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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Riaprono le gallerie del San Giovanni, ma non dimentichiamo che la storia va cercata in fondo al tunnel

Di recente, la città di Catanzaro è stata scossa da un’ondata dilagante di passione per la storia cittadina. Protagonisti di questo processo, i cunicoli sotto all’antico maniero che un tempo dominava l’abitato.

Le gallerie sotterranee sono state aperte al pubblico, dopo aver subito degli interventi di ristrutturazione (forse un po’ eccessivi, ma la mia è una opinione da profana) e centinaia di persone provenienti non solo dalla città, ma anche dall’hinterland e da altre città della Calabria si sono precipitate a visitarle, affrontando ore di fila. Questa situazione si è protratta per giorni e le guide hanno descritto senza sosta la storia di quei luoghi e del Castello.

Vedere così tanta gente fare la fila per visitare uno dei monumenti storici della città mi ha stupita, in quanto sono abituata a fare i conti con una realtà che quasi ignora e a volte anche disprezza la propria identità storico-culturale, ritenendola spesso inferiore ad altre. Forse si cercava nelle gallerie quella magnificenza che finalmente potesse rendere Catanzaro degna del confronto con altre realtà, con le grandi città italiane citate nei nostri libri di storia.

Se è così, molti saranno rimasti delusi. Le gallerie sotterranee sono ambienti che accomunano tutti i castelli e da questo punto di vista, la città non mostra di possedere niente di così unico e magnificente.

I tratti unici della storia della città dei tre colli vanno ricercati nel suo passato attraverso lo studio delle fonti letterarie, archeologiche e anche attraverso i racconti dei più anziani, testimoni di epoche senza dubbio difficili, ma anche di antiche bellezze e stili di vita che donavano fascino e magia ad una città vittima di una costante, barbara e cieca spoliazione del suo patrimonio architettonico, storico e anche culturale. Proprio a causa di questo processo, che è andato avanti grazie all’impassibile indifferenza della maggior parte della cittadinanza, oggi la città è priva di tutta una serie di tracce tangibili che potrebbero essere simboli cardine del suo passato.

Come spesso ho scritto, la storia di Catanzaro mostra tratti di eccellenza, se si pensa agli antichi fasti della nobile arte della seta. Poi ancora stupisce ad affascina il viaggio nelle origini greco-bizantine della città e ancora la dominazione araba e poi il susseguirsi delle varie egemonie, fino a giungere all’epoca moderna. Un lungo percorso che ha visto Catanzaro distinguersi per vicissitudini locali o per il suo contributo alla storia e alle vicende italiane. Di tutto questo non c’è traccia nei libri di scuola e nemmeno per le strade della città. Diventa quindi difficile recuperare una forte consapevolezza dell’identità storico-sociale collettiva e l’orgoglio di appartenere ad una città che mediocre non lo è mai stata, ma lo è diventata grazie anche alle scelte della sua classe politica.

Fatte queste premesse, vorrei rivolgere l’attenzione alla storia del Castello di Catanzaro, un racconto che può divenire lo specchio della complessità storico-sociale del popolo della città dei tre colli.

L’autrice Modesta De Lorenzis ne traccia un profilo esauriente ed affascinante nel secondo volume della collana “Notizie su Catanzaro” dove si racconta che, con tutta probabilità, esso venne eretto nel 1060 da Roberto il Guiscardo, il quale nel prendere tale decisione, tenne conto della notevole importanza strategica «sia per effetto del sito naturalmente inespugnabile, sia per  la sua centralità rispetto alla Calabria».

La De Lorenzis però sottolinea anche che proprio per via della naturale predisposizione della città a porsi come una roccaforte difensiva, è probabile anche che i normanni, al loro arrivo, abbiano trovato in quello stesso sito un’altra zona fortificata o un altro castello che il Guiscardo fece poi ingrandire e migliorare. Questo perché la città fu fondata verso la fine dell’800, prima della venuta dei Normanni, da popolazioni di origine greco-bizantina in fuga dalle coste a causa delle scorrerie saracene. Un fatto questo che apre la via a tutta una serie di analisi e riflessioni sulla matrice greca dell’identità del popolo catanzarese, caratteristica che non si limitò al solo periodo di dominazione bizantina, visto che il processo di latinizzazione iniziato con i Normanni avvenne in modo lento e graduale.

