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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Tra presente e passato

“Animas, nido di seta”, quando l’arte antica diviene simbolo di dialogo tra presente e passato e tra anime affini

Il passato come prezioso emblema di una vita che, nel suo mutare diviene qualcos’altro rispetto alle origini, ma che non può prescindere da esse. In sintesi, è questa la mia idea della storia e di tutto quello che ad essa si lega, come le tradizioni, gli usi, i costumi.

Le origini sono quel qualcosa da cui tutto ha inizio, quel qualcosa che può spiegare il perché di tutto ciò che, nei millenni, è stato reiterato più e più volte, fino a divenire parte integrante della vita di intere comunità. Dunque il passato è il fondamento della nostra esistenza e se non si cerca di conoscerlo e comprenderlo, si rischia di vivere senza la piena consapevolezza del proprio presente, come se il senso profondo di ciò che ci circonda non esistesse e tutto non avesse un senso ben preciso.

Passato e presente, dunque, sono due dimensioni che devono coesistere e mescolarsi perché ci sia il giusto equilibrio dentro e fuori di noi.

Questo equilibrio, insieme al fascino dei rituali antichi del mondo femminile, rivive nell’opera “Animas, Nido di Seta”, dell’artista sarda Jole Serreli, un’installazione in concorso alla VII edizione del Premio Internazionale Limen, nella sezione “Giovani artisti italiani e contemporanei”, curata da Lara Caccia.

La mostra, ospitata all’interno del suggestivo Complesso Valentianum, sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia, si è aperta lo scorso 19 dicembre e si protrarrà fino al 14 febbraio 2016.

Volontà dell’artista è stata quella di creare la sua installazione con dei filati che ricordassero le tradizioni del luogo. La scelta è stata inevitabilmente la seta, la cui lavorazione è un retaggio della dominazione bizantina.

La diffusione di quest’arte in Calabria risale al VI secolo e da subito essa divenne una delle attività principali per l’economia della regione, giungendo ad alti livelli di qualità.

Tra le città calabresi, Catanzaro si distinse per la straordinaria pregevolezza dei tessuti prodotti. Una caratteristica che le procurò fama e gloria in tutta Europa.

Proprio dall’hinterland di Catanzaro, più precisamente da San Floro, giunge il prezioso filato di cui si compone l’opera della Serreli. Così come l’artista ha coniugato nella sua installazione il linguaggio rappresentativo dell’arte contemporanea e quello legato ai tratti salienti del passato, a San Floro si realizza la mescolanza tra presente e passato, mediante la scelta coraggiosa di tre giovani che hanno scelto di ritornare ai valori delle tradizioni. “Nido di Seta” è la Cooperativa Agricola creata da Domenico Vivino, Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato, che hanno ripreso la filiera della seta, dalla gelsi bachicoltura alla creazione e tintura dei tessuti.

Un connubio perfetto quindi, tra anime affini che riconoscono nei riti ancestrali del passato, una realtà preziosa, da celebrare ed omaggiare. Anime che vedono nel ritorno al passato un valore e non uno sterile rimpianto; una spinta propulsiva al cambiamento che si attua con piena coscienza di sé e della comunità a cui si appartiene, non un’immobile rappresentazione di ciò che era.

Jole Serreli è un’artista profondamente legata al mondo delle origini, che da lei viene esplorato e mutato nella misura in cui la sua ispirazione e la sua tecnica artistica lo richiedono. L’opera “Animas, nido di seta” si nutre di un linguaggio nuovo, la cui elaborazione nasce dal profondo legame con un’arte millenaria.

Il progetto “Nido di Seta” nasce dall’intimo sentimento di appartenenza alla terra di Calabria e diviene la spinta al cambiamento, l’esempio di uno sviluppo possibile a partire dalle attività profondamente legate all’identità del territorio.

In conclusione, ciò che siamo è frutto di un percorso pregresso e per divenire davvero consapevoli del nostro presente e per attuare un cambiamento, è necessario conoscere questo tratto di un viaggio che magari non abbiamo compiuto personalmente, ma che è comunque parte di noi.

 

Angela Rubino   

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Tommaso Campanella, dalla storia l’esempio di un calabrese che non ha mai mollato

La scelta di aprire un blog sulla Calabria, mi sta regalando tanti momenti di scoperta e riflessione su questa nostra terra che molti vogliono fare apparire ormai inesorabilmente in declino. Una realtà che io non ritrovo però né attorno a me, né nelle pagine della storia che spesso rileggo.

