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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Tra presente e passato

Il mio ritorno a Scilla e la scoperta di un luogo surreale che entra nel cuore

Le Metamorfosi di Ovidio e l’Odissea di Omero descrivono Scilla come una ninfa marina e raccontano che, mentre faceva il bagno nei pressi di Zancle (odierna Messina), per gelosia, venne trasformata da Venere in un orribile mostro con, al posto delle gambe, sei teste di cane che latravano e lunghe code di serpente.

Oggi, quello stesso nome indica un luogo magico, una particolarissima cittadina affacciata sul tirreno reggino sulla Costa Viola, dove ero stata qualche anno fa, in inverno, ma in maniera frettolosa. Non avendo avuto modo di visitare il posto con calma, ho deciso di tornarci, così, zaino in spalla, eccomi raggiungere questo luogo, fulcro di storia e leggenda, in una giornata di mezza estate.

La scintillante vitalità della Marina Grande, con il suo lungomare; gli impianti balneari; i ristorantini caratteristici è stata la prima cosa a coinvolgermi e poi la spiaggia, molto suggestiva e racchiusa tra due costoni rocciosi, uno dei quali sovrastato dal suggestivo Castello Ruffo e il mare limpido e di colore cangiante, dal verde, al blu intenso, al viola. Infine, al di là dell’imponente maniero, ecco aprirsi ai miei occhi un altro posto incredibile: Chianalea (Piana delle Galee, con riferimento a delle caratteristiche imbarcazioni), l’antico borgo dei pescatori. Un luogo dal fascino unico e surreale, dove le onde del mare s’infrangono davanti agli usci delle case e le viuzze anguste offrono scorci unici proprio per la vicinanza del mare. Qui non circolano le auto, le stradine sono abbellite da piante caratteristiche e vasi fioriti che ornano i balconcini delle abitazioni. Il borgo è collegato da una parte al porto e dall’altra alla SS 18. La sua caratteristica più grande è il fatto che molte case sono costruite a ridosso del mare, proprio come a Venezia. È per questo che questa deliziosa località è stata definita “la piccola Venezia del sud”.

Passeggiando per le vie di Scilla e di Chianalea, si viene avvolti da un’atmosfera di quiete, nonostante si percepisca la vitalità della stagione turistica. È come se la tranquillità del quotidiano si mescolasse straordinariamente con quell’inquietudine che caratterizza la dimensione del turista. La gente del luogo è incredibilmente ospitale, lascia la porta di casa spalancata, nonostante il via vai di sconosciuti ed è propensa al dialogo e alla conversazione e, vi dirò di più, mi è sembrata felice di darmi indicazioni.

In questa dimensione di armonia tra esseri umani, che oggi sembra quasi un miraggio, anche i visitatori diventano solidali tra loro e propensi alla conversazione.

Dopo una breve sosta in spiaggia e un bagno rinfrescante, eccomi partire alla scoperta del territorio, ansiosa di realizzare un reportage fotografico delle meraviglie che si sarebbero dischiuse ai miei occhi. Così è stato. Salendo su per le stradine anguste e tortuose della Marina Grande, eccomi al Castello Ruffo.

Ora, è doveroso inquadrare dal punto di vista storico questo incantevole territorio.

La creazione del nucleo urbano denominato quartiere San Giorgio, che sovrasta l’area costiera, ebbe origine in epoca antichissima ad opera dei marinai e pescatori che popolavano la costa e che decisero di spostarsi sulle alture. Questa decisione fu dovuta alle continue incursioni dei pirati Tirreni, che dominavano incontrastati l’area dello Stretto e utilizzavano la rupe scillese come loro roccaforte ideale. I Tirreni furono sconfitti definitivamente dai Reggini, ma fino a quel momento, vedendosi ostacolati in quella che per loro era un’attività fonte di sostentamento, i pescatori scillesi decisero di vivere sulla montagna, praticando l’agricoltura e  la caccia.

La prima fortificazione di Scilla risalirebbe al V secolo a.C., all’epoca in cui a Reggio regnava il tiranno Anassilao. Da allora, la fortezza assunse un’importanza sempre maggiore. In tarda età magnogreca, essa venne denominata Oppidum Scyllaeum e in età romana subì un potenziamento che, insieme al suo porto, la trasformò in un efficiente sistema di difesa a supporto dei nuovi dominatori del Mediterraneo.

Visitando la fortezza ed ammirando il panorama mozzafiato che si gode dall’alto, è facile comprendere la sua importanza come baluardo di difesa e postazione di controllo dei vicini mari. Funzioni militari che la fortezza svolse inevitabilmente anche a partire dal 1060, quando Reggio fu assediata dai normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo.

Oggi, il maniero viene denominato Castello Ruffo perché, nel 1533, venne acquistato da questa importante casata, che ne fece la sua dimora baronale prima e, dopo l’ottenimento del titolo di principi, nel 1578, con opportuni restauri, lo trasformò in lussuosa residenza principesca.

Il suggestivo edificio è posto sul promontorio che divide la zona denominata Marina Grande dal grazioso borgo costiero di Chianalea e presenta una pianta irregolare con parti che risalgono ad epoche differenti. Tuttavia il complesso mantiene una configurazione abbastanza omogenea e conserva intatte le sue caratteristiche di presidio militare dotato di cortine, torrioni e feritoie.

Al suo interno l’edificio ospita il Faro della Marina Militare e un punto espositivo che informa, con il supporto di materiale fotografico e suppellettili, sulla ricchezza dei fondali marini sottostanti il castello, meta di sommozzatori ansiosi di esplorarli per godere della loro immensa bellezza.

Tutto è armonia in questo breve viaggio: il profumo del mare, gli scenari unici, le specialità gastronomiche, i sorrisi delle persone, che eccezionalmente, non sembrano stressate, ti accolgono, si soffermano ad ascoltarti, ti raccontano di sé, della loro storia, delle loro passioni. Tra queste conversazioni occasionali, non poteva mancare però il solito riferimento al furbetto di turno, che ottiene favori in cambio di sostegno politico. Storie che si riflettono nel tessuto cittadino e divengono il simbolo di un immobilismo dal quale la Calabria dovrebbe liberarsi per divenire davvero la terra dei sogni, un luogo meraviglioso per i suoi scenari e anche per la qualità della vita in ogni suo aspetto.

