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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Catanzaro, la sua fama di “città della seta” e il museo che non c’è

Una storia, quella della Calabria, profondamente legata all’arte della tessitura della seta, introdotta dai bizantini intorno al VI secolo e sviluppatasi nei secoli successivi, fino a raggiungere livelli d’eccellenza.

Un passato, dunque, i cui pezzi vanno conservati gelosamente come i tasselli di un preziosissimo mosaico che racchiude i tratti dell’identità storico-sociale di un intero popolo. Generalmente, sono i musei quei luoghi che fungono da contenitore della storia di una civiltà e di quegli elementi che sottolineano i tratti della sua grandezza. I musei sono quei luoghi che svelano ai visitatori l’identità di un luogo e quale identità storico-culturale può assumere la città di Catanzaro se non quella legata alla nobilissima arte della seta?

Catanzaro si distinse per la straordinaria qualità dei tessuti prodotti, che riuscirono ad imporsi nei mercati di tutta Europa, divenendo una delle merci più richieste. Centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia era, come attestano le fonti letterarie del tempo, una città ricchissima, e la sua economia si basava principalmente sull’arte della seta, che era regolata da rigidissime norme, i “Capitoli, ordinazioni e statuti dell’arte della seta in Catanzaro”, il cui rispetto, legato anche all’alta qualità dei tessuti prodotti, valse alla città dei Tre Colli la concessione del Consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali e fino ad allora, era stato conferito alla sola Napoli.

Un’arte che vedeva i catanzaresi quasi tutti impegnati a vario titolo nelle attività ad essa legate: dal commercio, alla tessitura, alla tintura; passando per la gelsi bachicoltura o per l’investimento di capitali.

I secoli di maggiore espansione dell’arte della seta nell’attuale capoluogo calabrese, furono quelli che vanno dal XII al XVIII, ma in realtà la lavorazione del prezioso filato risale a molto prima.

I damaschi, i velluti, i taffetà, gli ermosini, i rasi, i lamì, i broccati erano tutte stoffe prodotte nelle filande catanzaresi, che per la loro finezza e preziosità conquistavano il gusto dei sovrani di tutta Europa. La maestria dei tessitori catanzaresi fece scuola in Francia, anche per quanto riguarda l’apporto tecnologico, grazie al telaio di Jean le Calabrais, capostipite del moderno telaio Jacquard.

Un percorso millenario, quindi a cui la città è rimasta fortemente legata fino al secolo scorso.

Oggi, purtroppo, la memoria di questi antichi fasti sembra essere quasi oscurata. Complice anche la noncuranza delle istituzioni, che non hanno saputo investire in un patrimonio dalle straordinarie potenzialità.

Dopo il racconto di cui sopra, quasi si stenta a credere che nella città europea della seta, non ci sia una struttura museale che racconti questo illustre passato, facendosi anche promotrice di iniziative culturali atte a dare impulso e valorizzare la cultura locale e magari a proiettarla in ambito internazionale, riscoprendo gli antichi percorsi della seta.

L’ultimo tentativo di creare un Museo dell’arte della seta a Catanzaro risale al 1999, anno in cui l’associazione Fidapa, nella persona dell’allora presidente Anna Cristallo Figliuzzi, aveva cercato di recuperare la memoria di questa attività, allestendo all’interno della scuola media “Mazzini” un museo dove erano esposti alcuni telai ed attrezzature necessarie per la lavorazione della seta, quali pettini, aspi, spolinatrici, una cantra da 300 rocche, una bucatrice per cartoni che serviva per eseguire e trasferire il disegno sul damasco e antichi documenti sulla lavorazione della seta.

Il museo era visitabile su prenotazione ed è stato anche cornice di varie mostre, in occasione delle quali sono stati esposti anche dei preziosi damaschi di proprietà di alcune famiglie catanzaresi.

Una realtà che avrebbe potuto costituire il punto di inizio (meglio tardi che mai) di una riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico-culturale cittadino, se non fosse stata distrutta sul nascere!

Dopo soli quattro anni, quest’iniziativa è stata bloccata. I telai e tutto il resto sono stati rimossi perché servivano le aule. Le istituzioni non hanno ritenuto abbastanza importante il reperimento di altri locali (magari più degni) dove allestire il Museo della seta di Catanzaro ed oggi, di fatto, tale struttura non esiste. I telai giacciono chissà dove ed esempi di preziosissime manifatture sono custoditi nelle chiese cittadine e nel Museo diocesano, che nonostante abbia anche una sede staccata a Squillace, non ha spazio sufficiente per esporre tutti gli innumerevoli pezzi che possiede.

Questa è la storia di Catanzaro. Questa è la storia di una città che rischia di seppellire il suo passato glorioso, mentre nell’epoca della crisi globale, la cultura può divenire concreto fattore di sviluppo del territorio.