C’è poi da considerare che «già nel 906  i Saraceni avevano preso di notte Catanzaro depredandola – scrive ancora la De Lorenzis -. Inoltre dal 922 al 937 la città era diventata centro del Principato musulmano di Calabria e i Saraceni rimasero in città, con interruzioni, fino al 985».

«E se è vero (come sembra) – si legge ancora nel volume citato – che i Saraceni si trattennero in città per circa un secolo, niente di più facile che il primo castello di Catanzaro sia stato una costruzione o un rifacimento arabo».

Addirittura, «il prof. Guglielmo Braun affermò che il nome di Catanzaro se fosse derivato da voci orientali poteva significare “piccolo castello” (Katan zoor o Catazar).

La vita del castello di Catanzaro proseguì fino al 1461, anno in cui la città fu scossa da un’aspra lotta contro il conte Antonio Centelles. Il castello divenne allora il simbolo della tirannide e della vessazione all’arroganza dei feudatari e venne distrutto a colpi di cannone. La lotta per la libertà costò cara alla città e un intero quartiere venne incendiato. Oggi esso porta il nome di rione “Case arse” e si estende proprio ai piedi del castello o di ciò che ne rimane.

Con le pietre del muro crollato i catanzaresi edificarono la chiesa di San Giovanni e parte del convento dell’Osservanza. Nei secoli successivi si cercò di evitare in tutti i modi che il castello fosse ricostruito e la città conservò lo status di Regio Demanio, dipendendo direttamente dal re, senza essere governata da alcun feudatario.

La funzione del castello divenne decorativa. Come racconta la De Lorenzis «nel 1831 esso veniva chiamato “Forte di San Giovanni” e in esso erano postati i cannoni che sparavano a salve durante le feste».

Questo fino al 1868 quando, in osservanza del piano regolatore studiato dall’Ing. Manfredi, si decise di demolire gran parte del castello per facilitare l’ingresso alla città.

Una decisione che Lenormant descrisse così: «la sparizione del castello è tanto più spiacevole quanto più si rifletta che era il solo monumento di Catanzaro ricordante il suo passato medievale».

La distruzione del castello è indicativa di un atteggiamento di totale noncuranza verso il patrimonio storico-archeologico della città, che oggi si presenta come un luogo anonimo e privo o quasi di tratti significativi del suo affascinante passato.

Un passato che va assolutamente riscoperto e valorizzato, per opporsi ad ogni squallido ed incomprensibile tentativo di cancellazione per fare spazio a strutture e atteggiamenti culturali che emergono solo per fare spazio agli interessi di ristrette élite di moderni signori.

La storia di Catanzaro è un avvincente caleidoscopio di vicissitudini le cui tracce vanno ricercate prima nei libri e poi sul territorio. Quindi non soffermiamoci soltanto ad ascoltare il clamore di eventi scenografici (a cui va pur sempre il merito di tenere viva l’attenzione verso la storia locale), ma andiamo oltre, visitiamo i musei, i siti archeologici, presenziamo agli eventi culturali e soprattutto riscopriamo l’orgoglio di appartenere ad una terra culla di arte, storia e cultura ed opponiamoci ad ulteriori tentativi di cancellazione dei resti della nostra storia.

(Immagine tratta da: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/catanzaro/provincia.htm)

Angela Rubino

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A “Rivelazioni Calabre”si parla di seta e di nuove frontiere del turismo

La Calabria come meta delle nuove tendenze del turismo internazionale, che privilegiano le esperienze, la natura, la suggestione dell’identità storica alla classica vacanza in hotel o villaggio turistico con l’offerta dei classici servizi. Questo in sintesi è emerso nel corso dell’appuntamento di ieri, 26 gennaio, all’interno della rassegna “Rivelazioni Calabre”, promossa dalle associazioni Terre Ioniche e CulturAttiva, con il sostegno della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo e svolta al Museo Marca.

