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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Catanzaro

Tiriolo: millenaria terra tra i due mari

La Calabria è una terra misteriosa e per certi versi unica. Una terra tutta da scoprire ed ogni scoperta regala intense emozioni.

Uno dei suoi tratti unici è sicuramente il fatto di essere un lembo di terra sospeso tra due mari: il Tirreno e lo Ionio. Esiste un luogo, in provincia di Catanzaro, dal quale i due mari possono essere ammirati in contemporanea. Questo luogo è Tiriolo.

Come guida turistica abilitata, ho deciso di proporre a chi vorrà vivere un’esperienza unica, la conoscenza di questo luogo magico, sospeso tra storia e leggenda. Il tour partirà da Catanzaro (piazzale antistante il Benny Hotel, in prossimità dell’incrocio prima di intraprendere il Viadotto Morandi), alle ore 16 del 21 agosto 2019.

Perchè ho scelto Tiriolo

Il  fascino di questo borgo situato in posizione panoramica a 650-850 m s.l.m . è indiscusso. Esso possiede un centro storico ben conservato, testimone di millenni di storia e di antichi popoli che si avvicendarono, popolando l’antico insediamento, le cui stradine tortuose si snodano lungo le pendici della collina dominata dal castello: greci, brettii, romani, bizantini.

Nel borgo si respira un’atmosfera genuina ed intrisa di antichi saperi e tradizioni millenarie che ancora sopravvivono, figlie di una cultura antica e fortemente radicata. Tra queste: la tessitura, tra i cui prodotti spiccano i caratteristici scialli denominati “vancali” e poi ancora la lavorazione della ceramica, la liuteria e la gustosa tradizione enogastronomica.

Un luogo da sogno che restituisce le testimonianze delle sue vite passate e rende più ricco ed interessante il tempo presente.

L’Antiquariumo civico di Tiriolo è lo scrigno che conserva alcuni questi ritrovamenti. Tra di essi la tomba a camera brettia risalente al  IV/III  secolo a.C. e rinvenuta in località Castaneto, la copia del celebre Senatus Consultum de Bacchanalibus, la tavoletta in bronzo del 186 a. C., secolo con inciso il decreto romano che vietava i culti in onore del dio Bacco, rinvenuta a Tiriolo nel 1640 e custodita al Museo di Vienna. Inoltre si può ammirare una nutrita collezione di reperti rinvenuti nel territorio di Tiriolo.

E poi l’area archeologia Gianmartino, con il Palazzo dei Delfini, risalente al IV/III  secolo a.C e portato alla luce con la campagna di scavi del 2015.

Il polo museale di Tiriolo custodisce anche una ricca collezione di costumi tradizionali, che le donne di Calabria confezionavano da sé per abbigliarsi nella vita quotidiana e nelle varie occasioni della vita sociale.

Dopo la visita al museo, la risalita del cuore del centro storico, verso una meta davvero speciale: il ristorante I Due Mari, dalla cui terrazza si può godere una vista mozzafiato ed unica nel suo genere perché in nessun altro luogo in Italia è possibile ammirare contemporaneamente i due mari che bagnano le coste di una parte della penisola italiana.

In questo luogo, sarà possibile non solo degustare le specialità del luogo, ma anche ascoltare il racconto di suggestive leggende legate alla millenaria storia del territorio. A narrarle saranno Loredana Turco e Silvana Franco, autrici del volume “Legendabria, leggende di Calabria” (Publigrafic, 2018).

Un pomeriggio davvero unico, quindi. Un’esperienza tutta da vivere che colorerà le vostre vacanze in Calabria. (Per info e prenotazioni, chiamare il numero 339 / 6574421)

Angela Rubino

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“IT.A.CÀ, Calabria di Mezzo I Edizione” arriva a Catanzaro e CulturAttiva parla di “restanza” tra storia e luoghi da riscoprire

Sta per arrivare, per la prima volta anche in Calabria “IT.A.CÀ, Festival del Turismo Responsabile”, il primo e unico festival in Italia sul turismo responsabile, nato per lanciare un’idea di turismo più etico e rispettoso dell’ambiente e di chi ci vive e premiato dall‘Organizzazione Mondiale del turismo dell’ONU per l‘eccellenza e l’innovazione nel turismo. La tappa calabrese del festival si chiama “IT.A.CÀ, Calabria di Mezzo”, ed è ideata e coordinata dalla Cooperativa Scherìa di Tiriolo.

Sono in tutto tredici le realtà, fra associazioni ed imprese regionali  che, riunitesi in un unico tavolo di co-progettazione, daranno vita a questa importante esperienza che inizierà il 21 giugno e si concluderà il 7 luglio: la Cooperativa Artè, l’ASD Colpo Di Coda – Guida MTB, la Scuola Teatro Enzo Corea – Edizione Straordinaria, le Associazioni Discovering Reventino e Terre Ioniche, la Riserva Naturale Regionale Valli Cupe, l’ Oleificio Torchia di Tiriolo, la Cooperativa Nido di Seta, il Consorzio Riviera e Borghi Degli Angeli – Calabrian Slow Holidays e l’Associazione Innesti – Recupero e Promozione Tradizioni Orali, Calabria Contatto (media partner ufficiale della tappa calabrese).

Anche l’associazione CulturAttiva aderisce all’iniziativa con una serie di attività mirate a mettere in luce la storia antica della città di Catanzaro, il suo patrimonio culturale, storico-architettonico e la sua vocazione all’accoglienza, valorizzando anche l’ambito enogastronomico.   Il tema di fondo del Festival quest’anno è la “Restanza”, concetto coniato e sviluppato dall’antropologo Vito Teti, che indica l’impegno e la passione legati alla scelta di restare nei luoghi a cui si sente di appartenere per farli rifiorire e proteggerli dall’abbandono, dal degrado, dall’incuria.