L’arte della lavorazione della seta, infatti, che abbraccia molti secoli di storia catanzarese, potrebbe essere il filo conduttore in una struttura museale, ubicata in uno dei palazzi storici del centro storico cittadino, che attraverso l’esposizione di oggetti, tessuti, foto d’epoca, arnesi da lavoro, ecc., racconti tutta la storia della città, mediante diverse sezioni legate ai vari aspetti della società: da quello sociale, a quello economico, passando per l’arte e l’artigianato d’eccellenza.

Vari eventi potrebbero poi ospitare anche artisti locali e di spessore internazionale, così da riscoprire quel legame con l’Europa che la seta aveva saputo creare secoli fa, in un’epoca in cui ancora si era capaci di comprendere il valore delle eccellenze!

Angela Rubino

[Versione inglese disponibile a breve]

“I ricchi, quando non ebbero più nulla da fottere al povero, gli fregarono la cucina”: la storia del Morzello Catanzarese [English version below]

La storia di un popolo è la base della sua stessa esistenza e se l’archeologia, l’arte e le fonti letterarie sono gli strumenti primari che ci permettono di risalire alla conoscenza del nostro passato, anche i proverbi, le espressioni dialettali, le tradizioni e la gastronomia sanno raccontarci a modo loro chi eravamo e come vivevamo in epoche ormai lontane.

Proprio la gastronomia è l’ambito su cui voglio soffermarmi, tirando in ballo un piatto prelibato quanto modesto, ovvero il Morzello catanzarese, una pietanza che si realizza usando trippa e frattaglie bovine, concentrato di pomodoro, peperoncino piccante, sale, alloro e origano e si consuma assieme alla Pitta, tipico pane Catanzarese a forma di ciambella schiacciata e con poca mollica.
Nonostante le sue umili origini, questo ghiotto intingolo ha conquistato il palato di un popolo intero, inclusa la nobiltà, fino a divenire uno dei piatti più rappresentativi della cucina catanzarese, ricevendo anche l’assegnazione del marchio De.C.O. (Denominazione Comunale d’Origine). Non contento di questo successo, che dura oramai da chissà quanti secoli, il Morzello si è reso anche protagonista del noto programma televisivo dei nostri giorni “Unti e bisunti”, in onda sul canale DMAX.

Ma qual è la storia del Morzello? Quali le sue origini?

Secondo alcune ipotesi, esso risalirebbe al periodo della dominazione saracena (IX-X secolo), che non si limitò soltanto a scorrerie e brevi periodi di occupazione, ma si estese alla creazione di un vero e proprio emirato arabo nel capoluogo calabro che iniziò nel 906 e durò per circa trent’anni, come dimostra anche il ritrovamento di alcune monete e alcuni gioielli con iscrizioni orientali rinvenuti in una necropoli, in occasione dei lavori per la costruzione di palazzo De Nobili (attuale sede del Comune di Catanzaro).

A sostegno di questa ipotesi c’è il fatto che nella cucina dei paesi arabi e mediorientali, esiste una pietanza simile al Morzello. Si tratta di una specie di focaccia, schiacciata e dalla preparazione simile per impasto, alla Pitta che, ricoperta da gustose pietanze speziate e molto condite, costituisce quasi un piatto quotidiano. Inoltre bisogna sottolineare che le frattaglie usate per preparare il Morzello devono essere bovine, con esclusione della carne suina.

Il Morzello nasce come piatto povero, costituito da quelle frattaglie disdegnate dai ricchi. Tuttavia l’estro gastronomico catanzarese decretò il suo successo indiscusso, tanto che, dapprima di nascosto e in seguito “dalla porta principale” il gustoso piatto si fece strada sulle tavole dei ricchi, trovando posto anche nella loro dieta. Oggi si registra addirittura un’inversione di tendenza, che vede un ritorno ai cibi tradizionali, un tempo considerati poco raffinati e adatti alla classe contadina. E, citando Achille Curcio “fu così che i ricchi, quando non ebbero più nulla da fottere al povero, gli fregarono la cucina e la chiamarono dieta mediterranea”.

Come dargli torto. Infondo anche in occasione della ribalta televisiva a Catanzaro, il popolo è stato ridotto alla stregua di spettatore e sotto i riflettori ci sono finiti quasi solo gli “eletti”.

La ricetta del Morzello

 

Ingredienti per la preparazione di 1kg di Morzello (4/6 persone)

200 gr di trippa di vitello (rumine, abomaso e reticolo) – 400gr. di omaso (il cosiddetto “centupezzi”);
200 gr di carne mista di vitello tra polmone, milza e cuore (facoltativo);
200gr di pancia;
grasso animale (quello che si ottiene dalla bollitura e che fungerà da condimento);
100 gr. di concentrato di pomodoro;
essenze: alloro, origano, peperoncini piccanti calabresi;
sale q.b.