Per carità, non che i problemi non ci siano, anzi, non ce li facciamo mancare. Ma forse sono proprio questi problemi, che la crisi ha acuito ancora di più, a fare leva sul senso d’orgoglio e sulla voglia di rivalsa di tutti quei giovani che non si arrendono e hanno deciso di rimanere in Calabria per far fruttare le enormi potenzialità di questo territorio. Ce ne sono tanti e spesso sono quelli che hanno vissuto all’estero e hanno deciso di tornare, perché pienamente consci del fatto che la loro terra natia non ha nulla da invidiare ad altri posti e può essere il luogo ideale dove realizzare un sogno.

È questa la Calabria che vedo attorno a me, nonostante tutto. E quando rileggo la storia di Tommaso Campanella, ecco che nella mia mente si crea un filo ideale che unisce il presente al passato.

Lui, il celebre intellettuale che si occupò brillantemente di filosofia, poesia, teologia e anche di magia, affascinando tutta l’Europa. Lui, nato a Stilo, figlio di un umile ciabattino povero e analfabeta che non poteva permettersi da andare a scuola ed ascoltava dalla finestra le lezioni del maestro del paese. Lui, Tommaso Campanella, rappresenta la storia di quel pezzo di Calabria che non si arrende e va contro vento sfidando la sorte.

Entrato giovanissimo nell’ordine domenicano, divenne subito insofferente della disciplina e delle forme stantie di pensiero trasmesse nei conventi calabresi, così come era intollerante verso la dominazione spagnola, contro la quale ordì una congiura.

Elaborò una propria filosofia, la cui chiave d’interpretazione è da ravvisarsi nel programma di una riforma politico-religiosa, espressa nell’opera “La città del sole”.

Fu processato per eresia e passò 27 anni in carcere. Visse insomma un’intera esistenza contro vento, senza mai aver paura di mettere in atto o esternare ciò in cui credeva.

Tommaso Campanella è uno degli esempi di quella Calabria brillante, il cui genio si diffuse in tutta Europa e stimolò la riflessione di studiosi e filosofi fino ai giorni nostri.

Un genio ribelle, animato dalla voglia di conoscenza, simbolo di una Calabria che non si piega ai limiti imposti dalla politica e nemmeno davanti a quelli rappresentati dalle regole religiose.

Un personaggio, che con la sua vita rappresenta un esempio di libertà oltre qualunque confine e che quindi tende ad infrangere il cliché che vuole i calabresi ignoranti, inermi ed asserviti al conquistatore di turno.

Ma come può un solo uomo giungere a rappresentare un popolo intero, anziché essere una mera eccezione?

È presto detto. Intanto, come scrive Pasquino Crupi «gli intellettuali calabresi hanno partecipato di continuo alla costruzione della civiltà culturale italiana ed europea. Non c’è epoca del sapere italiano che li trovi assenti».

Inoltre oggi è molto frequente leggere sui giornali di nostri conterranei che inventano qualcosa o ricoprono ruoli eccelsi in terre lontane.

E anche quelli che hanno scelto di rimanere o tornare qui non sono tutti dei fannulloni inconcludenti, ma dei giovani decisi a realizzare i loro sogni nella loro terra. Alcuni li ho già citati in questo blog e di tanti altri non ho ancora parlato. Sono tutti semi di  una terra che rinasce, di una terra stanca di rimanere assopita e che vuole tornare a brillare sulla scia delle eccellenze della sua storia, che si riallaccia ad un presente ricco di speranza.

Dunque, che la storia della Calabria e di personaggi come Tommaso Campanella ci sia da monito. Ormai non ci sono più scuse. Tutti siamo chiamati a mettere in campo i nostri saperi e contribuire alla rinascita del nostro territorio!

(Il dipinto ritratto nella foto è stato realizzato da Mike Arruzza)

Angela Rubino

Catanzaro, la sua fama di “città della seta” e il museo che non c’è

Una storia, quella della Calabria, profondamente legata all’arte della tessitura della seta, introdotta dai bizantini intorno al VI secolo e sviluppatasi nei secoli successivi, fino a raggiungere livelli d’eccellenza.

