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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Esempi della Pasqua in Calabria tra suggestione e mistero

 

Volgendo lo sguardo ai millenni passati, non si può negare che la Calabria sia terra di misticismo, animata da un forte senso di religiosità. I numerosi movimenti monastici che vi si svilupparono, le figure di Santi ed intellettuali che vi si avvicendarono e la presenza di documenti storici di altissimo valore come il Codex Purpureus Rossanensis sono solo alcuni dei segni che denotano questa importante caratteristica della regione calabra che, come ho già sottolineato,  non si è limitata ad essere soltanto una terra di transito tra oriente ed occidente, ma ha fatto da mediatrice ed ha saputo tradurre in sintesi gli elementi della civiltà greco-orientale e di quella latino-occidentale.

Questo forte senso di religiosità è diventato parte integrante della cultura dei calabresi, fino ad influenzarne quasi tutti gli ambiti e si manifesta prepotentemente in occasione di alcune ricorrenze sulle quali in Calabria sembra avere poca presa persino il richiamo ai dettami del consumismo sfrenato. Una di queste è senza dubbio la Pasqua.

In occasione di questa festività religiosa, infatti, si attivano una serie di rituali che irrompono nella quotidianità, modificandola. Cambia il modo di nutrirsi (al Venerdì Santo non si mangia la carne), si preparano dolci tipici da offrire e consumare insieme ad amici e parenti nel giorno di Pasqua, si è indaffarati a preparare il grano da mettere in esposizione la notte del Giovedì Santo in occasione dei Sepolcri. C’è poi da sottolineare lo spirito di collaborazione e di vicinanza tra membri di una stessa comunità che si sviluppa in vista delle numerose rappresentazioni religiose che rievocano la passione di Cristo e la sua resurrezione.

Tali rappresentazioni sono numerose e in alcuni casi possiedono dei tratti davvero unici, affondando le proprie radici nelle culture di quei popoli che dominarono in passato la terra di Calabria.

Il momento della loro realizzazione è magico: sacro e profano sembrano mescolarsi e il primo prende il sopravvento, spargendo i semi di un’intima riflessione che prescinde dal credo religioso e si radica nel campo della meditazione su tematiche universali come il dolore, il sacrificio e l’amore per il prossimo. I segni della cristianità irrompono per le strade e le conversazioni sul quotidiano lasciano spazio al silenzio della meditazione sull’estremo sacrificio di Cristo: questa è la magia di una Calabria che sa fermarsi a riflettere nel pio silenzio dell’adorazione del Signore. Un credo sincero e profondamente sentito alberga nell’animo di questa gente e tutto ciò diventa evidente se si considera il profondo senso di lutto e le lacrime che accompagnano l’evocazione della cattura e crocefissione dei Gesù oppure la scelta di auto flagellarsi per sentirsi più vicini alla sua passione.

In questo articolo riporterò solo alcuni esempi delle manifestazioni religiose pasquali in Calabria. Ce ne sono davvero tante e sono allo stesso tempo simili e fortemente diverse tra di loro.

A Catanzaro, capoluogo di regione e terra dalle antiche origini bizantine, il sostrato greco si manifesta attraverso la denominazione stessa della celebrazione detta “Naca” (dal greco “naché”: “culla”, con riferimento al giaciglio nel quale è adagiato il corpo di Gesù). Essa si svolge il Venerdì Santo e la processione si snoda per le vie del centro storico cittadino, secondo un ordine che vede sfilare per primi gli stendardi, i gonfaloni e le croci di penitenza delle Confraternite cittadine. Gli ordini religiosi seguono le croci, poi la Naca, a cui fa seguito la statua della Madonna addolorata e per finire i fedeli. Il richiamo agli antichi fasti dell’arte serica catanzarese, vuole che la culla dove giace il corpo di Gesù sia adornata di damaschi e seta e circondata da fiori; ai suoi estremi ci sono degli angeli, costruiti in carta pesta, con in mano i simboli della Passione. Tutto l’insieme è dominato da una grande croce illuminata situata alle sue spalle. La visione della culla desta sempre grande emozione nel pubblico ed è comune che le donne anziane non riescano a trattenere le lacrime di commozione al suo passaggio.

