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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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“Altrove”, Catanzaro cambia volto con la forza del talento che si esprime

Ho più volte parlato di cultura calabra riferendomi al genio dei nostri avi, questa volta invece voglio volgere lo sguardo al presente e se parliamo di presente non possiamo prescindere dal considerare l’enorme complessità della situazione attuale. Parlo di quel grosso cumulo di delusioni e del crollo di ideali che hanno interessato soprattutto la mia generazione e quella dopo, contribuendo, assieme ad altri fattori, allo stato di apatia che sta dando il colpo di grazia ad un territorio già martoriato dal’incuria, dalla mancanza di una gestione politica oculata e dall’indolenza dei cittadini.

Questo è il triste quadro del nostro presente e questo scenario conferisce maggior valore alla potenza espressiva dell’artista e alla caparbietà di coloro che vogliono il cambiamento.

Per fortuna, infatti, quel folto velo di pigrizia e rassegnazione che sembra avvolgere la nostra società, si sta squarciando grazie alla capacità di guardare oltre di molti artisti, intellettuali, nuovi imprenditori. Per me essi rappresentano i pilastri di una società, che si forma su basi del tutto diverse e più autentiche rispetto a quelle illusorie che reggono i rudimenti di questo sistema ormai allo sfascio.

Catanzaro, in questi giorni, è stata un esempio eloquente di come un gruppo di giovani artisti possa contribuire con le proprie forze a ridare vita agli spazi e al tessuto sociale con la sola forza della propria volontà e del proprio talento. Il loro progetto di chiama “Altrove” e la sua forza espressiva è divenuta tale da non poter più essere ignorata o passare in secondo piano. Un centro storico dal passato millenario, ridotto alla stregua di una città fantasma ha potuto rivivere grazie alla spinta propulsiva dell’arte, nel periodo compreso tra il 19 dicembre e il 2 gennaio, con un calendario fitto di eventi che hanno saputo coniugare il presente e il passato della città, dando spazio alla suggestione del linguaggio dell’arte contemporanea in tutte le sue forme.

“Altrove” è un progetto che si realizza già da due anni, nella città di Catanzaro ed ha l’obbiettivo di «dare ai luoghi una visione altra». Negli anni precedenti gli artisti sono intervenuti principalmente nelle periferie, con strepitose opere di street art che hanno ridato colore e vivacità ad angoli bui e nascosti. Quest’anno l’attenzione si è spostata al centro storico, con l’obbiettivo di «creare nuove visioni possibili degli spazi chiusi o abbandonati».

Teatro di questa nuova avventura dal titolo “Eterotopia” è stato Palazzo Fazzari, lo storico edificio sito su Corso Mazzini che, dopo la chiusura del Circolo Unione, versa in uno stato di abbandono. La scelta di questo spazio è stata emblematica: quel luogo che in passato divenne uno dei simboli di cambiamento del volto della città, secondo i canoni architettonici post-unitari, è diventato spunto per una visione nuova che si espleta secondo i canoni del linguaggio contemporaneo.

Lo storico Palazzo ha così riaperto le sue sale, divenute teatro di un suggestivo viaggio alla scoperta di codici espressivi nuovi. Installazioni, opere di video art, pannelli pittorici, performance di danza e teatro, proiezioni, dibattiti sulla storia cittadina, workshop e diverse serate all’insegna di musica e gastronomia, hanno animato per tutta la durata della manifestazione gli spazi interni e quelli esterni di Palazzo Fazzari, dando notevole impulso alla vivacità della città. Gli artisti che hanno esposto sono Borondo, Edoardo Tresoldi, Sbagliato, Canemorto, Jacopo Mandich.

L’evento si è concluso il 2 gennaio. Ma il viaggio nei meandri dell’arte contemporanea proseguirà anche oltre, con lo Spazio Altrove. Sito al piano terra di Palazzo Fazzari, durante la durata dell’evento, esso ha ospitato le opere di Alejandro Garcia, Ehab. H. A. Kher, Angelo Jaroszuk Bogasz e Matteo Sainato. Dal mese di febbraio, esso si proporrà come luogo d’incontro e scambio di visioni ed opinioni tra gli avventori di quella che non vuole essere soltanto una galleria d’arte, ma «luogo vivo e di sperimentazione». Lo Spazio Altrove rimarrà fruibile per un periodo di almeno due anni e sarà uno spazio culturale originale nel cuore del centro storico cittadino.

