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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Arte

“Lamagara” a Catanzaro: se l’ultima strega fosse l’ emblema di una città che rinasce?

Storie spesso sconosciute, quelle di Calabria, intrise di mistero e suggestione, che meritano di essere raccontate per permetterci di ritrovare la nostra identità collettiva e l’importanza delle nostre radici, l’unica via per il riscatto della nostra terra.

Elevare Cecilia Faragò a simbolo di forza, coraggio, autenticità, energia e attaccamento ai valori più puri della cultura popolare di Calabria, in un giorno di riflessione sulla condizione della donna, è stata a mio avviso una scelta più che mai vincente, che porta i calabresi a posare lo sguardo sulla propria storia e su quei personaggi che, pur non essendo alla ribalta di uno scenario sempre più globalizzato, hanno saputo sfidare le regole di una società fatta di pregiudizi, cambiando il corso della storia.

Il fortunato monologo teatrale “Lamagara”, interpretato da Emanuela Bianchi e scritto dalla stessa attrice e antropologa insieme ad Emilio Suraci, vincitore nel 2104, del premio della critica“Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma, si è rivelato un’alternativa di spessore a quanto di consueto viene proposto nella giornata dell’8 marzo.  

Il merito di questa scelta va al collettivo che anima il progetto ZTL (Zona Transitoriamente Libera), nato per promuovere un percorso di rinascita e riappropriazione delle aree urbane della città di Catanzaro, mediante iniziative culturali e di intrattenimento. Un percorso che ha il sapore di una sfida, lanciata ad una città che, a dirla tutta, pare rispondere abbastanza bene.

Lo spettacolo di Confine Incerto, infatti, proposto al Nuovo Supercinema alle 20.30 e in replica alle 22.00 piace, incuriosisce ed emoziona.

Quella di Cecilia Faragò, è una storia che ha affascinato vari scrittori ed artisti ( di recente è stata anche girata una pellicola ispirata a questa vicenda). Il testo di Bianchi e Suraci è stato ripreso dal volume “L’ultima fattucchiera”, di Mario Casaburi, (edito da Rubbettino), nel quale viene riportato l’epistolario del giovane avvocato Giuseppe Raffaelli, che difese la Faragò dalla falsa accusa di stregoneria. Una documentazione grazie alla quale  Emi Bianchi riesce a costruire il profilo di Cecilia Faragò e a restituirlo in chiave artistica mediante una straordinaria interpretazione.

I fatti narrati si svolsero nel XVIII secolo tra Zagarise, che diede i natali alla donna e Simeri Crichi, dove visse da sposata. A conferire complessità e pathos alla vicenda, contribuisce il contesto storico sociale in cui essa si svolse, dominato da un distorto sentimento di religiosità che pervadeva le menti della gente dell’epoca, generando timore, ipocrisia, sottomissione e fatalismo. Fattori che finivano per alimentare la spietata avidità del clero. Era l’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista di potere e ricchezze veniva eliminato.

Cecilia, donna forte, indipendente, legata alle sue radici ed animata da un grande amore per la sua famiglia, viveva in un’epoca in cui le donne erano considerate inferiori all’uomo e senza diritti, ma con il dovere di adeguare la propria esistenza a rigidi schemi. Quando il destino le strappò via prima il marito e subito dopo il figlio, Cecilia divenne fragile ed esposta alle violente e meschine sopraffazioni di chi volle accusarla ingiustamente per appropriarsi dei suoi beni.

Lei, che amava cantare nei boschi e conosceva le proprietà curative delle erbe, fu accusata di stregoneria e di omicidio ed arrestata sulla base di prove fittizie ed assurde congetture.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli, a salvarla dal suo destino. Egli , appena ventenne, fu certo nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa.

Il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

Cecilia Faragò fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie e quell’evento storico si svolse nella sede della Regia Udienza di Catanzaro.

Lo spettacolo descrive abilmente le caratteristiche del contesto in cui si svolsero i fatti, restituendolo attraverso le parole e i gesti della protagonista. Abilmente, Emi Bianchi, che fa suo lo spirito battagliero di Cecilia Faragò e la sua saggezza, il suo sgomento di fronte all’ipocrisia di chi bussava alla sua porta chiedendo i suoi servigi e poi non esitò a puntarle il dito contro.

Nenie nella lingua dei nostri nonni e immagini di vita familiare intrise di un’antica tenerezza, il fatalismo contro il coraggio e la smania di infrangere i dettami di una cultura in cui religione è spesso sinonimo di servilismo. Questi alcuni degli “ingredienti” di uno spettacolo affascinante e profondo che riesce a superare la sua stessa natura di monologo teatrale per la grande dinamicità che l’attrice sa donare alla scena, senza mai annoiare, calandosi nei panni di vari personaggi e anche grazie all’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio. (Foto di Marzia Lucente)

Angela Rubino

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La seta e la suggestione della sua eccellenza raccontata e vissuta con un laboratorio di teatro sensoriale

Il mio meraviglioso percorso di collaborazione con la Cooperativa Nido di Seta, che a San Floro, piccolo paese dell’hinterland catanzarese, ha ripreso l’antica arte della lavorazione della seta, mediante l’intera filiera che va dalla gelsi bachicoltura alla realizzazione di preziosi manufatti tessuti e colorati con tecniche tradizionali, prosegue e matura di anno in anno. La nascita della mia associazione “CulturAttiva”, che si propone di diffondere la conoscenza della storia e della cultura locale mediante iniziative che raccontino il territorio da vari punti di vista e con diversi linguaggi, ha fatto si che anche il progetto didattico “Baco da seta”, realizzato insieme ai ragazzi di San Floro, si arricchisse di nuovi spunti per affascinare e coinvolgere sempre di più i piccoli destinatari dell’iniziativa.