“Naca” è chiamata anche la processione del Venerdì Santo messa in scena a Davoli, un centro della costa ionica catanzarese, dove la celebrazione, avvolta dalla suggestione dell’atmosfera notturna, parte alle ore 22.00. Il rituale, che affonda le sue radici nel XV secolo, vuole che la statua di Gesù morto venga condotta per le vie del paese circondata da abeti illuminati da numerose lanterne colorate. L’atmosfera è molto suggestiva e molto toccante e anche l’atteggiamento di grande trasporto con cui viene vissuto l’evento, fin dalla sua preparazione.

Il processo di realizzazione dei piccoli lampioni che andranno ad addobbare gli abeti inizia mesi prima dell’evento e viene curato dai ragazzi del luogo, che s’impegnano affondo in quest’attività, animati da un forte sentimento di religiosità.

Il senso della riflessione sul mistero della vita e del dolore, stimolato dalle celebrazioni come quelle di Catanzaro e Davoli, lascia il posto alla suggestione più forte e più cruda in rievocazioni come quelle che si svolgono a Badolato, cittadina  della costa ionica catanzarese.

Qui la Pasqua viene vissuta con grande trasporto ed è caratterizzata dalla celebrazione di due eventi. Uno è la Processione dei misteri dolorosi, caratterizzata soprattutto dalla presenza dei “Disciplinari”, un gruppo di circa settanta figuranti vestiti di bianco, con corone di spine in testa e cinti da funi, che scelgono di partecipare alla processione, auto flagellandosi le spalle con delle fruste di metallo lunghe circa 40 centimetri (discipline). Si tratta di un antico rituale che queste persone scelgono di svolgere per sentirsi più vicine al dolore e alla passione di Gesù. Essi rappresentano i penitenti e, durante la processione, non possono essere riconosciuti da nessuno, all’infuori del loro responsabile.

Quella dei Disciplinari è una delle forme penitenziali diffuse nelle regioni meridionali, a partire dal XV secolo, dalle “Confraternite dei Disciplinati” e rappresenta uno dei tratti caratteristici di Badolato e dei suoi abitanti, presso i quali, da secoli, abita un intimo senso di religiosità, vissuto con un trasporto davvero unico e suggestivo.

L’altro evento messo in scena a Badolato è “A Cumprunta” , ovvero l’incontro tra Maria , profondamente addolorata dalla perdita del suo unico figlio, e Gesù risorto.

L’evento viene messo in scena il giorno di Pasqua e il compito di curarne l’organizzazione viene da sempre affidato ai frati della Chiesa di San Domenico, antico monastero risalente al XVII secolo.

Un mantello nero, simbolo di dolore, contraddistingue i frati domenicani, che portano la statua della Madonna, anch’essa vestita di nero. Ai confratelli di Santa Caterina viene invece affidata la statua di Gesù.

Molto emozionante il momento della corsa in cui i due gruppi religiosi si lanciano per favorire l’incontro tra la Madre e il Figlio risorto, dopo aver compiuto dei rituali legati alla simbologia dell’evento. Durante questo suggestivo momento, la Madonna perde il suo abito nero, al quale si sostituisce una veste bianca, simbolo della resurrezione di Cristo.

Occorre ribadire che il fascino delle celebrazioni pasquali in Calabria è davvero unico e va ben oltre il mio racconto anche per il numero degli eventi, tra i quali cito soltanto il “Jovi Santu” di Mendicino, straordinaria rievocazione della passione di Cristo, curata nei minimi dettagli e il sanguinoso rito dei “Vattienti” di Nocera Terinese.

Tutti esempi di una cultura fatta di passione e misticismo che trova espressione in questi rituali, a tratti, intrisi di mistero.

Angela Rubino

 

 

 

 

“Eretico Tour”, da Amantea parte l’imponente ondata di spirito di rivalsa che si riappropria della Calabria

Una giornata piovosa e ricca di sorprese quella di sabato 16 gennaio. Una giornata che grazie all’Eretico Tour, partito dall’hotel “La Tonnara” di Amantea, rimarrà nella mente e nel cuore di quanti, come me hanno preso parte all’evento, facendo di tutto per esserci.