Angela Rubino  

 

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“Lamagara”, l’ultima “strega” di Calabria svela la sua storia nella cornice del castello normanno di Squillace

 

Scoprire, in una notte di mezza estate, che la Calabria è anche la terra da cui partì la prima decisione di abolire il reato di stregoneria nel Regno delle due Sicilie, mi fa capire che non smetterò mai di restare affascinata dalla sorprendente storia di questo luogo intriso di misteri.

Dal palco del Festival “Innesti Contemporanei”, che si è svolto dal 30 luglio al primo agosto nell’affascinante cornice del castello normanno di Squillace, Emanuela Bianchi, nei panni dell’ultima “magara”, ha rivelato la storia di Cecilia Faragò, uno straordinario racconto di coraggio e di caparbietà, di quelli che hanno avuto il potere di cambiare il corso della storia. L’esempio di vita di una persona che, per difendere la propria libertà, si è opposta ad un contesto molto difficile, fatto di pregiudizi, di obbedienza cieca a regole prestabilite e di rassegnazione.

Le vicende in questione si svolsero nel ‘700, a Zagarise, il paese in provincia di Catanzaro dove Cecilia nacque e Simeri Crichi, la località dello stesso comprensorio dove la donna visse da sposata.

Un destino difficile le strappò via marito e figlio e poi l’accusa di stregoneria la gettò in un vortice di violenza ed ingiustizie dal quale riuscì, in qualche modo, ad uscire vincitrice, visto che fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli          a determinare il primo passo verso questa vittoria. Egli , appena ventenne, credé nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa. È dalla memoria difensiva scritta in sua difesa che si è appresa la storia di Cecilia Faragò e il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

La storia che l’antropologa, attrice e performer catanzarese Emanuela Bianchi ha voluto raccontare, calandosi nei panni della Faragò con il monologo teatrale “Lamagara”, scritto da lei e da Emilio Suraci, mette in luce la difficile condizione in cui le donne erano costrette a vivere, condannate ad un destino di sottomissione e di obbedienza assoluta alle regole di un sistema che le poneva in una posizione di netta inferiorità rispetto all’uomo. Cecilia viveva nell’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista del potere o di possedimenti, veniva eliminato. Trattandosi di una donna, per di più “libera”, senza status e incline a sfidare il potere e i canoni sociali, non fu affatto difficile accusarla di essere una strega e farla incarcerare incolpandola anche di omicidio.

La storia di Cecilia Faragò ha ispirato scrittori e registi (appena qualche mese fa si sono concluse le riprese del film su questa vicenda), la Bianchi lo ha messo in scena in modo straordinariamente originale, riuscendo anche ad aggiudicarsi il premio della critica “Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma.

Nel corso del monologo, l’attrice svela al pubblico l’animo del personaggio, una donna dai sentimenti puri, che rimasta senza affetti, vuole continuare ad occuparsi della sua fattoria, nel ricordo di ciò che era la sua vita passata. Durante questo racconto, gli spettatori sono portati a conoscere anche i lati “oscuri” di questo personaggio, ovvero l’uso di erbe curative, quelle pratiche, quei rituali ancestrali e poco consueti che la gente accettava solo nella misura in cui, di nascosto, poteva trarne beneficio, ma che poi non esitava a demonizzare.

Tutte le emozioni, la sofferenza, le paure di una donna privata di tutto ciò che le era rimasto solo perché “donna”, vengono portate in scena da una magnifica Emanuela Bianchi, che sembra fare suo il personaggio, rendendolo l’emblema non solo della condizione della donna, ma del diverso in generale, di colui che ha il coraggio di pensare ed agire diversamente rispetto al contesto in cui vive. Lo spettacolo è reso ancora più suggestivo ed unico dall’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio.

Dal palco, lo spettacolo riesce a trasmettere, senza mai annoiare, un profondo messaggio di riflessione su ciò che, di mostruoso, il pregiudizio verso le donne e la fame di potere e di ricchezza della Chiesa ha potuto generare in passato: milioni di donne furono torturate ed uccise in nome di accuse insensate.

 

Angela Rubino  

 

 

A Catanzaro la porta e il convento di S. Agostino sono muti testimoni del passato … ma per quanto ancora?

Ripropongo ancora un altro racconto legato alle porte civiche della città di Catanzaro, firmato dallo storico Mario Saccà. Questa volta si parlerà della porta e del convento di Sant’Agostino, ma prima di immergerci nel vivo di questa storia, vorrei chiarire brevemente cosa erano e a cosa servivano le porte civiche.

Partiamo col dire che Catanzaro nasce come cittadella fortificata, ovvero come luogo capace di resistere a lunghi assedi. Era la sua posizione geografica, in primis, che le conferiva questa caratteristica e poi a questo si aggiunga la costruzione di bastioni, torri e appunto porte civiche, ovvero le porte di accesso alla città, che era anche racchiusa da una cinta muraria di circa 7 chilometri. Anche il territorio circostante era ben difeso, con un sistema di torri di avvistamento sparse per tutta l’area occupata oggi dai quartieri Sala, Santa Maria e Lido.

Le  antiche porte civiche di Catanzaro erano in tutto sei:

La Porta Marina o Granara, con tutta probabilità quella principale, in quanto consentiva di entrare in città a chi proveniva dalla costa ed era preposta soprattutto al commercio del frumento; la Porta di San Giovanni o Castellana, che sorgeva nei pressi dell’attuale Piazza Matteotti; poi c’era la Porta di Prattica (della quale parleremo in un prossimo articolo), che consentiva l’accesso in città passando per l’attuale rione Case Arse. Se si voleva entrare in città da oriente, occorreva passare per la Porta di Stratò (della quale abbiamo parlato ampliamente in un articolo precedente); la Porta del Gallinaio era utilizzata solo per favorire l’accesso del bestiame e infine c’era la Porta Silana (probabilmente quella di Sant’Agostino di cui ci accingiamo a parlare), che consentiva l’entrata in città a chi proveniva dall’altopiano della Sila (fonte Wikipedia).

