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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Che valore ha il folklore in Calabria? La “scoperta” della “Ballata di San Nicola da Tolentino”

 

La Calabria stupisce ed affascina e i calabresi spesso la amano in silenzio, come se non volessero mostrare al mondo chi sono e da dove vengono. Nella nostra società sempre più globalizzata, si tende ad omologarsi più possibile e tutto ciò che è legato al folklore della nostra terra, spesso viene considerato come qualcosa di obsoleto a cui si prende parte in modo spontaneo, senza farsi domande sulle sue origini.

Non che la gente di Calabria non sia profondamente legata al territorio e ai propri costumi, ma troppo spesso non ha la capacità di riconoscerne fino in fondo l’altissimo valore.

Questa visione, a mio parere è strettamente legata al fatto che la nostra regione non sia ancora riuscita a fare del turismo culturale la sua principale risorsa economica.

Faccio questa premessa perché ultimamente mi capita spesso di venire a conoscenza di particolari della nostra cultura che a me appaiono di un fascino scintillante e non riesco a rassegnarmi al fatto che non ci siano orde di turisti curiosi ad assistere a celebrazioni, feste, processioni e tutto quello che attiene al retaggio della nostra cultura millenaria.

Inoltre trovo abbastanza pittoresco il fatto che io, come calabrese, debba scoprire per caso l’esistenza di consuetudini che si svolgono a due passi da me.

Ma qual è questa scoperta?

Siamo ad Albi, piccolo comune della presila catanzarese sorto intorno al XV secolo come casale della vicina Taverna, di cui seguì storia e vicende e rimasto tale fino al 1806, anno in cui divenne comune autonomo.

Nel 1570 nell’area del paesino veniva costruito il convento dei Padri Agostiniani della Congregazione di Zumpano, ai quali si deve la diffusione della conoscenza di San Nicola da Tolentino, la cui figura diverrà nei secoli a seguire molto importante per gli abitanti del borgo.

San Nicola nacque a Sant’Angelo in Pontano nel 1245 e ancora fanciullo entrò  nell’ordine gli Agostiniani della sua città. Dal momento in cui venne ordinato sacerdote nel 1269, fino 1277 dedicò la sua esistenza alla predicazione del Vangelo spostandosi di città in città. Nel 1275 si stabilì definitivamente a Tolentino ove morì il 10 settembre 1305. Il Santo, con la sua indole mite ed umile ed una vita da asceta e taumaturgo, riuscì a conquistare il cuore di devoti in ogni parte d’Italia e d’Europa. Con il suo volto di fanciullo, egli venne scelto come Patrono di Albi e ad egli gli albesi giurarono fede e devozione senza riserve. Quando in Calabria temibili catastrofi naturali seminarono lutti e rovine, si attribuì alla protezione del Santo il fatto che Albi non ne venne scalfita o fu danneggiata in minima parte.

È cosa comune, non solo in Calabria, la scelta di un Santo Patrono eletto protettore di un luogo, a cui dimostrare devozione; così come lo è l’usanza di portarlo in processione tra la gente.

Quest’ultima è una consuetudine che affonda le sue radici in tempi remoti e accomuna tutto il mondo cattolico, che a sua volta lo ereditò dagli ebrei (alcuni salmi accennano a un trasporto processionale dell’arca) e anche dai pagani. Presso i greci, ad esempio, in occasione delle famose “Panatee”, tutte le classi della città, in ben ordinato corteo, si recavano nel tempio a offrire un peplo ad Atena.

Nella liturgia cattolica – oggi come ieri – il rito consiste nella formazione di lunghi cortei che precedono o seguono un sacro simbolo: la croce, statue di santi, reliquie, stendardi. Le processioni cristiane sono strettamente collegate ad alcune festività. Se particolare importanza assumono quelle che si svolgono in occasione della Pasqua, non minore enfasi possiedono quelle in onore del Santo Patrono. Esse, solitamente, non assumono tratti particolarmente caratteristici, nel senso che sono tutte più o meno simili, ma in onore di San Nicola da Tolentino, il 10 settembre di ogni anno, viene messa in scena una processione molto molto particolare, ricca di pathos e di allegria.

Il Santo rimane in mezzo alla gente per sei ore, durante le quali visita ogni viuzza del borgo. Le strade sono parate a festa e il paesino è pervaso da un tripudio di emozioni, che vanno al di là del sentimento meramente religioso. Si tratta di amore per la propria comunità di appartenenza e per quei rituali che ormai fanno profondamente parte del vivere di ognuno. È un’emozione forte che non può non travolgere il visitatore che viene da fuori.

Il momento di grande intensità che caratterizza l’intera celebrazione è quello culminante. Al momento del rientro in chiesa, infatti, San Nicola si rifiuta di varcare la soglia del santuario. I portatori inscenano delle finte entrate per poi ritornare di corsa all’esterno e agitano la statua, dando l’impressione che San Nicola balli allegramente tra la gente che lo acclama a suon di musica. È un momento molto intenso durante il quale il Santo sembra quasi calarsi tra il suo popolo, mettendosi a giocare insieme a lui. San Nicola, divertito, sembra farsi beffa, in modo innocente, del sacerdote che attende il suo ritorno in chiesa. Tutto questo fa sì che il Santo esca da quell’immobilismo che sembra caratterizzare le altre processioni.

La “Ballata di San Nicola da Tolentino” è un affascinante rituale che si svolge da secoli non lontano da dove vivo e non ne avevo mai sentito parlare prima di qualche giorno fa. Nessuno tra i miei amici e conoscenti ha notizia di questa straordinaria manifestazione. La Calabria ha bisogno che la sua gente riconosca l’immenso valore dei suoi costumi, che vanno tramandati alle nuove generazioni e la cui conoscenza va diffusa in tutto il mondo, in modo da attrarre sempre più visitatori. Questi ultimi sapranno cogliere la magia della nostra civiltà più di quanto noi facciamo da innumerevoli generazioni. (Immagine tratta dal web)

Angela Rubino

 

 

 

 

 

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“Orme di Bisanzio”, un affascinante viaggio alla scoperta della Catanzaro bizantina

La ricerca storica è quell’affascinante strumento che ci permette di risalire alla vita dei nostri avi e ad eventi avvenuti migliaia di anni fa, quando tutto ciò che ci circonda adesso era fortemente diverso. Spesso si preferisce guardare avanti, senza chiedersi da dove sia nato tutto ciò che siamo oggi, la nostra civiltà. Spesso ci si rinchiude nei meandri di questo presente buio e confuso, pensando che il progresso sia l’unica via per uscire dal tunnel quando magari, tutto sarebbe molto più chiaro se si volgesse lo sguardo indietro per comprendere il cammino complesso che ci ha condotti fin qui.