L’evento pensato da CulturAttiva, che si svolgerà con il patrocinio gratuito del Comune di Catanzaro, si compone di varie iniziative, profondamente legate all’idea di restanza e dedicate ad un ambito della storia di Catanzaro, quello delle sue origini bizantine, che è poco studiato e necessiterebbe di maggiore attenzione e ai luoghi in cui ancora forte è il richiamo al passato più antico.

Sabato 22 giugno alle ore 10.30, nei locali dell’oratorio del Carmine si svolgerà

il breve convegno introduttivo “Sulle orme della Catanzaro bizantina”, che prenderà spunto dai contenuti del libro “Orme di Bisanzio” ( La Rondine 2016), dello storico Mario Saccà e, oltre allo stesso autore, vedrà la presenza  dell’assessore al Turismo del Comune di Catanzaro, Alessandra Lobello, dell’archeologo Tommaso Scerbo; di don Marcello Froiio, parroco della Chiesa del Carmine; di don Salvino Cognetti, della Chiesa di San Giuseppe e di Angela Rubino, presidente dell’Associazione CulturAttiva. A seguire sarà inaugurata la mostra fotografica “Il borgo e la restanza – Viaggio nelle nostre radici”, realizzata in collaborazione con l’associazione “Terre Ioniche”, con gli scatti di Nicola Romeo Arena e di Anna Rotundo, ospitata nei locali di Palazzo De Nobili e fruibile fino al 7 luglio.

Domenica 23 giugno, dalle ore 17.00 alle 19.00 è previsto il tour guidato nel centro storico cittadino che, collegandosi ai contenuti del convegno, si baserà sulle tracce della cultura bizantina nella storia della città di Catanzaro. A seguire ci sarà una degustazione di prodotti tipici locali. (Il tour è a prenotazione e si effettuerà anche nei weekend successivi, fino alla conclusione del Festival).

Per informazioni, prenotazioni e per scaricare il programma completo della tappa “IT.A.CÀ, Calabria di Mezzo”, fare riferimento al sito http://www.festivalitaca.net

“Solo per colpa di essere nati”, Catanzaro da antica città dell’accoglienza a cuore pulsante di profonda riflessione

Nella giornata della Shoah, la città di Catanzaro si apre ad un profondo momento di riflessione su una delle pagine più vergognose, complesse e dolorose della storia dell’umanità e lo fa proponendo un grande evento espositivo dal titolo “Solo per colpa di essere nati”.

La mostra, il cui titolo è scaturito dalle parole della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento di Aushwitz e testimonial dell’evento, è ospitata nel Complesso monumentale del San Giovanni ed è stata promossa dalla 4culture Srls, ideata dalla E-bag Srl e sostenuta dalla Regione Calabria. L’iniziativa, inoltre, ha ottenuto il patrocinio della Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), della Fondazione Museo della Shoah di Roma, dell’assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro e dell’Ufficio Scolastico Regionale della Calabria e la partnership con la Soprintendenza speciale archeologica Belle Arti e Paesaggio di Roma.  

Per l’inaugurazione è stata scelta la data del 27 gennaio, in cui si celebra la Giornata della Memoria e anche quella della chiusura dell’evento, il 25 aprile, è altamente significativa. Alla conferenza di presentazione hanno preso parte: Salvatore Bullotta, per conto della Regione Calabria – Assessorato alla Cultura; Ivan Cardamone, vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro; Simona Cristofaro di 4Culture; Andrea Perrotta della E-bag e  la dottoressa Maria Marino, che ha portato i saluti istituzionali per conto dell’Ufficio Scolastico Regionale. Ha moderato l’incontro il giornalista Domenico Iozzo.

La mostra, curata da Francesca Barbi Marinetti, nipote del celebre fondatore del movimento futurista, si compone di 28 opere dell’artista italoamericano Frank Denota ed è arricchita da contenuti multimediali e storico – scientifici,  questi ultimi curati da Daniel Fishman, direttore del bollettino Comunità Ebraica di Milano.

Oltre al cuore pulsante, che comprende anche un approfondimento dedicato al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, nel cosentino, l’evento comprende una serie di eventi collaterali che si focalizzano sulla storia locale: “34/TEMPODI GUERRA/44. Gli eventi bellici e la città di Catanzaro”, una mostra di antichi documenti curata dall’arch. Oreste Sergi ed ospitata all’interno dell’archivio storico comunale e “Peter Eisler-Era solo un bambino”, la mostra fotografica allestita all’interno del Museo Archeologico e Numismatico Provinciale di Catanzaro e firmata da Saverio Russo.

Un evento dunque volto a mantenere viva la memoria di un orrore che si perpetrò anche ai danni di bambini innocenti, un particolare molto caro all’artista che dedica molto spazio ai piccoli ebrei vittime del delirio nazista. L’arte come potente mezzo di denuncia e risveglio delle coscienze, con un linguaggio, quello della street-art e della multimedialità, che mira a raggiungere le menti e i cuori dei più giovani.

