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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Calabria

Tra arte, filosofia e misticismo, nell’agorà di Home for Creativity si riscoprono le orme di Gioacchino da Fiore

Una splendida e lodevole iniziativa che punta i riflettori su una Calabria culla di misticismo, arte e cultura nel senso più profondo. Fulcro dell’evento organizzato dalla giovane filosofa Roberta Caruso nella magica cornice della sua Home for Creativity, è la figura di Gioacchino da Fiore, che non solo è stata riscoperta ed esaltata nella sua grandezza e complessità, ma è stata condotta nel presente e messa a confronto con le suggestioni dell’arte moderna, quella di Vassily Kandinsky.

L’idea è quella di una conversazione in salotto, il tema è “Sulle orme di Gioacchino da Fiore”, la cornice, come abbiamo detto, è quella di Home for Creativity, l’impresa filosofica di Montalto Uffugo, che ha rivoluzionato l’idea dell’accoglienza, trasformando la casa in agorà e fulcro di dibattiti ed eventi atti principalmente a diffondere la consapevolezza del grande potenziale storico, artistico e culturale presente in Calabria. Iniziative che si svolgono all’insegna dell’originalità e della convivialità e con la partecipazione di ospiti straordinari. In questo caso la serata è stata composta da interventi che hanno introdotto la figura di Gioacchino da Fiore, ponendo l’accento sul carattere attuale del suo pensiero filosofico, altri ne hanno esaltato il lato artistico, anch’esso riconducibile alla contemporaneità ed altri hanno ripercorso il cammino dell’abate in Calabria. In particolare, Massimo Iritano, docente di filosofia e autore del libro edito nel 2015 da Rubbettino “Gioacchino da Fiore: attualità di un profeta sconfitto”, ha riproposto la figura e il pensiero dell’ abate al pubblico contemporaneo, mettendo in relazione la sua voce profetica con grandi autori del nostro tempo quali Walter Benjamin, Ernst Bloch, Sergio Quinzio e Karl Lowith.

Una figura poliedrica, quella di Gioacchino da Fiore, abate, teologo,  esegeta e filosofo che ha cambiato il volto della teologia medioevale. Fulcro della sua dottrina l’unità divina e la trinità, la concordia storica e il tempo futuro dello spirito. Visioni che nascono da un accurato studio delle scritture e che hanno dato vita anche a suggestivi modelli grafici contenuti nel suo Liber Figurarum. Tra tutti citiamo il Drago a sette teste e  I tre cerchi trinitari. Gioacchino scriveva, predicava e si dava penitenze. Componeva mosaici e forse faceva miracoli.

Una figura, quindi che non poteva non ispirare artisti ed intellettuali passati e contemporanei.

E il pubblico di Home for Creativity ha avuto un assaggio di questa contaminazione tra antichità e modernità sia con l’esposizione di  due arazzi di inestimabile valore, provenienti dall’atelier della Scuola tappeti Caruso di San Giovanni in Fiore, riproduzioni fedeli delle tavole “Albero Aquila” e “Draco Magnus et rufus” presenti nel Liber Figurarum del profeta calabrese; sia grazie alla straordinaria testimonianza di Fabiola Giancotti, ricercatrice, scrittrice, film maker, art curator ed editor, autrice di saggi e ricerche intorno all’arte russa e a quella europea del Novecento, regista del film “Gioacchino da Fiore e Vassily Kandinsky: lo spirito e l’astrazione”, che ha ripercorso le sfumature di significato e le impensabili analogie che intercorrono tra questi due grandi artisti di epoche diverse.

Ancora arte poi, con il suggestivo reading affidato alla maestria dell’attore Enzo de Liguoro, che ha interpretato dei brani tratti da alcune opere dell’abate. Ed infine un riferimento al territorio, con l’intervento dell’architetto e paesaggista Walter Fratto, che ha ripercorso il cammino dell’abate, facendo rifermento a delle immagini che ritraevano luoghi e situazioni visitati e vissuti per arrivare a definire la prima edizione delle Camminate Gioachimite del 2015. In seguito, Eugenio Attanasio, regista del docufilm “Il cammino di Gioacchino” ha descritto il suo lavoro incentrato sulla figura dell’abate e Alfredo Granata, artista visivo di Celico, ha offerto una visione dei luoghi che diedero i natali all’abate, che oggi ospitano comunità di artisti contemporanei.

Insomma, un meraviglioso viaggio sulle orme del misticismo, della spiritualità e della ricerca artistica, tra presente e passato in una cornice davvero unica. Segni di una Calabria che sta rinascendo e sta riacquistando il suo carattere di terra dalla forte connotazione artistica e culturale, fucina di menti dal grande genio che seppero fare scuola attraverso i millenni. Tutte premesse più che valide per costruire il futuro della nostra regione. Futuro inteso non come parola astratta e lontana dall’oggi, ma come momento attuale in cui iniziare ad agire, proprio come sta accadendo ad Home for Creativity. (L’immagine è stata scattata da Walter Fratto).

Angela Rubino

Il genio di Franceso Jerace e il dramma di una Calabria che non sa riconoscerlo

È normalissimo oltre che doveroso organizzare delle iniziative culturali volte a mettere in luce il genio di artisti ed intellettuali. È esattamente quello che ho pensato quando mi hanno contattata da Polistena, cittadina che diede i natali al famoso scultore e pittore calabrese Francesco Jerace, per parlare del noto e celebrato artista insieme ad altri illustri relatori. Cosa che ho fatto con estremo piacere, onorata di sedere a quel tavolo, da dove si levavano, fiere, delle voci che celebravano uno dei tesori della nostra Calabria.