Catanzaro è una città che non si fa molte domande sul suo passato, è una città che guarda avanti, senza capire che sulla sua storia potrebbe basare la propria salvezza, preservandone i segni e valorizzandoli così da mostrarli con orgoglio a chi decide di farle visita. È così che elementi preziosi del suo patrimonio storico-culturale giacciono nell’oblio e spesso soccombono all’incalzare del tempo che passa oppure, trattandosi di rituali, celebrazioni e tutto ciò che attiene al campo storico-antropologico, vengono vissuti in maniera inconsapevole, automatica.

Per fortuna c’è qualcuno che emerge dalla massa, ci sono persone che pongono le proprie conoscenze, la propria caparbietà e la voglia di far luce sul nostro passato, a favore dell’intera comunità, cercando anche di stimolare quelli che da sempre sono sopraffatti dall’apatia.

La ricerca “Le orme di Bisanzio” ( La Rondine Edizioni, 2016) , dello storico Mario Saccà, si inserisce nel quadro di un rinnovato interesse verso la storia millenaria della città dei tre colli e lo fa con squisita eleganza e grande maestria. Il volume è un avvincente viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca delle antiche origini bizantine del capoluogo calabro, partendo dall’indagine del culto della “Bambinella”, un rito dedicato alla natività di Maria alla cui celebrazione l’autore ha assistito con curiosità all’interno della chiesa di Santa Maria de Figulis ( o dei vasai) conosciuta oggi come chiesa di Montecorvino.

La festa della Bambinella si celebra con una funzione religiosa che ha inizio alle 5 del mattino e ha il suo culmine con l’adorazione dell’icona di Maria Bambina da parte dei fedeli. Al termine della celebrazione, i credenti attendono l’alba insieme, sorseggiando del caffè preparato dalle donne del quartiere. L’alba diviene così il simbolo della nascita di Maria, ovvero il riscatto dell’uomo in Gesù Cristo.

Il percorso storico che Saccà traccia per giungere alle antiche origini del culto citato, ci apre la via ad una dimensione meravigliosa, quella di una città greca nelle sue fondamenta, nata per mano di due generali dell’esercito di Bisanzio: Cataro e Zaro. Il primo, profondamente devoto al culto della Vergine, avrebbe fondato nel quartiere Grecìa, primitivo nucleo abitativo della città, la chiesa di Santa Maria di Cataro, che nel 1986 mutò il nome in quello attuale di Santa Maria del Carmine.

La fondazione della città di Catanzaro avvenne tra l’VIII e il X secolo e fu allora che i bizantini introdussero il culto della natività della Vergine, «dando origine ad una devozione giunta a noi attraverso 1200 anni di storia, ma modificata profondamente dalla liturgia della chiesa Cattolica».

Ai tempi della sua fondazione, fino ad alcuni secoli dopo la conquista normanna, Catanzaro era una città bizantina e come tale osservava il rito della chiesa ortodossa. Un quadro molto diverso dalla situazione attuale, che tuttavia è vero in ogni suo particolare. È la ricerca storica a rivelarcelo, mediante percorsi di studio che spiegano anche particolari davvero suggestivi come il fatto che le celebrazioni legate al culto della Madonna, come quello dell’Immacolata e della Natività di Maria, si svolgono rispettivamente l’8 dicembre e l’8 settembre, perché l’8 è il numero della perfezione cosmica. Addirittura l’antica chiesetta di Montecorvino, dove si celebra il rito della Bambinella è a pianta ottagonale.

Molti sono i segni delle antiche origini greco-bizantine di Catanzaro. Particolari che vanno letti adeguatamente ed indagati con passione, tenendo conto dei mutamenti che avvennero attraverso i secoli e delle ingerenze spesso sconsiderate che avvengono ancora oggi.

Il fatto che i riti mariani fossero in passato messi in primo piano è un tratto legato alla cultura bizantina, come «l’antica simbologia che determinava l’ orientamento delle chiese secondo la direttrice ovest-est per ricordare il luogo di provenienza della fede cristiana». Caratteristica quest’ultima che apparteneva anche alla chiesa di Santa Maria de Figulis, prima delle modifiche apportate nel 1858.

Il territorio racconta quindi la sua storia, ma noi dobbiamo essere capaci cogliere i segnali di questa lunga e complessa narrazione. Per farlo serve innanzitutto la volontà, ma anche un profondo rispetto per la storia e la lungimiranza per comprendere che su di essa può fondarsi lo sviluppo della società civile.

Il buon senso non ha avuto la meglio quando, la scoperta di una Necropoli nella Valle del Corace, ci ha raccontato che forse era vera «l’ipotesi della preesistenza nel perimetro attuale del territorio comunale, di insediamenti greci o romani, tali da costituire un centro urbano organizzato». Una favola, quella di questo ritrovamento straordinario, che è finita ancor prima di cominciare e, dopo l’estrazione di numerosi reperti (circa ottanta casse, oggi conservati presso il Mueso Archeologico di Lamezia Terme) da quel sito, su di esso si è preferito edificare la sontuosa sede della giunta regionale della Calabria, simbolo della cecità e dell’arroganza di questo nostro presente.

Vicende come questa ci dicono che la parola “futuro” non è sempre sinonimo di progresso civile. Lo dimostra il fatto che i normanni, quando nel lontano 1054 conquistarono il Sud, non dimostrarono la stessa insolenza e ottusità dei nostri governanti, in quanto compresero che avrebbero potuto trarre benefici da ciò che c’era prima di loro. Fu così che «essi introdussero nel loro sistema di governo parte della cultura e dell’esperienza amministrativa dell’Impero d’Oriente, realizzando un modello di convivenza civile, improntato alla tolleranza». Dopo l’arrivo dei normanni «Latini e Bizantini convissero per alcuni secoli, dando vita a una comunità in cui ci si relazionava nel rispetto delle reciproche confessioni religiose», favorite dai conquistatori stessi.

Angela Rubino

 

 

 

Girifalco: tra follia e mistero la storia di un luogo il cui fascino va oltre la leggenda

 

Un racconto misto di follia, mistero e leggenda. Un racconto della terra di Calabria, un luogo misconosciuto che accoglie, nei meandri del suo passato millenario, la suggestione di storie che lasciano senza fiato.

Il borgo di Girifalco, Adagiato ai piedi di Monte Covello a circa 32 km dal capoluogo di regione, è il protagonista di questa breve narrazione. È un luogo che fin da piccola mi ha sempre incuriosita, perché è noto come “il paese dei pazzi”, in quanto vi era ubicato manicomio provinciale, “dove – mi raccontavano – venivano rinchiuse le persone ormai incapaci di ragionare, quelle che avevano perso per sempre il contatto con la realtà e vivevano in una dimensione oscura ed incomprensibile”.