Ecco il racconto di Mario Saccà:

«Alla porta di S. Agostino si perviene dopo avere superato un robusto cancello di ferro e un breve percorso fra sterpi e rovi: una barriera fra l’attualità e la storia.

Secondo Luise Gariano il suo vero  toponimo era “Portella” ; la denominazione attuale è dovuta alla presenza del convento di S. Agostino, divenuto poi sede dell’ospedale civile cittadino.

Il suo quartiere di riferimento era S.Nicola di Morano ( o delle Donne)  che si estendeva fino alla fontana e alla Torretta di Cerausto o della Marchesa. La fontana era nel giardino della contessa di Catanzaro ( v. “Catanzaro” di M. A. Teti e G. Rubino), mentre nella Torretta ( dal quale deriva il nome attuale del luogo: “a Turretta” ) alloggiava il corpo di guardia ( v. “Cronica di Catanzaro” di Gariano).

L’ antico ingresso alla città, per quanti venivano dalla parte di Siano, è ancora in piedi anche se grandi fessure della muratura ne preannunciano il prossimo crollo assieme alla piccola cappella che consentiva, a chi entrava o usciva dalla città, di sostare per riprendere fiato o raccogliersi in preghiera (sotto il suo altare fu sepolto uno dei tre martiri catanzaresi del 1823, Pascale).

I muri portanti sono privi di sostegni e difese dagli agenti atmosferici perchè manca, da anni, la copertura.

Anche qui, come un tempo nella scomparsa porta di Stratò, si notano tracce di un indefinibile dipinto murale.

Un breve ed erto percorso consentiva ai “viatori” di arrivare in città dopo avere attraversato l’alveo del torrente Musofalo (il toponimo antico era Conaci); la traccia è ancora ben visibile a chi  guarda dalla strada che conduce al vecchio ponte di Siano , luogo di leggende e tristi suicidi  per i catanzaresi delle vecchie generazioni.

È la terza delle porte di Catanzaro ancora in vita – quella Nord est –  che, malgrado l’abbandono, sembra aggrapparsi allo scoglio dove fu edificata per non scomparire ricordandoci, muta ed inascoltata testimone, di avere vissuto per tanti secoli assieme ai nostri predecessori, compiendo, per di più, un tratto di strada assieme a noi.  Fino a dove potrà farci ancora compagnia se non tendiamo una mano? Molto presto le sue pietre si confonderanno con quelle del torrente sottostante dove sarà difficile raccoglierle. Finirà “sotto il Ponte di Siano”.

Si potrebbe dare un segno di attenzione per restaurare l’ edifico, magari insieme al convento ex ospedale. Si oppongono tre fattori: l’indefinita e mai aperta per essere conclusa definizione della proprietà fra Comune ed Azienda Sanitaria, l’ assenza totale della Sopraintendenza ai Monumenti che “dorme” a Cosenza, i costi, la latitanza della Regione in fatto di politiche di recupero dei centri storici. Se non si incomincia non si può finire e la Portella potrebbe essere il primo avvio di un’operazione che dimostri uno spiraglio nell’ indifferenza generale.

I dati della porta di S Agostino sono stati rilevati, a suo tempo, dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici e ne fu redatta una scheda, riportata in un libro pubblicata dal Ministero competente nel 1979, ministro l’onorevole Antoniozzi, che mise in evidenza i problemi, come ho già ricordato in una nota precedente.

La proprietà risulta essere del Comune di Catanzaro, così come la porta di Stratò e le strade che portano ad entrambi gli edifici partendo dal sottostante torrente Musofalo.

È un contributo alla ricerca delle proprietà comunali dimenticate.

Accanto alla porta vi era  il convento dei frati Agostiniani, anch’esso in notevole stato di degrado.

Chi vuole entrarvi è libero di farlo a suo rischio e pericolo: porte aperte, luoghi abbandonati e quintali di carte d’archivio buttate in una stanza, disponibili per chiunque, malgrado la legislazione sugli archivi ne preveda un adeguato trattamento da parte della proprietà che dovrebbe essere, attualmente, dell’amministrazione ospedaliera.

Ma anche la Sopraintendenza ai Beni Archivistici, che soggiorna a Reggio Calabria, non ha forse potuto verificare lo stato dei fatti per valutare cosa conservare e cosa gettare!

Il caso consente di segnalare il problema contando sulla sua soluzione.

Ma che sarà dell’antico convento dove fu anche sepolto un nostro Vescovo?

Merita anch’esso qualche cenno di storia, anche perché la sua vita è associata a quella della porta della quale si è detto.

Nel 1650, su ordine di papa Innocenzo X, tutti i conventi inviarono a Roma una relazione storico-economica della propria situazione. Copia di tale relazione è conservata presso l’Archivio Generalizio degli Agostiniani a Roma e reca la data del 22 Dicembre 1649.

Vi si illustra, in attuazione dell’accennata bolla pontificia, “lo stato del Convento di S. Maria del Soccorso dell’Ordine degli Agostiniani della Provincia di Calabria”, che viene qui pubblicata per la prima volta.

Esso era “situato dentro la città di Catanzaro in un angolo sopra le mura da una parte e dall’altra dov’è si affacciava della chiesa contigua alla città, e sua abitazione in strada pubblica e frequentata; fu fondato et eretto col consenso ed autorità di monsignor Ascanio Geraldino, Vescovo della Città, nell’anno 1561 il dì 16 Ottobre sotto il pontificato di Pio IV, e la chiesa ha il nome di S. Maria del Soccorso, con cappella, organo, choro e sacrestia con mediocri addobbamenti … il chiostro quadrato, e la clausura tiene otto celle, refettorio grande, cantina, granaro, cucina-dispensa e quattro altri magazzini… et altri servizi , un giardino murato al cancello”.

Nel 1628  ospitava 5 sacerdoti, tre serventi e quattro novizi dei quali si elencano i nomi.

Il priore era un catanzarese Alessandro(?) Mannarino.

I possedimenti ed i censi esigibili costituiscono buona parte della relazione che non contiene altre particolari indicazioni. È straordinario rileggere antichi documenti in presenza dei luoghi cui si riferiscono.