Il merito di aver organizzato in modo eccellente l’evento, che si è svolto sabato 13 febbraio nell’aula magna dell’Istituto Tecnico Industriale di Polistena, è della Pro Loco, nelle persone del presidente, Luigi Ciardullo; del consigliere, Pietro Paolo Cullari, che si sono avvalsi della preziosa collaborazione della storica dell’arte Paola Suppa. La serata, che si è potuta realizzare anche grazie al sostegno della Provincia di Reggio Calabria e dell’Unpli, presieduta da Massimo Cogliandro, ha visto intervenire, oltre che me e la storica dell’arte Paola Suppa, anche lo storico e critico d’arte Gianluca Covelli e il fotografo Silvio Russino, giovane e talentuoso autore della mostra dal titolo “Sguardi su Francesco Jerace” , esposta in modo permanente presso il Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore a Napoli.

Come tutte le volte che sono chiamata a parlare in pubblico, l’emozione era tanta, ma non abbastanza da non farmi intuire che tutti noi eravamo lì, non solo per celebrare le opere e la carriera artistica di uno scultore geniale a cui Polistena ha dato i natali, ma per convincere il pubblico e della sua grandezza.

Ebbene si, se un artista nasce in Calabria e poi gira il mondo, raccogliendo consensi e conferme del suo prestigio, sarà il mondo a rendergliene merito, non la sua terra natia, non i suoi conterranei, per i quali, automaticamente i tesori e le meraviglie si trovano fuori dai confini del “tacco dello stivale”.

Questo atteggiamento non è certo una novità. Tuttavia, ogni volta che lo percepisco rimango sbalordita, quasi incredula. Mi è successo anche in questa occasione, forse perché ero convinta (chissà perché mai) di trovare un pubblico “innamorato” a priori di Francesco Jerace, un figlio di Polistena ricoperto di onori in tutto il mondo per il suo genio artistico. Ero persino timorosa di commettere degli errori e delle dimenticanze che il pubblico avrebbe notato, data la profonda conoscenza dell’argomento.

Ebbene, non era affatto così. A Polistena, Jerace è sicuramente noto, ma non c’è la profonda percezione del suo genio, se non da parte di un gruppo di “illuminati”, di cui fanno parte la Pro Loco e il suo entourage e da cui resterebbe esclusa anche l’amministrazione comunale. Lo scarso interesse del Comune di Polistena per la figura di Francesco Jerace è emerso anche dagli interventi di un discendente dello scultore, animato da un forte rimpianto.

Tutto questo ha dell’incredibile! Pensate, è come se Firenze non riconoscesse i suoi meriti a Dante Alighieri!

Il paragone non è un azzardo. Infatti quando parliamo di Jerace, ci riferiamo ad uno degli artisti più noti e celebrati della fine del secolo decimono e del primo trentennio del successivo. Un artista che seppe elaborare una linea compositiva e stilistica dai tratti originalissimi, mescolando gli echi della scultura classica e il realismo appreso a Napoli, in un rapporto di grande equilibrio.

Non fu di certo un caso se all’esposizione nazionale di Torino, nel 1880, la sua “Victa” vinse un premio di 3000 lire e l’immediata prenotazione di numerose repliche. E non fu sicuramente un colpo di fortuna l’eminente riconoscimento con medaglia d’oro conferitogli a Melbourne nel 1880.

Nel 1891, poi per il nostro conterraneo, giungeva l’invito a far parte della commissione permanente di Belle Arti del ministero della Pubblica Istruzione, un episodio che testimoniava il pieno riconoscimento del prestigio dell’artista. Infine sottolineo il fatto che la Biennale di Venezia, nel 1909, dedicò a Jerace una sala personale nella quale l’artista calabrese espose quindici sculture e sei fra dipinti e disegni.

Per fortuna, gli addetti ai lavori conoscono bene la valenza del genio artistico di Jerace, come hanno dimostrato gli interventi di Covelli e Suppa. Quindi il nome dello scultore si fa strada negli ambienti accademici, divenendo oggetto di studio e di approfondimenti critici. E per fortuna si va anche oltre, visto che le caratteristiche del suo genio creativo, molto attento ai particolari, hanno conquistato Silvio Russino, tanto da far ricadere la sua scelta proprio su Jerace, nella realizzazione del suo reportage. Un lavoro che emoziona e stupisce, per la tecnica innovativa impiegata e anche perché trasmette tutta l’ammirazione del fotografo verso lo scultore.

Nel 1909 Jerace scriveva: « Patisco d’amor patrio, soffro di sentimentalità per il glorioso nostro passato, mi cruccio dell’abbandono in cui siamo caduti e tenuti… e specialmente cerco di far apparire nobile, grande e bella la nostra Calabria, anche quando è giustamente accusata».

E come potremmo non accusare noi stessi di non saper riconoscere il bello da cui siamo circondati e a cui non sappiamo dare valore.

Angela Rubino

“Nido di seta”, quando la crescita della Calabria passa dalle sue tradizioni millenarie

Un legame profondo, quello tra Catanzaro e l’arte della lavorazione della seta, il cui pensiero, fino a qualche tempo fa, sembrava ricondurci ad un passato lontano, ad una dimensione legata ad un’antica tradizione che nulla ha a che fare con l’epoca odierna. Oggi qualcosa è cambiato.

Se è vero che nel cuore della città dei Tre Colli diventano sempre più rari e nascosti i segni più tangibili del glorioso passato legato alla “nobil arte”, al contrario nell’hinterland si muove qualcosa e si pensa ad un progetto dai tratti ambiziosi, ma non utopistici, che possa favorire la tutela e la valorizzazione delle antiche tradizioni legate all’attività della gelsi bachicoltura, trasformandole in un vero e proprio mestiere.