Oggi, grazie alle nuove leggi in materia, quel luogo angusto e tenebroso non esiste più. Il vecchio manicomio è stato trasformato in ospedale psichiatrico e anche la struttura che ospita il nosocomio è stata valorizzata: trattandosi di un vecchio monastero del XVII secolo, essa è divenuta un complesso monumentale.

Nel tentativo di fare chiarezza su questo luogo e di diradare la coltre di mistero che vi aleggia intorno, mi sono messa ad indagare le sua storia.

Purtroppo però molti interrogativi sono rimasti senza una risposta completa. Infatti, pare che le fonti scritte, utili a fornire un quadro esaustivo del passato di Girifalco, siano esigue. Circa la fondazione della cittadina, esse raccontano che essa avvenne dopo la distruzione dei villaggi Toco e Caria, nell’836, da parte dei saraceni. Pare che i superstiti al massacro si fossero rifugiati in cima ad una rupe conosciuta come “Pietra dei Monaci”. Documenti più recenti, raccontano poi che Girifalco divenne Comune durante il decennio francese, dal 1806 al 1815.

Il nome e la storia di questo luogo continua ad essere legato a vicende oscure. Le fonti raccontano che proprio a Girifalco, nel 1723, venne fondata la prima loggia massonica d’Italia, detta “Fidelitas”. A questo si aggiunge il mistero legato all’etimologia del suo nome, che rappresenta ancora una questione aperta per gli studiosi.

La leggenda racconta che il nome di Girifalco è legato alla presenza di un falco che volteggiava intorno all’abitato e se si considera che in alcuni periodi dell’anno, questa zona costituisce un passaggio obbligato di questi uccelli, si potrà comprendere il perché di questa ipotesi.

È curioso inoltre che i rapaci siano presenti anche nello stemma araldico di altri centri calabresi, come  Catanzaro (l’aquila) e Gerace (lo sparviero). Per quanto riguarda la cittadina del reggino c’è di più. Considerando il fatto che il suo nome deriverebbe dal greco Hierax (sparviero, falco), qualcuno ha ipotizzato che la ricerca etimologia del nome Girifalco potrebbe aprirsi a nuove prospettive. Tommaseo, nel “Dizionario della Lingua Italiana”, ipotizza infatti che il nome della cittadina in questione potrebbe essere la ripetizione dello stesso termine in due lingue diverse: hierax e falco, proprio come nel caso di  Linguaglossa, il grosso centro dell’entroterra catanese.

Girifalco, insomma, sembra essere un crocevia di leggende tra sacro e profano. Questo perché c’è anche chi ha scomodato il “Signore delle Tenebre” in persona, ipotizzando un suo atteggiamento di sfida verso il Padre Eterno. Tutto questo sarebbe testimoniato materialmente da un monumento girifalcese ribattezzato “la fontana del diavolo”.

Il monumento in questione, sorge in piazza Vittorio Emanuele II, accanto alla chiesa seicentesca dedicata al santo patrono, San Rocco. La fontana in stile barocco fu costruita nel 1663, sotto il mandato dell’allora sindaco Carlo Pacino, per questo si chiama “Fontana Carlo Pacino”.

Essa si è guadagnata, nell’immaginario comune, la definizione di “fontana del diavolo” per varie ragioni. Innanzitutto, con al sua prorompente bellezza sembra voler sfidare le fattezze della Casa di Cristo, a cui sembra voltare le spalle. Con la costruzione del raffinato monumento sembra insomma che Lucifero abbia voluto dare dimostrazione del suo potere. A questo si aggiunga la celerità con cui è stata edificata. Si racconta che i contadini del luogo, che partivano per i campi, videro la piazza vuota all’alba e trovarono, con loro grande sorpresa, la splendida fontana al loro ritorno a sera. Essi pensarono fosse opera dell’Immondo avversario di Cristo, un’ostentazione della sua volgare arroganza.

I misteri e le leggende di Girifalco sono quelli di una terra che merita di essere scoperta e studiata. Una terra che ha ancora tanto da raccontare a turisti e studiosi che amano la sfida della ricerca e la frenesia della scoperta, ma anche ai suoi abitanti che continuano a crederla priva di valore.

Girifalco è un luogo seducente, tutto da scoprire e il suo fascino va oltre la leggenda. Noto soprattutto per la straordinaria salubrità delle sue acque oligominerali, esso è impreziosito da chiese, palazzi nobiliari, monumenti e da diversi siti archeologici, tra cui i resti di un cimitero ebraico del VII secolo.

Angela Rubino

“I Maccaturi”: quando arte, storia e folclore di Calabria affascinano ed ispirano artisti da tutto il mondo

 

L’ho chiamato “Contaminazioni” il mio contributo ad un progetto artistico coinvolgente ed emozionante, che affonda le sue radici nell’attaccamento alla terra di Calabria, ad un focolare fatto di affetti sinceri, di profumi, di atmosfere che segnano l’anima e da essa rinascono, in forma di ispirazione artistica. Il progetto si chiama “I Maccaturi” ed è stato promosso da Adele lo Feudo, pittrice e performer di origine calabra, residente a Perugia e da Gianni Termine, fotografo, anch’egli calabrese; entrambi portano la Calabria e i suoi scenari nel cuore e un bel giorno decidono di mettere in pratica ciascuno la propria arte, per creare qualcosa di unico. Il progetto consiste in una mostra e in un volume che da essa è scaturito. L’esposizione è composta da oltre 150 opere ed ha coinvolto circa 107 artisti provenienti da tutto il mondo.

L’idea è partita quando Gianni decide di donare ad Adele alcune sue foto. Lei, colta dall’ispirazione, le riproduce e le reinterpreta su dei pezzi di tessuto di seta grezza (forniti dalla Cooperativa “Nido di Seta”, che opera a San Floro e ha ripreso la filiera della gelsi bachicoltura), creando un racconto fatto di immagini, il cui epilogo è un richiamo alla speranza, legato al ricordo indelebile della propria terra e ai suoi affetti più cari.

Alla rete va il merito di aver diffuso abbondantemente la notizia di questa idea e ancora una volta Facebook diviene il mezzo attraverso il quale si crea una rete di centinaia di artisti che decidono di  aderire all’iniziativa, realizzando un proprio “maccaturo”, ognuno con la propria tecnica.