La partenza dell’iniziativa, ideata dal blog Ereticamente, mi emozionava e non volevo mancare assolutamente, certa che sarebbe stata l’ennesima occasione (da quando frequento gli imprenditori eretici) per respirare quell’atmosfera intrisa di energia positiva, che tanto giova al percorso che ho intrapreso e voglio implementare.

Non avrei mai creduto che la convocazione per un nuovo incarico lavorativo avrebbe potuto sconvolgere l’organizzazione logistica di quella giornata, ma così è stato. La chiamata per una supplenza in un liceo, ha rischiato di far saltare il mio appuntamento, ma per fortuna non è successo e, grazie all’aiuto degli eretici, ho potuto sedere anche io in platea.

Il piacere di aver ottenuto un lavoro ben retribuito che durerà per i prossimi cinque mesi, non ha scalfito nemmeno lontanamente la gioia di entrare in sala e incrociare gli sguardi di persone amiche e quelli di altre, tutte da scoprire. Quelle storie, quelle immagini proiettate al maxi schermo, quelle frasi intrise di emozione, forza e determinazione, pronunciate in quella sala, mi hanno fatto sentire subito a casa e mi hanno caricata di una grande energia e voglia di fare, più di qualunque contratto stipulato con un ente qualsiasi, che molto spesso è sinonimo di un lavoro che non senti pienamente tuo.

Spesso, questi contratti ti rubano la vita, ti gettano in un sistema sterile, che si serve di te finché ne ha bisogno e poi ti getta in una sorta di limbo, rendendoti depresso e convinto di non valere mai abbastanza.

Essere un imprenditore eretico, significa essere padrone del proprio destino e delle proprie scelte, a partire dal luogo in cui si sceglie di vivere. Per tutti noi, che abbiamo vissuto l’esperienza di Amantea, la scelta è ricaduta sulla Calabria, la terra che tutti portiamo nel cuore e sulla quale finora si è scommesso troppo di rado.

Coordinati da Massimiliano Capalbo, ideatore dell’iniziativa, co-fondatore di Orme nel Parco e autore del fortunato volume “La terra dei recinti”, gli interventi degli imprenditori eretici si sono protratti per tutta la mattinata, tenendo incollato alle sedie un pubblico attento ed emozionato. Denominatore comune delle loro relazioni, la ferma convinzione di trovarsi in una terra che ha tutte le carte in regola per essere la culla del loro futuro. Non in termini romantici, come qualcuno può pensare, ma concretamente, come luogo su cui investire le proprie energie per ricavarne di che vivere.

Stefano Caccavari, con la storia del suo Orto di Famiglia è stato il primo imprenditore eretico a prendere la parola. Dopo di lui,  Nadia Gambilongo ha parlato dell’importanza del rispetto degli spazi urbani, che lei, con l’associazione I Giardini di Eva, contribuisce a valorizzare facendosi istituzione. Una storia di amore e rispetto per l’ambiente è stata anche quella raccontata da Lucia Parise, dell’associazione Erbanetta, reduce dalla straordinaria esperienza di “Ambientiamoci”, l’iniziativa che nel dicembre scorso, ha acceso i riflettori sulla salvaguardia e la valorizzazione della Grotta delle Palazze di Mendicino. Ivan Arella, dell’associazione “La Piazza”, ha invece parlato del Cleto Festival, il magico evento che, con finanziamenti propri, ha riportato in vita il suggestivo borgo di Cleto, facendolo brillare di una luce nuova, attraverso un ricco calendario di eventi culturali ed artistici che si svolgono nel mese di agosto. Una vera e propria sfida che è divenuta ormai un appuntamento di rilievo nel panorama culturale calabrese. E di sfida parliamo anche quando ci riferiamo all’eresia di Deborah De Rose, che da giovane avvocato è divenuta un punto di riferimento concreto per artisti, creativi e per tutti coloro che vogliono mettere in campo il proprio saper fare, con il suo spazio “Interazioni Creative”, che ha sede a Cosenza. Il mosaico di luci che ha dato l’avvio all’ Eretico Tour si è composto anche della tessera luminosa di Home For Creativity, il rivoluzionario progetto di accoglienza ideato da Roberta Caruso, che a Montalto Uffugo, fa accoglienza basandosi sui principi della share economy. Ancora un altro suggestivo borgo calabro è stato rubato alla desolazione dello spopolamento, grazie al progetto eretico di Rosa Maria Limardi, che ha descritto la sua idea “Jacurso da vivere e imparare”, grazie alla quale, da anni riesce a promuovere i valori, le tradizioni e la storia di quei luoghi, trasformandole in valore. Una storia che ricorda quella di Nido di Seta, la cooperativa agricola attiva non molto lontano, nel piccolo agglomerato di San Floro, dove Domenico Vivino e Miriam Pugliese hanno fatto rifiorire l’antica arte della seta, un tempo alla base dell’economia dell’intera regione, trasformando in valore un mondo fatto di tradizioni e pratiche lavorative ancestrali legate al nostro millenario passato.

