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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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“Non cali il sipario sul dialetto”: a teatro per ritrovare le proprie radici

Il dialetto rappresenta un retaggio culturale che lega una comunità alla sua storia.

Considerato comunemente una sorta di degenerazione della lingua madre, esso tende ad essere sottovalutato e messo da parte, a favore di termini appartenenti a lingue straniere, che irrompono sempre di più nel nostro linguaggio e soprattutto in quello dei giovani.

È per questo che l’associazione CulturAttiva ha deciso di proporre l’evento “Non cali il sipario sul dialetto”, un’iniziativa mirata a mettere in luce l’importanza della lingua popolare, che si svolgerà a partire dalle 18.00, nel pomeriggio del 26 dicembre, nelle sale del Cinema Teatro Comunale, a Catanzaro grazie alla collaborazione con l’associazione “Incanto”, perché uno degli strumenti più potenti per preservare il dialetto è proprio quello del teatro in vernacolo. A questo proposito, verrà richiamata l’attenzione su una delle figure più amate dai catanzaresi, che ha saputo lasciare nel cuore dei suoi concittadini una traccia profonda, per la sua umanità oltre che per le sue doti artistiche: Nino Gemelli, attore e commediografo di grande talento e sensibilità.

All’evento prenderanno parte Francesco Passafaro, attore e direttore artistico del Cinema Teatro Comunale e Angela Rubino, presidente di CulturAttiva, giornalista ed esperta di storia locale.

Sarà uno spazio breve ma intenso: si cercherà di far conoscere meglio le caratteristiche del dialetto catanzarese, idioma particolare, che si distingue dal resto dei dialetti parlati nella nostra regione anche per i trascorsi storici che interessarono la città di Catanzaro e le varie dominazioni che vi si susseguirono, lasciando una traccia profonda nei suoni e nei modi di dire propri della parlata popolare dei catanzaresi. L’intervento sarà curato da Angela Rubino, mentre a Francesco Passafaro, padrone di casa, andrà il compito di delineare la figura del grande Nino Gemelli.

Lo spazio di approfondimento si svolgerà nel momento di pausa tra le due rappresentazioni della commedia di Nino Gemelli “Turuzzu & Luvìcia”, la cui visione offrirà divertenti spunti pratici, rispetto a quello che verrà detto durante gli interventi, riprendendo gesti e modi di dire propri della nostra cultura popolare, senza tralasciare quel tocco di profonda umanità, proprio del teatro di Gemelli, il quale attraverso i suoi personaggi, sa cogliere l’essenza profonda della nostra cultura, non solo attraverso la rappresentazione della lingua e della gestualità, ma anche attraverso quella del loro animo, sempre rivolto a quel senso di fratellanza e sostegno reciproco che da sempre contraddistingue non solo i catanzaresi, ma i meridionali in generale.

 

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Riaprono le gallerie del San Giovanni, ma non dimentichiamo che la storia va cercata in fondo al tunnel

Di recente, la città di Catanzaro è stata scossa da un’ondata dilagante di passione per la storia cittadina. Protagonisti di questo processo, i cunicoli sotto all’antico maniero che un tempo dominava l’abitato.

Le gallerie sotterranee sono state aperte al pubblico, dopo aver subito degli interventi di ristrutturazione (forse un po’ eccessivi, ma la mia è una opinione da profana) e centinaia di persone provenienti non solo dalla città, ma anche dall’hinterland e da altre città della Calabria si sono precipitate a visitarle, affrontando ore di fila. Questa situazione si è protratta per giorni e le guide hanno descritto senza sosta la storia di quei luoghi e del Castello.

Vedere così tanta gente fare la fila per visitare uno dei monumenti storici della città mi ha stupita, in quanto sono abituata a fare i conti con una realtà che quasi ignora e a volte anche disprezza la propria identità storico-culturale, ritenendola spesso inferiore ad altre. Forse si cercava nelle gallerie quella magnificenza che finalmente potesse rendere Catanzaro degna del confronto con altre realtà, con le grandi città italiane citate nei nostri libri di storia.

Se è così, molti saranno rimasti delusi. Le gallerie sotterranee sono ambienti che accomunano tutti i castelli e da questo punto di vista, la città non mostra di possedere niente di così unico e magnificente.