Il progetto didattico “Baco da seta”, che sta per partire nella sua “edizione 2017”, nasce già alcuni anni fa ad opera della Cooperativa “Nido di seta” ed il suo fine è quello di diffondere la conoscenza della storia locale e, nello specifico, dell’antica arte della seta. Per sottolineare maggiormente l’immenso valore che questa attività ebbe per Catanzaro, soprattutto nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intero territorio, si è pensato di creare un itinerario che conducesse i ragazzi nell’antica città della seta, riproponendo simbolicamente ai visitatori lo stesso percorso che la seta svolgeva in passato. Così è nata la collaborazione con la Cooperativa rispetto a questo importante progetto.

Il punto di partenza di questo straordinario viaggio nelle nostre radici è San Floro dove oggi, proprio come accadeva in passato, si produce la seta greggia, si alleva il baco e si coltiva il gelso. Qui, con la preziosa guida di Domenico Vivino, Giovanna Bagnato e Miriam Pugliese, i ragazzi visitano il suggestivo Museo didattico della seta, per poi immergersi in una suggestiva cornice rurale, visitando l’immenso gelseto e l’allevamento dei bachi per poi scoprire come avviene il magico processo della trattura della seta. Dopo pranzo il percorso prosegue alla volta della “città della seta”, ovvero il luogo dove un tempo convergeva il prezioso filato per essere tessuto nelle numerose filande cittadine. Qui io conduco i ragazzi lungo i vicoletti angusti del cuore antico della città, raccontando loro di quando genti greche diedero vita alla città e vi portarono i loro usi e costumi, tra i quali la nobilissima arte della seta. Quest’anno il racconto verrà avvolto dal mistero in quanto, a tratti, si farà viva una donna sconosciuta che narrerà vicende della sua vita legate alla magia della seta. La sua presenza si farà sempre più incisiva, culminando nella suggestiva esperienza del laboratorio sensoriale “Dal baco alla trama”.

La grande novità di quest’anno si riallaccia, infatti, al lavoro di una grande artista, l’attrice Emanuela Bianchi, straordinaria interprete del fortunato monologo teatrale “Lamagara”. Ciò che collega il suo lavoro a quello di “CulturAttiva” e “Nido di Seta” è la volontà di raccontare la storia di una terra millenaria e misconosciuta, le cui eccellenze sono state per secoli taciute o sminuite.

Al fine di lasciare una traccia indelebile nella memoria dei ragazzi che prenderanno parte al progetto, si è pensato di proporre loro un  laboratorio di teatro interattivo e sensoriale. «L’esperienza sensoriale – spiega l’attrice – è una forma di teatro contemporaneo che prende avvio dall’idea che il gioco sia lo strumento ideale non solo per sviluppare la creatività, ma anche per garantire una modalità di apprendimento più veloce e diretta. Il percorso sensoriale si avvale dell’uso della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto e del gusto per realizzare drammaturgie attive ed interattive e rendere protagonisti attivi coloro che solitamente sono considerati solo spettatori passivi».

Durante il laboratorio, dunque, i ragazzi diverranno parte attiva nelle diverse fasi della lavorazione del prezioso filato: alcuni diverranno piccoli bachi da seta, alcuni saranno contadini artigiani, altri orditori e altri ancora tramatori. «Il tessuto che essi creeranno – spiega la Bianchi – rappresenta l’insieme di relazioni tra uomo e natura e tra gli uomini della stessa comunità. Senza relazioni e senza cura delle relazioni nessun disegno può essere realizzato».

Il progetto didattico “Baco da seta” è un esempio tangibile di come lavorando insieme, ognuno con la propria professionalità, sia possibile realizzare delle iniziative fondate sulla valorizzazione della nostra storia, un immenso bacino di leggende, di eccellenze, racconti, tradizioni le cui tracce sono ancora incise nel nostro presente e la cui eco chiede solo di venire alla luce per realizzare quel tanto atteso cammino di rinascita della nostra terra.

Angela Rubino

Tra arte, filosofia e misticismo, nell’agorà di Home for Creativity si riscoprono le orme di Gioacchino da Fiore

Una splendida e lodevole iniziativa che punta i riflettori su una Calabria culla di misticismo, arte e cultura nel senso più profondo. Fulcro dell’evento organizzato dalla giovane filosofa Roberta Caruso nella magica cornice della sua Home for Creativity, è la figura di Gioacchino da Fiore, che non solo è stata riscoperta ed esaltata nella sua grandezza e complessità, ma è stata condotta nel presente e messa a confronto con le suggestioni dell’arte moderna, quella di Vassily Kandinsky.