“Altrove” diviene un esempio concreto di come si possa cambiare il volto di una città con la volontà di mettere in campo il proprio sapere. Questa è la cultura che anima la Calabria di oggi. È la forza di quei talenti che infrangono le barriere dell’indifferenza, della banalità, del materialismo e della schiavitù silenziosa di questo sistema, facendosi strada a fatica, ma con caparbietà.

Sono convinta che la forza di questo nuovo movimento culturale che nasce dal basso sia inarrestabile.

 

Angela Rubino     

 

Catanzaro, la sua fama di “città della seta” e il museo che non c’è

Una storia, quella della Calabria, profondamente legata all’arte della tessitura della seta, introdotta dai bizantini intorno al VI secolo e sviluppatasi nei secoli successivi, fino a raggiungere livelli d’eccellenza.

Un passato, dunque, i cui pezzi vanno conservati gelosamente come i tasselli di un preziosissimo mosaico che racchiude i tratti dell’identità storico-sociale di un intero popolo. Generalmente, sono i musei quei luoghi che fungono da contenitore della storia di una civiltà e di quegli elementi che sottolineano i tratti della sua grandezza. I musei sono quei luoghi che svelano ai visitatori l’identità di un luogo e quale identità storico-culturale può assumere la città di Catanzaro se non quella legata alla nobilissima arte della seta?

Catanzaro si distinse per la straordinaria qualità dei tessuti prodotti, che riuscirono ad imporsi nei mercati di tutta Europa, divenendo una delle merci più richieste. Centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia era, come attestano le fonti letterarie del tempo, una città ricchissima, e la sua economia si basava principalmente sull’arte della seta, che era regolata da rigidissime norme, i “Capitoli, ordinazioni e statuti dell’arte della seta in Catanzaro”, il cui rispetto, legato anche all’alta qualità dei tessuti prodotti, valse alla città dei Tre Colli la concessione del Consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali e fino ad allora, era stato conferito alla sola Napoli.

Un’arte che vedeva i catanzaresi quasi tutti impegnati a vario titolo nelle attività ad essa legate: dal commercio, alla tessitura, alla tintura; passando per la gelsi bachicoltura o per l’investimento di capitali.

I secoli di maggiore espansione dell’arte della seta nell’attuale capoluogo calabrese, furono quelli che vanno dal XII al XVIII, ma in realtà la lavorazione del prezioso filato risale a molto prima.

I damaschi, i velluti, i taffetà, gli ermosini, i rasi, i lamì, i broccati erano tutte stoffe prodotte nelle filande catanzaresi, che per la loro finezza e preziosità conquistavano il gusto dei sovrani di tutta Europa. La maestria dei tessitori catanzaresi fece scuola in Francia, anche per quanto riguarda l’apporto tecnologico, grazie al telaio di Jean le Calabrais, capostipite del moderno telaio Jacquard.

Un percorso millenario, quindi a cui la città è rimasta fortemente legata fino al secolo scorso.

Oggi, purtroppo, la memoria di questi antichi fasti sembra essere quasi oscurata. Complice anche la noncuranza delle istituzioni, che non hanno saputo investire in un patrimonio dalle straordinarie potenzialità.

Dopo il racconto di cui sopra, quasi si stenta a credere che nella città europea della seta, non ci sia una struttura museale che racconti questo illustre passato, facendosi anche promotrice di iniziative culturali atte a dare impulso e valorizzare la cultura locale e magari a proiettarla in ambito internazionale, riscoprendo gli antichi percorsi della seta.

L’ultimo tentativo di creare un Museo dell’arte della seta a Catanzaro risale al 1999, anno in cui l’associazione Fidapa, nella persona dell’allora presidente Anna Cristallo Figliuzzi, aveva cercato di recuperare la memoria di questa attività, allestendo all’interno della scuola media “Mazzini” un museo dove erano esposti alcuni telai ed attrezzature necessarie per la lavorazione della seta, quali pettini, aspi, spolinatrici, una cantra da 300 rocche, una bucatrice per cartoni che serviva per eseguire e trasferire il disegno sul damasco e antichi documenti sulla lavorazione della seta.

Il museo era visitabile su prenotazione ed è stato anche cornice di varie mostre, in occasione delle quali sono stati esposti anche dei preziosi damaschi di proprietà di alcune famiglie catanzaresi.