I tratti unici della storia della città dei tre colli vanno ricercati nel suo passato attraverso lo studio delle fonti letterarie, archeologiche e anche attraverso i racconti dei più anziani, testimoni di epoche senza dubbio difficili, ma anche di antiche bellezze e stili di vita che donavano fascino e magia ad una città vittima di una costante, barbara e cieca spoliazione del suo patrimonio architettonico, storico e anche culturale. Proprio a causa di questo processo, che è andato avanti grazie all’impassibile indifferenza della maggior parte della cittadinanza, oggi la città è priva di tutta una serie di tracce tangibili che potrebbero essere simboli cardine del suo passato.

Come spesso ho scritto, la storia di Catanzaro mostra tratti di eccellenza, se si pensa agli antichi fasti della nobile arte della seta. Poi ancora stupisce ad affascina il viaggio nelle origini greco-bizantine della città e ancora la dominazione araba e poi il susseguirsi delle varie egemonie, fino a giungere all’epoca moderna. Un lungo percorso che ha visto Catanzaro distinguersi per vicissitudini locali o per il suo contributo alla storia e alle vicende italiane. Di tutto questo non c’è traccia nei libri di scuola e nemmeno per le strade della città. Diventa quindi difficile recuperare una forte consapevolezza dell’identità storico-sociale collettiva e l’orgoglio di appartenere ad una città che mediocre non lo è mai stata, ma lo è diventata grazie anche alle scelte della sua classe politica.

Fatte queste premesse, vorrei rivolgere l’attenzione alla storia del Castello di Catanzaro, un racconto che può divenire lo specchio della complessità storico-sociale del popolo della città dei tre colli.

L’autrice Modesta De Lorenzis ne traccia un profilo esauriente ed affascinante nel secondo volume della collana “Notizie su Catanzaro” dove si racconta che, con tutta probabilità, esso venne eretto nel 1060 da Roberto il Guiscardo, il quale nel prendere tale decisione, tenne conto della notevole importanza strategica «sia per effetto del sito naturalmente inespugnabile, sia per  la sua centralità rispetto alla Calabria».

La De Lorenzis però sottolinea anche che proprio per via della naturale predisposizione della città a porsi come una roccaforte difensiva, è probabile anche che i normanni, al loro arrivo, abbiano trovato in quello stesso sito un’altra zona fortificata o un altro castello che il Guiscardo fece poi ingrandire e migliorare. Questo perché la città fu fondata verso la fine dell’800, prima della venuta dei Normanni, da popolazioni di origine greco-bizantina in fuga dalle coste a causa delle scorrerie saracene. Un fatto questo che apre la via a tutta una serie di analisi e riflessioni sulla matrice greca dell’identità del popolo catanzarese, caratteristica che non si limitò al solo periodo di dominazione bizantina, visto che il processo di latinizzazione iniziato con i Normanni avvenne in modo lento e graduale.

C’è poi da considerare che «già nel 906  i Saraceni avevano preso di notte Catanzaro depredandola – scrive ancora la De Lorenzis -. Inoltre dal 922 al 937 la città era diventata centro del Principato musulmano di Calabria e i Saraceni rimasero in città, con interruzioni, fino al 985».

«E se è vero (come sembra) – si legge ancora nel volume citato – che i Saraceni si trattennero in città per circa un secolo, niente di più facile che il primo castello di Catanzaro sia stato una costruzione o un rifacimento arabo».

Addirittura, «il prof. Guglielmo Braun affermò che il nome di Catanzaro se fosse derivato da voci orientali poteva significare “piccolo castello” (Katan zoor o Catazar).

La vita del castello di Catanzaro proseguì fino al 1461, anno in cui la città fu scossa da un’aspra lotta contro il conte Antonio Centelles. Il castello divenne allora il simbolo della tirannide e della vessazione all’arroganza dei feudatari e venne distrutto a colpi di cannone. La lotta per la libertà costò cara alla città e un intero quartiere venne incendiato. Oggi esso porta il nome di rione “Case arse” e si estende proprio ai piedi del castello o di ciò che ne rimane.

Con le pietre del muro crollato i catanzaresi edificarono la chiesa di San Giovanni e parte del convento dell’Osservanza. Nei secoli successivi si cercò di evitare in tutti i modi che il castello fosse ricostruito e la città conservò lo status di Regio Demanio, dipendendo direttamente dal re, senza essere governata da alcun feudatario.