Un passato, dunque, i cui pezzi vanno conservati gelosamente come i tasselli di un preziosissimo mosaico che racchiude i tratti dell’identità storico-sociale di un intero popolo. Generalmente, sono i musei quei luoghi che fungono da contenitore della storia di una civiltà e di quegli elementi che sottolineano i tratti della sua grandezza. I musei sono quei luoghi che svelano ai visitatori l’identità di un luogo e quale identità storico-culturale può assumere la città di Catanzaro se non quella legata alla nobilissima arte della seta?

Catanzaro si distinse per la straordinaria qualità dei tessuti prodotti, che riuscirono ad imporsi nei mercati di tutta Europa, divenendo una delle merci più richieste. Centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia era, come attestano le fonti letterarie del tempo, una città ricchissima, e la sua economia si basava principalmente sull’arte della seta, che era regolata da rigidissime norme, i “Capitoli, ordinazioni e statuti dell’arte della seta in Catanzaro”, il cui rispetto, legato anche all’alta qualità dei tessuti prodotti, valse alla città dei Tre Colli la concessione del Consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali e fino ad allora, era stato conferito alla sola Napoli.

Un’arte che vedeva i catanzaresi quasi tutti impegnati a vario titolo nelle attività ad essa legate: dal commercio, alla tessitura, alla tintura; passando per la gelsi bachicoltura o per l’investimento di capitali.

I secoli di maggiore espansione dell’arte della seta nell’attuale capoluogo calabrese, furono quelli che vanno dal XII al XVIII, ma in realtà la lavorazione del prezioso filato risale a molto prima.

I damaschi, i velluti, i taffetà, gli ermosini, i rasi, i lamì, i broccati erano tutte stoffe prodotte nelle filande catanzaresi, che per la loro finezza e preziosità conquistavano il gusto dei sovrani di tutta Europa. La maestria dei tessitori catanzaresi fece scuola in Francia, anche per quanto riguarda l’apporto tecnologico, grazie al telaio di Jean le Calabrais, capostipite del moderno telaio Jacquard.

Un percorso millenario, quindi a cui la città è rimasta fortemente legata fino al secolo scorso.

Oggi, purtroppo, la memoria di questi antichi fasti sembra essere quasi oscurata. Complice anche la noncuranza delle istituzioni, che non hanno saputo investire in un patrimonio dalle straordinarie potenzialità.

Dopo il racconto di cui sopra, quasi si stenta a credere che nella città europea della seta, non ci sia una struttura museale che racconti questo illustre passato, facendosi anche promotrice di iniziative culturali atte a dare impulso e valorizzare la cultura locale e magari a proiettarla in ambito internazionale, riscoprendo gli antichi percorsi della seta.

L’ultimo tentativo di creare un Museo dell’arte della seta a Catanzaro risale al 1999, anno in cui l’associazione Fidapa, nella persona dell’allora presidente Anna Cristallo Figliuzzi, aveva cercato di recuperare la memoria di questa attività, allestendo all’interno della scuola media “Mazzini” un museo dove erano esposti alcuni telai ed attrezzature necessarie per la lavorazione della seta, quali pettini, aspi, spolinatrici, una cantra da 300 rocche, una bucatrice per cartoni che serviva per eseguire e trasferire il disegno sul damasco e antichi documenti sulla lavorazione della seta.

Il museo era visitabile su prenotazione ed è stato anche cornice di varie mostre, in occasione delle quali sono stati esposti anche dei preziosi damaschi di proprietà di alcune famiglie catanzaresi.

Una realtà che avrebbe potuto costituire il punto di inizio (meglio tardi che mai) di una riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico-culturale cittadino, se non fosse stata distrutta sul nascere!

Dopo soli quattro anni, quest’iniziativa è stata bloccata. I telai e tutto il resto sono stati rimossi perché servivano le aule. Le istituzioni non hanno ritenuto abbastanza importante il reperimento di altri locali (magari più degni) dove allestire il Museo della seta di Catanzaro ed oggi, di fatto, tale struttura non esiste. I telai giacciono chissà dove ed esempi di preziosissime manifatture sono custoditi nelle chiese cittadine e nel Museo diocesano, che nonostante abbia anche una sede staccata a Squillace, non ha spazio sufficiente per esporre tutti gli innumerevoli pezzi che possiede.

Questa è la storia di Catanzaro. Questa è la storia di una città che rischia di seppellire il suo passato glorioso, mentre nell’epoca della crisi globale, la cultura può divenire concreto fattore di sviluppo del territorio.