A San Floro, piccolo borgo collinare del catanzarese, importante centro di produzione della seta greggia in passato, un gruppo di giovani ha dato vita alla cooperativa agricola “Nido di seta”.

Il progetto scaturisce da un’iniziativa nata nel 1998, quando il Comune di San Floro, nella persona dell’allora sindaco Florino Vivino, ha voluto riscoprire quest’antica tradizione, avviando un progetto sperimentale che ha avuto una vasta eco a livello regionale, nazionale ed internazionale. In tale contesto furono piantate circa 3.500 piante di gelso di varietà Kocusò, (il baco si nutre solo ed esclusivamente di foglie di gelso). Oggi la cooperativa “Nido di Seta” ha deciso di riabilitare questo progetto, facendo della gelsibachicoltura la sua attività principale. Ad essa si affiancano la tintura con coloranti naturali, la creazione di tessuti semplici e la preparazione di gustose marmellate di more di gelso.

«Pensiamo sia di vitale importanza la divulgazione di alcuni valori come la tutela del paesaggio e dell’ambiente, al fine di promuovere lo sviluppo del territorio» ha affermato Domenico Vivino, fondatore di “Nido di seta” insieme a Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato.

«Le nostre parole chiave sono ritorno alla terra, ai suoi frutti, ai suoi valori, alle tradizioni, alla cultura del territorio. Quest’ultima – prosegue Domenico – intesa non come bandiera egemonica, ma come una risorsa, si da tutelare, ma anche da condividere e miscelare per allungare la nostra “profondità di campo”. I giovani e la scuola, di ogni ordine e grado, sono i nostri primi interlocutori, perché solo attraverso la cultura, sulle ali della giovinezza, può partire il riscatto della nostra Calabria».

Tra le attività proposte dalla cooperativa ai visitatori ci sono dei percorsi guidati alla riscoperta delle varietà di piante della macchia mediterranea, tra cui ovviamente il gelso.

È possibile, inoltre, toccare con mano le diverse fasi di creazione della seta, partendo dall’osservazione dei bachi, per arrivare alla trattura, ovvero il processo mediante il quale il filo di seta viene tratto dal bozzolo.

Infine merita un cenno il Museo didattico della seta, dove è possibile, tra l’altro, ammirare diversi cimeli della storia dell’arte serica, come antichi manufatti e vecchi telai.

Per quanto tutto questo sembri già abbastanza, non lo è. Infatti i tre ragazzi seguono un percorso di crescita continua, che li porta a confrontarsi con realtà nazionali,  internazionali e non solo. Di recente, infatti, Miriam e Domenico si sono recati nel sud-est asiatico, ad arricchire le proprie conoscenze nel settore serico mediante il confronto con le maestranze thailandesi. Un viaggio tra tradizione e innovazione, a diretto contatto con popolazioni che da millenni svolgono le attività legate alla lavorazione della seta. Usi e costumi lontani e diversi da quelli delle civiltà occidentali e tradizioni millenarie, che sopravvivono come parte integrante del tessuto sociale ed economico, si sono schiusi agli occhi dei due giovani mentre attraversavano l’entroterra del sud-est della Thailandia, passando per i villaggi di Kapcho, Surin, Khonkhaen, principali centri serici del paese.

Quest’ultima cittadina è anche la sede di un importante festival internazionale della seta, con espositori provenienti da tutta l’Asia. Un’occasione che Miriam e Domenico non potevano perdere. Così anche la seta del piccolo borgo catanzarese ha fatto parte della prestigiosa esposizione.

Un’esperienza fatta di scambio di saperi e destinata a proseguire mediante un gemellaggio tra “Nido di seta” e il Centro Di Bachicoltura di Khonkhaen.

Anche il Museo Didattico della Seta, gestito dalla cooperativa, sarà il riflesso di questo nuovo percorso, con una sezione interamente dedicata alla seta nel mondo, che si arricchirà con costumi e strumenti tipici e anche di una mostra fotografica e multimediale sul viaggio in Thailandia.

Il cammino di confronto e collaborazione avviene anche nei confini regionali. Dalla collaborazione con la bottega artigiana della ceramica squillacese “Deco Art”, nasce infatti la linea di gioielli “Nico”, che unisce l’arte della ceramica a marchio DOP di Squillace con l’antica tradizione della seta.

Con il contributo dell’artista italo-argentina AlchiMia, nasce poi la combinazione dell’originale tecnica giapponese di cottura della ceramica  detta Raku, e del prezioso filato serico, che ha portato alla creazione della linea di gioielli detta Siraku.

Infine la valorizzazione e la promozione del territorio, con il progetto didattico “Per Filo e per Segno”, nato grazie alla collaborazione della bottega “Deco Art” e del Parco eco-esperenziale Orme nel Parco. Un’iniziativa che si propone di far conoscere la storia, le attività della millenaria cultura calabra e le straordinarie risorse paesaggistiche della regione agli allievi delle scuole del sud Italia, con un itinerario di tre giorni che li porterà a vivere in prima persona delle esperienze uniche nelle realtà di riferimento.

“Nido di seta”, insieme ad altre realtà che stanno nascendo all’insegna della valorizzazione di usi, costumi e risorse del territorio e della loro trasformazione in valore, è il simbolo della crescita di una nuova Calabria, che vuole riprendere in mano il suo futuro, infrangendo schemi e cliché che per secoli hanno imprigionato le menti dei meridionali.

Angela Rubino

 

 

 

“Eretico Tour”, da Amantea parte l’imponente ondata di spirito di rivalsa che si riappropria della Calabria

Una giornata piovosa e ricca di sorprese quella di sabato 16 gennaio. Una giornata che grazie all’Eretico Tour, partito dall’hotel “La Tonnara” di Amantea, rimarrà nella mente e nel cuore di quanti, come me hanno preso parte all’evento, facendo di tutto per esserci.