La funzione del castello divenne decorativa. Come racconta la De Lorenzis «nel 1831 esso veniva chiamato “Forte di San Giovanni” e in esso erano postati i cannoni che sparavano a salve durante le feste».

Questo fino al 1868 quando, in osservanza del piano regolatore studiato dall’Ing. Manfredi, si decise di demolire gran parte del castello per facilitare l’ingresso alla città.

Una decisione che Lenormant descrisse così: «la sparizione del castello è tanto più spiacevole quanto più si rifletta che era il solo monumento di Catanzaro ricordante il suo passato medievale».

La distruzione del castello è indicativa di un atteggiamento di totale noncuranza verso il patrimonio storico-archeologico della città, che oggi si presenta come un luogo anonimo e privo o quasi di tratti significativi del suo affascinante passato.

Un passato che va assolutamente riscoperto e valorizzato, per opporsi ad ogni squallido ed incomprensibile tentativo di cancellazione per fare spazio a strutture e atteggiamenti culturali che emergono solo per fare spazio agli interessi di ristrette élite di moderni signori.

La storia di Catanzaro è un avvincente caleidoscopio di vicissitudini le cui tracce vanno ricercate prima nei libri e poi sul territorio. Quindi non soffermiamoci soltanto ad ascoltare il clamore di eventi scenografici (a cui va pur sempre il merito di tenere viva l’attenzione verso la storia locale), ma andiamo oltre, visitiamo i musei, i siti archeologici, presenziamo agli eventi culturali e soprattutto riscopriamo l’orgoglio di appartenere ad una terra culla di arte, storia e cultura ed opponiamoci ad ulteriori tentativi di cancellazione dei resti della nostra storia.

(Immagine tratta da: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/catanzaro/provincia.htm)

Angela Rubino

“Orme di Bisanzio”, un affascinante viaggio alla scoperta della Catanzaro bizantina

La ricerca storica è quell’affascinante strumento che ci permette di risalire alla vita dei nostri avi e ad eventi avvenuti migliaia di anni fa, quando tutto ciò che ci circonda adesso era fortemente diverso. Spesso si preferisce guardare avanti, senza chiedersi da dove sia nato tutto ciò che siamo oggi, la nostra civiltà. Spesso ci si rinchiude nei meandri di questo presente buio e confuso, pensando che il progresso sia l’unica via per uscire dal tunnel quando magari, tutto sarebbe molto più chiaro se si volgesse lo sguardo indietro per comprendere il cammino complesso che ci ha condotti fin qui.

Catanzaro è una città che non si fa molte domande sul suo passato, è una città che guarda avanti, senza capire che sulla sua storia potrebbe basare la propria salvezza, preservandone i segni e valorizzandoli così da mostrarli con orgoglio a chi decide di farle visita. È così che elementi preziosi del suo patrimonio storico-culturale giacciono nell’oblio e spesso soccombono all’incalzare del tempo che passa oppure, trattandosi di rituali, celebrazioni e tutto ciò che attiene al campo storico-antropologico, vengono vissuti in maniera inconsapevole, automatica.

Per fortuna c’è qualcuno che emerge dalla massa, ci sono persone che pongono le proprie conoscenze, la propria caparbietà e la voglia di far luce sul nostro passato, a favore dell’intera comunità, cercando anche di stimolare quelli che da sempre sono sopraffatti dall’apatia.

La ricerca “Le orme di Bisanzio” ( La Rondine Edizioni, 2016) , dello storico Mario Saccà, si inserisce nel quadro di un rinnovato interesse verso la storia millenaria della città dei tre colli e lo fa con squisita eleganza e grande maestria. Il volume è un avvincente viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca delle antiche origini bizantine del capoluogo calabro, partendo dall’indagine del culto della “Bambinella”, un rito dedicato alla natività di Maria alla cui celebrazione l’autore ha assistito con curiosità all’interno della chiesa di Santa Maria de Figulis ( o dei vasai) conosciuta oggi come chiesa di Montecorvino.