Ad aprire i lavori l’associazione cooperante di tour operators “Riviera e borghi degli angeli” che già nel territorio di Badolato sta mettendo in atto con successo un progetto di rete con un proprio micro-sistema di servizi locali, auto-organizzandosi dal basso. Storie di una Calabria che finalmente vuole risollevarsi e prendere in mano le redini del proprio futuro, basandosi sulle forze di chi sa riconoscere l’immenso valore delle sue bellezze. Guerino Nisticò, portavoce dell’associazione, nel descrivere il progetto che si configura come «un modello di ospitalità diffusa slow di “paese-albergo diffuso” e con pacchetti vacanza “autentici” pensati per allungare la classica stagione turistica balneare», ha sottolineato la necessità di creare un marchio turistico territoriale.«La nostra associazione – ha proseguito Nisticò – ambisce a condividere la propria esperienza nel territorio della “Riviera degli Angeli” abbracciando la fascia costiera e l’entroterra del basso ionio calabrese da Monasterace, Stilo e Bivongi fino a Squillace, Roccelletta di Borgia e San Floro. Urge ampliare questo progetto di rete – ha evidenziato – per un brand territoriale capace di organizzare ed offrire una seria web-identity internazionale, permeato omogeneamente delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche e del patrimonio storico-artistico-culturale ed enogastronomico del basso ionio calabrese». Poi il portavoce di “Riviera e borghi degli angeli” ha sottolineato la necessità di «costruire un’offerta turistica integrata e diversificata con formule innovative di ecoturismo e di turismo esperienziale, culturale ed enogastronomico, capace di trovare il suo giusto spazio di nicchia nel variegato mercato turistico internazionale con l’obiettivo parallelo e graduale di trasformare il territorio in una accreditata, appetibile ed attendibile destinazione turistica».

Un modello, quello proposto dagli operatori di Badolato, che non può prescindere dal fondarsi sulle peculiarità del territorio di riferimento, le quali passano anche per la sua identità storico-culturale. “Nido di Seta”, la cooperativa operante a San Floro basa la sua azione sulla riscoperta dell’antica e nobile arte della seta e propone ai suoi visitatori una full immersion in uno stile di vita rurale che si riallaccia ad un passato storico fatto di fama ed eccellenza e legato alla lavorazione del prezioso filato serico. Una realtà, quella di San Floro che si basa sulla ripresa della filiera della gelsi bachicoltura, giungendo anche alla lavorazione del filato ottenuto, mediante le fasi di tessitura e tintura di semplici manufatti. Una sfida affrontata con coraggio e determinazione da tre giovanissimi ragazzi: Miriam Pugliese, Domenico Vivino e Giovanna Bagnato.

Una passione, quella dei ragazzi della Cooperativa, basata anche sulla piena consapevolezza dell’illustre passato che lega Catanzaro, città capoluogo, alla lavorazione della seta. Argomento trattato mediante la presentazione del volume “La seta a Catanzaro e Lione” di Angela Rubino (Rubbettino Editore, 2007), che descrive l’importanza di un’attività che per secoli fu alla base del benessere economico della città. «Catanzaro in un periodo compreso tra il 1300 e il 1700 fu l’indiscussa capitale europea della seta per la straordinaria qualità dei manufatti creati nelle sue filande, tanto preziosi da essere nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli. Il 1700 vide tramontare gli antichi fasti della nobil arte, ma essa rimase radicata nella vita dei catanzaresi fino al secolo scorso».

Ancora una volta, dunque, emerge il quadro di una regione ricca di peculiarità e fascino, una terra che “Rivelazioni Calabre” vuole raccontare nell’ottica di una riscoperta che vuole essere il punto d’inizio di un nuovo cammino.

 

 

“Animas, nido di seta”, quando l’arte antica diviene simbolo di dialogo tra presente e passato e tra anime affini

Il passato come prezioso emblema di una vita che, nel suo mutare diviene qualcos’altro rispetto alle origini, ma che non può prescindere da esse. In sintesi, è questa la mia idea della storia e di tutto quello che ad essa si lega, come le tradizioni, gli usi, i costumi.

Le origini sono quel qualcosa da cui tutto ha inizio, quel qualcosa che può spiegare il perché di tutto ciò che, nei millenni, è stato reiterato più e più volte, fino a divenire parte integrante della vita di intere comunità. Dunque il passato è il fondamento della nostra esistenza e se non si cerca di conoscerlo e comprenderlo, si rischia di vivere senza la piena consapevolezza del proprio presente, come se il senso profondo di ciò che ci circonda non esistesse e tutto non avesse un senso ben preciso.

Passato e presente, dunque, sono due dimensioni che devono coesistere e mescolarsi perché ci sia il giusto equilibrio dentro e fuori di noi.

Questo equilibrio, insieme al fascino dei rituali antichi del mondo femminile, rivive nell’opera “Animas, Nido di Seta”, dell’artista sarda Jole Serreli, un’installazione in concorso alla VII edizione del Premio Internazionale Limen, nella sezione “Giovani artisti italiani e contemporanei”, curata da Lara Caccia.