La partenza dell’iniziativa, ideata dal blog Ereticamente, mi emozionava e non volevo mancare assolutamente, certa che sarebbe stata l’ennesima occasione (da quando frequento gli imprenditori eretici) per respirare quell’atmosfera intrisa di energia positiva, che tanto giova al percorso che ho intrapreso e voglio implementare.

Non avrei mai creduto che la convocazione per un nuovo incarico lavorativo avrebbe potuto sconvolgere l’organizzazione logistica di quella giornata, ma così è stato. La chiamata per una supplenza in un liceo, ha rischiato di far saltare il mio appuntamento, ma per fortuna non è successo e, grazie all’aiuto degli eretici, ho potuto sedere anche io in platea.

Il piacere di aver ottenuto un lavoro ben retribuito che durerà per i prossimi cinque mesi, non ha scalfito nemmeno lontanamente la gioia di entrare in sala e incrociare gli sguardi di persone amiche e quelli di altre, tutte da scoprire. Quelle storie, quelle immagini proiettate al maxi schermo, quelle frasi intrise di emozione, forza e determinazione, pronunciate in quella sala, mi hanno fatto sentire subito a casa e mi hanno caricata di una grande energia e voglia di fare, più di qualunque contratto stipulato con un ente qualsiasi, che molto spesso è sinonimo di un lavoro che non senti pienamente tuo.

Spesso, questi contratti ti rubano la vita, ti gettano in un sistema sterile, che si serve di te finché ne ha bisogno e poi ti getta in una sorta di limbo, rendendoti depresso e convinto di non valere mai abbastanza.

Essere un imprenditore eretico, significa essere padrone del proprio destino e delle proprie scelte, a partire dal luogo in cui si sceglie di vivere. Per tutti noi, che abbiamo vissuto l’esperienza di Amantea, la scelta è ricaduta sulla Calabria, la terra che tutti portiamo nel cuore e sulla quale finora si è scommesso troppo di rado.

Coordinati da Massimiliano Capalbo, ideatore dell’iniziativa, co-fondatore di Orme nel Parco e autore del fortunato volume “La terra dei recinti”, gli interventi degli imprenditori eretici si sono protratti per tutta la mattinata, tenendo incollato alle sedie un pubblico attento ed emozionato. Denominatore comune delle loro relazioni, la ferma convinzione di trovarsi in una terra che ha tutte le carte in regola per essere la culla del loro futuro. Non in termini romantici, come qualcuno può pensare, ma concretamente, come luogo su cui investire le proprie energie per ricavarne di che vivere.

Stefano Caccavari, con la storia del suo Orto di Famiglia è stato il primo imprenditore eretico a prendere la parola. Dopo di lui,  Nadia Gambilongo ha parlato dell’importanza del rispetto degli spazi urbani, che lei, con l’associazione I Giardini di Eva, contribuisce a valorizzare facendosi istituzione. Una storia di amore e rispetto per l’ambiente è stata anche quella raccontata da Lucia Parise, dell’associazione Erbanetta, reduce dalla straordinaria esperienza di “Ambientiamoci”, l’iniziativa che nel dicembre scorso, ha acceso i riflettori sulla salvaguardia e la valorizzazione della Grotta delle Palazze di Mendicino. Ivan Arella, dell’associazione “La Piazza”, ha invece parlato del Cleto Festival, il magico evento che, con finanziamenti propri, ha riportato in vita il suggestivo borgo di Cleto, facendolo brillare di una luce nuova, attraverso un ricco calendario di eventi culturali ed artistici che si svolgono nel mese di agosto. Una vera e propria sfida che è divenuta ormai un appuntamento di rilievo nel panorama culturale calabrese. E di sfida parliamo anche quando ci riferiamo all’eresia di Deborah De Rose, che da giovane avvocato è divenuta un punto di riferimento concreto per artisti, creativi e per tutti coloro che vogliono mettere in campo il proprio saper fare, con il suo spazio “Interazioni Creative”, che ha sede a Cosenza. Il mosaico di luci che ha dato l’avvio all’ Eretico Tour si è composto anche della tessera luminosa di Home For Creativity, il rivoluzionario progetto di accoglienza ideato da Roberta Caruso, che a Montalto Uffugo, fa accoglienza basandosi sui principi della share economy. Ancora un altro suggestivo borgo calabro è stato rubato alla desolazione dello spopolamento, grazie al progetto eretico di Rosa Maria Limardi, che ha descritto la sua idea “Jacurso da vivere e imparare”, grazie alla quale, da anni riesce a promuovere i valori, le tradizioni e la storia di quei luoghi, trasformandole in valore. Una storia che ricorda quella di Nido di Seta, la cooperativa agricola attiva non molto lontano, nel piccolo agglomerato di San Floro, dove Domenico Vivino e Miriam Pugliese hanno fatto rifiorire l’antica arte della seta, un tempo alla base dell’economia dell’intera regione, trasformando in valore un mondo fatto di tradizioni e pratiche lavorative ancestrali legate al nostro millenario passato.

Sembrerebbe tutto qui, ma così non è. Gli eretici che hanno preso la parola durante la mattinata, sono solo una piccola parte di tutti quelli nascosti nei meandri di questa splendida terra di Calabria. Ne è riprova il fatto che tanti di loro sono emersi nel pomeriggio. Alcuni con storie di percorsi concreti già intrapresi, e altri con racconti di progetti altrettanto meravigliosi che sono in itinere e lì, tra menti affini ed animi tenaci, hanno trovato quella spinta in più che serve per far fronte all’asprezza di un tessuto sociale fatto di diffidenza e luoghi comuni che parlano di atavica apatia.