Sembrerebbe tutto qui, ma così non è. Gli eretici che hanno preso la parola durante la mattinata, sono solo una piccola parte di tutti quelli nascosti nei meandri di questa splendida terra di Calabria. Ne è riprova il fatto che tanti di loro sono emersi nel pomeriggio. Alcuni con storie di percorsi concreti già intrapresi, e altri con racconti di progetti altrettanto meravigliosi che sono in itinere e lì, tra menti affini ed animi tenaci, hanno trovato quella spinta in più che serve per far fronte all’asprezza di un tessuto sociale fatto di diffidenza e luoghi comuni che parlano di atavica apatia.

Ostacoli che il cammino in Calabria porta con sé, ma che, sono sicura, non riusciranno a fermare l’imponente ondata di spirito di rivalsa rappresentata da questi eretici.

Angela Rubino

 

 

 

Catanzaro, la sua fama di “città della seta” e il museo che non c’è

Una storia, quella della Calabria, profondamente legata all’arte della tessitura della seta, introdotta dai bizantini intorno al VI secolo e sviluppatasi nei secoli successivi, fino a raggiungere livelli d’eccellenza.

Un passato, dunque, i cui pezzi vanno conservati gelosamente come i tasselli di un preziosissimo mosaico che racchiude i tratti dell’identità storico-sociale di un intero popolo. Generalmente, sono i musei quei luoghi che fungono da contenitore della storia di una civiltà e di quegli elementi che sottolineano i tratti della sua grandezza. I musei sono quei luoghi che svelano ai visitatori l’identità di un luogo e quale identità storico-culturale può assumere la città di Catanzaro se non quella legata alla nobilissima arte della seta?

Catanzaro si distinse per la straordinaria qualità dei tessuti prodotti, che riuscirono ad imporsi nei mercati di tutta Europa, divenendo una delle merci più richieste. Centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia era, come attestano le fonti letterarie del tempo, una città ricchissima, e la sua economia si basava principalmente sull’arte della seta, che era regolata da rigidissime norme, i “Capitoli, ordinazioni e statuti dell’arte della seta in Catanzaro”, il cui rispetto, legato anche all’alta qualità dei tessuti prodotti, valse alla città dei Tre Colli la concessione del Consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali e fino ad allora, era stato conferito alla sola Napoli.

Un’arte che vedeva i catanzaresi quasi tutti impegnati a vario titolo nelle attività ad essa legate: dal commercio, alla tessitura, alla tintura; passando per la gelsi bachicoltura o per l’investimento di capitali.

I secoli di maggiore espansione dell’arte della seta nell’attuale capoluogo calabrese, furono quelli che vanno dal XII al XVIII, ma in realtà la lavorazione del prezioso filato risale a molto prima.

I damaschi, i velluti, i taffetà, gli ermosini, i rasi, i lamì, i broccati erano tutte stoffe prodotte nelle filande catanzaresi, che per la loro finezza e preziosità conquistavano il gusto dei sovrani di tutta Europa. La maestria dei tessitori catanzaresi fece scuola in Francia, anche per quanto riguarda l’apporto tecnologico, grazie al telaio di Jean le Calabrais, capostipite del moderno telaio Jacquard.

Un percorso millenario, quindi a cui la città è rimasta fortemente legata fino al secolo scorso.