Il progetto scaturito da questo piccolo seme iniziale ha dato vita ad una mostra itinerante, che è partita da Catanzaro, dove è stata ospitata presso la deliziosa sede dell’associazione Mo.d’à e proseguirà in Calabria, toccando Cosenza e altre cittadine del comprensorio.  A fare gli onori di casa nel capoluogo la presidente Antonella Gentile, che ha curato l’organizzazione dell’evento. Durante la serata, la storia dei due artisti ideatori dell’iniziativa, introdotti dal critico d’arte Alessandra Primicerio; la lettura di una poesia dialettale; le parole di Adele e Gianni e poi l’intervento di Miriam Pugliese e Domenico Vivino, di “Nido di Seta”, che hanno eseguito la trattura del prezioso filato dal vivo, facendo rivivere un processo che per secoli ha segnato la vita dei calabresi; ha sintetizzato l’essenza della terra di Calabria, creando un magico connubio tra presente e passato.

L’eco dei profumi, delle atmosfere, delle voci, dei suoni della nostra infanzia in questa terra dell’estremo sud, rivive anche nei termini del nostro dialetto, che riportano in superficie antiche emozioni, spesso legate a chi non c’è più. Come Adele, anche io resto legata al pensiero di un grande affetto che mi lega a mia nonna, ai gesti abitudinari del suo vivere quotidiano, nel quale il “maccaturo” trovava quasi sempre una collocazione materiale, oltre che lessicale.

Il termine “maccaturo”, significa fazzoletto ed era molto utilizzato nel dialetto calabrese arcaico. Esso deriva dal catalano “mocador” ed è legato al latino “muccus” (muco). Oltre a soffiarsi il naso, esso era utilizzato come accessorio in molte occasioni, arrivando ad assumere la funzione di simbolo in varie situazioni.

Esso copriva il capo delle donne che andavano in campagna o in chiesa la domenica ed era nero quando simbolizzava lutto. Gli uomini asciugavano, con il loro maccaturo, il sudore delle dure giornate di lavoro nei campi o ne usavano uno abbastanza grande per avvolgere e contenere il pranzo da consumare durante la pausa.

Il maccaturo di colore azzurro si sventolava al porto, per salutare i propri cari che partivano per terre lontane in cerca di fortuna.

Al colore era legata la forte simbologia di un accessorio intimamente collegato al floclore della nostra terra e alle varie situazioni che scandivano i momenti di vita dei nostri avi.

Il bianco caratterizzava il momento del matrimonio, ma era anche legato ad usi casalinghi e proteggeva in caso di malattie. Poi, il rosso con tutte le sfumature di colore, fino al marrone chiaro, simbolizzava disponibilità nelle ragazze in cerca di marito. Al contrario, quelle già “impegnate” indossavano un fazzoletto di colore bianco sporco o grigio chiaro.

Il maccaturo di colore blu con le sue sfumature si usava per comunicare qualcosa o dare una risposta, mentre al verde era attribuita la simbologia della speranza.

Infine, quello di colore marrone era legato alla devozione per la Madonna del Carmine e si indossava il mercoledì, il giorno della novena e in occasione della festa del Carmine, abbinando un abito dello stesso colore.

Il progetto “I Maccaturi” ha una grande valenza non solo artistica, ma storica e antropologica. Esso ha saputo donare una connotazione artistica ad uno degli elementi chiave della storia del costume tradizionale e del folcolore calabrese, rendendolo strumento di libera espressione da parte di più di un centinaio di artisti, che, con le loro opere, hanno rivisitato un pezzo di storia della Calabria.

Inoltre va evidenziato il significato della scelta dell’artista Adele Lo Feudo, di dipingere sulla seta, tessuto preziosissimo e simbolo chiave della vita quotidiana dei calabresi, che ne fecero per alcuni periodi l’elemento principale del loro benessere economico.

La scelta inconsapevole del titolo “Contaminazioni”, per la mia opera si è rivelata quindi azzeccata. Dipinto su lino (un’altra fibra che veniva prodotta e tessuta dai contadini calabresi), con la sua mescolanza di materiali e colori, può essere visto come simbolo di questa meravigliosa commistione tra arte, storia, cultura che si esprime in chiave individuale, mettendo a confronto tecniche e anime diverse, ma affini per sensibilità.

Angela Rubino       

 

Il mio ritorno a Scilla e la scoperta di un luogo surreale che entra nel cuore

Le Metamorfosi di Ovidio e l’Odissea di Omero descrivono Scilla come una ninfa marina e raccontano che, mentre faceva il bagno nei pressi di Zancle (odierna Messina), per gelosia, venne trasformata da Venere in un orribile mostro con, al posto delle gambe, sei teste di cane che latravano e lunghe code di serpente.

Oggi, quello stesso nome indica un luogo magico, una particolarissima cittadina affacciata sul tirreno reggino sulla Costa Viola, dove ero stata qualche anno fa, in inverno, ma in maniera frettolosa. Non avendo avuto modo di visitare il posto con calma, ho deciso di tornarci, così, zaino in spalla, eccomi raggiungere questo luogo, fulcro di storia e leggenda, in una giornata di mezza estate.

La scintillante vitalità della Marina Grande, con il suo lungomare; gli impianti balneari; i ristorantini caratteristici è stata la prima cosa a coinvolgermi e poi la spiaggia, molto suggestiva e racchiusa tra due costoni rocciosi, uno dei quali sovrastato dal suggestivo Castello Ruffo e il mare limpido e di colore cangiante, dal verde, al blu intenso, al viola. Infine, al di là dell’imponente maniero, ecco aprirsi ai miei occhi un altro posto incredibile: Chianalea (Piana delle Galee, con riferimento a delle caratteristiche imbarcazioni), l’antico borgo dei pescatori. Un luogo dal fascino unico e surreale, dove le onde del mare s’infrangono davanti agli usci delle case e le viuzze anguste offrono scorci unici proprio per la vicinanza del mare. Qui non circolano le auto, le stradine sono abbellite da piante caratteristiche e vasi fioriti che ornano i balconcini delle abitazioni. Il borgo è collegato da una parte al porto e dall’altra alla SS 18. La sua caratteristica più grande è il fatto che molte case sono costruite a ridosso del mare, proprio come a Venezia. È per questo che questa deliziosa località è stata definita “la piccola Venezia del sud”.

Passeggiando per le vie di Scilla e di Chianalea, si viene avvolti da un’atmosfera di quiete, nonostante si percepisca la vitalità della stagione turistica. È come se la tranquillità del quotidiano si mescolasse straordinariamente con quell’inquietudine che caratterizza la dimensione del turista. La gente del luogo è incredibilmente ospitale, lascia la porta di casa spalancata, nonostante il via vai di sconosciuti ed è propensa al dialogo e alla conversazione e, vi dirò di più, mi è sembrata felice di darmi indicazioni.

In questa dimensione di armonia tra esseri umani, che oggi sembra quasi un miraggio, anche i visitatori diventano solidali tra loro e propensi alla conversazione.

