Comune di Catanzaro, Alessandra Lobello, dell’archeologo Tommaso Scerbo; di don Marcello Froiio, parroco della Chiesa del Carmine; di don Salvino Cognetti, della Chiesa di San Giuseppe e di Angela Rubino, presidente dell’Associazione CulturAttiva. A seguire sarà inaugurata la mostra fotografica “Il borgo e la restanza – Viaggio nelle nostre radici”, realizzata in collaborazione con l’associazione “Terre Ioniche”, con gli scatti di Nicola Romeo Arena e di Anna Rotundo, ospitata nei locali di Palazzo De Nobili e fruibile fino al 7 luglio.

Domenica 23 giugno, dalle ore 17.00 alle 19.00 è previsto il tour guidato nel centro storico cittadino che, collegandosi ai contenuti del convegno, si baserà sulle tracce della cultura bizantina nella storia della città di Catanzaro. A seguire ci sarà una degustazione di prodotti tipici locali. (Il tour è a prenotazione e si effettuerà anche nei weekend successivi, fino alla conclusione del Festival).

Per informazioni, prenotazioni e per scaricare il programma completo della tappa “IT.A.CÀ, Calabria di Mezzo”, fare riferimento al sito http://www.festivalitaca.net

I luoghi poco conosciuti di Calabria e le antiche leggende: evento tra arte, storia e musica all’atelier degli Antichi Tessitori a Catanzaro

Un amore profondo per la terra di Calabria, la voglia di esprimerne i valori più antichi ed autentici e la volontà di riscoprire le radici di un passato millenario per dare loro il giusto valore. È questo che anima gli eventi dell’associazione CulturAttiva e non fanno eccezione quelli promossi nei locali dell’atelier di Antichi Tessitori, in via Indipendenza a Catanzaro, un luogo che oltre ad essere un laboratorio sartoriale per creare manufatti su misura, vuole essere anche teatro di scambi culturali ispirati alla riscoperta della nostra terra, all’arte, alle eccellenze che essa può esprimere, in quanto esse costituiscono una fonte di sapere ed ispirazione su cui si basa il lavoro creativo compiuto in atelier.

Ed è così che nel pomeriggio di sabato 19 gennaio, ha preso forma un’iniziativa molto particolare, incentrata sui volumi “Orme Dimenticate” (Laruffa 2016) e “Legendabria, leggende di Calabria” (Publigrafic, 2018), scritti il primo da Silvana Franco e il secondo dalla stessa autrice, coadiuvata da Loredana Turco.

Oltre alle due autrici, all’incontro erano presenti Luigi Tassone, co-founder di Antichi Tessitori e Angela Rubino, presidente dell’associazione “CulturAttiva”, che hanno coordinato l’organizzazione della serata, durante la quale si è cercato di fornire spunti di riflessione e dibattito sulle innumerevoli possibilità che la terra di Calabria può offrire per un futuro basato sul recupero della sua identità storico-culturale.

Mediante delle immagini, dei filmati e i racconti delle autrici, il   pubblico presente, attento ed affascinato, ha potuto compiere un viaggio ideale nei luoghi meno conosciuti della nostra regione: castelli, grotte rupestri, necropoli, ma anche piccoli laboratori dove ancora oggi si praticano antichi mestieri, come l’arte della tessitura. Un antico passato, riportato alla luce da Silvana Franco che, animata da una grande passione per le escursioni e da una grande curiosità che la spinge a cercare quello che ancora oggi rimane del variegato patrimonio culturale della terra di Calabria, lo racconta nel libro “Orme dimenticate”. Un patrimonio fatto di luoghi, di antichi usi e costumi, di lingue e dialetti e anche di leggende. A Loredana Turco il compito di raccontarne alcune, tratte dal volume “Legendabria” e a Silvana Franco, non solo il piacere di raccontare le storie leggendarie di Calabria, ma anche quello di cimentarsi, chitarra alla mano, nella loro versione musicata, con l’aiuto di suo figlio Francesco alle percussioni.

Per l’occasione sono state anche esposte delle opere pittoriche a tema e si è anche dato spazio alla poesia dialettale con i versi del poeta Pino Tassone, che hanno tratteggiato con perizia la figura del sarto conosciuto come “Mastro Antonio”, scomparso di recente, esaltandone le sue doti umane e professionali.

 

“Lamagara” a Catanzaro: se l’ultima strega fosse l’ emblema di una città che rinasce?