L’idea è quella di una conversazione in salotto, il tema è “Sulle orme di Gioacchino da Fiore”, la cornice, come abbiamo detto, è quella di Home for Creativity, l’impresa filosofica di Montalto Uffugo, che ha rivoluzionato l’idea dell’accoglienza, trasformando la casa in agorà e fulcro di dibattiti ed eventi atti principalmente a diffondere la consapevolezza del grande potenziale storico, artistico e culturale presente in Calabria. Iniziative che si svolgono all’insegna dell’originalità e della convivialità e con la partecipazione di ospiti straordinari. In questo caso la serata è stata composta da interventi che hanno introdotto la figura di Gioacchino da Fiore, ponendo l’accento sul carattere attuale del suo pensiero filosofico, altri ne hanno esaltato il lato artistico, anch’esso riconducibile alla contemporaneità ed altri hanno ripercorso il cammino dell’abate in Calabria. In particolare, Massimo Iritano, docente di filosofia e autore del libro edito nel 2015 da Rubbettino “Gioacchino da Fiore: attualità di un profeta sconfitto”, ha riproposto la figura e il pensiero dell’ abate al pubblico contemporaneo, mettendo in relazione la sua voce profetica con grandi autori del nostro tempo quali Walter Benjamin, Ernst Bloch, Sergio Quinzio e Karl Lowith.

Una figura poliedrica, quella di Gioacchino da Fiore, abate, teologo,  esegeta e filosofo che ha cambiato il volto della teologia medioevale. Fulcro della sua dottrina l’unità divina e la trinità, la concordia storica e il tempo futuro dello spirito. Visioni che nascono da un accurato studio delle scritture e che hanno dato vita anche a suggestivi modelli grafici contenuti nel suo Liber Figurarum. Tra tutti citiamo il Drago a sette teste e  I tre cerchi trinitari. Gioacchino scriveva, predicava e si dava penitenze. Componeva mosaici e forse faceva miracoli.

Una figura, quindi che non poteva non ispirare artisti ed intellettuali passati e contemporanei.

E il pubblico di Home for Creativity ha avuto un assaggio di questa contaminazione tra antichità e modernità sia con l’esposizione di  due arazzi di inestimabile valore, provenienti dall’atelier della Scuola tappeti Caruso di San Giovanni in Fiore, riproduzioni fedeli delle tavole “Albero Aquila” e “Draco Magnus et rufus” presenti nel Liber Figurarum del profeta calabrese; sia grazie alla straordinaria testimonianza di Fabiola Giancotti, ricercatrice, scrittrice, film maker, art curator ed editor, autrice di saggi e ricerche intorno all’arte russa e a quella europea del Novecento, regista del film “Gioacchino da Fiore e Vassily Kandinsky: lo spirito e l’astrazione”, che ha ripercorso le sfumature di significato e le impensabili analogie che intercorrono tra questi due grandi artisti di epoche diverse.

Ancora arte poi, con il suggestivo reading affidato alla maestria dell’attore Enzo de Liguoro, che ha interpretato dei brani tratti da alcune opere dell’abate. Ed infine un riferimento al territorio, con l’intervento dell’architetto e paesaggista Walter Fratto, che ha ripercorso il cammino dell’abate, facendo rifermento a delle immagini che ritraevano luoghi e situazioni visitati e vissuti per arrivare a definire la prima edizione delle Camminate Gioachimite del 2015. In seguito, Eugenio Attanasio, regista del docufilm “Il cammino di Gioacchino” ha descritto il suo lavoro incentrato sulla figura dell’abate e Alfredo Granata, artista visivo di Celico, ha offerto una visione dei luoghi che diedero i natali all’abate, che oggi ospitano comunità di artisti contemporanei.

Insomma, un meraviglioso viaggio sulle orme del misticismo, della spiritualità e della ricerca artistica, tra presente e passato in una cornice davvero unica. Segni di una Calabria che sta rinascendo e sta riacquistando il suo carattere di terra dalla forte connotazione artistica e culturale, fucina di menti dal grande genio che seppero fare scuola attraverso i millenni. Tutte premesse più che valide per costruire il futuro della nostra regione. Futuro inteso non come parola astratta e lontana dall’oggi, ma come momento attuale in cui iniziare ad agire, proprio come sta accadendo ad Home for Creativity. (L’immagine è stata scattata da Walter Fratto).

Angela Rubino

Il genio di Franceso Jerace e il dramma di una Calabria che non sa riconoscerlo

È normalissimo oltre che doveroso organizzare delle iniziative culturali volte a mettere in luce il genio di artisti ed intellettuali. È esattamente quello che ho pensato quando mi hanno contattata da Polistena, cittadina che diede i natali al famoso scultore e pittore calabrese Francesco Jerace, per parlare del noto e celebrato artista insieme ad altri illustri relatori. Cosa che ho fatto con estremo piacere, onorata di sedere a quel tavolo, da dove si levavano, fiere, delle voci che celebravano uno dei tesori della nostra Calabria.

Il merito di aver organizzato in modo eccellente l’evento, che si è svolto sabato 13 febbraio nell’aula magna dell’Istituto Tecnico Industriale di Polistena, è della Pro Loco, nelle persone del presidente, Luigi Ciardullo; del consigliere, Pietro Paolo Cullari, che si sono avvalsi della preziosa collaborazione della storica dell’arte Paola Suppa. La serata, che si è potuta realizzare anche grazie al sostegno della Provincia di Reggio Calabria e dell’Unpli, presieduta da Massimo Cogliandro, ha visto intervenire, oltre che me e la storica dell’arte Paola Suppa, anche lo storico e critico d’arte Gianluca Covelli e il fotografo Silvio Russino, giovane e talentuoso autore della mostra dal titolo “Sguardi su Francesco Jerace” , esposta in modo permanente presso il Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore a Napoli.