Proprio in occasione di questo evento, che apre una finestra sulle persecuzioni rivolte al popolo ebraico, è giusto sottolineare uno dei valori che da sempre anima la città di Catanzaro, che è quello dell’accoglienza. Tante le etnie che popolavano la città e tra queste gli ebrei, stanziatisi volontariamente in quella parte della città, oggi corrispondente all’area che, su Corso Mazzini, si estende all’altezza dello storico Caffè Imperiale e che prese il nome di Giudecca, la quale ancora oggi, con i suoi vicoli strettissimi ci ricorda la loro presenza, sia come abitanti del luogo che come lavoratori. Nelle loro botteghe ricche di mercanzie, spiccavano quei pregiati drappi di seta che essi impararono a confezionare con eccezionale perizia, divenendo gli unici a donare loro il colore derivante dall’indaco.

Notevole fu l’impulso che gli ebrei, giunti in città nel lontano 1073, diedero alle attività artigianali con la loro grande capacità organizzativa ed imprenditoriale. A loro si deve il perfezionamento della Nobile Arte della Seta, attività che era alla base del benessere economico della città.

Una città che lasciava loro la libertà di muoversi all’esterno della Giudecca (la città di Catanzaro, insieme a quella di Ferrara si distinse in Italia per questa caratteristica, come ricorda lo storico Mario Saccà) e che cercava di proteggerli dalle leggi reali, come nel caso della richiesta di dispensarli dai provvedimenti contro l’usura nel XV secolo.  

Oggi, insieme alla riflessione sugli orrori e le persecuzioni basate su qualsiasi diseguaglianza, ricordiamo con orgoglio le nostre radici ed opponiamoci con forza a qualsiasi barlume di pregiudizio, affinché ciò che è stato non possa mai più ripetersi.

Angela Rubino

“Lamagara” a Catanzaro: se l’ultima strega fosse l’ emblema di una città che rinasce?

Storie spesso sconosciute, quelle di Calabria, intrise di mistero e suggestione, che meritano di essere raccontate per permetterci di ritrovare la nostra identità collettiva e l’importanza delle nostre radici, l’unica via per il riscatto della nostra terra.

Elevare Cecilia Faragò a simbolo di forza, coraggio, autenticità, energia e attaccamento ai valori più puri della cultura popolare di Calabria, in un giorno di riflessione sulla condizione della donna, è stata a mio avviso una scelta più che mai vincente, che porta i calabresi a posare lo sguardo sulla propria storia e su quei personaggi che, pur non essendo alla ribalta di uno scenario sempre più globalizzato, hanno saputo sfidare le regole di una società fatta di pregiudizi, cambiando il corso della storia.

Il fortunato monologo teatrale “Lamagara”, interpretato da Emanuela Bianchi e scritto dalla stessa attrice e antropologa insieme ad Emilio Suraci, vincitore nel 2104, del premio della critica“Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma, si è rivelato un’alternativa di spessore a quanto di consueto viene proposto nella giornata dell’8 marzo.  

Il merito di questa scelta va al collettivo che anima il progetto ZTL (Zona Transitoriamente Libera), nato per promuovere un percorso di rinascita e riappropriazione delle aree urbane della città di Catanzaro, mediante iniziative culturali e di intrattenimento. Un percorso che ha il sapore di una sfida, lanciata ad una città che, a dirla tutta, pare rispondere abbastanza bene.

Lo spettacolo di Confine Incerto, infatti, proposto al Nuovo Supercinema alle 20.30 e in replica alle 22.00 piace, incuriosisce ed emoziona.

Quella di Cecilia Faragò, è una storia che ha affascinato vari scrittori ed artisti ( di recente è stata anche girata una pellicola ispirata a questa vicenda). Il testo di Bianchi e Suraci è stato ripreso dal volume “L’ultima fattucchiera”, di Mario Casaburi, (edito da Rubbettino), nel quale viene riportato l’epistolario del giovane avvocato Giuseppe Raffaelli, che difese la Faragò dalla falsa accusa di stregoneria. Una documentazione grazie alla quale  Emi Bianchi riesce a costruire il profilo di Cecilia Faragò e a restituirlo in chiave artistica mediante una straordinaria interpretazione.

I fatti narrati si svolsero nel XVIII secolo tra Zagarise, che diede i natali alla donna e Simeri Crichi, dove visse da sposata. A conferire complessità e pathos alla vicenda, contribuisce il contesto storico sociale in cui essa si svolse, dominato da un distorto sentimento di religiosità che pervadeva le menti della gente dell’epoca, generando timore, ipocrisia, sottomissione e fatalismo. Fattori che finivano per alimentare la spietata avidità del clero. Era l’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista di potere e ricchezze veniva eliminato.

Cecilia, donna forte, indipendente, legata alle sue radici ed animata da un grande amore per la sua famiglia, viveva in un’epoca in cui le donne erano considerate inferiori all’uomo e senza diritti, ma con il dovere di adeguare la propria esistenza a rigidi schemi. Quando il destino le strappò via prima il marito e subito dopo il figlio, Cecilia divenne fragile ed esposta alle violente e meschine sopraffazioni di chi volle accusarla ingiustamente per appropriarsi dei suoi beni.

Lei, che amava cantare nei boschi e conosceva le proprietà curative delle erbe, fu accusata di stregoneria e di omicidio ed arrestata sulla base di prove fittizie ed assurde congetture.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli, a salvarla dal suo destino. Egli , appena ventenne, fu certo nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa.

Il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

Cecilia Faragò fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie e quell’evento storico si svolse nella sede della Regia Udienza di Catanzaro.

Lo spettacolo descrive abilmente le caratteristiche del contesto in cui si svolsero i fatti, restituendolo attraverso le parole e i gesti della protagonista. Abilmente, Emi Bianchi, che fa suo lo spirito battagliero di Cecilia Faragò e la sua saggezza, il suo sgomento di fronte all’ipocrisia di chi bussava alla sua porta chiedendo i suoi servigi e poi non esitò a puntarle il dito contro.