Il convento e la porta esistono entrambi, quest’ultima ancora per poco : seguiranno il destino di altri beni cittadini?

Scriveva il compianto Professor Augusto Placanica che “il passato della Calabria non si mostra, perché spesso, di quel passato non è rimasto quasi nulla… è mancato alle comunità il gusto di guardare e provvedere a un domani più alto”.

Per alcuni aspetti c’è qualcosa che sopravvive a Catanzaro, è un nostro dovere ri-conoscerlo e salvarlo». (La foto è stata scattata da Anna Veraldi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catanzaro, le sue antiche porte e la stupidità di una società che non valorizza i segni del passato

La storia che voglio raccontare in questo articolo è legata ancora una volta alla mia città: Catanzaro.

Più volte ho ribadito come essa sia figlia di un passato millenario i cui resti sono disseminati lungo il territorio, con i suoi vicoli, i suoi monumenti, i palazzi antichi, la conformazione stessa dell’abitato; si ritrovano nelle pratiche ancestrali, che sopravvivono a fatica, spesso grazie agli anziani; nel dialetto, anch’esso sottoposto ad un continuo mutamento.

La città di Catanzaro prosegue così il suo cammino nei meandri dei tempi e delle epoche, avvolta da un’atavica routine e piegata alle contraddizioni di un mondo in continuo cambiamento, che rischia seriamente di risucchiare tutto ciò che non è saldamente e consapevolmente ancorato alle proprie radici e trasformarlo in un territorio senza identità.

Queste stesse considerazioni, le facevo nel 2013, dalle pagine del sito web Catanzaro Live, di cui ero direttore responsabile e precisamente nell’ambito di una rubrica di storia che usciva settimanalmente.

In quell’anno usciva, a firma di Mario Saccà, storico e giornalista catanzarese dalla straordinaria cultura, l’articolo che propongo qui di seguito e che narra la storia di una delle antiche porte della città, la Porta di Stratò, di cui oggi rimangono i resti insieme a quelli della Porta di Pratica, di quella di Sant’Agostino (con annesso un antico convento). Nell’articolo si parla anche delle condizioni in cui versa l’antica struttura, vittima dell’incuria di una popolazione che lascia marcire nell’oblio i segni della sua storia, se essi non sono legati ad interessi di varia natura.

È giusto sottolineare che di recente l’associazione “Catanzaro è la mia città” ha lanciato una petizione per salvare due delle porte rimaste ancora in vita.

Mario Saccà scrive : «Fra le proprietà comunali è accatastata anche la “Portella” o Porta di Stratò, i cui ultimi resti sono visibili a chi percorre, a suo rischio, il sentiero che passa sotto l’ ex edificio del Provveditorato agli Studi  in direzione Ovest. Il muro che delimita il percorso, pende verso il passante ed è attraversato da ampie fessure verticali che ne possono pregiudicare la stabilità. Inoltre un consistente getto d’ acqua che proviene, con buona probabilità, da una delle antiche fonti di Catanzaro citata da Gariani e D’ Amato passa sotto la fondazione ormai “sifonata”. Negli annali dell’ Ufficio Idrografico del Genio Civile, la sorgente è stata tenuta sotto osservazione fino a tempi recenti e la sua portata stabilita in poco più di un litro di acqua al secondo. Ora si perde e finisce nel sottostante Torrente Musofalo diventandone un piccolo affluente.

Ciò che rimane dell’ antico edificio collocato sull’ orlo dell’ altipiano, sul quale fu costruita la prima Catanzaro, protetto dagli orli a strapiombo sui torrenti che la circondavano è parzialmente visibile, molta parte della sua superficie esterna è coperta da edera ed altra vegetazione, mentre all’ interno lo spazio praticabile è pieno di piante di rovo; osservandole si possono intravedere le prospicienti colline di Siano: segno che il muro orientale della chiesetta è crollato. Mancano anche il tetto e parte dei muri perimetrali, alcuni dei quali mostrano segni di deterioramento che ne mettono in forse la stabilità. Alcuni dipinti che un tempo si mostravano all’interno della Portella sono scomparsi assieme alle pareti, di recente, ha detto un abitante del luogo, «hanno portato via anche la piccola croce collocata sul culmine dell’ ingresso».

L’ antica strada che portava al Musofalo non è più visibile: la natura si è impadronita  dello spazio e l’ha ricoperta di verde, conservandola, a differenza di quanto è accaduto alla vecchia e piccola porta della città.

La pubblicazione del Ministero dei Beni Culturali negli anni ’70 aveva già annotato che sull’ area non era stata stabilita alcuna destinazione urbanistica e che i danni del tempo si dimostravano notevoli: solo interventi  di consolidamento della roccia che sostiene l’ edificio e il suo recupero architettonico, avrebbero potuto porre rimedio al degrado. Le condizioni attuali dimostrano che il “miracolo” non si è compiuto.

Stratò è la terza ultima testimonianza della Catanzaro medievale e come le altre, se non si provvede a realizzarne il recupero, sparirà alla nostra vista, già precaria. Se si vuole sostenere ancora la definizione di “centro storico” è la cosa più urgente da fare, magari rinunciando a manifestazioni esteriori e a mercatini senza senso che non rimarranno nella cronaca e nella storia civica».

Sono ancora due le antiche porte di accesso alla città di cui esistono i resti e ne parlerò in seguito. Il tono con cui lo farò sarà quello di un’estrema indignazione per la stupidità e il pressapochismo con cui vengono considerati i preziosissimi segni di un grande passato.

Angela Rubino

La seta: un meraviglioso viaggio alla scoperta delle nostre radici

Siamo noi, oggi i custodi della memoria del nostro lontano passato e a noi va il compito di veicolare i valori autentici e puri che animavano quelle pratiche ancestrali così radicate nel tessuto economico e sociale, fino a divenire parte importante della vita quotidiana di intere comunità. Come l’arte della seta che, con la sua filiera, dalla gelsi bachicoltura, alla trattura, fino ad arrivare alla tessitura, segnò per secoli l’ordinario percorso di vita dei calabresi, trovando in Catanzaro quel punto di massimo sviluppo in un determinato periodo storico.