Dopo una breve sosta in spiaggia e un bagno rinfrescante, eccomi partire alla scoperta del territorio, ansiosa di realizzare un reportage fotografico delle meraviglie che si sarebbero dischiuse ai miei occhi. Così è stato. Salendo su per le stradine anguste e tortuose della Marina Grande, eccomi al Castello Ruffo.

Ora, è doveroso inquadrare dal punto di vista storico questo incantevole territorio.

La creazione del nucleo urbano denominato quartiere San Giorgio, che sovrasta l’area costiera, ebbe origine in epoca antichissima ad opera dei marinai e pescatori che popolavano la costa e che decisero di spostarsi sulle alture. Questa decisione fu dovuta alle continue incursioni dei pirati Tirreni, che dominavano incontrastati l’area dello Stretto e utilizzavano la rupe scillese come loro roccaforte ideale. I Tirreni furono sconfitti definitivamente dai Reggini, ma fino a quel momento, vedendosi ostacolati in quella che per loro era un’attività fonte di sostentamento, i pescatori scillesi decisero di vivere sulla montagna, praticando l’agricoltura e  la caccia.

La prima fortificazione di Scilla risalirebbe al V secolo a.C., all’epoca in cui a Reggio regnava il tiranno Anassilao. Da allora, la fortezza assunse un’importanza sempre maggiore. In tarda età magnogreca, essa venne denominata Oppidum Scyllaeum e in età romana subì un potenziamento che, insieme al suo porto, la trasformò in un efficiente sistema di difesa a supporto dei nuovi dominatori del Mediterraneo.

Visitando la fortezza ed ammirando il panorama mozzafiato che si gode dall’alto, è facile comprendere la sua importanza come baluardo di difesa e postazione di controllo dei vicini mari. Funzioni militari che la fortezza svolse inevitabilmente anche a partire dal 1060, quando Reggio fu assediata dai normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo.

Oggi, il maniero viene denominato Castello Ruffo perché, nel 1533, venne acquistato da questa importante casata, che ne fece la sua dimora baronale prima e, dopo l’ottenimento del titolo di principi, nel 1578, con opportuni restauri, lo trasformò in lussuosa residenza principesca.

Il suggestivo edificio è posto sul promontorio che divide la zona denominata Marina Grande dal grazioso borgo costiero di Chianalea e presenta una pianta irregolare con parti che risalgono ad epoche differenti. Tuttavia il complesso mantiene una configurazione abbastanza omogenea e conserva intatte le sue caratteristiche di presidio militare dotato di cortine, torrioni e feritoie.

Al suo interno l’edificio ospita il Faro della Marina Militare e un punto espositivo che informa, con il supporto di materiale fotografico e suppellettili, sulla ricchezza dei fondali marini sottostanti il castello, meta di sommozzatori ansiosi di esplorarli per godere della loro immensa bellezza.

Tutto è armonia in questo breve viaggio: il profumo del mare, gli scenari unici, le specialità gastronomiche, i sorrisi delle persone, che eccezionalmente, non sembrano stressate, ti accolgono, si soffermano ad ascoltarti, ti raccontano di sé, della loro storia, delle loro passioni. Tra queste conversazioni occasionali, non poteva mancare però il solito riferimento al furbetto di turno, che ottiene favori in cambio di sostegno politico. Storie che si riflettono nel tessuto cittadino e divengono il simbolo di un immobilismo dal quale la Calabria dovrebbe liberarsi per divenire davvero la terra dei sogni, un luogo meraviglioso per i suoi scenari e anche per la qualità della vita in ogni suo aspetto.

Angela Rubino  

 

“Lamagara”, l’ultima “strega” di Calabria svela la sua storia nella cornice del castello normanno di Squillace

 

Scoprire, in una notte di mezza estate, che la Calabria è anche la terra da cui partì la prima decisione di abolire il reato di stregoneria nel Regno delle due Sicilie, mi fa capire che non smetterò mai di restare affascinata dalla sorprendente storia di questo luogo intriso di misteri.

Dal palco del Festival “Innesti Contemporanei”, che si è svolto dal 30 luglio al primo agosto nell’affascinante cornice del castello normanno di Squillace, Emanuela Bianchi, nei panni dell’ultima “magara”, ha rivelato la storia di Cecilia Faragò, uno straordinario racconto di coraggio e di caparbietà, di quelli che hanno avuto il potere di cambiare il corso della storia. L’esempio di vita di una persona che, per difendere la propria libertà, si è opposta ad un contesto molto difficile, fatto di pregiudizi, di obbedienza cieca a regole prestabilite e di rassegnazione.

Le vicende in questione si svolsero nel ‘700, a Zagarise, il paese in provincia di Catanzaro dove Cecilia nacque e Simeri Crichi, la località dello stesso comprensorio dove la donna visse da sposata.

Un destino difficile le strappò via marito e figlio e poi l’accusa di stregoneria la gettò in un vortice di violenza ed ingiustizie dal quale riuscì, in qualche modo, ad uscire vincitrice, visto che fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli          a determinare il primo passo verso questa vittoria. Egli , appena ventenne, credé nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa. È dalla memoria difensiva scritta in sua difesa che si è appresa la storia di Cecilia Faragò e il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

La storia che l’antropologa, attrice e performer catanzarese Emanuela Bianchi ha voluto raccontare, calandosi nei panni della Faragò con il monologo teatrale “Lamagara”, scritto da lei e da Emilio Suraci, mette in luce la difficile condizione in cui le donne erano costrette a vivere, condannate ad un destino di sottomissione e di obbedienza assoluta alle regole di un sistema che le poneva in una posizione di netta inferiorità rispetto all’uomo. Cecilia viveva nell’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista del potere o di possedimenti, veniva eliminato. Trattandosi di una donna, per di più “libera”, senza status e incline a sfidare il potere e i canoni sociali, non fu affatto difficile accusarla di essere una strega e farla incarcerare incolpandola anche di omicidio.

La storia di Cecilia Faragò ha ispirato scrittori e registi (appena qualche mese fa si sono concluse le riprese del film su questa vicenda), la Bianchi lo ha messo in scena in modo straordinariamente originale, riuscendo anche ad aggiudicarsi il premio della critica “Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma.

Nel corso del monologo, l’attrice svela al pubblico l’animo del personaggio, una donna dai sentimenti puri, che rimasta senza affetti, vuole continuare ad occuparsi della sua fattoria, nel ricordo di ciò che era la sua vita passata. Durante questo racconto, gli spettatori sono portati a conoscere anche i lati “oscuri” di questo personaggio, ovvero l’uso di erbe curative, quelle pratiche, quei rituali ancestrali e poco consueti che la gente accettava solo nella misura in cui, di nascosto, poteva trarne beneficio, ma che poi non esitava a demonizzare.