Come tutte le volte che sono chiamata a parlare in pubblico, l’emozione era tanta, ma non abbastanza da non farmi intuire che tutti noi eravamo lì, non solo per celebrare le opere e la carriera artistica di uno scultore geniale a cui Polistena ha dato i natali, ma per convincere il pubblico e della sua grandezza.

Ebbene si, se un artista nasce in Calabria e poi gira il mondo, raccogliendo consensi e conferme del suo prestigio, sarà il mondo a rendergliene merito, non la sua terra natia, non i suoi conterranei, per i quali, automaticamente i tesori e le meraviglie si trovano fuori dai confini del “tacco dello stivale”.

Questo atteggiamento non è certo una novità. Tuttavia, ogni volta che lo percepisco rimango sbalordita, quasi incredula. Mi è successo anche in questa occasione, forse perché ero convinta (chissà perché mai) di trovare un pubblico “innamorato” a priori di Francesco Jerace, un figlio di Polistena ricoperto di onori in tutto il mondo per il suo genio artistico. Ero persino timorosa di commettere degli errori e delle dimenticanze che il pubblico avrebbe notato, data la profonda conoscenza dell’argomento.

Ebbene, non era affatto così. A Polistena, Jerace è sicuramente noto, ma non c’è la profonda percezione del suo genio, se non da parte di un gruppo di “illuminati”, di cui fanno parte la Pro Loco e il suo entourage e da cui resterebbe esclusa anche l’amministrazione comunale. Lo scarso interesse del Comune di Polistena per la figura di Francesco Jerace è emerso anche dagli interventi di un discendente dello scultore, animato da un forte rimpianto.

Tutto questo ha dell’incredibile! Pensate, è come se Firenze non riconoscesse i suoi meriti a Dante Alighieri!

Il paragone non è un azzardo. Infatti quando parliamo di Jerace, ci riferiamo ad uno degli artisti più noti e celebrati della fine del secolo decimono e del primo trentennio del successivo. Un artista che seppe elaborare una linea compositiva e stilistica dai tratti originalissimi, mescolando gli echi della scultura classica e il realismo appreso a Napoli, in un rapporto di grande equilibrio.

Non fu di certo un caso se all’esposizione nazionale di Torino, nel 1880, la sua “Victa” vinse un premio di 3000 lire e l’immediata prenotazione di numerose repliche. E non fu sicuramente un colpo di fortuna l’eminente riconoscimento con medaglia d’oro conferitogli a Melbourne nel 1880.

Nel 1891, poi per il nostro conterraneo, giungeva l’invito a far parte della commissione permanente di Belle Arti del ministero della Pubblica Istruzione, un episodio che testimoniava il pieno riconoscimento del prestigio dell’artista. Infine sottolineo il fatto che la Biennale di Venezia, nel 1909, dedicò a Jerace una sala personale nella quale l’artista calabrese espose quindici sculture e sei fra dipinti e disegni.

Per fortuna, gli addetti ai lavori conoscono bene la valenza del genio artistico di Jerace, come hanno dimostrato gli interventi di Covelli e Suppa. Quindi il nome dello scultore si fa strada negli ambienti accademici, divenendo oggetto di studio e di approfondimenti critici. E per fortuna si va anche oltre, visto che le caratteristiche del suo genio creativo, molto attento ai particolari, hanno conquistato Silvio Russino, tanto da far ricadere la sua scelta proprio su Jerace, nella realizzazione del suo reportage. Un lavoro che emoziona e stupisce, per la tecnica innovativa impiegata e anche perché trasmette tutta l’ammirazione del fotografo verso lo scultore.

Nel 1909 Jerace scriveva: « Patisco d’amor patrio, soffro di sentimentalità per il glorioso nostro passato, mi cruccio dell’abbandono in cui siamo caduti e tenuti… e specialmente cerco di far apparire nobile, grande e bella la nostra Calabria, anche quando è giustamente accusata».

E come potremmo non accusare noi stessi di non saper riconoscere il bello da cui siamo circondati e a cui non sappiamo dare valore.

Angela Rubino

“Animas, nido di seta”, quando l’arte antica diviene simbolo di dialogo tra presente e passato e tra anime affini

Il passato come prezioso emblema di una vita che, nel suo mutare diviene qualcos’altro rispetto alle origini, ma che non può prescindere da esse. In sintesi, è questa la mia idea della storia e di tutto quello che ad essa si lega, come le tradizioni, gli usi, i costumi.

Le origini sono quel qualcosa da cui tutto ha inizio, quel qualcosa che può spiegare il perché di tutto ciò che, nei millenni, è stato reiterato più e più volte, fino a divenire parte integrante della vita di intere comunità. Dunque il passato è il fondamento della nostra esistenza e se non si cerca di conoscerlo e comprenderlo, si rischia di vivere senza la piena consapevolezza del proprio presente, come se il senso profondo di ciò che ci circonda non esistesse e tutto non avesse un senso ben preciso.

Passato e presente, dunque, sono due dimensioni che devono coesistere e mescolarsi perché ci sia il giusto equilibrio dentro e fuori di noi.

Questo equilibrio, insieme al fascino dei rituali antichi del mondo femminile, rivive nell’opera “Animas, Nido di Seta”, dell’artista sarda Jole Serreli, un’installazione in concorso alla VII edizione del Premio Internazionale Limen, nella sezione “Giovani artisti italiani e contemporanei”, curata da Lara Caccia.