Ostacoli che il cammino in Calabria porta con sé, ma che, sono sicura, non riusciranno a fermare l’imponente ondata di spirito di rivalsa rappresentata da questi eretici.

Angela Rubino

 

 

 

“Animas, nido di seta”, quando l’arte antica diviene simbolo di dialogo tra presente e passato e tra anime affini

Il passato come prezioso emblema di una vita che, nel suo mutare diviene qualcos’altro rispetto alle origini, ma che non può prescindere da esse. In sintesi, è questa la mia idea della storia e di tutto quello che ad essa si lega, come le tradizioni, gli usi, i costumi.

Le origini sono quel qualcosa da cui tutto ha inizio, quel qualcosa che può spiegare il perché di tutto ciò che, nei millenni, è stato reiterato più e più volte, fino a divenire parte integrante della vita di intere comunità. Dunque il passato è il fondamento della nostra esistenza e se non si cerca di conoscerlo e comprenderlo, si rischia di vivere senza la piena consapevolezza del proprio presente, come se il senso profondo di ciò che ci circonda non esistesse e tutto non avesse un senso ben preciso.

Passato e presente, dunque, sono due dimensioni che devono coesistere e mescolarsi perché ci sia il giusto equilibrio dentro e fuori di noi.

Questo equilibrio, insieme al fascino dei rituali antichi del mondo femminile, rivive nell’opera “Animas, Nido di Seta”, dell’artista sarda Jole Serreli, un’installazione in concorso alla VII edizione del Premio Internazionale Limen, nella sezione “Giovani artisti italiani e contemporanei”, curata da Lara Caccia.

La mostra, ospitata all’interno del suggestivo Complesso Valentianum, sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia, si è aperta lo scorso 19 dicembre e si protrarrà fino al 14 febbraio 2016.

Volontà dell’artista è stata quella di creare la sua installazione con dei filati che ricordassero le tradizioni del luogo. La scelta è stata inevitabilmente la seta, la cui lavorazione è un retaggio della dominazione bizantina.

La diffusione di quest’arte in Calabria risale al VI secolo e da subito essa divenne una delle attività principali per l’economia della regione, giungendo ad alti livelli di qualità.

Tra le città calabresi, Catanzaro si distinse per la straordinaria pregevolezza dei tessuti prodotti. Una caratteristica che le procurò fama e gloria in tutta Europa.

Proprio dall’hinterland di Catanzaro, più precisamente da San Floro, giunge il prezioso filato di cui si compone l’opera della Serreli. Così come l’artista ha coniugato nella sua installazione il linguaggio rappresentativo dell’arte contemporanea e quello legato ai tratti salienti del passato, a San Floro si realizza la mescolanza tra presente e passato, mediante la scelta coraggiosa di tre giovani che hanno scelto di ritornare ai valori delle tradizioni. “Nido di Seta” è la Cooperativa Agricola creata da Domenico Vivino, Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato, che hanno ripreso la filiera della seta, dalla gelsi bachicoltura alla creazione e tintura dei tessuti.

Un connubio perfetto quindi, tra anime affini che riconoscono nei riti ancestrali del passato, una realtà preziosa, da celebrare ed omaggiare. Anime che vedono nel ritorno al passato un valore e non uno sterile rimpianto; una spinta propulsiva al cambiamento che si attua con piena coscienza di sé e della comunità a cui si appartiene, non un’immobile rappresentazione di ciò che era.

Jole Serreli è un’artista profondamente legata al mondo delle origini, che da lei viene esplorato e mutato nella misura in cui la sua ispirazione e la sua tecnica artistica lo richiedono. L’opera “Animas, nido di seta” si nutre di un linguaggio nuovo, la cui elaborazione nasce dal profondo legame con un’arte millenaria.

Il progetto “Nido di Seta” nasce dall’intimo sentimento di appartenenza alla terra di Calabria e diviene la spinta al cambiamento, l’esempio di uno sviluppo possibile a partire dalle attività profondamente legate all’identità del territorio.

In conclusione, ciò che siamo è frutto di un percorso pregresso e per divenire davvero consapevoli del nostro presente e per attuare un cambiamento, è necessario conoscere questo tratto di un viaggio che magari non abbiamo compiuto personalmente, ma che è comunque parte di noi.

 

Angela Rubino   

Tra miti greci e culti cristiani, in Calabria si gusta la Cuccìa

Visitare la Calabria non significa solo emozionarsi per i paesaggi mozzafiato, per i luoghi silenziosi e quasi mistici dal passato millenario. Non significa solo rimanere stupiti per l’ospitalità genuina dei suoi abitanti, ma anche rimanere colpiti dai profumi e dai sapori intensi di una terra che non smette mai di stupire. Le antiche tradizioni calabre, infatti, sono costituite per gran parte dalla preparazione di cibi che affondano le loro radici in un antico passato e sono figli dei popoli che da questa terra passarono e vi posero il proprio dominio.

Una delle pietanze tipiche calabresi è la Cuccìa (dal greco koukkìa), la cui preparazione, secondo gli studiosi, ebbe origine in Grecia, dove assunse i connotati di un cibo rituale per la commemorazione dei defunti. Da qui la Cuccìa si diffuse nei paesi dell’Europa orientale e nelle regioni dell’Italia meridionale, dove venne associata alla ritualità della celebrazione di alcuni santi.

Le antiche origini di questa pietanza hanno fatto si che la sua ricetta originaria si perdesse lungo il trascorrere del tempo, per cui oggi ne esistono diverse varianti che spaziano dal salato al dolce (soprattutto in Sicilia e Campania).