Preparazione e tempi di cottura:

La trippa, che dev’essere pulita con molta attenzione con acqua tiepida, dovrà essere unita al “centupezzi”, alla pancia e alle altre interiora (cuore, polmone e milza) qualora si decida di utilizzarle, far bollire il tutto per 15 minuti, togliere gli ingredienti dall’acqua e tagliarli in piccoli pezzi. Estrarre dall’acqua anche il grasso animale ottenuto dalla bollitura.

Porre tutti gli ingredienti ed il grasso animale in una pentola abbastanza grande da fare in modo che essi occupino circa un quarto della sua altezza, quindi, aggiungere contemporaneamente  del vino rosso  e soffriggere il tutto con molta cura. Poi aggiungere il concentrato di pomodoro e dell’acqua, fino a raggiungere quasi il bordo della pentola. Per finire, aggiungere una ricca quantità di peperoncini piccanti calabresi, alcune foglie di alloro e un mazzetto di origano.

Avviare la cottura a fuoco molto lento, senza coprire interamente la pentola, per almeno 2  ore, mescolando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno e aggiungendo dell’acqua qualora fosse necessario.

Il morzello sarà pronto quando il condimento riaffiorerà in superficie.
Servire ben caldo nella pitta (caratteristico e tradizionale pane catanzarese a forma di ciambella) o direttamente nel piatto, con la pitta a parte.

 

 “When riches didn’t have anything else to steal to poor, they stole their cooking”: the Morzello of Catanzaro story

A people history is the base of its existence and, if archaeology, art and literary sources are the tools which lead us to the knowledge of our past, also dialect, proverbs, traditions and gastronomy can tell us, in their own way, who we were and how we lived in times gone by.

That’s gastronomy the field I want to focus on, by involving a delicious but modest dish: the Morzello of Catanzaro. It’s a meal cooked with bovine tripe and offal, tomato concentrate, hot peppers, salt, oil, laurel and oregano to eat with Pitta, a typical kind of bread in the shape of a flattened doughnut and with little crumb.

Although his humble origins, this enjoys food conquered a whole people’s palate, becoming one of the most representatives dishes of Catanzaro gastronomy and receiving also the certification De.C.O. (Municipal denomination of origin). Being not happy about this success, which has gone on for a long time, Morzello has had a leading role in the TV program “Unti e bisunti” (Filthy and Greasy), broadcast on DMAX.

But what is the story of Morzello? What are its origins?

It has been suggested that it dates back to the period of the Saracen domination (IX-X century), that wasn’t limited to just little raids and periods of occupation, but broadened to the creation of a veritable Arab emirate in the capital of Calabria, which started in 906 and lasted about thirty years, how also shows the discovery of coins and jewels with Arab inscriptions on the occasion of the works for the construction of the Catanzaro Municipal Building.

To support this theory there’s the existence, in the Middle East, of a meal similar to Morzello. It’s a kind of flattered bread prepared like Pitta and covered by a tasteful, spicy food that is almost an ordinary meal. Furthermore we need to underline that offal used to prepare Morzello must be bovine, not pork.

Morzello origins are poor and it was made of that offal disdained by riches. But the Catanzaro people’s inspiration in cooking made it succeed and it arrived on the aristocrats tables and was included in their diet. Today we even have a trend reversal that is a return to traditional foods that was considered unrefined and suitable for the peasant class. And so – quoting Achille Curcio – “when riches didn’t have anything else to steal to poor, they stole their cooking and called it Mediterranean diet”.

How can we blame him? After all, during the television limelight in Catanzaro, people were treated like spectators and under the spotlight there were only the “favorites”.

Morzello  recipe

 

Ingredients for 1 kg of morzello (for 4/6 people)

200 gr of calf’s tripe (rumen, fourth stomachs and graticule) – 400 gr of  third stomachs ( the so called “centupezzi”).

200 gr of mixed calf’s meat: lung, spleen and heart (optional).

200 gr of stomach.

animal fat (to obtain from boiling) that will be the dish dressing

100 gr of tomato concentrate.

Flavourings: laurel, oregano, hot Calabrian peppers.

Salt to taste

 

Directions:

After have cleaned very carefully tripe with warm water, join it to “centupezzi”, stomach and other calf’s bladders (heart, lung and spleen) if you have decided to use it; boil it for 15 minutes, pull out ingredients from water and chop them in little pieces. Pull out from water even animal fat obtained from boiling.  Put ingredients and animal fat in a pot big enough to occupy ¼ of its height, then join some red wine and stir-fry it very carefully. After that join tomato concentrate and water until you fill the pot. And finally, join hot Calabrian peppers, some  laurel and oregano.