La mostra, ospitata all’interno del suggestivo Complesso Valentianum, sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia, si è aperta lo scorso 19 dicembre e si protrarrà fino al 14 febbraio 2016.

Volontà dell’artista è stata quella di creare la sua installazione con dei filati che ricordassero le tradizioni del luogo. La scelta è stata inevitabilmente la seta, la cui lavorazione è un retaggio della dominazione bizantina.

La diffusione di quest’arte in Calabria risale al VI secolo e da subito essa divenne una delle attività principali per l’economia della regione, giungendo ad alti livelli di qualità.

Tra le città calabresi, Catanzaro si distinse per la straordinaria pregevolezza dei tessuti prodotti. Una caratteristica che le procurò fama e gloria in tutta Europa.

Proprio dall’hinterland di Catanzaro, più precisamente da San Floro, giunge il prezioso filato di cui si compone l’opera della Serreli. Così come l’artista ha coniugato nella sua installazione il linguaggio rappresentativo dell’arte contemporanea e quello legato ai tratti salienti del passato, a San Floro si realizza la mescolanza tra presente e passato, mediante la scelta coraggiosa di tre giovani che hanno scelto di ritornare ai valori delle tradizioni. “Nido di Seta” è la Cooperativa Agricola creata da Domenico Vivino, Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato, che hanno ripreso la filiera della seta, dalla gelsi bachicoltura alla creazione e tintura dei tessuti.

Un connubio perfetto quindi, tra anime affini che riconoscono nei riti ancestrali del passato, una realtà preziosa, da celebrare ed omaggiare. Anime che vedono nel ritorno al passato un valore e non uno sterile rimpianto; una spinta propulsiva al cambiamento che si attua con piena coscienza di sé e della comunità a cui si appartiene, non un’immobile rappresentazione di ciò che era.

Jole Serreli è un’artista profondamente legata al mondo delle origini, che da lei viene esplorato e mutato nella misura in cui la sua ispirazione e la sua tecnica artistica lo richiedono. L’opera “Animas, nido di seta” si nutre di un linguaggio nuovo, la cui elaborazione nasce dal profondo legame con un’arte millenaria.

Il progetto “Nido di Seta” nasce dall’intimo sentimento di appartenenza alla terra di Calabria e diviene la spinta al cambiamento, l’esempio di uno sviluppo possibile a partire dalle attività profondamente legate all’identità del territorio.

In conclusione, ciò che siamo è frutto di un percorso pregresso e per divenire davvero consapevoli del nostro presente e per attuare un cambiamento, è necessario conoscere questo tratto di un viaggio che magari non abbiamo compiuto personalmente, ma che è comunque parte di noi.

 

Angela Rubino   

“Altrove”, Catanzaro cambia volto con la forza del talento che si esprime

Ho più volte parlato di cultura calabra riferendomi al genio dei nostri avi, questa volta invece voglio volgere lo sguardo al presente e se parliamo di presente non possiamo prescindere dal considerare l’enorme complessità della situazione attuale. Parlo di quel grosso cumulo di delusioni e del crollo di ideali che hanno interessato soprattutto la mia generazione e quella dopo, contribuendo, assieme ad altri fattori, allo stato di apatia che sta dando il colpo di grazia ad un territorio già martoriato dal’incuria, dalla mancanza di una gestione politica oculata e dall’indolenza dei cittadini.

Questo è il triste quadro del nostro presente e questo scenario conferisce maggior valore alla potenza espressiva dell’artista e alla caparbietà di coloro che vogliono il cambiamento.

Per fortuna, infatti, quel folto velo di pigrizia e rassegnazione che sembra avvolgere la nostra società, si sta squarciando grazie alla capacità di guardare oltre di molti artisti, intellettuali, nuovi imprenditori. Per me essi rappresentano i pilastri di una società, che si forma su basi del tutto diverse e più autentiche rispetto a quelle illusorie che reggono i rudimenti di questo sistema ormai allo sfascio.

Catanzaro, in questi giorni, è stata un esempio eloquente di come un gruppo di giovani artisti possa contribuire con le proprie forze a ridare vita agli spazi e al tessuto sociale con la sola forza della propria volontà e del proprio talento. Il loro progetto di chiama “Altrove” e la sua forza espressiva è divenuta tale da non poter più essere ignorata o passare in secondo piano. Un centro storico dal passato millenario, ridotto alla stregua di una città fantasma ha potuto rivivere grazie alla spinta propulsiva dell’arte, nel periodo compreso tra il 19 dicembre e il 2 gennaio, con un calendario fitto di eventi che hanno saputo coniugare il presente e il passato della città, dando spazio alla suggestione del linguaggio dell’arte contemporanea in tutte le sue forme.