La festa della Bambinella si celebra con una funzione religiosa che ha inizio alle 5 del mattino e ha il suo culmine con l’adorazione dell’icona di Maria Bambina da parte dei fedeli. Al termine della celebrazione, i credenti attendono l’alba insieme, sorseggiando del caffè preparato dalle donne del quartiere. L’alba diviene così il simbolo della nascita di Maria, ovvero il riscatto dell’uomo in Gesù Cristo.

Il percorso storico che Saccà traccia per giungere alle antiche origini del culto citato, ci apre la via ad una dimensione meravigliosa, quella di una città greca nelle sue fondamenta, nata per mano di due generali dell’esercito di Bisanzio: Cataro e Zaro. Il primo, profondamente devoto al culto della Vergine, avrebbe fondato nel quartiere Grecìa, primitivo nucleo abitativo della città, la chiesa di Santa Maria di Cataro, che nel 1986 mutò il nome in quello attuale di Santa Maria del Carmine.

La fondazione della città di Catanzaro avvenne tra l’VIII e il X secolo e fu allora che i bizantini introdussero il culto della natività della Vergine, «dando origine ad una devozione giunta a noi attraverso 1200 anni di storia, ma modificata profondamente dalla liturgia della chiesa Cattolica».

Ai tempi della sua fondazione, fino ad alcuni secoli dopo la conquista normanna, Catanzaro era una città bizantina e come tale osservava il rito della chiesa ortodossa. Un quadro molto diverso dalla situazione attuale, che tuttavia è vero in ogni suo particolare. È la ricerca storica a rivelarcelo, mediante percorsi di studio che spiegano anche particolari davvero suggestivi come il fatto che le celebrazioni legate al culto della Madonna, come quello dell’Immacolata e della Natività di Maria, si svolgono rispettivamente l’8 dicembre e l’8 settembre, perché l’8 è il numero della perfezione cosmica. Addirittura l’antica chiesetta di Montecorvino, dove si celebra il rito della Bambinella è a pianta ottagonale.

Molti sono i segni delle antiche origini greco-bizantine di Catanzaro. Particolari che vanno letti adeguatamente ed indagati con passione, tenendo conto dei mutamenti che avvennero attraverso i secoli e delle ingerenze spesso sconsiderate che avvengono ancora oggi.

Il fatto che i riti mariani fossero in passato messi in primo piano è un tratto legato alla cultura bizantina, come «l’antica simbologia che determinava l’ orientamento delle chiese secondo la direttrice ovest-est per ricordare il luogo di provenienza della fede cristiana». Caratteristica quest’ultima che apparteneva anche alla chiesa di Santa Maria de Figulis, prima delle modifiche apportate nel 1858.

Il territorio racconta quindi la sua storia, ma noi dobbiamo essere capaci cogliere i segnali di questa lunga e complessa narrazione. Per farlo serve innanzitutto la volontà, ma anche un profondo rispetto per la storia e la lungimiranza per comprendere che su di essa può fondarsi lo sviluppo della società civile.

Il buon senso non ha avuto la meglio quando, la scoperta di una Necropoli nella Valle del Corace, ci ha raccontato che forse era vera «l’ipotesi della preesistenza nel perimetro attuale del territorio comunale, di insediamenti greci o romani, tali da costituire un centro urbano organizzato». Una favola, quella di questo ritrovamento straordinario, che è finita ancor prima di cominciare e, dopo l’estrazione di numerosi reperti (circa ottanta casse, oggi conservati presso il Mueso Archeologico di Lamezia Terme) da quel sito, su di esso si è preferito edificare la sontuosa sede della giunta regionale della Calabria, simbolo della cecità e dell’arroganza di questo nostro presente.

Vicende come questa ci dicono che la parola “futuro” non è sempre sinonimo di progresso civile. Lo dimostra il fatto che i normanni, quando nel lontano 1054 conquistarono il Sud, non dimostrarono la stessa insolenza e ottusità dei nostri governanti, in quanto compresero che avrebbero potuto trarre benefici da ciò che c’era prima di loro. Fu così che «essi introdussero nel loro sistema di governo parte della cultura e dell’esperienza amministrativa dell’Impero d’Oriente, realizzando un modello di convivenza civile, improntato alla tolleranza». Dopo l’arrivo dei normanni «Latini e Bizantini convissero per alcuni secoli, dando vita a una comunità in cui ci si relazionava nel rispetto delle reciproche confessioni religiose», favorite dai conquistatori stessi.