Tutte le emozioni, la sofferenza, le paure di una donna privata di tutto ciò che le era rimasto solo perché “donna”, vengono portate in scena da una magnifica Emanuela Bianchi, che sembra fare suo il personaggio, rendendolo l’emblema non solo della condizione della donna, ma del diverso in generale, di colui che ha il coraggio di pensare ed agire diversamente rispetto al contesto in cui vive. Lo spettacolo è reso ancora più suggestivo ed unico dall’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio.

Dal palco, lo spettacolo riesce a trasmettere, senza mai annoiare, un profondo messaggio di riflessione su ciò che, di mostruoso, il pregiudizio verso le donne e la fame di potere e di ricchezza della Chiesa ha potuto generare in passato: milioni di donne furono torturate ed uccise in nome di accuse insensate.

 

Angela Rubino  

 

 

Calabria è laddove migliaia di anni fa nacque la Dieta Mediterranea: il racconto del nutrizionista Luigi Elia

Augusto Placanica scrive che questa regione possiede «una naturale opulenza», aggiungendo anche che «gli abitanti, abituati a quest’abbondanza sono portati a disinteressarsene completamente» (da “Storia della Calabria: dall’antichità ai giorni nostri”, Donzelli editore, 1999).

Ho più volte ribadito come la Calabria sia depositaria di una cultura millenaria, i cui tratti sono ben visibili ancora oggi sul territorio e se qualcuno si è sforzato di oscurarne una parte considerevole, non inserendola nei libri di storia, non si è potuto fare a meno di parlare di personaggi come Pitagora, Tommaso Campanella, Bernardino Telesio, Luigi Lilio (solo per citarne alcuni). Dunque, questo lembo dell’estremo Sud Italia non è solo terra di nessuno, dove la fanno da padrone i boss e i loro scagnozzi a suon di fucilate, ma è depositaria di una civiltà che era ben sviluppata già migliaia di anni fa e che ha fatto scuola al mondo intero.

Inoltre, se pensiamo che l’influsso delle civiltà che si susseguirono in terra calabra si sia limitato soltanto a cose come le scienze, la filosofia, l’erudizione, la maestria nel campo dell’artigianato; ci sbagliamo, perché la Calabria (e il Sud Italia in generale), già migliaia di anni fa aveva scoperto quello stile di alimentazione noto come “Dieta mediterranea”.

Leggendo il volume dal titolo “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” del giovane biologo nutrizionista catanzarese Luigi Elia (Biblioteka edizioni, 2014), si compie un meraviglioso viaggio a ritroso nel tempo, fino all’epoca della Magna Grecia e si scoprono le abitudini alimentari del popolo calabro e le connessioni con le contingenze storiche e politiche che le influenzarono.

Questo volume mette in evidenza come le caratteristiche del modello alimentare dei paesi del bacino mediterraneo si distinguessero per la loro elevata salubrità. Fu il nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi il primo ad introdurre il concetto di dieta mediterranea, negli ultimi anni trenta del secolo scorso e a sottolineare questi concetti.

In seguito, (cito testualmente il testo di Elia) «grazie agli studi condotti dal nutrizionista e fisiologo Ancel Keys, tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, ci si accorse come le persone meno abbienti dei piccoli paesi del sud Italia, mangiatori di pane, cipolla e pomodoro, apparivano essere più sani sia dei cittadini di New York, sia dei loro stessi parenti emigrati anni prima negli Stati Uniti. Ancel Keys, dunque, cominciò a studiare in modo approfondito la dieta dei cittadini di Nicotera (piccolo comune della fascia tirrenica calabrese), che ben presto venne considerata “dieta mediterranea di riferimento”».

A questo punto, è doveroso capire cosa mangiassero questi abitanti di Calabria per essere considerati un modello di riferimento. Iniziamo col dire che si trattava di una dieta sobria e tendenzialmente vegetariana, con elevato consumo di frutta, verdura e legumi e un buon consumo di pesce azzurro, mentre scarso era quello di carne. Elia racconta poi che i cittadini di Nicotera condivano i loro cibi con strutto di maiale e talvolta con il prezioso olio di olive. Queste ultime erano il companatico prediletto e non poteva mancare il buon vino.

E così, ignari di portare avanti un regime alimentare dalle caratteristiche salubri straordinarie, gli abitanti di Nicotera introducevano un’energia giornaliera così ripartita: 13/15% di proteine (di cui almeno il 50% di origine vegetale), 25/30% di grassi (con preferenza di olio extravergine di oliva e grassi presenti nel pesce), 55/60% di carboidrati ( la gran parte dei quali complessi: pane integrale, farina, pasta, riso, mais).

Insomma, scorrendo le pagine di questo volume, si comprende come curiosamente, nel corso dei millenni, i contadini poveri delle campagne di Calabria, siano stati virtuosi (per forza di cose), tenendo lontani dalle loro tavole i cibi più dannosi per la loro salute, come la carne che, insieme ai pesci pregiati, al pane bianco ed alla frutta, al vino e all’olio di olive abbondava invece su quelle dei potenti.

E le virtù di queste povere genti abbracciavano anche il campo religioso. Infatti come suggerisce il libro di Elia, pare che l’abate Gioacchino da Fiore, attribuisse al digiuno e ai cibi vegetali un grande valore spirituale, in quanto facilitavano il rapporto con Dio.

Purtroppo oggi, con l’avvento di modelli e stili di vita globalizzati, le cose non sono più come una volta e il giovane esperto ha potuto constatare, mediante degli studi da lui condotti che in gran parte della regione calabra, il modello alimentare mediterraneo è stato messo da parte a favore di nuovi stili di nutrizione caratterizzati dall’abbondanza di carne rossa, scarso consumo di frutta e verdura, grandi quantità di cibi molto calorici, ricchi di grassi e proteine di origine animale.

Le abitudini alimentari virtuose però esistono ancora in Calabria e, secondo l’autore, sono attribuibili alle minoranze etniche grecofone e albanofone e a gruppi di vecchi marinai e contadini che non risulterebbero contaminati dalla globalizzazione alimentare e verso i quali Elia ritiene dovrebbe concentrarsi una parte della ricerca scientifica «sempre più orientata a radicarsi laddove esistano concerete opportunità di profitto».

Il giovane autore catanzarese fa luce sul dimenticato mondo popolare di Calabria anche mediante il recupero delle sue antiche tradizioni culinarie, legate a vari tipi di celebrazioni. Inoltre, un’intera sezione del volume è stata dedicata alle ricette popolari della tradizione calabrese, un vero  proprio ricettario mediterraneo che descrive ingredienti e metodi di preparazione di antiche pietanze.