Storie spesso sconosciute, quelle di Calabria, intrise di mistero e suggestione, che meritano di essere raccontate per permetterci di ritrovare la nostra identità collettiva e l’importanza delle nostre radici, l’unica via per il riscatto della nostra terra.

Elevare Cecilia Faragò a simbolo di forza, coraggio, autenticità, energia e attaccamento ai valori più puri della cultura popolare di Calabria, in un giorno di riflessione sulla condizione della donna, è stata a mio avviso una scelta più che mai vincente, che porta i calabresi a posare lo sguardo sulla propria storia e su quei personaggi che, pur non essendo alla ribalta di uno scenario sempre più globalizzato, hanno saputo sfidare le regole di una società fatta di pregiudizi, cambiando il corso della storia.

Il fortunato monologo teatrale “Lamagara”, interpretato da Emanuela Bianchi e scritto dalla stessa attrice e antropologa insieme ad Emilio Suraci, vincitore nel 2104, del premio della critica“Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma, si è rivelato un’alternativa di spessore a quanto di consueto viene proposto nella giornata dell’8 marzo.  

Il merito di questa scelta va al collettivo che anima il progetto ZTL (Zona Transitoriamente Libera), nato per promuovere un percorso di rinascita e riappropriazione delle aree urbane della città di Catanzaro, mediante iniziative culturali e di intrattenimento. Un percorso che ha il sapore di una sfida, lanciata ad una città che, a dirla tutta, pare rispondere abbastanza bene.

Lo spettacolo di Confine Incerto, infatti, proposto al Nuovo Supercinema alle 20.30 e in replica alle 22.00 piace, incuriosisce ed emoziona.

Quella di Cecilia Faragò, è una storia che ha affascinato vari scrittori ed artisti ( di recente è stata anche girata una pellicola ispirata a questa vicenda). Il testo di Bianchi e Suraci è stato ripreso dal volume “L’ultima fattucchiera”, di Mario Casaburi, (edito da Rubbettino), nel quale viene riportato l’epistolario del giovane avvocato Giuseppe Raffaelli, che difese la Faragò dalla falsa accusa di stregoneria. Una documentazione grazie alla quale  Emi Bianchi riesce a costruire il profilo di Cecilia Faragò e a restituirlo in chiave artistica mediante una straordinaria interpretazione.

I fatti narrati si svolsero nel XVIII secolo tra Zagarise, che diede i natali alla donna e Simeri Crichi, dove visse da sposata. A conferire complessità e pathos alla vicenda, contribuisce il contesto storico sociale in cui essa si svolse, dominato da un distorto sentimento di religiosità che pervadeva le menti della gente dell’epoca, generando timore, ipocrisia, sottomissione e fatalismo. Fattori che finivano per alimentare la spietata avidità del clero. Era l’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista di potere e ricchezze veniva eliminato.

Cecilia, donna forte, indipendente, legata alle sue radici ed animata da un grande amore per la sua famiglia, viveva in un’epoca in cui le donne erano considerate inferiori all’uomo e senza diritti, ma con il dovere di adeguare la propria esistenza a rigidi schemi. Quando il destino le strappò via prima il marito e subito dopo il figlio, Cecilia divenne fragile ed esposta alle violente e meschine sopraffazioni di chi volle accusarla ingiustamente per appropriarsi dei suoi beni.

Lei, che amava cantare nei boschi e conosceva le proprietà curative delle erbe, fu accusata di stregoneria e di omicidio ed arrestata sulla base di prove fittizie ed assurde congetture.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli, a salvarla dal suo destino. Egli , appena ventenne, fu certo nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa.

Il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

Cecilia Faragò fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie e quell’evento storico si svolse nella sede della Regia Udienza di Catanzaro.

Lo spettacolo descrive abilmente le caratteristiche del contesto in cui si svolsero i fatti, restituendolo attraverso le parole e i gesti della protagonista. Abilmente, Emi Bianchi, che fa suo lo spirito battagliero di Cecilia Faragò e la sua saggezza, il suo sgomento di fronte all’ipocrisia di chi bussava alla sua porta chiedendo i suoi servigi e poi non esitò a puntarle il dito contro.