La mostra, ospitata all’interno del suggestivo Complesso Valentianum, sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia, si è aperta lo scorso 19 dicembre e si protrarrà fino al 14 febbraio 2016.

Volontà dell’artista è stata quella di creare la sua installazione con dei filati che ricordassero le tradizioni del luogo. La scelta è stata inevitabilmente la seta, la cui lavorazione è un retaggio della dominazione bizantina.

La diffusione di quest’arte in Calabria risale al VI secolo e da subito essa divenne una delle attività principali per l’economia della regione, giungendo ad alti livelli di qualità.

Tra le città calabresi, Catanzaro si distinse per la straordinaria pregevolezza dei tessuti prodotti. Una caratteristica che le procurò fama e gloria in tutta Europa.

Proprio dall’hinterland di Catanzaro, più precisamente da San Floro, giunge il prezioso filato di cui si compone l’opera della Serreli. Così come l’artista ha coniugato nella sua installazione il linguaggio rappresentativo dell’arte contemporanea e quello legato ai tratti salienti del passato, a San Floro si realizza la mescolanza tra presente e passato, mediante la scelta coraggiosa di tre giovani che hanno scelto di ritornare ai valori delle tradizioni. “Nido di Seta” è la Cooperativa Agricola creata da Domenico Vivino, Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato, che hanno ripreso la filiera della seta, dalla gelsi bachicoltura alla creazione e tintura dei tessuti.

Un connubio perfetto quindi, tra anime affini che riconoscono nei riti ancestrali del passato, una realtà preziosa, da celebrare ed omaggiare. Anime che vedono nel ritorno al passato un valore e non uno sterile rimpianto; una spinta propulsiva al cambiamento che si attua con piena coscienza di sé e della comunità a cui si appartiene, non un’immobile rappresentazione di ciò che era.

Jole Serreli è un’artista profondamente legata al mondo delle origini, che da lei viene esplorato e mutato nella misura in cui la sua ispirazione e la sua tecnica artistica lo richiedono. L’opera “Animas, nido di seta” si nutre di un linguaggio nuovo, la cui elaborazione nasce dal profondo legame con un’arte millenaria.

Il progetto “Nido di Seta” nasce dall’intimo sentimento di appartenenza alla terra di Calabria e diviene la spinta al cambiamento, l’esempio di uno sviluppo possibile a partire dalle attività profondamente legate all’identità del territorio.

In conclusione, ciò che siamo è frutto di un percorso pregresso e per divenire davvero consapevoli del nostro presente e per attuare un cambiamento, è necessario conoscere questo tratto di un viaggio che magari non abbiamo compiuto personalmente, ma che è comunque parte di noi.

 

Angela Rubino   

“Altrove”, Catanzaro cambia volto con la forza del talento che si esprime

Ho più volte parlato di cultura calabra riferendomi al genio dei nostri avi, questa volta invece voglio volgere lo sguardo al presente e se parliamo di presente non possiamo prescindere dal considerare l’enorme complessità della situazione attuale. Parlo di quel grosso cumulo di delusioni e del crollo di ideali che hanno interessato soprattutto la mia generazione e quella dopo, contribuendo, assieme ad altri fattori, allo stato di apatia che sta dando il colpo di grazia ad un territorio già martoriato dal’incuria, dalla mancanza di una gestione politica oculata e dall’indolenza dei cittadini.

Questo è il triste quadro del nostro presente e questo scenario conferisce maggior valore alla potenza espressiva dell’artista e alla caparbietà di coloro che vogliono il cambiamento.

Per fortuna, infatti, quel folto velo di pigrizia e rassegnazione che sembra avvolgere la nostra società, si sta squarciando grazie alla capacità di guardare oltre di molti artisti, intellettuali, nuovi imprenditori. Per me essi rappresentano i pilastri di una società, che si forma su basi del tutto diverse e più autentiche rispetto a quelle illusorie che reggono i rudimenti di questo sistema ormai allo sfascio.

Catanzaro, in questi giorni, è stata un esempio eloquente di come un gruppo di giovani artisti possa contribuire con le proprie forze a ridare vita agli spazi e al tessuto sociale con la sola forza della propria volontà e del proprio talento. Il loro progetto di chiama “Altrove” e la sua forza espressiva è divenuta tale da non poter più essere ignorata o passare in secondo piano. Un centro storico dal passato millenario, ridotto alla stregua di una città fantasma ha potuto rivivere grazie alla spinta propulsiva dell’arte, nel periodo compreso tra il 19 dicembre e il 2 gennaio, con un calendario fitto di eventi che hanno saputo coniugare il presente e il passato della città, dando spazio alla suggestione del linguaggio dell’arte contemporanea in tutte le sue forme.

“Altrove” è un progetto che si realizza già da due anni, nella città di Catanzaro ed ha l’obbiettivo di «dare ai luoghi una visione altra». Negli anni precedenti gli artisti sono intervenuti principalmente nelle periferie, con strepitose opere di street art che hanno ridato colore e vivacità ad angoli bui e nascosti. Quest’anno l’attenzione si è spostata al centro storico, con l’obbiettivo di «creare nuove visioni possibili degli spazi chiusi o abbandonati».