Una realtà che avrebbe potuto costituire il punto di inizio (meglio tardi che mai) di una riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico-culturale cittadino, se non fosse stata distrutta sul nascere!

Dopo soli quattro anni, quest’iniziativa è stata bloccata. I telai e tutto il resto sono stati rimossi perché servivano le aule. Le istituzioni non hanno ritenuto abbastanza importante il reperimento di altri locali (magari più degni) dove allestire il Museo della seta di Catanzaro ed oggi, di fatto, tale struttura non esiste. I telai giacciono chissà dove ed esempi di preziosissime manifatture sono custoditi nelle chiese cittadine e nel Museo diocesano, che nonostante abbia anche una sede staccata a Squillace, non ha spazio sufficiente per esporre tutti gli innumerevoli pezzi che possiede.

Questa è la storia di Catanzaro. Questa è la storia di una città che rischia di seppellire il suo passato glorioso, mentre nell’epoca della crisi globale, la cultura può divenire concreto fattore di sviluppo del territorio.

L’arte della lavorazione della seta, infatti, che abbraccia molti secoli di storia catanzarese, potrebbe essere il filo conduttore in una struttura museale, ubicata in uno dei palazzi storici del centro storico cittadino, che attraverso l’esposizione di oggetti, tessuti, foto d’epoca, arnesi da lavoro, ecc., racconti tutta la storia della città, mediante diverse sezioni legate ai vari aspetti della società: da quello sociale, a quello economico, passando per l’arte e l’artigianato d’eccellenza.

Vari eventi potrebbero poi ospitare anche artisti locali e di spessore internazionale, così da riscoprire quel legame con l’Europa che la seta aveva saputo creare secoli fa, in un’epoca in cui ancora si era capaci di comprendere il valore delle eccellenze!

Angela Rubino

[Versione inglese disponibile a breve]

Seta, da Catanzaro l’invenzione che fu alla base della gloria lionese. La storia di Jean le Calabrais [English version below]

L’arte della lavorazione della seta fu uno dei retaggi bizantini della storia calabrese, forse il più importante, quello che assicurò alla Calabria e soprattutto al suo capoluogo, un successo indiscusso in tutta Europa. Difatti tanto era il pregio dei tessuti prodotti nelle filande catanzaresi, che essi divennero una delle merci più richieste nelle fiere e nei mercati del vecchio continente.

Inoltre, si può arrivare ad affermare che l’insegnamento e anche l’apporto tecnologico delle maestranze calabresi fu uno dei fattori alla base del lancio della seteria francese e in particolare di quelle di Tours e Lione.

Nel libro la “Seta a Catanzaro e Lione”, seguendo la scia delle vicende storiche, ho potuto segnare  i tratti di questo cammino inaspettato.

Tutto ebbe inizio nel VI secolo circa, quando i bizantini introdussero in Calabria la lavorazione della seta. Ben presto tale attività si sviluppò a tal punto da far concorrenza alla Siria e poi alla capitale dell’impero, Costantinopoli. Fu Catanzaro a distinguersi come centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia (nei secoli successivi la produzione si consolidò anche a Venezia, Firenze, Genova, Bologna e in particolare a Lucca).

Nel capoluogo calabro, la nobile arte della seta raggiunse un tale livello d’eccellenza che i tessuti serici venivano nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli e i sovrani favorivano quest’attività con privilegi e pergamene. Per di più, nel 1519 Carlo V concesse alla sola Catanzaro, dopo Napoli,  il consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali.

L’industria della seta procurava benessere ai cittadini e fama alla città: le manifatture contrassegnate dal simbolo delle tre “V” (Venti, Velluti, Vitaliano) erano conosciute ed apprezzate in tutta Europa.

È facile credere, dunque, che quando Luigi XI, nel 1470 emanò il primo provvedimento ufficiale finalizzato ad impiantare in Francia un’industria per la fabbricazione di tessuti serici, chiamò dall’Italia un gruppo di tessitori tra i quali non potevano mancare i maestri catanzaresi.

Fu proprio un catanzarese di nome Giovanni a guidare l’avvio della prima manifattura della seta nella città di Tours, mediante l’utilizzo del suo telaio, che sarebbe passato alla storia come le métier de Jean le Calabrais.

Derivato dai modelli orientali, questo telaio può essere considerato il capostipite dei telai meccanizzati.