Come si può gettare nell’oblio qualcosa di così prezioso come la memoria di ciò che eravamo?

Ecco perché in questi giorni, fino alla chiusura del corrente anno scolastico, nel catanzarese si è deciso di unire le forze e rendere i giovani partecipi di questi antichi saperi. Si tratta del progetto didattico “Baco da seta”, che da anni ormai si svolge all’interno della Cooperativa “Nido di seta” di San Floro e che quest’anno si è   si è arricchito grazie alla mia collaborazione in quanto esperta dell’arte serica a Catanzaro, e autrice del saggio “La seta a Catanzaro e Lione” e il Mudas (Museo Diocesano di Arte Sacra) di Catanzaro. L’intento è quello di diffondere la conoscenza della storia locale e, nello specifico dell’antica arte della seta, sottolineando l’immenso valore che questa attività ebbe per Catanzaro e per il suo hinterland soprattutto nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intera area.  

Grazie alla squisita manifattura dei suoi tessuti in seta, la città dei tre colli divenne rinomata in tutta Europa, guadagnandosi l’appellativo di “capitale europea della seta”.

Quest’anno, i ragazzi  che hanno scelto di partecipare al meraviglioso viaggio alla riscoperta di questo eccezionale passato, sono circa un migliaio e si conta di coinvolgerne almeno altrettanti fino alla chiusura di questo anno scolastico. Straordinario è l’entusiasmo con cui studenti e insegnanti si approcciano alla conoscenza dei vari aspetti dell’attività serica: dall’allevamento dei bachi, alla trattura, passando per la storia del legame tra Catanzaro e quest’arte nobile e antica e i meccanismi della tessitura.

Il progetto didattico, che si propone di coinvolgere i partecipanti, rendendoli protagonisti di un’esperienza unica e non solo semplici osservatori, è pensato in modo da riproporre simbolicamente ai visitatori lo stesso percorso che la seta svolgeva in passato.

Si parte dall’hinterland, quindi da San Floro dove oggi, proprio come accadeva in passato, si produce la seta greggia e si coltiva il gelso. Qui, con la preziosa guida di Domenico Vivino, Giovanna Bagnato e Miriam Pugliese, i ragazzi visitano il suggestivo Museo didattico della seta, dove sono custoditi vari cimeli dell’antica arte serica, alcuni preziosi manufatti e dove è presente anche la nuova sezione “Seta dal mondo”. Sempre all’interno della Cooperativa, in una suggestiva cornice rurale, si svolge la visita all’immenso gelseto, all’allevamento dei bachi e si scopre come avviene il magico processo della trattura della seta. Dopo pranzo il percorso prosegue alla volta della “città della seta”, ovvero il luogo dove un tempo convergeva il prezioso filato per essere tessuto nelle numerose filande cittadine.

Qui io illustro ai ragazzi il profondo legame tra Catanzaro e la seta, conducendoli alla scoperta di alcuni dei numerosi luoghi della città, che rivelano i segnali di questo rapporto ancestrale. Passando dal rione Grecìa e dai vicoli Gelso Bianco, alla Giudecca, al Vico delle Onde, al quartiere Filanda, in città sono molti i toponimi che raccontano la storia della “nobil arte”, molti sono quei segni che, nonostante l’incuria, non sono stati ancora cancellati e sono ancora prova tangibile della grandezza di una città che sa destare grande fascino e sa stupire i suoi visitatori.

L’ultima tappa del viaggio è il Mudas, dove l’esperta Antonella Rotundo, guida gli studenti alla conoscenza dei meccanismi della tessitura, illustrandoli mediante l’uso di un piccolo telaio da tavolo e poi rendendo i piccoli visitatori parte attiva degli stessi, con un originalissimo laboratorio, il “telaio umano”, che sta riscuotendo un enorme successo non solo presso gli studenti, ma anche presso le loro insegnanti. Infine, i piccoli visitatori vengono sapientemente introdotti alla scoperta del “prodotto finito”, ovvero i meravigliosi manufatti di grande pregio custoditi all’interno della struttura, testimonianze tangibili del profondo legame tra l’arte serica e il sistema clericale, non solo nei termini meramente artistici, ma anche storico- antropologici.

Oggi, nell’era della globalizzazione, è indispensabile ritrovare le nostre radici e acquisire la consapevolezza della nostra identità storico- culturale. Poi c’è la contaminazione, se vogliamo, con quello che di più buono le altre culture sanno offrire.

Angela Rubino

Esempi della Pasqua in Calabria tra suggestione e mistero

 

Volgendo lo sguardo ai millenni passati, non si può negare che la Calabria sia terra di misticismo, animata da un forte senso di religiosità. I numerosi movimenti monastici che vi si svilupparono, le figure di Santi ed intellettuali che vi si avvicendarono e la presenza di documenti storici di altissimo valore come il Codex Purpureus Rossanensis sono solo alcuni dei segni che denotano questa importante caratteristica della regione calabra che, come ho già sottolineato,  non si è limitata ad essere soltanto una terra di transito tra oriente ed occidente, ma ha fatto da mediatrice ed ha saputo tradurre in sintesi gli elementi della civiltà greco-orientale e di quella latino-occidentale.

Questo forte senso di religiosità è diventato parte integrante della cultura dei calabresi, fino ad influenzarne quasi tutti gli ambiti e si manifesta prepotentemente in occasione di alcune ricorrenze sulle quali in Calabria sembra avere poca presa persino il richiamo ai dettami del consumismo sfrenato. Una di queste è senza dubbio la Pasqua.

In occasione di questa festività religiosa, infatti, si attivano una serie di rituali che irrompono nella quotidianità, modificandola. Cambia il modo di nutrirsi (al Venerdì Santo non si mangia la carne), si preparano dolci tipici da offrire e consumare insieme ad amici e parenti nel giorno di Pasqua, si è indaffarati a preparare il grano da mettere in esposizione la notte del Giovedì Santo in occasione dei Sepolcri. C’è poi da sottolineare lo spirito di collaborazione e di vicinanza tra membri di una stessa comunità che si sviluppa in vista delle numerose rappresentazioni religiose che rievocano la passione di Cristo e la sua resurrezione.