Angela Rubino

 

 

 

“Codex Purpureus Rossanensis”, patrimonio Unesco e simbolo del valore inestimabile della millenaria cultura calabra

Un altro “gioiello” del patrimonio storico-culturale calabrese è il il Codex Purpureus Rossanensis, in questo momento alla ribalta internazionale per essere stato riconosciuto quale patrimonio dell’umanità ed inserito dall’Unesco tra i 47 nuovi documenti del Registro della Memoria Mondiale.

Probabilmente prima di questa decisione, che certifica ufficialmente (semmai ce ne fosse stato bisogno) il valore inestimabile di quest’opera, molti calabresi ignoravano l’esistenza in Calabria di un tesoro simile.

E invece il Codex è conservato nel Museo Diocesano di Rossano, una cittadina dello Ionio cosentino che vanta un passato glorioso e millenario.  Fondata dagli enotri intorno all’XI secolo a.C., essa passò sotto il controllo magno-greco e successivamente divenne l’avamposto romano nel controllo della piana di Sibari.Tra il 540 ed il 1059, sotto il dominio dei bizantini, la cittadina visse una fase di grande splendore sociale, artistico e culturale e proprio a quel periodo risale la realizzazione del Codex Purpureus.

Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta nello specifico. Il Codice è un  un manoscritto onciale greco che contiene un evangelario con testi di Matteo e Marco.

L’onciale non è altro che un’antica tipologia di scrittura maiuscola usata nei manoscritti dagli amanuensi latini e bizantini.

Oltre alla scrittura, nel Codex è presente anche una serie di miniature. È per questo che esso attiene alla categoria dei manoscritti miniati, ovvero quelle opere  il cui testo è completato dall’aggiunta di decorazioni. E il Codex di Rossano è uno dei più antichi  manoscritti miniati del Nuovo Testamento che si sono conservati.

L’importanza di opere di questo tipo non risiede solo nel loro intrinseco valore storico e artistico, ma nel supporto che esse seppero fornire nel tramandare la conoscenza di importanti documenti antichi. In altre parole, se non fosse stato per i monaci amanuensi della tarda antichità,  la maggior parte della letteratura della Grecia e di Roma sarebbe andata persa in Europa. L’illustrazione dei manoscritti, infatti, si è rivelata essenziale nella conservazione dei testi antichi e nella trasmissione delle informazioni in essi contenute, in un’epoca in cui le nuove classi dirigenti non sapevano più né leggere né scrivere.

Il Codex Rossanensis, detto “Purpureus” per il colore purpureo delle sue pagine, fu portato alla luce nel 1879 da Adolf von Harnack. Si trovava nella sacrestia della Cattedrale di Maria Santissima Achiropita di Rossano, dove era rimasto celato per secoli.

Come dimostrano i simboli dei quattro evangelisti, contenuti nella prima miniatura, originariamente esso conteneva tutti e quattro i vangeli canonici e si componeva di 400 pagine.

Purtroppo, ci sono pervenuti solo i vangeli di Marco e Matteo e una lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei vangeli, per un totale di 188 pagine. Il manoscritto è impreziosito da decorazioni in oro e argento e da 14 miniature che illustrano i momenti più significativi della vita e della predicazione di Gesù.

Il Codex Purpureus Rossanensis è un documento impareggiabile nella sua straordinaria carica di spiritualità ed è il simbolo di una Calabria che non si è limitata ad essere soltanto una terra di transito tra oriente ed occidente, ma ha fatto da mediatrice ed ha saputo tradurre in sintesi gli elementi della civiltà greco-orientale e di quella latino-occidentale, confermandosi come depositaria di fertili fermenti di cultura e di spiritualità.

La Calabria può e deve tornare ad essere un territorio di punta dell’area mediterranea e la consapevolezza delle sue grandi potenzialità in ambito storico-culturale, non deve riguardare soltanto eventi come la dichiarazione del Codex patrimonio Unesco. La presa di coscienza dev’essere un processo costante e ampliato a tutte le eccellenze di questa regione , che non riguardano solo la sua storia,  i suoi monumenti, ma anche gli usi, i costumi, i centri storici e le bellezze naturalistiche e paesaggistiche. La rinascita del nostro territorio avverrà davvero solo quando nuove e vecchie generazioni capiranno fino in fondo il valore di una terra che può offrire molto ai suoi abitanti, a patto che essi credano veramente che essa è il luogo giusto dove realizzare i propri sogni.