Oggi, purtroppo, la memoria di questi antichi fasti sembra essere quasi oscurata. Complice anche la noncuranza delle istituzioni, che non hanno saputo investire in un patrimonio dalle straordinarie potenzialità.

Dopo il racconto di cui sopra, quasi si stenta a credere che nella città europea della seta, non ci sia una struttura museale che racconti questo illustre passato, facendosi anche promotrice di iniziative culturali atte a dare impulso e valorizzare la cultura locale e magari a proiettarla in ambito internazionale, riscoprendo gli antichi percorsi della seta.

L’ultimo tentativo di creare un Museo dell’arte della seta a Catanzaro risale al 1999, anno in cui l’associazione Fidapa, nella persona dell’allora presidente Anna Cristallo Figliuzzi, aveva cercato di recuperare la memoria di questa attività, allestendo all’interno della scuola media “Mazzini” un museo dove erano esposti alcuni telai ed attrezzature necessarie per la lavorazione della seta, quali pettini, aspi, spolinatrici, una cantra da 300 rocche, una bucatrice per cartoni che serviva per eseguire e trasferire il disegno sul damasco e antichi documenti sulla lavorazione della seta.

Il museo era visitabile su prenotazione ed è stato anche cornice di varie mostre, in occasione delle quali sono stati esposti anche dei preziosi damaschi di proprietà di alcune famiglie catanzaresi.

Una realtà che avrebbe potuto costituire il punto di inizio (meglio tardi che mai) di una riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico-culturale cittadino, se non fosse stata distrutta sul nascere!

Dopo soli quattro anni, quest’iniziativa è stata bloccata. I telai e tutto il resto sono stati rimossi perché servivano le aule. Le istituzioni non hanno ritenuto abbastanza importante il reperimento di altri locali (magari più degni) dove allestire il Museo della seta di Catanzaro ed oggi, di fatto, tale struttura non esiste. I telai giacciono chissà dove ed esempi di preziosissime manifatture sono custoditi nelle chiese cittadine e nel Museo diocesano, che nonostante abbia anche una sede staccata a Squillace, non ha spazio sufficiente per esporre tutti gli innumerevoli pezzi che possiede.

Questa è la storia di Catanzaro. Questa è la storia di una città che rischia di seppellire il suo passato glorioso, mentre nell’epoca della crisi globale, la cultura può divenire concreto fattore di sviluppo del territorio.

L’arte della lavorazione della seta, infatti, che abbraccia molti secoli di storia catanzarese, potrebbe essere il filo conduttore in una struttura museale, ubicata in uno dei palazzi storici del centro storico cittadino, che attraverso l’esposizione di oggetti, tessuti, foto d’epoca, arnesi da lavoro, ecc., racconti tutta la storia della città, mediante diverse sezioni legate ai vari aspetti della società: da quello sociale, a quello economico, passando per l’arte e l’artigianato d’eccellenza.

Vari eventi potrebbero poi ospitare anche artisti locali e di spessore internazionale, così da riscoprire quel legame con l’Europa che la seta aveva saputo creare secoli fa, in un’epoca in cui ancora si era capaci di comprendere il valore delle eccellenze!

Angela Rubino

[Versione inglese disponibile a breve]

“I ricchi, quando non ebbero più nulla da fottere al povero, gli fregarono la cucina”: la storia del Morzello Catanzarese [English version below]

La storia di un popolo è la base della sua stessa esistenza e se l’archeologia, l’arte e le fonti letterarie sono gli strumenti primari che ci permettono di risalire alla conoscenza del nostro passato, anche i proverbi, le espressioni dialettali, le tradizioni e la gastronomia sanno raccontarci a modo loro chi eravamo e come vivevamo in epoche ormai lontane.