L’arte della lavorazione della seta, infatti, che abbraccia molti secoli di storia catanzarese, potrebbe essere il filo conduttore in una struttura museale, ubicata in uno dei palazzi storici del centro storico cittadino, che attraverso l’esposizione di oggetti, tessuti, foto d’epoca, arnesi da lavoro, ecc., racconti tutta la storia della città, mediante diverse sezioni legate ai vari aspetti della società: da quello sociale, a quello economico, passando per l’arte e l’artigianato d’eccellenza.

Vari eventi potrebbero poi ospitare anche artisti locali e di spessore internazionale, così da riscoprire quel legame con l’Europa che la seta aveva saputo creare secoli fa, in un’epoca in cui ancora si era capaci di comprendere il valore delle eccellenze!

Angela Rubino

[Versione inglese disponibile a breve]

Nelle rose di Rosetum la realizzazione di un sogno, la storia di Rosario Benedetto [English version below]

Negli occhi dolcezza e determinazione, nel cuore la grande passione per un pezzo della nostra Calabria, uno dei tanti tesori che i nostri occhi non riescono a vedere fino in fondo.

Parliamo di Rosario Benedetto, un ragazzo di Varese, che trovandosi qui in Calabria per trascorrere le vacanze estive, ha respirato la magica atmosfera di una delle perle dello Jonio cosentino, Roseto Capo Spulico, ha conosciuto la storia di questo luogo ed ha deciso di farne la base per la svolta della sua vita. Una svolta che ha il colore e la fragranza delle rose.

E così l’antica Rosetum, che nacque nel X secolo d.C. per volere del principe Roberto il Guiscardo e raggiunse il suo massimo splendore nel 1260 quando fu costruito il Castrum Petrae Roseti (il castello di Roseto), oggi vive un rinnovato splendore, legato alle sue origini più antiche.

In epoca greco-romana, infatti, questo luogo era famoso per la coltura delle rose, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite.

Rosario, abbandonata la sua vita al nord, ha deciso di investire tutti i suoi risparmi nella realizzazione di un progetto che si chiama proprio “Rosetum” e prevede il lancio di tutta una serie di attività imprenditoriali basate sulle rose. Attorno al suo roseto, infatti, ruoterà una struttura ricettiva, caratterizzata da un percorso benessere tra le rose e dei laboratori per la trasformazione delle stesse in prodotti cosmetici e farmaceutici.

Il calore della natura che avvolge i sensi, il fascino della storia secolare di una cittadina che affonda le sue radici nella Magna Grecia, aiutano Rosario nella dura lotta contro un avversario chiamato sclerosi multipla, una patologia da cui è affetto dal 2011.

Un nemico contro il quale Rosario oggi ha saputo opporsi con armi nuove. La sua voglia di guadare oltre l’orizzonte, la grande curiosità e il coraggio di mettersi in gioco per realizzare i propri sogni, lo hanno portato a scoprire una nuova “cura” per la sua malattia: le rose e la loro storia, in un luogo incantato che guarisce l’anima prima ancora che il corpo.

Il valore dell’idea e del gesto di Rosario va oltre, perché deve essere da monito per tutti i calabresi, che vivono in una terra dalle immense ricchezze.

Ricchezze che devono diventare il punto di partenza di un nuovo percorso di riscatto, assieme alla consapevolezza e al coraggio di mettersi in gioco per realizzare i propri sogni qui al sud, qui in Calabria.

In the Rosetum roses the realization of a dream, Rosario Benedetto’s story

In his eyes sweetness and determination, in his heart the great passion for a piece of our Calabria, one of the treasures that our eyes can’t see all the way.

We are speaking about Rosario Benedetto, a boy from Varese, who came here in Calabria for summer holidays, breathed its magic atmosphere in one of the Jonio pearls, Roseto Capo Spulico and after he has known its history, he decided to make it the turning point ofi his life.

A life change that has roses color and perfume.

And so, the ancient Rosetum, which was founded in X century a.C. by prince Robert Guiscard and reached his maximum splendor in 1260 when the Castrum Petrae Roseti (Roseto castle) was built, today shines thanks to the connection with its most ancient origins.

In facts, in the Greco –Roman age, this place was famous for the roses growing, which aimed to use roses to fill Sibari princesses pillows.

Abandoned his life in Northern Italy, Rosario, decided to invest all his savings in the realization of a plan which just calls “Rosetum” and provides for some entrepreneurial activities based on roses.