Angela Rubino    

[Versione inglese disponibile a breve]   

Seta, da Catanzaro l’invenzione che fu alla base della gloria lionese. La storia di Jean le Calabrais [English version below]

L’arte della lavorazione della seta fu uno dei retaggi bizantini della storia calabrese, forse il più importante, quello che assicurò alla Calabria e soprattutto al suo capoluogo, un successo indiscusso in tutta Europa. Difatti tanto era il pregio dei tessuti prodotti nelle filande catanzaresi, che essi divennero una delle merci più richieste nelle fiere e nei mercati del vecchio continente.

Inoltre, si può arrivare ad affermare che l’insegnamento e anche l’apporto tecnologico delle maestranze calabresi fu uno dei fattori alla base del lancio della seteria francese e in particolare di quelle di Tours e Lione.

Nel libro la “Seta a Catanzaro e Lione”, seguendo la scia delle vicende storiche, ho potuto segnare  i tratti di questo cammino inaspettato.

Tutto ebbe inizio nel VI secolo circa, quando i bizantini introdussero in Calabria la lavorazione della seta. Ben presto tale attività si sviluppò a tal punto da far concorrenza alla Siria e poi alla capitale dell’impero, Costantinopoli. Fu Catanzaro a distinguersi come centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia (nei secoli successivi la produzione si consolidò anche a Venezia, Firenze, Genova, Bologna e in particolare a Lucca).

Nel capoluogo calabro, la nobile arte della seta raggiunse un tale livello d’eccellenza che i tessuti serici venivano nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli e i sovrani favorivano quest’attività con privilegi e pergamene. Per di più, nel 1519 Carlo V concesse alla sola Catanzaro, dopo Napoli,  il consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali.

L’industria della seta procurava benessere ai cittadini e fama alla città: le manifatture contrassegnate dal simbolo delle tre “V” (Venti, Velluti, Vitaliano) erano conosciute ed apprezzate in tutta Europa.

È facile credere, dunque, che quando Luigi XI, nel 1470 emanò il primo provvedimento ufficiale finalizzato ad impiantare in Francia un’industria per la fabbricazione di tessuti serici, chiamò dall’Italia un gruppo di tessitori tra i quali non potevano mancare i maestri catanzaresi.

Fu proprio un catanzarese di nome Giovanni a guidare l’avvio della prima manifattura della seta nella città di Tours, mediante l’utilizzo del suo telaio, che sarebbe passato alla storia come le métier de Jean le Calabrais.

Derivato dai modelli orientali, questo telaio può essere considerato il capostipite dei telai meccanizzati.

Una delle sue caratteristiche è il fatto che permetteva al tessitore di lavorare da solo, in quanto il suo funzionamento non richiedeva la presenza di un tira licci. Esso consentì di confezionare stupendi tessuti di seta impreziositi con fili d’oro e d’argento, delle stoffe in tinta unita dette “gros de Tours” , dei tessuti lavorati e infine articoli d’arredo e damaschi.

Da quel momento in poi l’industria della seta prese piede in Francia e oltre a Tours, si sviluppò anche in altre città.

A Lione, dopo un primo tentativo, che diede scarsi risultati, la seteria ebbe uno slancio grazie al provvedimento di Francesco I, che nel 1536 favorì il trasferimento in città dei setaioli provenienti dall’Italia. Un provvedimento che ebbe ottimi risultati, tanto che Lione riuscì a conquistare una posizione di primo piano tra le città manifatturiere.

Ma c’è di più. Infatti il commercio dei tessuti serici lionesi non si limitò alla sola Francia, ma riuscì ad imporsi su scala mondiale. Questo a partire dal 1620 grazie all’invenzione, da parte di un setaiolo lionese di nome Dangon, di un nuovo tipo di telaio a mano per la produzione di stoffe lavorate.

In seguito il telaio detto Jacquard, che rimpiazzò quello di Dangon, contribuì fortemente allo sviluppo delle stoffe lavorate e il XVIII secolo può essere definito il secolo d’oro della seteria lionese, per la squisita qualità delle sue creazioni.