Proprio la gastronomia è l’ambito su cui voglio soffermarmi, tirando in ballo un piatto prelibato quanto modesto, ovvero il Morzello catanzarese, una pietanza che si realizza usando trippa e frattaglie bovine, concentrato di pomodoro, peperoncino piccante, sale, alloro e origano e si consuma assieme alla Pitta, tipico pane Catanzarese a forma di ciambella schiacciata e con poca mollica.
Nonostante le sue umili origini, questo ghiotto intingolo ha conquistato il palato di un popolo intero, inclusa la nobiltà, fino a divenire uno dei piatti più rappresentativi della cucina catanzarese, ricevendo anche l’assegnazione del marchio De.C.O. (Denominazione Comunale d’Origine). Non contento di questo successo, che dura oramai da chissà quanti secoli, il Morzello si è reso anche protagonista del noto programma televisivo dei nostri giorni “Unti e bisunti”, in onda sul canale DMAX.

Ma qual è la storia del Morzello? Quali le sue origini?

Secondo alcune ipotesi, esso risalirebbe al periodo della dominazione saracena (IX-X secolo), che non si limitò soltanto a scorrerie e brevi periodi di occupazione, ma si estese alla creazione di un vero e proprio emirato arabo nel capoluogo calabro che iniziò nel 906 e durò per circa trent’anni, come dimostra anche il ritrovamento di alcune monete e alcuni gioielli con iscrizioni orientali rinvenuti in una necropoli, in occasione dei lavori per la costruzione di palazzo De Nobili (attuale sede del Comune di Catanzaro).

A sostegno di questa ipotesi c’è il fatto che nella cucina dei paesi arabi e mediorientali, esiste una pietanza simile al Morzello. Si tratta di una specie di focaccia, schiacciata e dalla preparazione simile per impasto, alla Pitta che, ricoperta da gustose pietanze speziate e molto condite, costituisce quasi un piatto quotidiano. Inoltre bisogna sottolineare che le frattaglie usate per preparare il Morzello devono essere bovine, con esclusione della carne suina.

Il Morzello nasce come piatto povero, costituito da quelle frattaglie disdegnate dai ricchi. Tuttavia l’estro gastronomico catanzarese decretò il suo successo indiscusso, tanto che, dapprima di nascosto e in seguito “dalla porta principale” il gustoso piatto si fece strada sulle tavole dei ricchi, trovando posto anche nella loro dieta. Oggi si registra addirittura un’inversione di tendenza, che vede un ritorno ai cibi tradizionali, un tempo considerati poco raffinati e adatti alla classe contadina. E, citando Achille Curcio “fu così che i ricchi, quando non ebbero più nulla da fottere al povero, gli fregarono la cucina e la chiamarono dieta mediterranea”.

Come dargli torto. Infondo anche in occasione della ribalta televisiva a Catanzaro, il popolo è stato ridotto alla stregua di spettatore e sotto i riflettori ci sono finiti quasi solo gli “eletti”.

La ricetta del Morzello

 

Ingredienti per la preparazione di 1kg di Morzello (4/6 persone)

200 gr di trippa di vitello (rumine, abomaso e reticolo) – 400gr. di omaso (il cosiddetto “centupezzi”);
200 gr di carne mista di vitello tra polmone, milza e cuore (facoltativo);
200gr di pancia;
grasso animale (quello che si ottiene dalla bollitura e che fungerà da condimento);
100 gr. di concentrato di pomodoro;
essenze: alloro, origano, peperoncini piccanti calabresi;
sale q.b.

Preparazione e tempi di cottura:

La trippa, che dev’essere pulita con molta attenzione con acqua tiepida, dovrà essere unita al “centupezzi”, alla pancia e alle altre interiora (cuore, polmone e milza) qualora si decida di utilizzarle, far bollire il tutto per 15 minuti, togliere gli ingredienti dall’acqua e tagliarli in piccoli pezzi. Estrarre dall’acqua anche il grasso animale ottenuto dalla bollitura.

Porre tutti gli ingredienti ed il grasso animale in una pentola abbastanza grande da fare in modo che essi occupino circa un quarto della sua altezza, quindi, aggiungere contemporaneamente  del vino rosso  e soffriggere il tutto con molta cura. Poi aggiungere il concentrato di pomodoro e dell’acqua, fino a raggiungere quasi il bordo della pentola. Per finire, aggiungere una ricca quantità di peperoncini piccanti calabresi, alcune foglie di alloro e un mazzetto di origano.

Avviare la cottura a fuoco molto lento, senza coprire interamente la pentola, per almeno 2  ore, mescolando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno e aggiungendo dell’acqua qualora fosse necessario.