Nenie nella lingua dei nostri nonni e immagini di vita familiare intrise di un’antica tenerezza, il fatalismo contro il coraggio e la smania di infrangere i dettami di una cultura in cui religione è spesso sinonimo di servilismo. Questi alcuni degli “ingredienti” di uno spettacolo affascinante e profondo che riesce a superare la sua stessa natura di monologo teatrale per la grande dinamicità che l’attrice sa donare alla scena, senza mai annoiare, calandosi nei panni di vari personaggi e anche grazie all’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio. (Foto di Marzia Lucente)

Angela Rubino

“Non cali il sipario sul dialetto”, quando il teatro valorizza la cultura popolare

Un pomeriggio festivo all’insegna della riscoperta della cultura popolare, quello vissuto il 26 dicembre al Cinema Teatro Comunale di Catanzaro che, oltre alla messa in scena della commedia in vernacolo “Turuzzu & Luvìcia”, scritta da Nino Gemelli e diretta ed interpretata da Francesco Passafaro, ha proposto anche uno spazio dal titolo “Non cali il sipario sul dialetto”, dedicato alla lingua dialettale e alla figura del commediografo catanzarese scomparso dieci anni fa, con la presentazione di un volume che raccoglie alcune delle sue commedie più famose.

L’associazione CulturAttiva ha curato lo spazio di approfondimento, animato dagli interventi di Angela Rubino, giornalista, esperta di storia locale e presidente dell’associazione e Francesco Passafaro, attore e direttore artistico del Comunale.

Cogliendo anche gli spunti offerti dalla commedia di Gemelli, si è discusso di come «oggi il dialetto tende ad essere sottovalutato e messo da parte, a favore di termini appartenenti a lingue straniere che irrompono sempre di più nel nostro linguaggio e soprattutto in quello dei giovani. Ciò nonostante – ha proseguito Angela Rubino –  il dialetto, oltre a rappresentare il persistere nel tempo di una tradizione culturale sempre viva, possiede una sua innegabile dignità in quanto deriva dal latino e poi è la lingua degli affetti, delle “cose” che appartengono ad una terra e non ad un’altra, che legano le generazioni tanto quanto il sangue».

Per quanto riguarda le origini e le caratteristiche del dialetto catanzarese, Angela Rubino ha spiegato che  «esso è parlato solo su un’area ristretta che coincide con la linea di suddivisione in due grandi blocchi linguistici in cui gli studiosi ritengono che la Calabria sia suddivisa, quindi possiede delle caratteristiche che lo distinguono nettamente dai dialetti parlati nel resto della regione. Per cercare di far luce sulla sua derivazione, occorre inevitabilmente fare riferimento alla storia della città di Catanzaro. Essa fu fondata dai bizantini, che si rifugiarono sul Triavonà per sfuggire alle incursioni dei saraceni. Dunque il nostro dialetto avrebbe una matrice greca, ma possiede anche elementi arabi e latini».

«Fu proprio il latino a prevalere dopo l’arrivo dei normanni, che subentrarono ai bizantini ed avviarono il processo di latinizzazione della lingua e della cultura. Il passaggio dal greco al latino però avvenne gradualmente – ha continuato l’esperta – e per circa due secoli la popolazione fu bilingue: si parlava e si scriveva in greco e latino. Poi piano piano la lingua e il dialetto mutarono a tal punto che il latino ebbe il sopravvento».

«Il dialetto che parliamo oggi è anche arricchito dalla presenza di termini di origine spagnola e francese, frutto delle successive dominazioni di questi popoli».

«Ben vengano dunque tutte le occasioni volte a puntare i riflettori sul dialetto locale – ha concluso la Rubino – sulle sue caratteristiche, sulla sua storia, inscindibilmente legate a quella del popolo di riferimento. Occasioni in cui ci si possa riscoprire membri di una stessa comunità nel ritrovare quelle espressioni usate da ognuno di noi nella nostra quotidianità. Espressioni che spesso non trovano un’adeguata corrispondenza nella lingua italiana».

Il teatro in vernacolo rappresenta sicuramente un potente strumento di preservazione del dialetto e Nino Gemelli è uno degli artisti catanzaresi che ha saputo lasciare alla città dei bellissimi contributi artistici nei quali ha saputo dipingere sapientemente l’anima di personaggi in cui ognuno di noi può rivedersi. Personaggi genuini che appartengono al mondo della cultura popolare, a quella dimensione alla quale tutti noi siamo affezionati perché sa ricondurci ad un passato fatto di cose semplici: i sapori, gli odori e l’atmosfera di un tempo in cui si parlava anche una lingua diversa.

Francesco Passafaro ha ricordato con affetto e ammirazione la figura di Nino Gemelli, al quale è anche stato dedicato il palco del Teatro Comunale, un importante segno di riconoscenza da parte degli artisti, che riconoscono in lui un grande maestro, non solo sulla scena, ma anche nella vita. Infatti Gemelli ha avuto il merito di lasciare un segno indelebile nel cuore di quelli che hanno incrociato la sua strada per la sua umanità e bontà d’animo, qualità che ha saputo riversare anche nelle sue commedie donando loro quella profondità che, insieme alla comicità tipica del teatro popolare, contribuisce a renderle uniche.

“Non cali il sipario sul dialetto” ha voluto rappresentare un momento di riflessione,  affinché si mantenga sempre viva la nostra tradizione linguistica come segno della nostra appartenenza ad una comunità che possiede una sua storia, un cammino millenario che ci ha resi ciò che siamo oggi e dal quale non possiamo prescindere perché in tal caso saremmo un popolo senza storia, un popolo “fantasma”. Dunque ben venga il cambiamento, l’evoluzione e la conoscenza di altre lingue, ma occorre dare la giusta dignità alla nostra cultura, in termini di usi e costumi e anche di lingua.