Una delle sue caratteristiche è il fatto che permetteva al tessitore di lavorare da solo, in quanto il suo funzionamento non richiedeva la presenza di un tira licci. Esso consentì di confezionare stupendi tessuti di seta impreziositi con fili d’oro e d’argento, delle stoffe in tinta unita dette “gros de Tours” , dei tessuti lavorati e infine articoli d’arredo e damaschi.

Da quel momento in poi l’industria della seta prese piede in Francia e oltre a Tours, si sviluppò anche in altre città.

A Lione, dopo un primo tentativo, che diede scarsi risultati, la seteria ebbe uno slancio grazie al provvedimento di Francesco I, che nel 1536 favorì il trasferimento in città dei setaioli provenienti dall’Italia. Un provvedimento che ebbe ottimi risultati, tanto che Lione riuscì a conquistare una posizione di primo piano tra le città manifatturiere.

Ma c’è di più. Infatti il commercio dei tessuti serici lionesi non si limitò alla sola Francia, ma riuscì ad imporsi su scala mondiale. Questo a partire dal 1620 grazie all’invenzione, da parte di un setaiolo lionese di nome Dangon, di un nuovo tipo di telaio a mano per la produzione di stoffe lavorate.

In seguito il telaio detto Jacquard, che rimpiazzò quello di Dangon, contribuì fortemente allo sviluppo delle stoffe lavorate e il XVIII secolo può essere definito il secolo d’oro della seteria lionese, per la squisita qualità delle sue creazioni.

La storia dell’industria della seta a Lione è indubbiamente affascinante, soprattutto per l’abilità che ha portato i francesi ad emergere sul mercato mondiale fino ai giorni nostri.

Ma se è vero che Catanzaro invece fu vittima della politica finanziaria del viceregno spagnolo, che determinò la disfatta delle gloriosa attività, non bisogna dimenticare che le successive invenzioni dei setaioli francesi si basarono sul prototipo ideato dal tessitore catanzarese Jean. Per cui è lecito concludere che il contributo delle maestranze italiane e della tecnologia  calabrese fu alla base del lancio della seteria lionese. (Immagine tratta dal web. Informazioni utili a redigere l’articolo tratte dal volume “La seta a Catanzaro e Lione”, Rubbettino 2007).

Silk, from Catanzaro an invention that was at the base of the Lyon glory. The story of Jean le Calabrais

The art of silk working was one of the Calabria history Byzantine heritages, maybe the most important one, which ensured the success all around Europe to Calabria and above all to its capital. In facts the tissues of the Catanzaro spinning mills was so precious that they were one of the most popular products in the old continent fairs and markets.

Furthermore, we can say that  Calabria workforce’s teaching and technological support was one of the factors at the base of the French silk industry launching (Tours and Lyon ones in particular).

I charted the course of this unexpected path in the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, following the wake of the historical events.

It all started in about the VI century, when Byzantines introduced the silk working in Calabria. Soon this activity developed until it competed with Syria and then with the empire capital, Constantinople. It was Catanzaro that differed as manufacturer centre of excellence in Calabria and first important centre in Italy (in the next centuries the production consolidated also in Venice, Florence, Genova, Bologna and in particular in Lucca).

In the capital of Calabria, the noble art of silk reached such a level of excellence that the silk tissues were nominated in notarial deeds and testaments                                just after jewels and the kings encouraged it with privileges and parchments. Furthermore, in 1519 Charles V granted only to Catanzaro, after Naples, the art of silk  consulate, which involved a lots of fiscal privileges too.

The silk industry provided comfort to citizens and celebrity to the city: the manufactures identified with the symbol of three “V” (Wind, Velour, Vitaliano) were known and appreciated al around Europe.

So, it’s easy to believe that, when Louis XI, in 1470 took an official decision to implant a silk industry in France, called a group of silk workers from Italy and among them there were also Calabrian masters.

It was just a worker from Catanzaro, whose name was Giovanni, that guided the launching of the first silk manufacturing in Tours, using his loom which would go down in history as le métier de Jean le Calabrais.

Derived from the oriental models, this loom can be considered as the progenitor         of the mechanized looms.

One of its characteristics was the fact that the weaver worked alone, because it didn’t need anyone pulling the healds. It allowed great silk tissues enriched with golden and silver threads, single-colored tissues called “gros de Tours”, embroidered tissues and then damasks and furniture to be made.