Tali rappresentazioni sono numerose e in alcuni casi possiedono dei tratti davvero unici, affondando le proprie radici nelle culture di quei popoli che dominarono in passato la terra di Calabria.

Il momento della loro realizzazione è magico: sacro e profano sembrano mescolarsi e il primo prende il sopravvento, spargendo i semi di un’intima riflessione che prescinde dal credo religioso e si radica nel campo della meditazione su tematiche universali come il dolore, il sacrificio e l’amore per il prossimo. I segni della cristianità irrompono per le strade e le conversazioni sul quotidiano lasciano spazio al silenzio della meditazione sull’estremo sacrificio di Cristo: questa è la magia di una Calabria che sa fermarsi a riflettere nel pio silenzio dell’adorazione del Signore. Un credo sincero e profondamente sentito alberga nell’animo di questa gente e tutto ciò diventa evidente se si considera il profondo senso di lutto e le lacrime che accompagnano l’evocazione della cattura e crocefissione dei Gesù oppure la scelta di auto flagellarsi per sentirsi più vicini alla sua passione.

In questo articolo riporterò solo alcuni esempi delle manifestazioni religiose pasquali in Calabria. Ce ne sono davvero tante e sono allo stesso tempo simili e fortemente diverse tra di loro.

A Catanzaro, capoluogo di regione e terra dalle antiche origini bizantine, il sostrato greco si manifesta attraverso la denominazione stessa della celebrazione detta “Naca” (dal greco “naché”: “culla”, con riferimento al giaciglio nel quale è adagiato il corpo di Gesù). Essa si svolge il Venerdì Santo e la processione si snoda per le vie del centro storico cittadino, secondo un ordine che vede sfilare per primi gli stendardi, i gonfaloni e le croci di penitenza delle Confraternite cittadine. Gli ordini religiosi seguono le croci, poi la Naca, a cui fa seguito la statua della Madonna addolorata e per finire i fedeli. Il richiamo agli antichi fasti dell’arte serica catanzarese, vuole che la culla dove giace il corpo di Gesù sia adornata di damaschi e seta e circondata da fiori; ai suoi estremi ci sono degli angeli, costruiti in carta pesta, con in mano i simboli della Passione. Tutto l’insieme è dominato da una grande croce illuminata situata alle sue spalle. La visione della culla desta sempre grande emozione nel pubblico ed è comune che le donne anziane non riescano a trattenere le lacrime di commozione al suo passaggio.

“Naca” è chiamata anche la processione del Venerdì Santo messa in scena a Davoli, un centro della costa ionica catanzarese, dove la celebrazione, avvolta dalla suggestione dell’atmosfera notturna, parte alle ore 22.00. Il rituale, che affonda le sue radici nel XV secolo, vuole che la statua di Gesù morto venga condotta per le vie del paese circondata da abeti illuminati da numerose lanterne colorate. L’atmosfera è molto suggestiva e molto toccante e anche l’atteggiamento di grande trasporto con cui viene vissuto l’evento, fin dalla sua preparazione.

Il processo di realizzazione dei piccoli lampioni che andranno ad addobbare gli abeti inizia mesi prima dell’evento e viene curato dai ragazzi del luogo, che s’impegnano affondo in quest’attività, animati da un forte sentimento di religiosità.

Il senso della riflessione sul mistero della vita e del dolore, stimolato dalle celebrazioni come quelle di Catanzaro e Davoli, lascia il posto alla suggestione più forte e più cruda in rievocazioni come quelle che si svolgono a Badolato, cittadina  della costa ionica catanzarese.

Qui la Pasqua viene vissuta con grande trasporto ed è caratterizzata dalla celebrazione di due eventi. Uno è la Processione dei misteri dolorosi, caratterizzata soprattutto dalla presenza dei “Disciplinari”, un gruppo di circa settanta figuranti vestiti di bianco, con corone di spine in testa e cinti da funi, che scelgono di partecipare alla processione, auto flagellandosi le spalle con delle fruste di metallo lunghe circa 40 centimetri (discipline). Si tratta di un antico rituale che queste persone scelgono di svolgere per sentirsi più vicine al dolore e alla passione di Gesù. Essi rappresentano i penitenti e, durante la processione, non possono essere riconosciuti da nessuno, all’infuori del loro responsabile.

Quella dei Disciplinari è una delle forme penitenziali diffuse nelle regioni meridionali, a partire dal XV secolo, dalle “Confraternite dei Disciplinati” e rappresenta uno dei tratti caratteristici di Badolato e dei suoi abitanti, presso i quali, da secoli, abita un intimo senso di religiosità, vissuto con un trasporto davvero unico e suggestivo.

L’altro evento messo in scena a Badolato è “A Cumprunta” , ovvero l’incontro tra Maria , profondamente addolorata dalla perdita del suo unico figlio, e Gesù risorto.

L’evento viene messo in scena il giorno di Pasqua e il compito di curarne l’organizzazione viene da sempre affidato ai frati della Chiesa di San Domenico, antico monastero risalente al XVII secolo.

Un mantello nero, simbolo di dolore, contraddistingue i frati domenicani, che portano la statua della Madonna, anch’essa vestita di nero. Ai confratelli di Santa Caterina viene invece affidata la statua di Gesù.

Molto emozionante il momento della corsa in cui i due gruppi religiosi si lanciano per favorire l’incontro tra la Madre e il Figlio risorto, dopo aver compiuto dei rituali legati alla simbologia dell’evento. Durante questo suggestivo momento, la Madonna perde il suo abito nero, al quale si sostituisce una veste bianca, simbolo della resurrezione di Cristo.

Occorre ribadire che il fascino delle celebrazioni pasquali in Calabria è davvero unico e va ben oltre il mio racconto anche per il numero degli eventi, tra i quali cito soltanto il “Jovi Santu” di Mendicino, straordinaria rievocazione della passione di Cristo, curata nei minimi dettagli e il sanguinoso rito dei “Vattienti” di Nocera Terinese.

Tutti esempi di una cultura fatta di passione e misticismo che trova espressione in questi rituali, a tratti, intrisi di mistero.