“Non cali il sipario sul dialetto”: a teatro per ritrovare le proprie radici

Il dialetto rappresenta un retaggio culturale che lega una comunità alla sua storia.

Considerato comunemente una sorta di degenerazione della lingua madre, esso tende ad essere sottovalutato e messo da parte, a favore di termini appartenenti a lingue straniere, che irrompono sempre di più nel nostro linguaggio e soprattutto in quello dei giovani.

È per questo che l’associazione CulturAttiva ha deciso di proporre l’evento “Non cali il sipario sul dialetto”, un’iniziativa mirata a mettere in luce l’importanza della lingua popolare, che si svolgerà a partire dalle 18.00, nel pomeriggio del 26 dicembre, nelle sale del Cinema Teatro Comunale, a Catanzaro grazie alla collaborazione con l’associazione “Incanto”, perché uno degli strumenti più potenti per preservare il dialetto è proprio quello del teatro in vernacolo. A questo proposito, verrà richiamata l’attenzione su una delle figure più amate dai catanzaresi, che ha saputo lasciare nel cuore dei suoi concittadini una traccia profonda, per la sua umanità oltre che per le sue doti artistiche: Nino Gemelli, attore e commediografo di grande talento e sensibilità.

All’evento prenderanno parte Francesco Passafaro, attore e direttore artistico del Cinema Teatro Comunale e Angela Rubino, presidente di CulturAttiva, giornalista ed esperta di storia locale.

Sarà uno spazio breve ma intenso: si cercherà di far conoscere meglio le caratteristiche del dialetto catanzarese, idioma particolare, che si distingue dal resto dei dialetti parlati nella nostra regione anche per i trascorsi storici che interessarono la città di Catanzaro e le varie dominazioni che vi si susseguirono, lasciando una traccia profonda nei suoni e nei modi di dire propri della parlata popolare dei catanzaresi. L’intervento sarà curato da Angela Rubino, mentre a Francesco Passafaro, padrone di casa, andrà il compito di delineare la figura del grande Nino Gemelli.

Lo spazio di approfondimento si svolgerà nel momento di pausa tra le due rappresentazioni della commedia di Nino Gemelli “Turuzzu & Luvìcia”, la cui visione offrirà divertenti spunti pratici, rispetto a quello che verrà detto durante gli interventi, riprendendo gesti e modi di dire propri della nostra cultura popolare, senza tralasciare quel tocco di profonda umanità, proprio del teatro di Gemelli, il quale attraverso i suoi personaggi, sa cogliere l’essenza profonda della nostra cultura, non solo attraverso la rappresentazione della lingua e della gestualità, ma anche attraverso quella del loro animo, sempre rivolto a quel senso di fratellanza e sostegno reciproco che da sempre contraddistingue non solo i catanzaresi, ma i meridionali in generale.

 

L’antico Tryoros e la ribellione del suo popolo che celebra i suoi “Bacchanalia 2200 anni dopo”

Il suo nome deriverebbe dal greco Tryoros, con riferimento ai tre monti che lo circondano e la sua storia è legata ad una serie di episodi storici leggendari. Parlo di Tiriolo, un paesino della Sila piccola catanzarese, un luogo magico che avvolge con le sue atmosfere d’altri tempi.

Per raggiungere Tiriolo bisogna salire su una collina che è posta sull’istmo di Catanzaro, il punto più stretto d’Italia da dove, eccezionalmente, è possibile ammirare in contemporanea i due mari che bagnano la Calabria: il Tirreno e lo Ionio. È in questi luoghi che avvenne la fondazione del borgo da parte di genti greche.

Dunque la magia di questo territorio parte dalla sua posizione geomorfologica e prosegue con la sua storia, che ci riporta addirittura all’era del neolitico e a quella del ferro, a cui risalirebbero alcuni reperti trovati in quest’area. Poi si passa alla leggenda. Secondo alcune ipotesi, infatti, il mitico Ulisse avrebbe fatto tappa in queste terre, durante il suo peregrinare verso Itaca. Infatti, gli abitanti dell’istmo di Marcellinara e quindi anche quelli di Tiriolo, si identificherebbero con il popolo dei Feaci, che aiutò Ulisse dotandolo di una nuova nave.

Era il 500 a.C. circa quando a Tiriolo giunsero I Brettii, che vivacizzarono quelle terre con il loro anelito di libertà ed indipendenza, un desiderio intenso che li spinse a dichiarare guerra ai propri dominatori: i Lucani e i Greci prima e poi i Romani.

Tiriolo fu teatro della battaglia tra le legioni del proconsole romano Crasso e i ribelli di Spartaco, ai tempi in cui quest’ultimo divenne famoso per essersi ribellato come gladiatore e diede vita ad una delle più grandi sommosse di schiavi della storia di Roma.

In epoca moderna, la storia della cittadina silana è quella di un borgo il cui dominio passò nelle mani delle più importanti casate dell’epoca: dai De Reggio ai Ruffo, passando per i Carafa e finendo con la casata dei Cigala, che mantenne il controllo della zona fino al 1610.