La storia dell’industria della seta a Lione è indubbiamente affascinante, soprattutto per l’abilità che ha portato i francesi ad emergere sul mercato mondiale fino ai giorni nostri.

Ma se è vero che Catanzaro invece fu vittima della politica finanziaria del viceregno spagnolo, che determinò la disfatta delle gloriosa attività, non bisogna dimenticare che le successive invenzioni dei setaioli francesi si basarono sul prototipo ideato dal tessitore catanzarese Jean. Per cui è lecito concludere che il contributo delle maestranze italiane e della tecnologia  calabrese fu alla base del lancio della seteria lionese. (Immagine tratta dal web. Informazioni utili a redigere l’articolo tratte dal volume “La seta a Catanzaro e Lione”, Rubbettino 2007).

Silk, from Catanzaro an invention that was at the base of the Lyon glory. The story of Jean le Calabrais

The art of silk working was one of the Calabria history Byzantine heritages, maybe the most important one, which ensured the success all around Europe to Calabria and above all to its capital. In facts the tissues of the Catanzaro spinning mills was so precious that they were one of the most popular products in the old continent fairs and markets.

Furthermore, we can say that  Calabria workforce’s teaching and technological support was one of the factors at the base of the French silk industry launching (Tours and Lyon ones in particular).

I charted the course of this unexpected path in the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, following the wake of the historical events.

It all started in about the VI century, when Byzantines introduced the silk working in Calabria. Soon this activity developed until it competed with Syria and then with the empire capital, Constantinople. It was Catanzaro that differed as manufacturer centre of excellence in Calabria and first important centre in Italy (in the next centuries the production consolidated also in Venice, Florence, Genova, Bologna and in particular in Lucca).

In the capital of Calabria, the noble art of silk reached such a level of excellence that the silk tissues were nominated in notarial deeds and testaments                                just after jewels and the kings encouraged it with privileges and parchments. Furthermore, in 1519 Charles V granted only to Catanzaro, after Naples, the art of silk  consulate, which involved a lots of fiscal privileges too.

The silk industry provided comfort to citizens and celebrity to the city: the manufactures identified with the symbol of three “V” (Wind, Velour, Vitaliano) were known and appreciated al around Europe.

So, it’s easy to believe that, when Louis XI, in 1470 took an official decision to implant a silk industry in France, called a group of silk workers from Italy and among them there were also Calabrian masters.

It was just a worker from Catanzaro, whose name was Giovanni, that guided the launching of the first silk manufacturing in Tours, using his loom which would go down in history as le métier de Jean le Calabrais.

Derived from the oriental models, this loom can be considered as the progenitor         of the mechanized looms.

One of its characteristics was the fact that the weaver worked alone, because it didn’t need anyone pulling the healds. It allowed great silk tissues enriched with golden and silver threads, single-colored tissues called “gros de Tours”, embroidered tissues and then damasks and furniture to be made.

From that moment on the silk industry took hold in France and developed in other cities in addition to Tours.

In Lyon, after an initial attempt, which showed limited progresses, the silk industry had a momentum thanks to François I, who in 1536 decided to make silk workers from Italy move to Lyon. That decision achieved positive results and made Lyon reach a leading position among other manufacturing cities.

That is not all. In facts the Lyon silk tissues commerce didn’t limit to France, but became active on a global scale. This happened from 1620 thanks to the invention of a Lyon silk worker called Dangon, who made a new type of hand loom to produce embroidered tissues.

Then the so called Jacquard loom, which substituted the Dangon’s one, strongly supported the development of embroidered tissues and the XVIII century can be defined as the Lyon silk industry golden century, for its creations delicious quality.

The Lyon silk industry story is doubtless fascinating, above all for the ability which leaded French workers to emerge on global market to the present day.

But while it’s true that Catanzaro fell victim to the Spanish viceroyalty’s             financial politics, that leaded to the great silk activity defeat, we should not forget that the French silkworkers following inventions were based on the progenitor invented by the weaver from Catanzaro called Giovanni. So we can conclude that the contribution of Italian masters and Calabrian technology was at the base of the Lyon silk industry. (All the information I needed to write this article is taken by the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, Rubbettino 2007).

Angela Rubino

 

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