From that moment on the silk industry took hold in France and developed in other cities in addition to Tours.

In Lyon, after an initial attempt, which showed limited progresses, the silk industry had a momentum thanks to François I, who in 1536 decided to make silk workers from Italy move to Lyon. That decision achieved positive results and made Lyon reach a leading position among other manufacturing cities.

That is not all. In facts the Lyon silk tissues commerce didn’t limit to France, but became active on a global scale. This happened from 1620 thanks to the invention of a Lyon silk worker called Dangon, who made a new type of hand loom to produce embroidered tissues.

Then the so called Jacquard loom, which substituted the Dangon’s one, strongly supported the development of embroidered tissues and the XVIII century can be defined as the Lyon silk industry golden century, for its creations delicious quality.

The Lyon silk industry story is doubtless fascinating, above all for the ability which leaded French workers to emerge on global market to the present day.

But while it’s true that Catanzaro fell victim to the Spanish viceroyalty’s             financial politics, that leaded to the great silk activity defeat, we should not forget that the French silkworkers following inventions were based on the progenitor invented by the weaver from Catanzaro called Giovanni. So we can conclude that the contribution of Italian masters and Calabrian technology was at the base of the Lyon silk industry. (All the information I needed to write this article is taken by the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, Rubbettino 2007).

Angela Rubino

 

“I ricchi, quando non ebbero più nulla da fottere al povero, gli fregarono la cucina”: la storia del Morzello Catanzarese [English version below]

La storia di un popolo è la base della sua stessa esistenza e se l’archeologia, l’arte e le fonti letterarie sono gli strumenti primari che ci permettono di risalire alla conoscenza del nostro passato, anche i proverbi, le espressioni dialettali, le tradizioni e la gastronomia sanno raccontarci a modo loro chi eravamo e come vivevamo in epoche ormai lontane.

Proprio la gastronomia è l’ambito su cui voglio soffermarmi, tirando in ballo un piatto prelibato quanto modesto, ovvero il Morzello catanzarese, una pietanza che si realizza usando trippa e frattaglie bovine, concentrato di pomodoro, peperoncino piccante, sale, alloro e origano e si consuma assieme alla Pitta, tipico pane Catanzarese a forma di ciambella schiacciata e con poca mollica.
Nonostante le sue umili origini, questo ghiotto intingolo ha conquistato il palato di un popolo intero, inclusa la nobiltà, fino a divenire uno dei piatti più rappresentativi della cucina catanzarese, ricevendo anche l’assegnazione del marchio De.C.O. (Denominazione Comunale d’Origine). Non contento di questo successo, che dura oramai da chissà quanti secoli, il Morzello si è reso anche protagonista del noto programma televisivo dei nostri giorni “Unti e bisunti”, in onda sul canale DMAX.

Ma qual è la storia del Morzello? Quali le sue origini?

Secondo alcune ipotesi, esso risalirebbe al periodo della dominazione saracena (IX-X secolo), che non si limitò soltanto a scorrerie e brevi periodi di occupazione, ma si estese alla creazione di un vero e proprio emirato arabo nel capoluogo calabro che iniziò nel 906 e durò per circa trent’anni, come dimostra anche il ritrovamento di alcune monete e alcuni gioielli con iscrizioni orientali rinvenuti in una necropoli, in occasione dei lavori per la costruzione di palazzo De Nobili (attuale sede del Comune di Catanzaro).

A sostegno di questa ipotesi c’è il fatto che nella cucina dei paesi arabi e mediorientali, esiste una pietanza simile al Morzello. Si tratta di una specie di focaccia, schiacciata e dalla preparazione simile per impasto, alla Pitta che, ricoperta da gustose pietanze speziate e molto condite, costituisce quasi un piatto quotidiano. Inoltre bisogna sottolineare che le frattaglie usate per preparare il Morzello devono essere bovine, con esclusione della carne suina.

Il Morzello nasce come piatto povero, costituito da quelle frattaglie disdegnate dai ricchi. Tuttavia l’estro gastronomico catanzarese decretò il suo successo indiscusso, tanto che, dapprima di nascosto e in seguito “dalla porta principale” il gustoso piatto si fece strada sulle tavole dei ricchi, trovando posto anche nella loro dieta. Oggi si registra addirittura un’inversione di tendenza, che vede un ritorno ai cibi tradizionali, un tempo considerati poco raffinati e adatti alla classe contadina. E, citando Achille Curcio “fu così che i ricchi, quando non ebbero più nulla da fottere al povero, gli fregarono la cucina e la chiamarono dieta mediterranea”.