Il morzello sarà pronto quando il condimento riaffiorerà in superficie.
Servire ben caldo nella pitta (caratteristico e tradizionale pane catanzarese a forma di ciambella) o direttamente nel piatto, con la pitta a parte.

 

 “When riches didn’t have anything else to steal to poor, they stole their cooking”: the Morzello of Catanzaro story

A people history is the base of its existence and, if archaeology, art and literary sources are the tools which lead us to the knowledge of our past, also dialect, proverbs, traditions and gastronomy can tell us, in their own way, who we were and how we lived in times gone by.

That’s gastronomy the field I want to focus on, by involving a delicious but modest dish: the Morzello of Catanzaro. It’s a meal cooked with bovine tripe and offal, tomato concentrate, hot peppers, salt, oil, laurel and oregano to eat with Pitta, a typical kind of bread in the shape of a flattened doughnut and with little crumb.

Although his humble origins, this enjoys food conquered a whole people’s palate, becoming one of the most representatives dishes of Catanzaro gastronomy and receiving also the certification De.C.O. (Municipal denomination of origin). Being not happy about this success, which has gone on for a long time, Morzello has had a leading role in the TV program “Unti e bisunti” (Filthy and Greasy), broadcast on DMAX.

But what is the story of Morzello? What are its origins?

It has been suggested that it dates back to the period of the Saracen domination (IX-X century), that wasn’t limited to just little raids and periods of occupation, but broadened to the creation of a veritable Arab emirate in the capital of Calabria, which started in 906 and lasted about thirty years, how also shows the discovery of coins and jewels with Arab inscriptions on the occasion of the works for the construction of the Catanzaro Municipal Building.

To support this theory there’s the existence, in the Middle East, of a meal similar to Morzello. It’s a kind of flattered bread prepared like Pitta and covered by a tasteful, spicy food that is almost an ordinary meal. Furthermore we need to underline that offal used to prepare Morzello must be bovine, not pork.

Morzello origins are poor and it was made of that offal disdained by riches. But the Catanzaro people’s inspiration in cooking made it succeed and it arrived on the aristocrats tables and was included in their diet. Today we even have a trend reversal that is a return to traditional foods that was considered unrefined and suitable for the peasant class. And so – quoting Achille Curcio – “when riches didn’t have anything else to steal to poor, they stole their cooking and called it Mediterranean diet”.

How can we blame him? After all, during the television limelight in Catanzaro, people were treated like spectators and under the spotlight there were only the “favorites”.

Morzello  recipe

 

Ingredients for 1 kg of morzello (for 4/6 people)

200 gr of calf’s tripe (rumen, fourth stomachs and graticule) – 400 gr of  third stomachs ( the so called “centupezzi”).

200 gr of mixed calf’s meat: lung, spleen and heart (optional).

200 gr of stomach.

animal fat (to obtain from boiling) that will be the dish dressing

100 gr of tomato concentrate.

Flavourings: laurel, oregano, hot Calabrian peppers.

Salt to taste

 

Directions:

After have cleaned very carefully tripe with warm water, join it to “centupezzi”, stomach and other calf’s bladders (heart, lung and spleen) if you have decided to use it; boil it for 15 minutes, pull out ingredients from water and chop them in little pieces. Pull out from water even animal fat obtained from boiling.  Put ingredients and animal fat in a pot big enough to occupy ¼ of its height, then join some red wine and stir-fry it very carefully. After that join tomato concentrate and water until you fill the pot. And finally, join hot Calabrian peppers, some  laurel and oregano.

Cook  on a low heat, without covering, for at least 2 hours, mixing from time to time with a wood spoon and joining some water if necessary.

Morzello will be ready when dressing will get to the surface.

Serve it hot in pitta (characteristic Catanzaro bread with a doughnut  shape) or directly in the dish, with pitta aside.

Angela Rubino 

 

 

“Cleto festival”, quando la politica prende le distanze dalla passione dei giovani [English version below]

Accanto alla realtà di un Sud fatto di problematiche profonde che ne ostacolano la crescita, c’è quella di una terra animata da un’intima coscienza civica e da una grande consapevolezza delle sue enormi potenzialità.