Angela Rubino

 

 

 

 

Il genio di Franceso Jerace e il dramma di una Calabria che non sa riconoscerlo

È normalissimo oltre che doveroso organizzare delle iniziative culturali volte a mettere in luce il genio di artisti ed intellettuali. È esattamente quello che ho pensato quando mi hanno contattata da Polistena, cittadina che diede i natali al famoso scultore e pittore calabrese Francesco Jerace, per parlare del noto e celebrato artista insieme ad altri illustri relatori. Cosa che ho fatto con estremo piacere, onorata di sedere a quel tavolo, da dove si levavano, fiere, delle voci che celebravano uno dei tesori della nostra Calabria.

Il merito di aver organizzato in modo eccellente l’evento, che si è svolto sabato 13 febbraio nell’aula magna dell’Istituto Tecnico Industriale di Polistena, è della Pro Loco, nelle persone del presidente, Luigi Ciardullo; del consigliere, Pietro Paolo Cullari, che si sono avvalsi della preziosa collaborazione della storica dell’arte Paola Suppa. La serata, che si è potuta realizzare anche grazie al sostegno della Provincia di Reggio Calabria e dell’Unpli, presieduta da Massimo Cogliandro, ha visto intervenire, oltre che me e la storica dell’arte Paola Suppa, anche lo storico e critico d’arte Gianluca Covelli e il fotografo Silvio Russino, giovane e talentuoso autore della mostra dal titolo “Sguardi su Francesco Jerace” , esposta in modo permanente presso il Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore a Napoli.

Come tutte le volte che sono chiamata a parlare in pubblico, l’emozione era tanta, ma non abbastanza da non farmi intuire che tutti noi eravamo lì, non solo per celebrare le opere e la carriera artistica di uno scultore geniale a cui Polistena ha dato i natali, ma per convincere il pubblico e della sua grandezza.

Ebbene si, se un artista nasce in Calabria e poi gira il mondo, raccogliendo consensi e conferme del suo prestigio, sarà il mondo a rendergliene merito, non la sua terra natia, non i suoi conterranei, per i quali, automaticamente i tesori e le meraviglie si trovano fuori dai confini del “tacco dello stivale”.

Questo atteggiamento non è certo una novità. Tuttavia, ogni volta che lo percepisco rimango sbalordita, quasi incredula. Mi è successo anche in questa occasione, forse perché ero convinta (chissà perché mai) di trovare un pubblico “innamorato” a priori di Francesco Jerace, un figlio di Polistena ricoperto di onori in tutto il mondo per il suo genio artistico. Ero persino timorosa di commettere degli errori e delle dimenticanze che il pubblico avrebbe notato, data la profonda conoscenza dell’argomento.

Ebbene, non era affatto così. A Polistena, Jerace è sicuramente noto, ma non c’è la profonda percezione del suo genio, se non da parte di un gruppo di “illuminati”, di cui fanno parte la Pro Loco e il suo entourage e da cui resterebbe esclusa anche l’amministrazione comunale. Lo scarso interesse del Comune di Polistena per la figura di Francesco Jerace è emerso anche dagli interventi di un discendente dello scultore, animato da un forte rimpianto.

Tutto questo ha dell’incredibile! Pensate, è come se Firenze non riconoscesse i suoi meriti a Dante Alighieri!

Il paragone non è un azzardo. Infatti quando parliamo di Jerace, ci riferiamo ad uno degli artisti più noti e celebrati della fine del secolo decimono e del primo trentennio del successivo. Un artista che seppe elaborare una linea compositiva e stilistica dai tratti originalissimi, mescolando gli echi della scultura classica e il realismo appreso a Napoli, in un rapporto di grande equilibrio.

Non fu di certo un caso se all’esposizione nazionale di Torino, nel 1880, la sua “Victa” vinse un premio di 3000 lire e l’immediata prenotazione di numerose repliche. E non fu sicuramente un colpo di fortuna l’eminente riconoscimento con medaglia d’oro conferitogli a Melbourne nel 1880.

Nel 1891, poi per il nostro conterraneo, giungeva l’invito a far parte della commissione permanente di Belle Arti del ministero della Pubblica Istruzione, un episodio che testimoniava il pieno riconoscimento del prestigio dell’artista. Infine sottolineo il fatto che la Biennale di Venezia, nel 1909, dedicò a Jerace una sala personale nella quale l’artista calabrese espose quindici sculture e sei fra dipinti e disegni.

Per fortuna, gli addetti ai lavori conoscono bene la valenza del genio artistico di Jerace, come hanno dimostrato gli interventi di Covelli e Suppa. Quindi il nome dello scultore si fa strada negli ambienti accademici, divenendo oggetto di studio e di approfondimenti critici. E per fortuna si va anche oltre, visto che le caratteristiche del suo genio creativo, molto attento ai particolari, hanno conquistato Silvio Russino, tanto da far ricadere la sua scelta proprio su Jerace, nella realizzazione del suo reportage. Un lavoro che emoziona e stupisce, per la tecnica innovativa impiegata e anche perché trasmette tutta l’ammirazione del fotografo verso lo scultore.

Nel 1909 Jerace scriveva: « Patisco d’amor patrio, soffro di sentimentalità per il glorioso nostro passato, mi cruccio dell’abbandono in cui siamo caduti e tenuti… e specialmente cerco di far apparire nobile, grande e bella la nostra Calabria, anche quando è giustamente accusata».

E come potremmo non accusare noi stessi di non saper riconoscere il bello da cui siamo circondati e a cui non sappiamo dare valore.

Angela Rubino

“Nido di seta”, quando la crescita della Calabria passa dalle sue tradizioni millenarie

Un legame profondo, quello tra Catanzaro e l’arte della lavorazione della seta, il cui pensiero, fino a qualche tempo fa, sembrava ricondurci ad un passato lontano, ad una dimensione legata ad un’antica tradizione che nulla ha a che fare con l’epoca odierna. Oggi qualcosa è cambiato.

Se è vero che nel cuore della città dei Tre Colli diventano sempre più rari e nascosti i segni più tangibili del glorioso passato legato alla “nobil arte”, al contrario nell’hinterland si muove qualcosa e si pensa ad un progetto dai tratti ambiziosi, ma non utopistici, che possa favorire la tutela e la valorizzazione delle antiche tradizioni legate all’attività della gelsi bachicoltura, trasformandole in un vero e proprio mestiere.