“Altrove” è un progetto che si realizza già da due anni, nella città di Catanzaro ed ha l’obbiettivo di «dare ai luoghi una visione altra». Negli anni precedenti gli artisti sono intervenuti principalmente nelle periferie, con strepitose opere di street art che hanno ridato colore e vivacità ad angoli bui e nascosti. Quest’anno l’attenzione si è spostata al centro storico, con l’obbiettivo di «creare nuove visioni possibili degli spazi chiusi o abbandonati».

Teatro di questa nuova avventura dal titolo “Eterotopia” è stato Palazzo Fazzari, lo storico edificio sito su Corso Mazzini che, dopo la chiusura del Circolo Unione, versa in uno stato di abbandono. La scelta di questo spazio è stata emblematica: quel luogo che in passato divenne uno dei simboli di cambiamento del volto della città, secondo i canoni architettonici post-unitari, è diventato spunto per una visione nuova che si espleta secondo i canoni del linguaggio contemporaneo.

Lo storico Palazzo ha così riaperto le sue sale, divenute teatro di un suggestivo viaggio alla scoperta di codici espressivi nuovi. Installazioni, opere di video art, pannelli pittorici, performance di danza e teatro, proiezioni, dibattiti sulla storia cittadina, workshop e diverse serate all’insegna di musica e gastronomia, hanno animato per tutta la durata della manifestazione gli spazi interni e quelli esterni di Palazzo Fazzari, dando notevole impulso alla vivacità della città. Gli artisti che hanno esposto sono Borondo, Edoardo Tresoldi, Sbagliato, Canemorto, Jacopo Mandich.

L’evento si è concluso il 2 gennaio. Ma il viaggio nei meandri dell’arte contemporanea proseguirà anche oltre, con lo Spazio Altrove. Sito al piano terra di Palazzo Fazzari, durante la durata dell’evento, esso ha ospitato le opere di Alejandro Garcia, Ehab. H. A. Kher, Angelo Jaroszuk Bogasz e Matteo Sainato. Dal mese di febbraio, esso si proporrà come luogo d’incontro e scambio di visioni ed opinioni tra gli avventori di quella che non vuole essere soltanto una galleria d’arte, ma «luogo vivo e di sperimentazione». Lo Spazio Altrove rimarrà fruibile per un periodo di almeno due anni e sarà uno spazio culturale originale nel cuore del centro storico cittadino.

“Altrove” diviene un esempio concreto di come si possa cambiare il volto di una città con la volontà di mettere in campo il proprio sapere. Questa è la cultura che anima la Calabria di oggi. È la forza di quei talenti che infrangono le barriere dell’indifferenza, della banalità, del materialismo e della schiavitù silenziosa di questo sistema, facendosi strada a fatica, ma con caparbietà.

Sono convinta che la forza di questo nuovo movimento culturale che nasce dal basso sia inarrestabile.

 

Angela Rubino     

 

Catanzaro, la sua fama di “città della seta” e il museo che non c’è

Una storia, quella della Calabria, profondamente legata all’arte della tessitura della seta, introdotta dai bizantini intorno al VI secolo e sviluppatasi nei secoli successivi, fino a raggiungere livelli d’eccellenza.

Un passato, dunque, i cui pezzi vanno conservati gelosamente come i tasselli di un preziosissimo mosaico che racchiude i tratti dell’identità storico-sociale di un intero popolo. Generalmente, sono i musei quei luoghi che fungono da contenitore della storia di una civiltà e di quegli elementi che sottolineano i tratti della sua grandezza. I musei sono quei luoghi che svelano ai visitatori l’identità di un luogo e quale identità storico-culturale può assumere la città di Catanzaro se non quella legata alla nobilissima arte della seta?

Catanzaro si distinse per la straordinaria qualità dei tessuti prodotti, che riuscirono ad imporsi nei mercati di tutta Europa, divenendo una delle merci più richieste. Centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia era, come attestano le fonti letterarie del tempo, una città ricchissima, e la sua economia si basava principalmente sull’arte della seta, che era regolata da rigidissime norme, i “Capitoli, ordinazioni e statuti dell’arte della seta in Catanzaro”, il cui rispetto, legato anche all’alta qualità dei tessuti prodotti, valse alla città dei Tre Colli la concessione del Consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali e fino ad allora, era stato conferito alla sola Napoli.