Espressione concreta di tale visione è il Cleto Festival, un evento nato nel 2011, che si svolge ogni anno ad agosto nel centro storico di Cleto in provincia di Cosenza.

Grazie all’operosità e all’ingegno dei ragazzi e ragazze dell’associazione La Piazza, un borgo abbandonato riprende vita e si colora di arte e cultura, regalando intense emozioni ai numerosi visitatori.

Le tre giornate del Cleto Festival sono un’occasione unica di promozione per artisti ed intellettuali locali e non solo. Pensato per dare impulso alla buona cultura calabrese, infatti l’evento fa si che le strade del borgo diventino una vetrina per artisti locali emergenti e, al tempo stesso, una cornice ideale per incontri e convegni.

Nei pomeriggi del 19, 20 e 21 agosto di quest’anno si è svolta la quinta edizione e come di consueto, nelle viuzze del borgo gli spettatori sono stati affascinati dalle opere di fotografi e pittori, dalle performance di attori, giocolieri e musicisti e coinvolti nei laboratori di danza e musica popolare, che hanno contribuito alla magia del Cleto Festival, il quale non è solo arte, ma anche riflessione critica su temi attuali.

“Sud” è stato il filo conduttore di questa quinta edizione, che ha puntato i riflettori sul meridione andando oltre i cliché ed evidenziando le realtà positive che con grandi sacrifici mirano a risollevarne le sorti. Particolare attenzione è stata rivolta alla proclamazione di Matera quale “Capitale europea della Cultura 2019”, evento che può rappresentare per la Calabria una concreta occasione di sviluppo anche grazie ai tratti che accomunano la storia, la cultura e le tradizioni di queste terre, da cui può partire un processo di recupero della loro memoria.

Un fattore su cui vorrei porre l’accento è il fatto che, nonostante l’indiscusso valore positivo che il Cleto Festival ha per il territorio da svariati punti di vista, si tratta di un evento autofinanziato, che non gode di alcun aiuto economico pubblico, ma solo del sostegno di imprese private che ne riconoscono la validità.

Solo una gestione politica cieca, mira a fare gli  interessi di pochi e non a favorire realtà che possono divenire concretamente volano di rinascita per la nostra terra, anche perché alimentati dalla passione e dalla voglia di rivalsa di chi ha deciso di lottare per questo obbiettivo.

 

“Cleto Festival”, when politics distances itself from young people’s passion

Next to the South where serious problems prevent development, there’s a land with an intimate civic consciousness and a great awareness of its enormous potentialities. Cleto Festival is a real expression of this.

This festival was born in 2011 and takes place on august in the Cleto’s historic centre (Celto is in the Cosenza district). Thanks to the hard work and the brilliance of the association La Piazza, every year an abandoned village revives through art and culture, giving great emotions to lots of visitors.

Cleto Festival’s three days are a unique occasion, for local artists and intellectuals to promote themselves, as it was thought to support Calabrian good culture.

Indeed, the event makes the country lanes coloring and becoming an ideal show case for meetings and conferences.

From august 19th to  20th, this year, the fifth edition took place and, as usual, in the village small streets the visitors were fascinated by photographers and painters  works; by the performances of actors, jugglers and musicians and by music and dancing workshops, which contributed to the magic of Cleto Festival that isn’t only art, but also critic reflection about current subjects.

“South” was a common thread of this fifth edition, that put the South of Italy at the centre of the attention, going beyond clichés and highlighting the constructive realities that aim to improve its fate. Particular attention was paid to the proclamation of Matera as “European capital of the culture 2019”, an event that can represent an actual opportunity of development for Calabria; even thanks to a number of factors like history, traditions and culture that the two regions have in common. It’s from here that a process of regaining their memory can start.

Nevertheless  the undisputed importance of Cleto Festival from various points of view, I want to stress that it’s a self-funding event, that doesn’t receive any economic support from public institutions (only private companies that believe in its validity provide financial support for it).

Only a blind politic management, can aim to serve the interests of the privileged few, instead of helping realities that can actually become a driving force for our land growth, even because they are promoted by passion and thirst for revenge of people that decided to stay.

Angela Rubino   

 

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