Around his rose garden, in facts, a new tourist accommodation with a wellness path among roses and laboratories for transformation of roses in cosmetics and pharmaceuticals will be built.

The warmth of nature which wraps up senses, the charm of a town secular history, which starts from Magna Graecia, help Rosario with his hard struggle against an enemy called multiple sclerosis, an illness which he’s affected by since 2011.

An adversary which today Rosario has been able to fight against with new weapons. His will to look over the horizon, his great curiosity and the courage to get involved to make his dreams come true, have led him to the discovery of a new cure for his disease: roses and their story, in an enchanted place which can heal soul before body.

The worth of Rosario’s idea and actions goes beyond, because they should act as a warning for all Calabrians who live on a land with enormous richness, that must become the starting point of a new liberation path, together with acknowledgement and the courage to get involved to make dreams come true here in Southern Italy, here in Calabria.

Angela Rubino

 

“Nicò bijoux”, quando arte e tradizione si fondono [English version below]

La Calabria, fu sotto il dominio bizantino anche dopo il crollo dell’impero romano d’occidente, nel 500. Questo popolo lasciò un’eredità profonda nella nostra regione, così come nelle altre aree su cui mantenne il proprio dominio. Una delle tracce della civiltà bizantina è l’arte della seta, un’attività profondamente legata all’identità storico-culturale dei calabresi.

La Calabria fu una delle prime regioni in cui fu introdotta la lavorazione della seta nel VI secolo ed essa si sviluppò al punto da fare concorrenza alla Siria e alla capitale Costantinopoli.

Ha origini bizantine anche la lavorazione della ceramica con l’ingobbio, una particolare tecnica “decorativa” a graffio, con cui viene ornata.

Voglio mostrarvi un video che parla della magica fusione tra queste due arti che affondano le loro radici nel passato millenario della Calabria bizantina. “Nicò” è una collezione di gioielli che fonde l’eleganza della seta con la storia della ceramica e nasce dalla collaborazione tra “Nido di Seta” e Decò art. I bijoux firmati Nicò sono rigorosamente eseguiti a mano secondo un processo che va dall’allevamento dei bachi alla trattura della seta, dalla sua torcitura alla sua tintura. Le perle di ceramica sono create, dipinte e decorate a mano, una per una.
I gioielli sono acquistabili presso l’atelier del Museo della Seta di San Floro e nella bottega Decò art di Squillace. Si effettuano anche vendite on line e spedizioni in tutto il mondo.

La nascita dei gioielli Nicò è uno splendido esempio di fusione tra esperienze diverse accomunate dal filo della tradizione storica.

Un processo che potrebbe essere alla base di un cammino di valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale di questa terra. Cammino che, accompagnato dalla presa di coscienza della collettività, deve partire dal basso.

 

 “Nicò jewels”, when art and tradition combine

Calabria was part of the byzantine kingdom also after the collapse of the roman empire. This people left a deep heritage in our region, such as in the other areas under its domination. One of the evidences of the byzantine civilization is the art of silk, an activity deeply related to the historic, cultural identity of calabrians.

Calabria was one of the first regions where silk working was introduced, in VI century and it developed enough to compete with Siria and with the capital Constantinople.

Even the ceramic working has byzantine origins and so is for engobes, a particular “decorative” scraping technique, it is adorned with.

I want to show you a video about the magic fusion between two arts wich belong to the millenarian past of byzantine Calabria.

“Nicò” is a collection of jewels that combines the silk elegance with the history of ceramic and it is born from the collaboration between “Nido di seta” and “Decò art”. Nicò jewels are handmade with a process that goes from the silk worms growing to the reeling of silk; from its twisting to the dyeing. Ceramic pearls are handmade, hand-painted and hand-decorated.

This jewels are sold in the atelier of the San Floro Silk Museums and in the Decò art shop in Squillace. They are also sold on line and can be sent all around the world.

The creation of these jewels i san amazing example of fusion among different experiences which have in common the thread of historical tradition.

This is a process that could be the basis of a route of valorization of the huge cultural heritage of this land. A way that should be accompanied by a general acknowledge and should start from the bottom up.

Angela Rubino 

 

 

 

Come nasce la seta? Ecco l’affascinante processo della trattura [English version below]

Questo video vi mostra come nasce la seta, ovvero come il preziosissimo filo viene estratto dal bozzolo mediante il processo di trattura.