A Mendicino, grazioso borgo medievale a pochi chilometri da Cosenza, la preparazione e la consumazione della Cuccìa sono parte integrante delle celebrazioni in onore di Santa Lucia, a cui la comunità è molto devota.

La Cuccìa mendicinese è composta da 13 ingredienti (riallacciandosi al giorno in cui si commemora la Santa, il 13 dicembre) tra cui ceci, fave, piselli, lenticchie, fagioli, orzo, grano, castagne, olio d’oliva, sale e si prepara in un calderone che, nel dialetto locale, prende il nome di quadrara. La tradizione degli antichi rituali di condivisione vuole che la pietanza sia consumata in piazza, nel pomeriggio del 13 dicembre, accompagnandola con del pane caldo e un bicchiere di vino.

Ed ecco che nella giornata del solstizio d’inverno, che vede mescolarsi la commemorazione cristiana della Santa protettrice della vista con il mito pagano della vittoria della luce sulle tenebre e quindi Demetra che ritrova la figlia Porserpina, la Cuccìa diviene l’elemento gastronomico simbolo dell’assimilazione cristiana del mito greco.

Sempre nel cosentino, a Paola, cittadina che diede i natali a San Francesco da Paola, patrono della Calabria, la Cuccìa è un dolce. La pietanza infatti assume le fattezze di una deliziosa cioccolata calda arricchita dall’aggiunta di noci, scorza d’arancia, grano e chiodi di garofano. La sera del 12 dicembre, secondo la tradizione, ogni famiglia prepara la Cuccìa, affinchè durante la notte, Santa Lucia possa imprimere il suo segno su di essa. Il giorno successivo il dolce viene scambiato tra amici e parenti.

 

Sempre nel cosentino, nei comuni della fascia presilana, la Cuccìa è di nuovo una zuppa salata e si prepara con grano bollito e carne di capra e/o maiale e delle spezie. La tradizione di questi luoghi vuole che il piatto venga preparato in tre giorni circa, passando per varie fasi: la pulizia del grano, la sua macerazione e poi la bollitura e cottura nel forno a legna. Qui il calderone usato per la cottura è detto Tinìellu.

Alcune ipotesi fanno risalire le origini della Cuccìa nei casali presilani, all’occupazione di Cosenza da parte dei saraceni. A questo proposito è curioso sottolineare che l’aggiunta di carne di maiale (animale considerato impuro dai musulmani) sembra significare la volontà di appropriarsi di una pietanza per negarla a chi professa la religione musulmana.

Ricetta

Ecco la ricetta per preparare una delle varianti della Cuccìa calabrese, quella con carne di maiale o di capra.

 

Ingredienti per 4 persone:

 

750 grammi di carne di maiale o di capra;

400 grammi di grano.

 

Preparazione:

Mettere il grano in ammollo per almeno 48 ore in acqua non salata, poi farlo cuocere a fuoco lento. Mentre il grano è in cottura, provvedere a far bollire la carne in acqua leggermente salata.

Una volta che il grano sarà cotto, aggiungere il brodo ottenuto dalla bollitura della carne e far cuocere ancora per un’ora circa.

Quando il grano avrà assorbito il brodo, occorrerà riporlo nel “Tinìellu” (calderone di coccio tradizionalmente usato per la preparazione della Cuccìa) e creare vari strati, alternando tra il grano e la carne (l’ultimo strato dovrà essere di grano). Appena terminato questo passaggio, riporre il Tinìellu nel forno a legna e cuocere per qualche ora alla stessa temperatura che si predispone per la cottura del pane.

La Cuccìa va servita preferibilmente calda o tiepida.

(Immagine tratta dal web)

Angela Rubino

“Ambientiamoci”, da Mendicino un forte segnale di sensibilità e rispetto del territorio e dei suoi tesori

Non la solita manifestazione, ma una giornata di vera e propria simbiosi con il territorio e tutto quello che esso può offrire in termini di natura e di splendidi scorci paesaggistici e poi con un’anima che silenziosa racconta una lunga storia, la nostra. Parliamo della terza edizione di “Ambientiamoci”, svolta il 13 dicembre a Mendicino (Cs); un evento ideato dal blog ereticamente.it, sponsorizzato dal parco eco-esperienziale “Orme nel Parco” e  organizzato da un gruppo di associazioni di Mendicino, capitanate da “Erba netta” nelle persone di Francesco La Carbonara e Lucia Parise.

Giunta alla sua terza edizione, “Ambientiamoci” è una mobilitazione dai tratti unici perché intende puntare i riflettori sulle risorse della nostra regione che rischiano di scomparire per vari motivi, ma lo fa mediante la presa di coscienza del loro inestimabile valore, prima di tutto e poi con il fare concreto di coloro che si impegnano in prima persona per cercare si salvarle. Quindi, come spiega Massimilano Capalbo co-fondatore di Orme nel Parco e ideatore del blog “ereticamente.it” «non si tratta di una manifestazione contro qualcuno che si ritiene sia colpevole dell’abbandono in cui versano i nostri tesori, ma un modo per assumersi la responsabilità della situazione, iniziando concretamente a prendersi cura delle preziose risorse del nostro territorio, dalle quali può partire la nostra rinascita».

All’edizione 2015 di “Ambientiamoci” hanno aderito oltre 40 tra enti ed associazioni e anche il Comune di Mendicino ha dato il suo sostegno. Il tesoro da salvare, questa volta era la Grotta delle Palazze, una cavità artificiale posta all’interno di un’area archeologica, resa unica dalla presenza di un affresco del 1500 che ritrae probabilmente il borgo di Mendicino. Secondo l’esperto di storia locale Domenico Canino, il dipinto fu commissionato da un nobile del luogo e probabilmente rappresenta una delle più antiche vedute di paesaggio italiano.