Teatro di questa nuova avventura dal titolo “Eterotopia” è stato Palazzo Fazzari, lo storico edificio sito su Corso Mazzini che, dopo la chiusura del Circolo Unione, versa in uno stato di abbandono. La scelta di questo spazio è stata emblematica: quel luogo che in passato divenne uno dei simboli di cambiamento del volto della città, secondo i canoni architettonici post-unitari, è diventato spunto per una visione nuova che si espleta secondo i canoni del linguaggio contemporaneo.

Lo storico Palazzo ha così riaperto le sue sale, divenute teatro di un suggestivo viaggio alla scoperta di codici espressivi nuovi. Installazioni, opere di video art, pannelli pittorici, performance di danza e teatro, proiezioni, dibattiti sulla storia cittadina, workshop e diverse serate all’insegna di musica e gastronomia, hanno animato per tutta la durata della manifestazione gli spazi interni e quelli esterni di Palazzo Fazzari, dando notevole impulso alla vivacità della città. Gli artisti che hanno esposto sono Borondo, Edoardo Tresoldi, Sbagliato, Canemorto, Jacopo Mandich.

L’evento si è concluso il 2 gennaio. Ma il viaggio nei meandri dell’arte contemporanea proseguirà anche oltre, con lo Spazio Altrove. Sito al piano terra di Palazzo Fazzari, durante la durata dell’evento, esso ha ospitato le opere di Alejandro Garcia, Ehab. H. A. Kher, Angelo Jaroszuk Bogasz e Matteo Sainato. Dal mese di febbraio, esso si proporrà come luogo d’incontro e scambio di visioni ed opinioni tra gli avventori di quella che non vuole essere soltanto una galleria d’arte, ma «luogo vivo e di sperimentazione». Lo Spazio Altrove rimarrà fruibile per un periodo di almeno due anni e sarà uno spazio culturale originale nel cuore del centro storico cittadino.

“Altrove” diviene un esempio concreto di come si possa cambiare il volto di una città con la volontà di mettere in campo il proprio sapere. Questa è la cultura che anima la Calabria di oggi. È la forza di quei talenti che infrangono le barriere dell’indifferenza, della banalità, del materialismo e della schiavitù silenziosa di questo sistema, facendosi strada a fatica, ma con caparbietà.

Sono convinta che la forza di questo nuovo movimento culturale che nasce dal basso sia inarrestabile.

 

Angela Rubino     

 

“Ambientiamoci”, da Mendicino un forte segnale di sensibilità e rispetto del territorio e dei suoi tesori

Non la solita manifestazione, ma una giornata di vera e propria simbiosi con il territorio e tutto quello che esso può offrire in termini di natura e di splendidi scorci paesaggistici e poi con un’anima che silenziosa racconta una lunga storia, la nostra. Parliamo della terza edizione di “Ambientiamoci”, svolta il 13 dicembre a Mendicino (Cs); un evento ideato dal blog ereticamente.it, sponsorizzato dal parco eco-esperienziale “Orme nel Parco” e  organizzato da un gruppo di associazioni di Mendicino, capitanate da “Erba netta” nelle persone di Francesco La Carbonara e Lucia Parise.

Giunta alla sua terza edizione, “Ambientiamoci” è una mobilitazione dai tratti unici perché intende puntare i riflettori sulle risorse della nostra regione che rischiano di scomparire per vari motivi, ma lo fa mediante la presa di coscienza del loro inestimabile valore, prima di tutto e poi con il fare concreto di coloro che si impegnano in prima persona per cercare si salvarle. Quindi, come spiega Massimilano Capalbo co-fondatore di Orme nel Parco e ideatore del blog “ereticamente.it” «non si tratta di una manifestazione contro qualcuno che si ritiene sia colpevole dell’abbandono in cui versano i nostri tesori, ma un modo per assumersi la responsabilità della situazione, iniziando concretamente a prendersi cura delle preziose risorse del nostro territorio, dalle quali può partire la nostra rinascita».

All’edizione 2015 di “Ambientiamoci” hanno aderito oltre 40 tra enti ed associazioni e anche il Comune di Mendicino ha dato il suo sostegno. Il tesoro da salvare, questa volta era la Grotta delle Palazze, una cavità artificiale posta all’interno di un’area archeologica, resa unica dalla presenza di un affresco del 1500 che ritrae probabilmente il borgo di Mendicino. Secondo l’esperto di storia locale Domenico Canino, il dipinto fu commissionato da un nobile del luogo e probabilmente rappresenta una delle più antiche vedute di paesaggio italiano.

L’area su cui si trova la grotta possiede un fascino magnetico ed proprio qui che i partecipanti all’iniziativa hanno trascorso l’intera mattinata, che si è aperta con un’introduzione a cura degli organizzatori, per poi proseguire con una mostra fotografica e l’attesa visita della grotta. La piccola caverna, con il suo prezioso affresco, non mancano di destare sentimenti contrastanti di meraviglia, per la propria bellezza e indignazione, per l’incuria in cui giacciono, minacciati dalle infiltrazioni d‘acqua che rischiano da farli sparire per sempre.

Nel magnifico e a tratti magico bosco di querce intorno alla grotta, si è svolta la suggestiva performance teatrale dell’attore Enzo de Liguoro e della compagnia Soleluna, che hanno regalato ai presenti attimi di evasione e un viaggio nei meandri di uno straordinario processo di contaminazione tra arte e natura dai tratti unici.