Nenie nella lingua dei nostri nonni e immagini di vita familiare intrise di un’antica tenerezza, il fatalismo contro il coraggio e la smania di infrangere i dettami di una cultura in cui religione è spesso sinonimo di servilismo. Questi alcuni degli “ingredienti” di uno spettacolo affascinante e profondo che riesce a superare la sua stessa natura di monologo teatrale per la grande dinamicità che l’attrice sa donare alla scena, senza mai annoiare, calandosi nei panni di vari personaggi e anche grazie all’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio. (Foto di Marzia Lucente)

Angela Rubino

Il fascino della storia millenaria di Calabria in una bambola: la tradizione della Corajisima

La Calabria, quel lembo di terra che si protende a sud della penisola italiana, quasi a volersene distaccare per avvicinarsi ad altri mondi, ad altre civiltà, è ancora oggi un territorio in gran parte inesplorato, culla di antiche tradizioni che sono il retaggio del suo millenario passato. Tra queste assumono particolare importanza i riti e le celebrazioni legati alla Pasqua e al periodo che la precede.

I rituali religiosi sono sempre stati molto radicati nella gente di Calabria, anche quando essi avevano connotazione pagana. La Corajisima ne è un esempio.

Si tratta di una curiosa bambola di pezza che faceva la sua comparsa sugli usci delle case dei borghi calabri il giorno della morte di Re Carnevale (il mercoledì delle ceneri). Identificata dalla tradizione come moglie o sorella di Carnevale, la Corajisima, che oggi sta tornando in voga, rappresenta l’austerità dopo i bagordi carnevaleschi e l’inizio del periodo di quaresima che precede la Santa Pasqua.

La bambolina veniva confezionata in casa ed era composta da un frutto (limone, arancia)  oppure una patata, nella quale veniva conficcato un bastoncino di legno sul quale poi si costruiva la pupazzetta, dandole le sembianza di una signora con un lungo vestito nero, rosso oppure con abito nuziale e con in mano un fuso con del filo a simboleggiare il passare del tempo e al collo una collana fatta di fichi secchi, uva passa o pezzetti di guanciale, aglio o peperoncino, come simbolo di astinenza dai piaceri carnali. Nel frutto venivano conficcate anche sette piume di gallina, tra le quali una doveva avere un colore diverso. Le piume erano tante quante le settimane di quaresima ed ogni domenica si provvedeva a tirarne fuori una dal frutto, lasciando per ultima quella di colore diverso. Le piume venivano disposte in senso circolare e rappresentavano una sorta di calendario, segnando il periodo in cui le donne dovevano astenersi dai rapporti intimi, un fattore che nella simbologia della bambola era richiamato dal frutto, che rappresentava l’organo femminile.

Lungo tutto il periodo di Quaresima era anche inopportuno curare il proprio aspetto, rassettare la propria casa e cucinare in modo elaborato. Fattori che in qualche modo potevano “indurre in tentazione”.

Dopo la Domenica delle Palme e quindi all’inizio della Settimana Santa, la Corajisima scompariva, per poi tornare il giorno della Santa Pasqua, quando veniva estirpata l’ultima piuma (quella di colore diverso) e poi periva nel fuoco del camino, lasciando come ricordo il profumo del frutto su cui poggiava. Un rituale che serviva a scacciare gli spiriti maligni.

I rituali legati alla Pasqua sono sinonimo di suggestione, essendo essi molto sentiti, non solo in Calabria, ma in tutto il sud Italia. La passione e la morte di Gesù evoca un grande pathos, che trova espressione in una serie di manifestazioni e celebrazioni che riescono a coinvolgere e ad emozionare anche chi non pratica la religione cristiana. Il profondo rispetto per la sofferenza e la morte, che trova espressione nell’astinenza da qualsiasi tipo di piacere, per poi trovare sbocco in una celebrazione della vita sulla morte è un concetto universale, che si lega anche al ciclo della natura, così come accadeva al tempo della Magna Grecia, quando si osservavano i rituali pagani legati al ciclo delle stagioni e al risveglio della natura con l’arrivo della primavera la rinascita di Persèfone (o Proserpina per i romani). La Corajisima sarebbe proprio l’espressione di quel periodo precario che precede la rinascita della natura e il simbolo della sobrietà con cui affrontarlo e viverlo prima di tornare a rinascere. (Foto tratta dal web)

Fonte: https://www.calabriadascoprire.it/riti-di-pasqua-in-calabria-la-corajisima-della-quaresima/

Angela Rubino

 

 

 

 

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