L’area su cui si trova la grotta possiede un fascino magnetico ed proprio qui che i partecipanti all’iniziativa hanno trascorso l’intera mattinata, che si è aperta con un’introduzione a cura degli organizzatori, per poi proseguire con una mostra fotografica e l’attesa visita della grotta. La piccola caverna, con il suo prezioso affresco, non mancano di destare sentimenti contrastanti di meraviglia, per la propria bellezza e indignazione, per l’incuria in cui giacciono, minacciati dalle infiltrazioni d‘acqua che rischiano da farli sparire per sempre.

Nel magnifico e a tratti magico bosco di querce intorno alla grotta, si è svolta la suggestiva performance teatrale dell’attore Enzo de Liguoro e della compagnia Soleluna, che hanno regalato ai presenti attimi di evasione e un viaggio nei meandri di uno straordinario processo di contaminazione tra arte e natura dai tratti unici.

Lo spettacolo è stato introdotto da una simpatica performance, curata da “I Giardini di Eva”, di Nadia Gambilongo, che metteva in scena una spirale di luce, con tanto di ghirlande e fiaccole color argento, per rendere omaggio al giorno di Santa Lucia. Sempre la stessa associazione ha curato anche l’iniziativa i “Pensieri di carta”, con gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Mendicino, che hanno adornato le querce con i loro pensieri sulla natura, scritti su fogli di carta di varie forme.

La prima fase della giornata si è arricchita anche per la presenza del geologo Carmine Nigro, che ha fornito una dimostrazione dell’attività di Geo Radar nell’area sottoposta a vincolo archeologico.

Un pranzo al sacco, all’insegna della condivisione e poi, nel pomeriggio, i partecipanti hanno potuto vivere nuove emozioni, questa volta grazie ai tesori storici, architettonici ed enogastronomici di Mendicino.

Grazie alla guida sapiente di Francesco la Carbonara, il piccolo borgo si è mostrato in tutto il suo magico incanto.  Piazza Duomo, il rione Castello, lo splendido Palazzo Campagna e la suggestiva Filanda Fiore Gaudio, sono state le tappe del trekking urbano che ha completato la giornata insieme alla degustazione della “Cuccìa”, una zuppa di cereali e legumi, tipica di Mendicino, da consumare nel giorno di Santa Lucia,  santa alla quale la comunità è molto devota.

Tutta la giornata è stata filmata dalla Tanto di Cappello Production di Maurizio Albanese, che curerà la realizzazione di un documentario da utilizzare per la promozione della raccolta fondi per il restauro della Grotta delle Palazze.

Questa è Calabria: natura che fa sognare, scorci paesaggistici mozzafiato, condivisione di cibi legati alla tradizione. Verrebbe da dire che i tesori non sono solo quelli che luccicano, ma anche tutte quelle cose che diamo per scontate e quanto ci sbagliamo a considerarle tali!

Angela Rubino                                                                                  

Home for Creativity, da Cosenza una nuova idea di ospitalità basata sulla condivisione

Non si tratta solo di ospitalità. È qualcosa che supera il confini dell’ordinario e giunge a tracciare un percorso nuovo, in cui i tratti dell’idea tradizionale si mescolano a principi nuovi come la fiducia, la responsabilità, il rispetto reciproco e lo stimolo all’espressione delle proprie capacità. Tutto questo è Home for Creativity, il progetto di co-housing ideato e messo in campo dalla giovane imprenditrice “eretica” Roberta Caruso.

Il suggestivo spazio di Home for Creativity ha spalancato ufficialmente i suoi cancelli lunedì 7 dicembre, con una grande festa arricchita dalla presenza dei tanti sostenitori dell’iniziativa. Giovani e meno giovani riuniti a brindare ad un nuovo futuro, un percorso che consapevolmente punta a valorizzare l’immenso patrimonio della Calabria, fatto di storia, cultura, tradizioni, natura e vuole farlo proiettandosi oltre i confini regionali e nazionali, aprendosi a chi guarda alla nostra terra con gli occhi dello straniero, vedendola splendida quale essa è e quale non appare allo sguardo di chi oramai è abituato (e forse non ne è nemmeno tanto cosciente ) a tanto incanto.

Ma parliamo di Home for Creativity, cerchiamo di capire cos’è nello specifico e cosa la rende unica. La struttura è un antico casale situato a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, su una collina che domina la valle del Crati. Qui Roberta Caruso, coadiuvata dai suoi genitori, Roberto e Alba, ha dato vita ad un posto magico, in quanto la gioia di viverlo e abitarlo è riservata a tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco in un’esperienza unica.

Le stanze a disposizione dei visitatori sono 4 e sono perfettamente attrezzate per l’accoglienza, che può durare una sola notte o un anno intero. Durante il soggiorno, saranno a disposizione delle aree in comune, che l’ospite utilizzerà in modo responsabile, divenendo lui stesso un “home manager”.

Uno dei tratti caratteristici di Home for Creativity è il fatto che vi si può accedere non solo con la formula del bed&breakfast, pagando in modo tradizionale, ma anche scambiando l’ospitalità con il proprio lavoro o con il proprio talento artistico. In questo secondo caso, sarà necessario riempire un modulo reperibile sul sito http://www.homeforcreativity.com, mediante il quale si racconta la propria storia e il motivo per cui si è scelto di “approdare” ad Home for Creativity.

Sarà Roberta a selezionare gli ospiti e lo farà anche in base alla loro capacità di essere creativi, non solo per quanto riguarda la realizzazione di opere artistiche, ma anche nell’abilità di mettersi in gioco, condividendo sogni e talenti nella cornice di Home for Creatuvity, che potrà così arricchirsi con i preziosi frammenti di vita dei suoi ospiti.