Lo spettacolo è stato introdotto da una simpatica performance, curata da “I Giardini di Eva”, di Nadia Gambilongo, che metteva in scena una spirale di luce, con tanto di ghirlande e fiaccole color argento, per rendere omaggio al giorno di Santa Lucia. Sempre la stessa associazione ha curato anche l’iniziativa i “Pensieri di carta”, con gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Mendicino, che hanno adornato le querce con i loro pensieri sulla natura, scritti su fogli di carta di varie forme.

La prima fase della giornata si è arricchita anche per la presenza del geologo Carmine Nigro, che ha fornito una dimostrazione dell’attività di Geo Radar nell’area sottoposta a vincolo archeologico.

Un pranzo al sacco, all’insegna della condivisione e poi, nel pomeriggio, i partecipanti hanno potuto vivere nuove emozioni, questa volta grazie ai tesori storici, architettonici ed enogastronomici di Mendicino.

Grazie alla guida sapiente di Francesco la Carbonara, il piccolo borgo si è mostrato in tutto il suo magico incanto.  Piazza Duomo, il rione Castello, lo splendido Palazzo Campagna e la suggestiva Filanda Fiore Gaudio, sono state le tappe del trekking urbano che ha completato la giornata insieme alla degustazione della “Cuccìa”, una zuppa di cereali e legumi, tipica di Mendicino, da consumare nel giorno di Santa Lucia,  santa alla quale la comunità è molto devota.

Tutta la giornata è stata filmata dalla Tanto di Cappello Production di Maurizio Albanese, che curerà la realizzazione di un documentario da utilizzare per la promozione della raccolta fondi per il restauro della Grotta delle Palazze.

Questa è Calabria: natura che fa sognare, scorci paesaggistici mozzafiato, condivisione di cibi legati alla tradizione. Verrebbe da dire che i tesori non sono solo quelli che luccicano, ma anche tutte quelle cose che diamo per scontate e quanto ci sbagliamo a considerarle tali!

Angela Rubino                                                                                  

Catanzaro, la sua fama di “città della seta” e il museo che non c’è

Una storia, quella della Calabria, profondamente legata all’arte della tessitura della seta, introdotta dai bizantini intorno al VI secolo e sviluppatasi nei secoli successivi, fino a raggiungere livelli d’eccellenza.

Un passato, dunque, i cui pezzi vanno conservati gelosamente come i tasselli di un preziosissimo mosaico che racchiude i tratti dell’identità storico-sociale di un intero popolo. Generalmente, sono i musei quei luoghi che fungono da contenitore della storia di una civiltà e di quegli elementi che sottolineano i tratti della sua grandezza. I musei sono quei luoghi che svelano ai visitatori l’identità di un luogo e quale identità storico-culturale può assumere la città di Catanzaro se non quella legata alla nobilissima arte della seta?

Catanzaro si distinse per la straordinaria qualità dei tessuti prodotti, che riuscirono ad imporsi nei mercati di tutta Europa, divenendo una delle merci più richieste. Centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia era, come attestano le fonti letterarie del tempo, una città ricchissima, e la sua economia si basava principalmente sull’arte della seta, che era regolata da rigidissime norme, i “Capitoli, ordinazioni e statuti dell’arte della seta in Catanzaro”, il cui rispetto, legato anche all’alta qualità dei tessuti prodotti, valse alla città dei Tre Colli la concessione del Consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali e fino ad allora, era stato conferito alla sola Napoli.

Un’arte che vedeva i catanzaresi quasi tutti impegnati a vario titolo nelle attività ad essa legate: dal commercio, alla tessitura, alla tintura; passando per la gelsi bachicoltura o per l’investimento di capitali.

I secoli di maggiore espansione dell’arte della seta nell’attuale capoluogo calabrese, furono quelli che vanno dal XII al XVIII, ma in realtà la lavorazione del prezioso filato risale a molto prima.

I damaschi, i velluti, i taffetà, gli ermosini, i rasi, i lamì, i broccati erano tutte stoffe prodotte nelle filande catanzaresi, che per la loro finezza e preziosità conquistavano il gusto dei sovrani di tutta Europa. La maestria dei tessitori catanzaresi fece scuola in Francia, anche per quanto riguarda l’apporto tecnologico, grazie al telaio di Jean le Calabrais, capostipite del moderno telaio Jacquard.

Un percorso millenario, quindi a cui la città è rimasta fortemente legata fino al secolo scorso.

Oggi, purtroppo, la memoria di questi antichi fasti sembra essere quasi oscurata. Complice anche la noncuranza delle istituzioni, che non hanno saputo investire in un patrimonio dalle straordinarie potenzialità.

Dopo il racconto di cui sopra, quasi si stenta a credere che nella città europea della seta, non ci sia una struttura museale che racconti questo illustre passato, facendosi anche promotrice di iniziative culturali atte a dare impulso e valorizzare la cultura locale e magari a proiettarla in ambito internazionale, riscoprendo gli antichi percorsi della seta.

L’ultimo tentativo di creare un Museo dell’arte della seta a Catanzaro risale al 1999, anno in cui l’associazione Fidapa, nella persona dell’allora presidente Anna Cristallo Figliuzzi, aveva cercato di recuperare la memoria di questa attività, allestendo all’interno della scuola media “Mazzini” un museo dove erano esposti alcuni telai ed attrezzature necessarie per la lavorazione della seta, quali pettini, aspi, spolinatrici, una cantra da 300 rocche, una bucatrice per cartoni che serviva per eseguire e trasferire il disegno sul damasco e antichi documenti sulla lavorazione della seta.