Un’arte che vedeva i catanzaresi quasi tutti impegnati a vario titolo nelle attività ad essa legate: dal commercio, alla tessitura, alla tintura; passando per la gelsi bachicoltura o per l’investimento di capitali.

I secoli di maggiore espansione dell’arte della seta nell’attuale capoluogo calabrese, furono quelli che vanno dal XII al XVIII, ma in realtà la lavorazione del prezioso filato risale a molto prima.

I damaschi, i velluti, i taffetà, gli ermosini, i rasi, i lamì, i broccati erano tutte stoffe prodotte nelle filande catanzaresi, che per la loro finezza e preziosità conquistavano il gusto dei sovrani di tutta Europa. La maestria dei tessitori catanzaresi fece scuola in Francia, anche per quanto riguarda l’apporto tecnologico, grazie al telaio di Jean le Calabrais, capostipite del moderno telaio Jacquard.

Un percorso millenario, quindi a cui la città è rimasta fortemente legata fino al secolo scorso.

Oggi, purtroppo, la memoria di questi antichi fasti sembra essere quasi oscurata. Complice anche la noncuranza delle istituzioni, che non hanno saputo investire in un patrimonio dalle straordinarie potenzialità.

Dopo il racconto di cui sopra, quasi si stenta a credere che nella città europea della seta, non ci sia una struttura museale che racconti questo illustre passato, facendosi anche promotrice di iniziative culturali atte a dare impulso e valorizzare la cultura locale e magari a proiettarla in ambito internazionale, riscoprendo gli antichi percorsi della seta.

L’ultimo tentativo di creare un Museo dell’arte della seta a Catanzaro risale al 1999, anno in cui l’associazione Fidapa, nella persona dell’allora presidente Anna Cristallo Figliuzzi, aveva cercato di recuperare la memoria di questa attività, allestendo all’interno della scuola media “Mazzini” un museo dove erano esposti alcuni telai ed attrezzature necessarie per la lavorazione della seta, quali pettini, aspi, spolinatrici, una cantra da 300 rocche, una bucatrice per cartoni che serviva per eseguire e trasferire il disegno sul damasco e antichi documenti sulla lavorazione della seta.

Il museo era visitabile su prenotazione ed è stato anche cornice di varie mostre, in occasione delle quali sono stati esposti anche dei preziosi damaschi di proprietà di alcune famiglie catanzaresi.

Una realtà che avrebbe potuto costituire il punto di inizio (meglio tardi che mai) di una riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico-culturale cittadino, se non fosse stata distrutta sul nascere!

Dopo soli quattro anni, quest’iniziativa è stata bloccata. I telai e tutto il resto sono stati rimossi perché servivano le aule. Le istituzioni non hanno ritenuto abbastanza importante il reperimento di altri locali (magari più degni) dove allestire il Museo della seta di Catanzaro ed oggi, di fatto, tale struttura non esiste. I telai giacciono chissà dove ed esempi di preziosissime manifatture sono custoditi nelle chiese cittadine e nel Museo diocesano, che nonostante abbia anche una sede staccata a Squillace, non ha spazio sufficiente per esporre tutti gli innumerevoli pezzi che possiede.

Questa è la storia di Catanzaro. Questa è la storia di una città che rischia di seppellire il suo passato glorioso, mentre nell’epoca della crisi globale, la cultura può divenire concreto fattore di sviluppo del territorio.

L’arte della lavorazione della seta, infatti, che abbraccia molti secoli di storia catanzarese, potrebbe essere il filo conduttore in una struttura museale, ubicata in uno dei palazzi storici del centro storico cittadino, che attraverso l’esposizione di oggetti, tessuti, foto d’epoca, arnesi da lavoro, ecc., racconti tutta la storia della città, mediante diverse sezioni legate ai vari aspetti della società: da quello sociale, a quello economico, passando per l’arte e l’artigianato d’eccellenza.

Vari eventi potrebbero poi ospitare anche artisti locali e di spessore internazionale, così da riscoprire quel legame con l’Europa che la seta aveva saputo creare secoli fa, in un’epoca in cui ancora si era capaci di comprendere il valore delle eccellenze!

Angela Rubino

[Versione inglese disponibile a breve]

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