Ancora un altro gesto d’amore verso la misconosciuta terra di Calabria da parte di una giovane mente che rivaluta l’immenso potenziale di questa terra e della sua storia millenaria .

Angela Rubino      

A Catanzaro la porta e il convento di S. Agostino sono muti testimoni del passato … ma per quanto ancora?

Ripropongo ancora un altro racconto legato alle porte civiche della città di Catanzaro, firmato dallo storico Mario Saccà. Questa volta si parlerà della porta e del convento di Sant’Agostino, ma prima di immergerci nel vivo di questa storia, vorrei chiarire brevemente cosa erano e a cosa servivano le porte civiche.

Partiamo col dire che Catanzaro nasce come cittadella fortificata, ovvero come luogo capace di resistere a lunghi assedi. Era la sua posizione geografica, in primis, che le conferiva questa caratteristica e poi a questo si aggiunga la costruzione di bastioni, torri e appunto porte civiche, ovvero le porte di accesso alla città, che era anche racchiusa da una cinta muraria di circa 7 chilometri. Anche il territorio circostante era ben difeso, con un sistema di torri di avvistamento sparse per tutta l’area occupata oggi dai quartieri Sala, Santa Maria e Lido.

Le  antiche porte civiche di Catanzaro erano in tutto sei:

La Porta Marina o Granara, con tutta probabilità quella principale, in quanto consentiva di entrare in città a chi proveniva dalla costa ed era preposta soprattutto al commercio del frumento; la Porta di San Giovanni o Castellana, che sorgeva nei pressi dell’attuale Piazza Matteotti; poi c’era la Porta di Prattica (della quale parleremo in un prossimo articolo), che consentiva l’accesso in città passando per l’attuale rione Case Arse. Se si voleva entrare in città da oriente, occorreva passare per la Porta di Stratò (della quale abbiamo parlato ampliamente in un articolo precedente); la Porta del Gallinaio era utilizzata solo per favorire l’accesso del bestiame e infine c’era la Porta Silana (probabilmente quella di Sant’Agostino di cui ci accingiamo a parlare), che consentiva l’entrata in città a chi proveniva dall’altopiano della Sila (fonte Wikipedia).

Ecco il racconto di Mario Saccà:

«Alla porta di S. Agostino si perviene dopo avere superato un robusto cancello di ferro e un breve percorso fra sterpi e rovi: una barriera fra l’attualità e la storia.

Secondo Luise Gariano il suo vero  toponimo era “Portella” ; la denominazione attuale è dovuta alla presenza del convento di S. Agostino, divenuto poi sede dell’ospedale civile cittadino.

Il suo quartiere di riferimento era S.Nicola di Morano ( o delle Donne)  che si estendeva fino alla fontana e alla Torretta di Cerausto o della Marchesa. La fontana era nel giardino della contessa di Catanzaro ( v. “Catanzaro” di M. A. Teti e G. Rubino), mentre nella Torretta ( dal quale deriva il nome attuale del luogo: “a Turretta” ) alloggiava il corpo di guardia ( v. “Cronica di Catanzaro” di Gariano).

L’ antico ingresso alla città, per quanti venivano dalla parte di Siano, è ancora in piedi anche se grandi fessure della muratura ne preannunciano il prossimo crollo assieme alla piccola cappella che consentiva, a chi entrava o usciva dalla città, di sostare per riprendere fiato o raccogliersi in preghiera (sotto il suo altare fu sepolto uno dei tre martiri catanzaresi del 1823, Pascale).

I muri portanti sono privi di sostegni e difese dagli agenti atmosferici perchè manca, da anni, la copertura.

Anche qui, come un tempo nella scomparsa porta di Stratò, si notano tracce di un indefinibile dipinto murale.

Un breve ed erto percorso consentiva ai “viatori” di arrivare in città dopo avere attraversato l’alveo del torrente Musofalo (il toponimo antico era Conaci); la traccia è ancora ben visibile a chi  guarda dalla strada che conduce al vecchio ponte di Siano , luogo di leggende e tristi suicidi  per i catanzaresi delle vecchie generazioni.

È la terza delle porte di Catanzaro ancora in vita – quella Nord est –  che, malgrado l’abbandono, sembra aggrapparsi allo scoglio dove fu edificata per non scomparire ricordandoci, muta ed inascoltata testimone, di avere vissuto per tanti secoli assieme ai nostri predecessori, compiendo, per di più, un tratto di strada assieme a noi.  Fino a dove potrà farci ancora compagnia se non tendiamo una mano? Molto presto le sue pietre si confonderanno con quelle del torrente sottostante dove sarà difficile raccoglierle. Finirà “sotto il Ponte di Siano”.

Si potrebbe dare un segno di attenzione per restaurare l’ edifico, magari insieme al convento ex ospedale. Si oppongono tre fattori: l’indefinita e mai aperta per essere conclusa definizione della proprietà fra Comune ed Azienda Sanitaria, l’ assenza totale della Sopraintendenza ai Monumenti che “dorme” a Cosenza, i costi, la latitanza della Regione in fatto di politiche di recupero dei centri storici. Se non si incomincia non si può finire e la Portella potrebbe essere il primo avvio di un’operazione che dimostri uno spiraglio nell’ indifferenza generale.

I dati della porta di S Agostino sono stati rilevati, a suo tempo, dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici e ne fu redatta una scheda, riportata in un libro pubblicata dal Ministero competente nel 1979, ministro l’onorevole Antoniozzi, che mise in evidenza i problemi, come ho già ricordato in una nota precedente.

La proprietà risulta essere del Comune di Catanzaro, così come la porta di Stratò e le strade che portano ad entrambi gli edifici partendo dal sottostante torrente Musofalo.

È un contributo alla ricerca delle proprietà comunali dimenticate.

Accanto alla porta vi era  il convento dei frati Agostiniani, anch’esso in notevole stato di degrado.

Chi vuole entrarvi è libero di farlo a suo rischio e pericolo: porte aperte, luoghi abbandonati e quintali di carte d’archivio buttate in una stanza, disponibili per chiunque, malgrado la legislazione sugli archivi ne preveda un adeguato trattamento da parte della proprietà che dovrebbe essere, attualmente, dell’amministrazione ospedaliera.

Ma anche la Sopraintendenza ai Beni Archivistici, che soggiorna a Reggio Calabria, non ha forse potuto verificare lo stato dei fatti per valutare cosa conservare e cosa gettare!

Il caso consente di segnalare il problema contando sulla sua soluzione.

Ma che sarà dell’antico convento dove fu anche sepolto un nostro Vescovo?

Merita anch’esso qualche cenno di storia, anche perché la sua vita è associata a quella della porta della quale si è detto.