Il museo era visitabile su prenotazione ed è stato anche cornice di varie mostre, in occasione delle quali sono stati esposti anche dei preziosi damaschi di proprietà di alcune famiglie catanzaresi.

Una realtà che avrebbe potuto costituire il punto di inizio (meglio tardi che mai) di una riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico-culturale cittadino, se non fosse stata distrutta sul nascere!

Dopo soli quattro anni, quest’iniziativa è stata bloccata. I telai e tutto il resto sono stati rimossi perché servivano le aule. Le istituzioni non hanno ritenuto abbastanza importante il reperimento di altri locali (magari più degni) dove allestire il Museo della seta di Catanzaro ed oggi, di fatto, tale struttura non esiste. I telai giacciono chissà dove ed esempi di preziosissime manifatture sono custoditi nelle chiese cittadine e nel Museo diocesano, che nonostante abbia anche una sede staccata a Squillace, non ha spazio sufficiente per esporre tutti gli innumerevoli pezzi che possiede.

Questa è la storia di Catanzaro. Questa è la storia di una città che rischia di seppellire il suo passato glorioso, mentre nell’epoca della crisi globale, la cultura può divenire concreto fattore di sviluppo del territorio.

L’arte della lavorazione della seta, infatti, che abbraccia molti secoli di storia catanzarese, potrebbe essere il filo conduttore in una struttura museale, ubicata in uno dei palazzi storici del centro storico cittadino, che attraverso l’esposizione di oggetti, tessuti, foto d’epoca, arnesi da lavoro, ecc., racconti tutta la storia della città, mediante diverse sezioni legate ai vari aspetti della società: da quello sociale, a quello economico, passando per l’arte e l’artigianato d’eccellenza.

Vari eventi potrebbero poi ospitare anche artisti locali e di spessore internazionale, così da riscoprire quel legame con l’Europa che la seta aveva saputo creare secoli fa, in un’epoca in cui ancora si era capaci di comprendere il valore delle eccellenze!

Angela Rubino

[Versione inglese disponibile a breve]

“Nicò bijoux”, quando arte e tradizione si fondono [English version below]

La Calabria, fu sotto il dominio bizantino anche dopo il crollo dell’impero romano d’occidente, nel 500. Questo popolo lasciò un’eredità profonda nella nostra regione, così come nelle altre aree su cui mantenne il proprio dominio. Una delle tracce della civiltà bizantina è l’arte della seta, un’attività profondamente legata all’identità storico-culturale dei calabresi.

La Calabria fu una delle prime regioni in cui fu introdotta la lavorazione della seta nel VI secolo ed essa si sviluppò al punto da fare concorrenza alla Siria e alla capitale Costantinopoli.

Ha origini bizantine anche la lavorazione della ceramica con l’ingobbio, una particolare tecnica “decorativa” a graffio, con cui viene ornata.

Voglio mostrarvi un video che parla della magica fusione tra queste due arti che affondano le loro radici nel passato millenario della Calabria bizantina. “Nicò” è una collezione di gioielli che fonde l’eleganza della seta con la storia della ceramica e nasce dalla collaborazione tra “Nido di Seta” e Decò art. I bijoux firmati Nicò sono rigorosamente eseguiti a mano secondo un processo che va dall’allevamento dei bachi alla trattura della seta, dalla sua torcitura alla sua tintura. Le perle di ceramica sono create, dipinte e decorate a mano, una per una.
I gioielli sono acquistabili presso l’atelier del Museo della Seta di San Floro e nella bottega Decò art di Squillace. Si effettuano anche vendite on line e spedizioni in tutto il mondo.

La nascita dei gioielli Nicò è uno splendido esempio di fusione tra esperienze diverse accomunate dal filo della tradizione storica.

Un processo che potrebbe essere alla base di un cammino di valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale di questa terra. Cammino che, accompagnato dalla presa di coscienza della collettività, deve partire dal basso.

 

 “Nicò jewels”, when art and tradition combine

Calabria was part of the byzantine kingdom also after the collapse of the roman empire. This people left a deep heritage in our region, such as in the other areas under its domination. One of the evidences of the byzantine civilization is the art of silk, an activity deeply related to the historic, cultural identity of calabrians.

Calabria was one of the first regions where silk working was introduced, in VI century and it developed enough to compete with Siria and with the capital Constantinople.

Even the ceramic working has byzantine origins and so is for engobes, a particular “decorative” scraping technique, it is adorned with.

I want to show you a video about the magic fusion between two arts wich belong to the millenarian past of byzantine Calabria.

“Nicò” is a collection of jewels that combines the silk elegance with the history of ceramic and it is born from the collaboration between “Nido di seta” and “Decò art”. Nicò jewels are handmade with a process that goes from the silk worms growing to the reeling of silk; from its twisting to the dyeing. Ceramic pearls are handmade, hand-painted and hand-decorated.

This jewels are sold in the atelier of the San Floro Silk Museums and in the Decò art shop in Squillace. They are also sold on line and can be sent all around the world.

The creation of these jewels i san amazing example of fusion among different experiences which have in common the thread of historical tradition.

This is a process that could be the basis of a route of valorization of the huge cultural heritage of this land. A way that should be accompanied by a general acknowledge and should start from the bottom up.

Angela Rubino 

 

 

 

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