Home for Creativity è il primo esperimento di questo tipo in Calabria e la sua realizzazione gode del contributo essenziale di altre due figure: quella di Alba, la mamma avvocato, che gestisce le prenotazioni e l’organizzazione del co-working e del car-sharing; e poi c’è Roberto, il papà ingegnere, con la grande passione per la cucina, che provvede a deliziare i palati degli avventori del suo Home Restaurant con i prodotti del suo orto, con i quali realizza squisite pietanze della trazione calabrese.

Insomma, un progetto innovativo che riprende idee simili realizzate altrove e le porta in terra di Calabria, contribuendo alla crescita e all’arricchimento del territorio. Un’idea che diventa esempio di apertura verso l’altro, di condivisione e cooperazione consapevoli e quindi di rispetto reciproco. Un’idea di quelle che servono tanto, in un’epoca come la nostra, caratterizzata da enormi paradossi come quello della rete che amplia le possibilità di comunicazione e le porte che si chiudono per diffidenza verso il prossimo.

Angela Rubino  

 

Dai recinti alle eresie, in Calabria si fa la vera rivoluzione

Nello scenario economico, politico e sociale in cui viviamo, avvolti dal caos e logorati dallo stress quotidiano, alla continua ricerca di punti di riferimento che abbiano un senso; partecipare all’evento, promosso lo scorso sabato 21 novembre  all’interno dello spazio innovativo di “Interazioni Creative”, ha significato respirare aria di cambiamento, di rivoluzione.

La rivoluzione di quei giovani che non ci stanno e vogliono riprendersi in mano le proprie vite e i propri sogni, spezzando le fila di un sistema che cerca di manovrarci tutti, inserendoci in schemi prestabiliti.

Per comprendere meglio il senso rivoluzionario o “eretico” dei contenuti espressi durante l’incontro dal titolo appunto: “Dalla Terra Dei Recinti a quella delle Eresie: storie e racconti di una Calabria che interagisce”, vorrei anzitutto chiarire cosa è “Interazioni Creative”, che è stato il “contenitore” dell’evento moderato dalla giovane giornalista Lia Giannini.

Si tratta di un’ associazione di promozione sociale che mira a mettere in rete artisti, professionisti e imprenditori, per far in modo che essi possano interagire tra di loro e trovare gli strumenti necessari per realizzare progetti professionali, artistici e di impresa.

Creata dal giovane avvocato cosentino Deborah de Rose, “Interazioni creative” è uno spazio all’interno del quale chiunque abbia creatività può trovare la propria dimensione, in un sistema di coworking dove poter esprimere il proprio “saper essere” e “saper fare” e dove arricchirsi grazie ad un continuo scambio di idee.

In un territorio difficile come quello calabrese, lo spazio creato da Deborah de Rose si pone come una vera oasi nel deserto, a cui artisti, imprenditori e creativi possono far capo per ricevere il sostegno necessario alla realizzazione dei propri progetti. L’associazione, inoltre promuove anche corsi formativi che daranno la possibilità di confrontarsi con esperti di vari ambiti.

Una dimensione “eretica”, insomma, proprio come amano definirsi i cinque imprenditori che hanno raccontato le proprie esperienze. Non a caso essi fanno parte insieme a tanti altri, del movimento “Ereticamente”, che racchiude un gruppo di persone accomunate dalla voglia di mettersi in gioco per attuare i propri sogni in una terra come la Calabria o il sud Italia in genere, ricca di ostacoli e di sfide da superare. Esponente di punta del movimento è l’imprenditore catanzarese Massimiliano Capalbo, autore del libro “La terra dei recinti”, che ha preso la parola per primo nell’ambito del dibattito. L’intervento di Capalbo ha fatto da introduzione a tutti gli altri, spiegando le motivazioni per cui il sud Italia non riesce a trasformare in valore le sue immense potenzialità.

Ciò che accomuna le esperienze dei giovani imprenditori presenti all’incontro, è proprio il fatto di aver puntato sulle risorse della propria terra: lo stesso Capalbo ha creduto nel potenziale di un bosco di faggi in località Tirivolo, nel cuore della Sila e lì ha costruito il suo parco avventura, che registra ogni anno migliaia di presenze.

Deborah de Rose ha deciso di creare il suo spazio innovativo per promuovere la creatività in una dimensione di meritocrazia. Poi c’è la storia di Roberta Caruso, che dopo aver conseguito la laurea in filosofia, ha trasformato la sua casa in una “Home for creativity”, un nuovo tipo di accoglienza basata non solo sulla formula del B&B, ma anche sui principi della condivisione di abilità, professionalità e creatività.

Il ritorno alla terra e alle antiche tradizioni sono il denominatore comune degli interventi di Stefano Caccavari – che a San Floro ha creato i suoi “Orti di famiglia”, un progetto grazie al quale centinaia di famiglie hanno la possibilità di coltivare e consumare i prodotti del proprio orto preso in affitto – e quello di Rosario Benedetto, trasferitosi in Calabria da Varese per mettersi a coltivare rose a Roseto Capo Spulico. Il suo progetto “Rosetum” prevede la realizzazione di una struttura di accoglienza, di un laboratorio per la trasformazione delle rose in prodotti cosmetici e di una biopiscina. Il tutto nascerà intorno alla coltivazione di un roseto a forma di croce templare – unico in Italia – che il giovane imprenditore ha già realizzato.

Un evento che ha trasmesso energia ed entusiasmo anche al pubblico presente e che, a giudicare dalla determinazione e dalla voglia di fare degli eretici non sarà il solo.

Che sia in atto una rivoluzione vera e propria, combattuta a suon di forza di volontà?

 

Angela Rubino

 

 

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