Nel 1650, su ordine di papa Innocenzo X, tutti i conventi inviarono a Roma una relazione storico-economica della propria situazione. Copia di tale relazione è conservata presso l’Archivio Generalizio degli Agostiniani a Roma e reca la data del 22 Dicembre 1649.

Vi si illustra, in attuazione dell’accennata bolla pontificia, “lo stato del Convento di S. Maria del Soccorso dell’Ordine degli Agostiniani della Provincia di Calabria”, che viene qui pubblicata per la prima volta.

Esso era “situato dentro la città di Catanzaro in un angolo sopra le mura da una parte e dall’altra dov’è si affacciava della chiesa contigua alla città, e sua abitazione in strada pubblica e frequentata; fu fondato et eretto col consenso ed autorità di monsignor Ascanio Geraldino, Vescovo della Città, nell’anno 1561 il dì 16 Ottobre sotto il pontificato di Pio IV, e la chiesa ha il nome di S. Maria del Soccorso, con cappella, organo, choro e sacrestia con mediocri addobbamenti … il chiostro quadrato, e la clausura tiene otto celle, refettorio grande, cantina, granaro, cucina-dispensa e quattro altri magazzini… et altri servizi , un giardino murato al cancello”.

Nel 1628  ospitava 5 sacerdoti, tre serventi e quattro novizi dei quali si elencano i nomi.

Il priore era un catanzarese Alessandro(?) Mannarino.

I possedimenti ed i censi esigibili costituiscono buona parte della relazione che non contiene altre particolari indicazioni. È straordinario rileggere antichi documenti in presenza dei luoghi cui si riferiscono.

Il convento e la porta esistono entrambi, quest’ultima ancora per poco : seguiranno il destino di altri beni cittadini?

Scriveva il compianto Professor Augusto Placanica che “il passato della Calabria non si mostra, perché spesso, di quel passato non è rimasto quasi nulla… è mancato alle comunità il gusto di guardare e provvedere a un domani più alto”.

Per alcuni aspetti c’è qualcosa che sopravvive a Catanzaro, è un nostro dovere ri-conoscerlo e salvarlo». (La foto è stata scattata da Anna Veraldi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà! Lo conferma la chiesa di San Giovanni

La città dei Tre Colli è quello strano luogo ricco di contraddizioni, un luogo amato e, a tratti, odiato da chi ci vive e pressoché sconosciuto a chi vi si deve recare per svariate ragioni. La storia di Catanzaro è un labirinto di vicende che, alla fine, restituisce la visione di una città che ha saputo distinguersi in vari ambiti dimostrando doti di coraggio e tenacia e anche di straordinaria maestria in vari campi, come quello dell’artigianato, se pensiamo all’ineguagliabile livello di eccellenza raggiunto nella produzione di manufatti in seta (vedi gli articoli a riguardo presenti in questo blog).

Ma i tratti della storia vanno letti ed interpretati. Essi sono lì, immobili da secoli e muti allo sguardo di chi non sa coglierne la grandezza.

Non mi stancherò mai di sottolineare la profondità dei messaggi che il tessuto urbano antico di Catanzaro sa trasmettere. Si tratta della storia di un grande popolo  e anche se non è raccontata attraverso opere di grande monumentalità, non manca certo di significati di spessore.

In questo scritto voglio parlare innanzi tutto di uno dei simboli di riscatto e libertà presenti in città, la chiesa di San Giovanni e riflettere sull’influenza che la nobilissima arte della seta ebbe in questo processo di affrancamento dal potere feudale.

Incastonata come una perla preziosa all’interno di quello che oggi è definito Complesso Monumentale di San Giovanni, che comprende anche i resti del castello, questo luogo di culto, simbolizza la straordinaria forza e determinazione con cui i catanzaresi seppero conquistare la propria indipendenza.

Una forza che scaturì anche da quell’impareggiabile perizia nella lavorazione della seta, un’attività che costituì per secoli la base dell’economia cittadina, generando quella crescita economica che incoraggiò la popolazione a pretendere la demanialità.

Dunque, il castello, la chiesa di San Giovanni e la seta sono avvolti da una simbologia che si esplica mediante la contrapposizione del loro significato: il castello era il simbolo del dominio feudale, la chiesa quello della libertà ritrovata e la seta era il motore della voglia di riscatto.

Vediamo come si svolsero i fatti.

Intanto sottolineo che la decisione di fortificare adeguatamente la città di Catanzaro, facendo edificare un poderoso castello, fu presa da Roberto il Guiscardo, condottiero normanno che si rese conto della invidiabile posizione strategica della città, posta su tre inaccessibili colli circondati da due profondissime vallate, a guardia dell’istmo situato nel punto più stretto d’Italia e d’Europa.

La parte originaria dell’imponente edificio dovette essere la grande torre quadrangolare centrale, detta “mastio” o, in lingua normanna, “donjon”. Il castello normanno divenne il simbolo del potere feudale introdotto dai normanni.

I feudatari catanzaresi, che per circa quattro secoli governarono le vicende cittadine, dovettero essere in totale circa 25. Durante questo lungo periodo il potere regio passò via via dai normanni, agli svevi, agli angioini ed infine agli aragonesi. Intanto la città vedeva crescere il suo potere economico per via del fiorire dell’arte della seta, un’attività in cui la città raggiunse dei traguardi ineguagliati, divenendo rinomata in tutta Europa per la produzione di tessuti di altissima qualità. Fu proprio tale sviluppo economico che portò alla creazione di una classe ricco-borghese la quale, col passare degli anni, cominciò a soffrire il dispotico potere feudale ed a pretendere l’autonomia (o come si chiamava allora la “demanialità”). Perciò, già dalla fine del ‘300 cominciarono i contrasti e le lotte tra i feudatari ed i cittadini che si protrassero fino alla metà del ‘400.

Fu in questo periodo che i catanzaresi, liberatisi finalmente del tiranno, Antonio Centelles, poterono proclamare la demanialità nel 1466.

In seguito, per evitare che la città fosse riconquistata da altri nobili che presumibilmente avrebbero reintrodotto il potere feudale, la parte del castello che guardava verso l’interno della città, fu volutamente diroccata ed al suo posto fu costruita la bellissima chiesa rinascimentale di San Giovanni, tutt’ora simbolo della libertà conquistata dai catanzaresi. Il castello, pertanto, perse ogni funzione politica e sociale e, successivamente venne solo in parte utilizzato, come ospedale, come convento ed infine come carcere.

I resti del castello semidistrutto furono riutilizzati nell’ambito della costruzione dell’attuale Chiesa del San Giovanni, facente parte del complesso monumentale, ma andarono ad abbellire anche altri storici edifici, come la chiesetta dell’Osservanza.

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà!

Spero che presto torneranno ad essere quelli di una volta (Foto tratta dal web).

 

Angela Rubino

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