La storia di questa popolazione arroccata sulle colline, mostra ancora i suoi segni e dona a questi luoghi un fascino magnetico. Passeggiando per i vicoletti angusti del centro storico, si possono ammirare splendidi portali in pietra di sontuosi palazzi nobiliari adornati con suggestive maschere apotropaiche e antichi affreschi, che ne impreziosiscono gli interni. Salendo in cima al centro abitato, si raggiungono i ruderi del castello: un’antica fortezza del XII secolo che domina la vallata sottostante offrendo la vista di un paesaggio mozzafiato.

Di fronte al castello si può ammirare un altro suggestivo tassello dell’antica storia di questo luogo: un santuario risalente al XII secolo. Nato come luogo di culto basiliano, nel corso del XIV secolo esso venne dedicato alla Madonna della neve, patrona e protettrice di Tiriolo e alcuni secoli più tardi, nel XVIII secolo ha subito dei lavori di ampliamento che le hanno conferito l’aspetto attuale.

Ma a Tiriolo, i segni della storia sono racchiusi anche negli usi e costumi del luogo. Gli abitanti di Tiriolo sono accoglienti e la loro vita quotidiana è legata ad abitudini e pratiche che affondano le proprie radici in un passato millenario. C’è ancora chi si alza tutte le mattine e va a lavorare nel suo laboratorio dove produce antichi strumenti musicali, lavorando con perizia il legno. Oppure si trovano graziose botteghe con, nella parte anteriore, i prodotti da acquistare e in fondo i telai artigianali, che producono splendidi manufatti ispirandosi ad un’arte antica appresa dai greci. Famosi sono i “vancali”, scialli tipici indossati in passato dalle “pacchiane” e anche le “pezzarre”, tessuti a strisce utilizzati per decorare le pareti o come tappeti.

In questa suggestiva cornice, ormai da cinque anni, si svolge un evento davvero particolare, legato all’indole ribelle di questo popolo, il suo nome è “Baccanalia 2200 anni dopo”.

L’idea nasce dal fatto che, nel 1640, a Tiriolo venne rinvenuta una tavoletta in bronzo sulla quale era inciso il “Consultum de Bacchanalibus”, un provvedimento del Senato Romano che vietava le celebrazione dei culti di Bacco, prevedendo pene severe per i trasgressori dell’editto.

Per avere un’idea della faccenda, occorre sapere che i Bacchanalia erano originariamente delle celebrazioni mistiche in onore di Bacco (il dio Dionisio dei greci), che poi degenerarono in feste di carattere orgiastico, perdendo la loro connotazione religiosa. Ben presto rivelarono tutta la loro pericolosità, dal punto di vista morale e sociale ed indussero il Senato a vietarle.

Tuttavia, i rituali bacchici sopravvissero segretamente, soprattutto in Italia meridionale e pare che Tiriolo fosse uno dei centri di massima diffusione, come testimonia il ritrovamento della tavoletta di cui sopra.

Oggi, 2200 anni dopo, si vuole decretare l’assoluta trasgressione dell’editto del Senato romano e lo si fa con un evento che celebra l’identità storica e le peculiarità del territorio. Nel mese di agosto, il paesino si anima e regala emozioni intense grazie alle iniziative che compongono l’evento.

Quest’anno “Bacchanalia 2200 anni dopo” è iniziato fin dal mattino, proponendo un’escursione naturalistica a cura dei narratori territoriali di “Reventino Tourism in Progress”. Nel pomeriggio invece le celebrazioni sono entrate nel vivo della loro connotazione storico-artistica con la rievocazione del corteo nuziale di Bacco e Arianna. A sera, le degustazioni di vini e piatti tipici locali hanno deliziato i visitatori, allietandoli con le note dei concerti che si sono svolti, in contemporanea, nel cuore del centro storico e nella centrale piazza Italia.

L’evento, promosso dalla Pro Loco di Tiriolo, dalle associazioni “Chiave di Sol” e “Teura” e dal Comune di Tiriolo, ha il merito di attirare ogni anno centinaia di visitatori ai quali viene proposto un viaggio nel cuore antico di una Calabria che sa regalare emozioni intense con i suoi paesaggi, i suoi sapori, il sorriso della sua gente e i suoi legami con un passato affascinante. Tutto questo altro ancora è il nostro meraviglioso patrimonio, che va promosso e valorizzato perché dev’essere il motore principale dello sviluppo della nostra terra. (L’immagine, per metà tratta dal web, raffigura il dio Bacco dipinto da Caravaggio e un momento della manifestazione)

Angela Rubino

 

 

 

Riaprono le gallerie del San Giovanni, ma non dimentichiamo che la storia va cercata in fondo al tunnel

Di recente, la città di Catanzaro è stata scossa da un’ondata dilagante di passione per la storia cittadina. Protagonisti di questo processo, i cunicoli sotto all’antico maniero che un tempo dominava l’abitato.

Le gallerie sotterranee sono state aperte al pubblico, dopo aver subito degli interventi di ristrutturazione (forse un po’ eccessivi, ma la mia è una opinione da profana) e centinaia di persone provenienti non solo dalla città, ma anche dall’hinterland e da altre città della Calabria si sono precipitate a visitarle, affrontando ore di fila. Questa situazione si è protratta per giorni e le guide hanno descritto senza sosta la storia di quei luoghi e del Castello.

Vedere così tanta gente fare la fila per visitare uno dei monumenti storici della città mi ha stupita, in quanto sono abituata a fare i conti con una realtà che quasi ignora e a volte anche disprezza la propria identità storico-culturale, ritenendola spesso inferiore ad altre. Forse si cercava nelle gallerie quella magnificenza che finalmente potesse rendere Catanzaro degna del confronto con altre realtà, con le grandi città italiane citate nei nostri libri di storia.