Come dargli torto. Infondo anche in occasione della ribalta televisiva a Catanzaro, il popolo è stato ridotto alla stregua di spettatore e sotto i riflettori ci sono finiti quasi solo gli “eletti”.

La ricetta del Morzello

 

Ingredienti per la preparazione di 1kg di Morzello (4/6 persone)

200 gr di trippa di vitello (rumine, abomaso e reticolo) – 400gr. di omaso (il cosiddetto “centupezzi”);
200 gr di carne mista di vitello tra polmone, milza e cuore (facoltativo);
200gr di pancia;
grasso animale (quello che si ottiene dalla bollitura e che fungerà da condimento);
100 gr. di concentrato di pomodoro;
essenze: alloro, origano, peperoncini piccanti calabresi;
sale q.b.

Preparazione e tempi di cottura:

La trippa, che dev’essere pulita con molta attenzione con acqua tiepida, dovrà essere unita al “centupezzi”, alla pancia e alle altre interiora (cuore, polmone e milza) qualora si decida di utilizzarle, far bollire il tutto per 15 minuti, togliere gli ingredienti dall’acqua e tagliarli in piccoli pezzi. Estrarre dall’acqua anche il grasso animale ottenuto dalla bollitura.

Porre tutti gli ingredienti ed il grasso animale in una pentola abbastanza grande da fare in modo che essi occupino circa un quarto della sua altezza, quindi, aggiungere contemporaneamente  del vino rosso  e soffriggere il tutto con molta cura. Poi aggiungere il concentrato di pomodoro e dell’acqua, fino a raggiungere quasi il bordo della pentola. Per finire, aggiungere una ricca quantità di peperoncini piccanti calabresi, alcune foglie di alloro e un mazzetto di origano.

Avviare la cottura a fuoco molto lento, senza coprire interamente la pentola, per almeno 2  ore, mescolando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno e aggiungendo dell’acqua qualora fosse necessario.

Il morzello sarà pronto quando il condimento riaffiorerà in superficie.
Servire ben caldo nella pitta (caratteristico e tradizionale pane catanzarese a forma di ciambella) o direttamente nel piatto, con la pitta a parte.

 

 “When riches didn’t have anything else to steal to poor, they stole their cooking”: the Morzello of Catanzaro story

A people history is the base of its existence and, if archaeology, art and literary sources are the tools which lead us to the knowledge of our past, also dialect, proverbs, traditions and gastronomy can tell us, in their own way, who we were and how we lived in times gone by.

That’s gastronomy the field I want to focus on, by involving a delicious but modest dish: the Morzello of Catanzaro. It’s a meal cooked with bovine tripe and offal, tomato concentrate, hot peppers, salt, oil, laurel and oregano to eat with Pitta, a typical kind of bread in the shape of a flattened doughnut and with little crumb.

Although his humble origins, this enjoys food conquered a whole people’s palate, becoming one of the most representatives dishes of Catanzaro gastronomy and receiving also the certification De.C.O. (Municipal denomination of origin). Being not happy about this success, which has gone on for a long time, Morzello has had a leading role in the TV program “Unti e bisunti” (Filthy and Greasy), broadcast on DMAX.

But what is the story of Morzello? What are its origins?

It has been suggested that it dates back to the period of the Saracen domination (IX-X century), that wasn’t limited to just little raids and periods of occupation, but broadened to the creation of a veritable Arab emirate in the capital of Calabria, which started in 906 and lasted about thirty years, how also shows the discovery of coins and jewels with Arab inscriptions on the occasion of the works for the construction of the Catanzaro Municipal Building.

To support this theory there’s the existence, in the Middle East, of a meal similar to Morzello. It’s a kind of flattered bread prepared like Pitta and covered by a tasteful, spicy food that is almost an ordinary meal. Furthermore we need to underline that offal used to prepare Morzello must be bovine, not pork.

Morzello origins are poor and it was made of that offal disdained by riches. But the Catanzaro people’s inspiration in cooking made it succeed and it arrived on the aristocrats tables and was included in their diet. Today we even have a trend reversal that is a return to traditional foods that was considered unrefined and suitable for the peasant class. And so – quoting Achille Curcio – “when riches didn’t have anything else to steal to poor, they stole their cooking and called it Mediterranean diet”.