Cook  on a low heat, without covering, for at least 2 hours, mixing from time to time with a wood spoon and joining some water if necessary.

Morzello will be ready when dressing will get to the surface.

Serve it hot in pitta (characteristic Catanzaro bread with a doughnut  shape) or directly in the dish, with pitta aside.

Angela Rubino 

 

 

“Cleto festival”, quando la politica prende le distanze dalla passione dei giovani [English version below]

Accanto alla realtà di un Sud fatto di problematiche profonde che ne ostacolano la crescita, c’è quella di una terra animata da un’intima coscienza civica e da una grande consapevolezza delle sue enormi potenzialità.

Espressione concreta di tale visione è il Cleto Festival, un evento nato nel 2011, che si svolge ogni anno ad agosto nel centro storico di Cleto in provincia di Cosenza.

Grazie all’operosità e all’ingegno dei ragazzi e ragazze dell’associazione La Piazza, un borgo abbandonato riprende vita e si colora di arte e cultura, regalando intense emozioni ai numerosi visitatori.

Le tre giornate del Cleto Festival sono un’occasione unica di promozione per artisti ed intellettuali locali e non solo. Pensato per dare impulso alla buona cultura calabrese, infatti l’evento fa si che le strade del borgo diventino una vetrina per artisti locali emergenti e, al tempo stesso, una cornice ideale per incontri e convegni.

Nei pomeriggi del 19, 20 e 21 agosto di quest’anno si è svolta la quinta edizione e come di consueto, nelle viuzze del borgo gli spettatori sono stati affascinati dalle opere di fotografi e pittori, dalle performance di attori, giocolieri e musicisti e coinvolti nei laboratori di danza e musica popolare, che hanno contribuito alla magia del Cleto Festival, il quale non è solo arte, ma anche riflessione critica su temi attuali.

“Sud” è stato il filo conduttore di questa quinta edizione, che ha puntato i riflettori sul meridione andando oltre i cliché ed evidenziando le realtà positive che con grandi sacrifici mirano a risollevarne le sorti. Particolare attenzione è stata rivolta alla proclamazione di Matera quale “Capitale europea della Cultura 2019”, evento che può rappresentare per la Calabria una concreta occasione di sviluppo anche grazie ai tratti che accomunano la storia, la cultura e le tradizioni di queste terre, da cui può partire un processo di recupero della loro memoria.

Un fattore su cui vorrei porre l’accento è il fatto che, nonostante l’indiscusso valore positivo che il Cleto Festival ha per il territorio da svariati punti di vista, si tratta di un evento autofinanziato, che non gode di alcun aiuto economico pubblico, ma solo del sostegno di imprese private che ne riconoscono la validità.

Solo una gestione politica cieca, mira a fare gli  interessi di pochi e non a favorire realtà che possono divenire concretamente volano di rinascita per la nostra terra, anche perché alimentati dalla passione e dalla voglia di rivalsa di chi ha deciso di lottare per questo obbiettivo.

 

“Cleto Festival”, when politics distances itself from young people’s passion

Next to the South where serious problems prevent development, there’s a land with an intimate civic consciousness and a great awareness of its enormous potentialities. Cleto Festival is a real expression of this.

This festival was born in 2011 and takes place on august in the Cleto’s historic centre (Celto is in the Cosenza district). Thanks to the hard work and the brilliance of the association La Piazza, every year an abandoned village revives through art and culture, giving great emotions to lots of visitors.

Cleto Festival’s three days are a unique occasion, for local artists and intellectuals to promote themselves, as it was thought to support Calabrian good culture.

Indeed, the event makes the country lanes coloring and becoming an ideal show case for meetings and conferences.

From august 19th to  20th, this year, the fifth edition took place and, as usual, in the village small streets the visitors were fascinated by photographers and painters  works; by the performances of actors, jugglers and musicians and by music and dancing workshops, which contributed to the magic of Cleto Festival that isn’t only art, but also critic reflection about current subjects.

“South” was a common thread of this fifth edition, that put the South of Italy at the centre of the attention, going beyond clichés and highlighting the constructive realities that aim to improve its fate. Particular attention was paid to the proclamation of Matera as “European capital of the culture 2019”, an event that can represent an actual opportunity of development for Calabria; even thanks to a number of factors like history, traditions and culture that the two regions have in common. It’s from here that a process of regaining their memory can start.

Nevertheless  the undisputed importance of Cleto Festival from various points of view, I want to stress that it’s a self-funding event, that doesn’t receive any economic support from public institutions (only private companies that believe in its validity provide financial support for it).

Only a blind politic management, can aim to serve the interests of the privileged few, instead of helping realities that can actually become a driving force for our land growth, even because they are promoted by passion and thirst for revenge of people that decided to stay.

Angela Rubino   

 

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