La trattura della seta avviene dopo che il baco si è rinchiuso nel bozzolo per compiere la sua trasformazione in crisalide. A quel punto il suo processo di vita viene interrotto e dal bozzolo creato dal baco viene estratta la seta.

Per eseguire la trattura, i bozzoli vengono immersi nell’acqua calda e poi con un apposito strumento, si iniziano ad estrarre i fili di seta, che poi verranno torti, sgommati e avvolti in matasse.

Anche la seta greggia, non sgommata può essere utilizzata per confezionare dei tessuti.

La ragazza ritratta nel video è Miriam Pugliese della Cooperativa “Nido di Seta”, che a San Floro nell’hinterland catanzarese ha ripreso la filiera della gelsibachicoltura e sta anche sperimentando la nuova metodologia di estrazione della seta: la “seta non violenta”, che si attua permettendo al baco di completare la sua metamorfosi in farfalla.

 

      How does silk come out? That’s the fascinating process of reeling

This video shows you how silk is released through the process called reeling.

The reeling of silk takes place when the silk worm closes itself in its cocoon to achieve its transformation in chrysalis. At that point, his life is interrupted and the silk is released by the cocoon.

To make the reeling, cocoons are immerged in warm water and then, by an appropriate tool, the silk wires are drawn. Then they will be twisted, scoured and winded in skeins.

Even raw not scoured silk can be used to make tissues.

The girl in the video is Miriam Pugliese, one of the three young members of the “Nido di Seta” Cooperative that makes the cultivation of the mulberry trees and the farming of silk worm in San Foro town in Catanzaro district. “Nido di Seta” is experimenting a new method of silk releasing: the organic peace-silk, which takes place allowing the silk worm to transform it self in chrysalis.

Angela Rubino

Catanzaro, lezioni di democrazia nel lontano 1400

Catanzaro, la città capoluogo della regione calabrese è una città che non emerge particolarmente né nel contesto locale, né in quello nazionale, nel senso che non riesce a sfruttare in maniera adeguata i suoi punti di forza. Diverse sono le ragioni che la pongono in ombra rispetto ad altre realtà e che offuscano i tratti della sua identità più profonda, che potrebbero essere valorizzati e sostenuti al punto da costituire un’attrattiva della città. Ma, in questa sede, non vogliamo approfondire queste ragioni, bensì sottolineare una caratteristica storica che farebbe della città dei Tre Colli uno dei più antichi nuclei a gestione democratica.

Una caratteristica importantissima di Catanzaro, infatti, fu la scelta di regolamenti ispirati a una certa partecipazione delle classi intermedie all’amministrazione della Cosa Pubbilca. Un processo che pervenne a maturazione nell’estremo ‘400, nel momento in cui ebbero successo i tentativi della dinastia aragonese di rafforzare la gestione autonoma della città mediante l’istituzione di statuti legislativi che prevedevano una gerarchia e la formalizzazione della volontà delle classi intermedie.

Per Catanzaro, divisa in tre classi (nobili, borghesi della possidenza o della produzione e popolo, addetto prevalentemente all’arte della seta), si è parlato di gestione democratica, data la partecipazione paritetica del popolo alla formazione della volontà comune. In effetti, si trattava di una partecipazione popolare quale poteva essere consentita dai tempi, con una effettiva prevalenza dei benestanti e degli ottimati.

Ad ogni modo, la popolazione era caratterizzata da una pacifica convivenza di classi e ceti, all’interno di un’economia che non angustiava le fasce dei lavoratori, grazie alla loro autosufficienza nel quadro di un contesto produttivo con poche crisi e pressoché inesistente concorrenza di lavoratori immigrati.

Questo spiega come le sommosse sociali dell’età moderna (come i moti di Masaniello) non ebbero echi significativi a Catanzaro. Questo clima, unito alle angustie del territorio, impedì la monumentalità delle infrastrutture viarie, delle piazze e degli stessi edifici. Esso, tuttavia, unito alla forza e alla coerenza della produzione industriale, consentì a Catanzaro di evolversi come città capoluogo del regno con un’identità tutta propria legata ai fasti antichi dei suoi prodotti.

Dunque, la situazione era molto diversa da quella attuale, non solo in termini di benessere economico, ma anche per quanto riguarda il rispetto della volontà del popolo, un fattore che oggi, nonostante ci si fregi di aver raggiunto un certo grado di civiltà, sembra assumere sempre più i tratti di una pura illusione.

Angela Rubino

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