Se è così, molti saranno rimasti delusi. Le gallerie sotterranee sono ambienti che accomunano tutti i castelli e da questo punto di vista, la città non mostra di possedere niente di così unico e magnificente.

I tratti unici della storia della città dei tre colli vanno ricercati nel suo passato attraverso lo studio delle fonti letterarie, archeologiche e anche attraverso i racconti dei più anziani, testimoni di epoche senza dubbio difficili, ma anche di antiche bellezze e stili di vita che donavano fascino e magia ad una città vittima di una costante, barbara e cieca spoliazione del suo patrimonio architettonico, storico e anche culturale. Proprio a causa di questo processo, che è andato avanti grazie all’impassibile indifferenza della maggior parte della cittadinanza, oggi la città è priva di tutta una serie di tracce tangibili che potrebbero essere simboli cardine del suo passato.

Come spesso ho scritto, la storia di Catanzaro mostra tratti di eccellenza, se si pensa agli antichi fasti della nobile arte della seta. Poi ancora stupisce ad affascina il viaggio nelle origini greco-bizantine della città e ancora la dominazione araba e poi il susseguirsi delle varie egemonie, fino a giungere all’epoca moderna. Un lungo percorso che ha visto Catanzaro distinguersi per vicissitudini locali o per il suo contributo alla storia e alle vicende italiane. Di tutto questo non c’è traccia nei libri di scuola e nemmeno per le strade della città. Diventa quindi difficile recuperare una forte consapevolezza dell’identità storico-sociale collettiva e l’orgoglio di appartenere ad una città che mediocre non lo è mai stata, ma lo è diventata grazie anche alle scelte della sua classe politica.

Fatte queste premesse, vorrei rivolgere l’attenzione alla storia del Castello di Catanzaro, un racconto che può divenire lo specchio della complessità storico-sociale del popolo della città dei tre colli.

L’autrice Modesta De Lorenzis ne traccia un profilo esauriente ed affascinante nel secondo volume della collana “Notizie su Catanzaro” dove si racconta che, con tutta probabilità, esso venne eretto nel 1060 da Roberto il Guiscardo, il quale nel prendere tale decisione, tenne conto della notevole importanza strategica «sia per effetto del sito naturalmente inespugnabile, sia per  la sua centralità rispetto alla Calabria».

La De Lorenzis però sottolinea anche che proprio per via della naturale predisposizione della città a porsi come una roccaforte difensiva, è probabile anche che i normanni, al loro arrivo, abbiano trovato in quello stesso sito un’altra zona fortificata o un altro castello che il Guiscardo fece poi ingrandire e migliorare. Questo perché la città fu fondata verso la fine dell’800, prima della venuta dei Normanni, da popolazioni di origine greco-bizantina in fuga dalle coste a causa delle scorrerie saracene. Un fatto questo che apre la via a tutta una serie di analisi e riflessioni sulla matrice greca dell’identità del popolo catanzarese, caratteristica che non si limitò al solo periodo di dominazione bizantina, visto che il processo di latinizzazione iniziato con i Normanni avvenne in modo lento e graduale.

C’è poi da considerare che «già nel 906  i Saraceni avevano preso di notte Catanzaro depredandola – scrive ancora la De Lorenzis -. Inoltre dal 922 al 937 la città era diventata centro del Principato musulmano di Calabria e i Saraceni rimasero in città, con interruzioni, fino al 985».

«E se è vero (come sembra) – si legge ancora nel volume citato – che i Saraceni si trattennero in città per circa un secolo, niente di più facile che il primo castello di Catanzaro sia stato una costruzione o un rifacimento arabo».

Addirittura, «il prof. Guglielmo Braun affermò che il nome di Catanzaro se fosse derivato da voci orientali poteva significare “piccolo castello” (Katan zoor o Catazar).

La vita del castello di Catanzaro proseguì fino al 1461, anno in cui la città fu scossa da un’aspra lotta contro il conte Antonio Centelles. Il castello divenne allora il simbolo della tirannide e della vessazione all’arroganza dei feudatari e venne distrutto a colpi di cannone. La lotta per la libertà costò cara alla città e un intero quartiere venne incendiato. Oggi esso porta il nome di rione “Case arse” e si estende proprio ai piedi del castello o di ciò che ne rimane.

Con le pietre del muro crollato i catanzaresi edificarono la chiesa di San Giovanni e parte del convento dell’Osservanza. Nei secoli successivi si cercò di evitare in tutti i modi che il castello fosse ricostruito e la città conservò lo status di Regio Demanio, dipendendo direttamente dal re, senza essere governata da alcun feudatario.

La funzione del castello divenne decorativa. Come racconta la De Lorenzis «nel 1831 esso veniva chiamato “Forte di San Giovanni” e in esso erano postati i cannoni che sparavano a salve durante le feste».

Questo fino al 1868 quando, in osservanza del piano regolatore studiato dall’Ing. Manfredi, si decise di demolire gran parte del castello per facilitare l’ingresso alla città.

Una decisione che Lenormant descrisse così: «la sparizione del castello è tanto più spiacevole quanto più si rifletta che era il solo monumento di Catanzaro ricordante il suo passato medievale».

La distruzione del castello è indicativa di un atteggiamento di totale noncuranza verso il patrimonio storico-archeologico della città, che oggi si presenta come un luogo anonimo e privo o quasi di tratti significativi del suo affascinante passato.

Un passato che va assolutamente riscoperto e valorizzato, per opporsi ad ogni squallido ed incomprensibile tentativo di cancellazione per fare spazio a strutture e atteggiamenti culturali che emergono solo per fare spazio agli interessi di ristrette élite di moderni signori.