How can we blame him? After all, during the television limelight in Catanzaro, people were treated like spectators and under the spotlight there were only the “favorites”.

Morzello  recipe

 

Ingredients for 1 kg of morzello (for 4/6 people)

200 gr of calf’s tripe (rumen, fourth stomachs and graticule) – 400 gr of  third stomachs ( the so called “centupezzi”).

200 gr of mixed calf’s meat: lung, spleen and heart (optional).

200 gr of stomach.

animal fat (to obtain from boiling) that will be the dish dressing

100 gr of tomato concentrate.

Flavourings: laurel, oregano, hot Calabrian peppers.

Salt to taste

 

Directions:

After have cleaned very carefully tripe with warm water, join it to “centupezzi”, stomach and other calf’s bladders (heart, lung and spleen) if you have decided to use it; boil it for 15 minutes, pull out ingredients from water and chop them in little pieces. Pull out from water even animal fat obtained from boiling.  Put ingredients and animal fat in a pot big enough to occupy ¼ of its height, then join some red wine and stir-fry it very carefully. After that join tomato concentrate and water until you fill the pot. And finally, join hot Calabrian peppers, some  laurel and oregano.

Cook  on a low heat, without covering, for at least 2 hours, mixing from time to time with a wood spoon and joining some water if necessary.

Morzello will be ready when dressing will get to the surface.

Serve it hot in pitta (characteristic Catanzaro bread with a doughnut  shape) or directly in the dish, with pitta aside.

Angela Rubino 

 

 

Catanzaro, lezioni di democrazia nel lontano 1400

Catanzaro, la città capoluogo della regione calabrese è una città che non emerge particolarmente né nel contesto locale, né in quello nazionale, nel senso che non riesce a sfruttare in maniera adeguata i suoi punti di forza. Diverse sono le ragioni che la pongono in ombra rispetto ad altre realtà e che offuscano i tratti della sua identità più profonda, che potrebbero essere valorizzati e sostenuti al punto da costituire un’attrattiva della città. Ma, in questa sede, non vogliamo approfondire queste ragioni, bensì sottolineare una caratteristica storica che farebbe della città dei Tre Colli uno dei più antichi nuclei a gestione democratica.

Una caratteristica importantissima di Catanzaro, infatti, fu la scelta di regolamenti ispirati a una certa partecipazione delle classi intermedie all’amministrazione della Cosa Pubbilca. Un processo che pervenne a maturazione nell’estremo ‘400, nel momento in cui ebbero successo i tentativi della dinastia aragonese di rafforzare la gestione autonoma della città mediante l’istituzione di statuti legislativi che prevedevano una gerarchia e la formalizzazione della volontà delle classi intermedie.

Per Catanzaro, divisa in tre classi (nobili, borghesi della possidenza o della produzione e popolo, addetto prevalentemente all’arte della seta), si è parlato di gestione democratica, data la partecipazione paritetica del popolo alla formazione della volontà comune. In effetti, si trattava di una partecipazione popolare quale poteva essere consentita dai tempi, con una effettiva prevalenza dei benestanti e degli ottimati.

Ad ogni modo, la popolazione era caratterizzata da una pacifica convivenza di classi e ceti, all’interno di un’economia che non angustiava le fasce dei lavoratori, grazie alla loro autosufficienza nel quadro di un contesto produttivo con poche crisi e pressoché inesistente concorrenza di lavoratori immigrati.

Questo spiega come le sommosse sociali dell’età moderna (come i moti di Masaniello) non ebbero echi significativi a Catanzaro. Questo clima, unito alle angustie del territorio, impedì la monumentalità delle infrastrutture viarie, delle piazze e degli stessi edifici. Esso, tuttavia, unito alla forza e alla coerenza della produzione industriale, consentì a Catanzaro di evolversi come città capoluogo del regno con un’identità tutta propria legata ai fasti antichi dei suoi prodotti.

Dunque, la situazione era molto diversa da quella attuale, non solo in termini di benessere economico, ma anche per quanto riguarda il rispetto della volontà del popolo, un fattore che oggi, nonostante ci si fregi di aver raggiunto un certo grado di civiltà, sembra assumere sempre più i tratti di una pura illusione.

Angela Rubino

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