La storia di Catanzaro è un avvincente caleidoscopio di vicissitudini le cui tracce vanno ricercate prima nei libri e poi sul territorio. Quindi non soffermiamoci soltanto ad ascoltare il clamore di eventi scenografici (a cui va pur sempre il merito di tenere viva l’attenzione verso la storia locale), ma andiamo oltre, visitiamo i musei, i siti archeologici, presenziamo agli eventi culturali e soprattutto riscopriamo l’orgoglio di appartenere ad una terra culla di arte, storia e cultura ed opponiamoci ad ulteriori tentativi di cancellazione dei resti della nostra storia.

(Immagine tratta da: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/catanzaro/provincia.htm)

Angela Rubino

La seta e la suggestione della sua eccellenza raccontata e vissuta con un laboratorio di teatro sensoriale

Il mio meraviglioso percorso di collaborazione con la Cooperativa Nido di Seta, che a San Floro, piccolo paese dell’hinterland catanzarese, ha ripreso l’antica arte della lavorazione della seta, mediante l’intera filiera che va dalla gelsi bachicoltura alla realizzazione di preziosi manufatti tessuti e colorati con tecniche tradizionali, prosegue e matura di anno in anno. La nascita della mia associazione “CulturAttiva”, che si propone di diffondere la conoscenza della storia e della cultura locale mediante iniziative che raccontino il territorio da vari punti di vista e con diversi linguaggi, ha fatto si che anche il progetto didattico “Baco da seta”, realizzato insieme ai ragazzi di San Floro, si arricchisse di nuovi spunti per affascinare e coinvolgere sempre di più i piccoli destinatari dell’iniziativa.

Il progetto didattico “Baco da seta”, che sta per partire nella sua “edizione 2017”, nasce già alcuni anni fa ad opera della Cooperativa “Nido di seta” ed il suo fine è quello di diffondere la conoscenza della storia locale e, nello specifico, dell’antica arte della seta. Per sottolineare maggiormente l’immenso valore che questa attività ebbe per Catanzaro, soprattutto nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intero territorio, si è pensato di creare un itinerario che conducesse i ragazzi nell’antica città della seta, riproponendo simbolicamente ai visitatori lo stesso percorso che la seta svolgeva in passato. Così è nata la collaborazione con la Cooperativa rispetto a questo importante progetto.

Il punto di partenza di questo straordinario viaggio nelle nostre radici è San Floro dove oggi, proprio come accadeva in passato, si produce la seta greggia, si alleva il baco e si coltiva il gelso. Qui, con la preziosa guida di Domenico Vivino, Giovanna Bagnato e Miriam Pugliese, i ragazzi visitano il suggestivo Museo didattico della seta, per poi immergersi in una suggestiva cornice rurale, visitando l’immenso gelseto e l’allevamento dei bachi per poi scoprire come avviene il magico processo della trattura della seta. Dopo pranzo il percorso prosegue alla volta della “città della seta”, ovvero il luogo dove un tempo convergeva il prezioso filato per essere tessuto nelle numerose filande cittadine. Qui io conduco i ragazzi lungo i vicoletti angusti del cuore antico della città, raccontando loro di quando genti greche diedero vita alla città e vi portarono i loro usi e costumi, tra i quali la nobilissima arte della seta. Quest’anno il racconto verrà avvolto dal mistero in quanto, a tratti, si farà viva una donna sconosciuta che narrerà vicende della sua vita legate alla magia della seta. La sua presenza si farà sempre più incisiva, culminando nella suggestiva esperienza del laboratorio sensoriale “Dal baco alla trama”.

La grande novità di quest’anno si riallaccia, infatti, al lavoro di una grande artista, l’attrice Emanuela Bianchi, straordinaria interprete del fortunato monologo teatrale “Lamagara”. Ciò che collega il suo lavoro a quello di “CulturAttiva” e “Nido di Seta” è la volontà di raccontare la storia di una terra millenaria e misconosciuta, le cui eccellenze sono state per secoli taciute o sminuite.

Al fine di lasciare una traccia indelebile nella memoria dei ragazzi che prenderanno parte al progetto, si è pensato di proporre loro un  laboratorio di teatro interattivo e sensoriale. «L’esperienza sensoriale – spiega l’attrice – è una forma di teatro contemporaneo che prende avvio dall’idea che il gioco sia lo strumento ideale non solo per sviluppare la creatività, ma anche per garantire una modalità di apprendimento più veloce e diretta. Il percorso sensoriale si avvale dell’uso della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto e del gusto per realizzare drammaturgie attive ed interattive e rendere protagonisti attivi coloro che solitamente sono considerati solo spettatori passivi».

Durante il laboratorio, dunque, i ragazzi diverranno parte attiva nelle diverse fasi della lavorazione del prezioso filato: alcuni diverranno piccoli bachi da seta, alcuni saranno contadini artigiani, altri orditori e altri ancora tramatori. «Il tessuto che essi creeranno – spiega la Bianchi – rappresenta l’insieme di relazioni tra uomo e natura e tra gli uomini della stessa comunità. Senza relazioni e senza cura delle relazioni nessun disegno può essere realizzato».

Il progetto didattico “Baco da seta” è un esempio tangibile di come lavorando insieme, ognuno con la propria professionalità, sia possibile realizzare delle iniziative fondate sulla valorizzazione della nostra storia, un immenso bacino di leggende, di eccellenze, racconti, tradizioni le cui tracce sono ancora incise nel nostro presente e la cui eco chiede solo di venire alla luce per realizzare quel tanto atteso cammino di rinascita della nostra terra.

Angela Rubino

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