A San Floro, piccolo borgo collinare del catanzarese, importante centro di produzione della seta greggia in passato, un gruppo di giovani ha dato vita alla cooperativa agricola “Nido di seta”.

Il progetto scaturisce da un’iniziativa nata nel 1998, quando il Comune di San Floro, nella persona dell’allora sindaco Florino Vivino, ha voluto riscoprire quest’antica tradizione, avviando un progetto sperimentale che ha avuto una vasta eco a livello regionale, nazionale ed internazionale. In tale contesto furono piantate circa 3.500 piante di gelso di varietà Kocusò, (il baco si nutre solo ed esclusivamente di foglie di gelso). Oggi la cooperativa “Nido di Seta” ha deciso di riabilitare questo progetto, facendo della gelsibachicoltura la sua attività principale. Ad essa si affiancano la tintura con coloranti naturali, la creazione di tessuti semplici e la preparazione di gustose marmellate di more di gelso.

«Pensiamo sia di vitale importanza la divulgazione di alcuni valori come la tutela del paesaggio e dell’ambiente, al fine di promuovere lo sviluppo del territorio» ha affermato Domenico Vivino, fondatore di “Nido di seta” insieme a Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato.

«Le nostre parole chiave sono ritorno alla terra, ai suoi frutti, ai suoi valori, alle tradizioni, alla cultura del territorio. Quest’ultima – prosegue Domenico – intesa non come bandiera egemonica, ma come una risorsa, si da tutelare, ma anche da condividere e miscelare per allungare la nostra “profondità di campo”. I giovani e la scuola, di ogni ordine e grado, sono i nostri primi interlocutori, perché solo attraverso la cultura, sulle ali della giovinezza, può partire il riscatto della nostra Calabria».

Tra le attività proposte dalla cooperativa ai visitatori ci sono dei percorsi guidati alla riscoperta delle varietà di piante della macchia mediterranea, tra cui ovviamente il gelso.

È possibile, inoltre, toccare con mano le diverse fasi di creazione della seta, partendo dall’osservazione dei bachi, per arrivare alla trattura, ovvero il processo mediante il quale il filo di seta viene tratto dal bozzolo.

Infine merita un cenno il Museo didattico della seta, dove è possibile, tra l’altro, ammirare diversi cimeli della storia dell’arte serica, come antichi manufatti e vecchi telai.

Per quanto tutto questo sembri già abbastanza, non lo è. Infatti i tre ragazzi seguono un percorso di crescita continua, che li porta a confrontarsi con realtà nazionali,  internazionali e non solo. Di recente, infatti, Miriam e Domenico si sono recati nel sud-est asiatico, ad arricchire le proprie conoscenze nel settore serico mediante il confronto con le maestranze thailandesi. Un viaggio tra tradizione e innovazione, a diretto contatto con popolazioni che da millenni svolgono le attività legate alla lavorazione della seta. Usi e costumi lontani e diversi da quelli delle civiltà occidentali e tradizioni millenarie, che sopravvivono come parte integrante del tessuto sociale ed economico, si sono schiusi agli occhi dei due giovani mentre attraversavano l’entroterra del sud-est della Thailandia, passando per i villaggi di Kapcho, Surin, Khonkhaen, principali centri serici del paese.

Quest’ultima cittadina è anche la sede di un importante festival internazionale della seta, con espositori provenienti da tutta l’Asia. Un’occasione che Miriam e Domenico non potevano perdere. Così anche la seta del piccolo borgo catanzarese ha fatto parte della prestigiosa esposizione.

Un’esperienza fatta di scambio di saperi e destinata a proseguire mediante un gemellaggio tra “Nido di seta” e il Centro Di Bachicoltura di Khonkhaen.

Anche il Museo Didattico della Seta, gestito dalla cooperativa, sarà il riflesso di questo nuovo percorso, con una sezione interamente dedicata alla seta nel mondo, che si arricchirà con costumi e strumenti tipici e anche di una mostra fotografica e multimediale sul viaggio in Thailandia.

Il cammino di confronto e collaborazione avviene anche nei confini regionali. Dalla collaborazione con la bottega artigiana della ceramica squillacese “Deco Art”, nasce infatti la linea di gioielli “Nico”, che unisce l’arte della ceramica a marchio DOP di Squillace con l’antica tradizione della seta.

Con il contributo dell’artista italo-argentina AlchiMia, nasce poi la combinazione dell’originale tecnica giapponese di cottura della ceramica  detta Raku, e del prezioso filato serico, che ha portato alla creazione della linea di gioielli detta Siraku.

Infine la valorizzazione e la promozione del territorio, con il progetto didattico “Per Filo e per Segno”, nato grazie alla collaborazione della bottega “Deco Art” e del Parco eco-esperenziale Orme nel Parco. Un’iniziativa che si propone di far conoscere la storia, le attività della millenaria cultura calabra e le straordinarie risorse paesaggistiche della regione agli allievi delle scuole del sud Italia, con un itinerario di tre giorni che li porterà a vivere in prima persona delle esperienze uniche nelle realtà di riferimento.

“Nido di seta”, insieme ad altre realtà che stanno nascendo all’insegna della valorizzazione di usi, costumi e risorse del territorio e della loro trasformazione in valore, è il simbolo della crescita di una nuova Calabria, che vuole riprendere in mano il suo futuro, infrangendo schemi e cliché che per secoli hanno imprigionato le menti dei meridionali.

Angela Rubino

 

 

 

“Animas, nido di seta”, quando l’arte antica diviene simbolo di dialogo tra presente e passato e tra anime affini

Il passato come prezioso emblema di una vita che, nel suo mutare diviene qualcos’altro rispetto alle origini, ma che non può prescindere da esse. In sintesi, è questa la mia idea della storia e di tutto quello che ad essa si lega, come le tradizioni, gli usi, i costumi.

Le origini sono quel qualcosa da cui tutto ha inizio, quel qualcosa che può spiegare il perché di tutto ciò che, nei millenni, è stato reiterato più e più volte, fino a divenire parte integrante della vita di intere comunità. Dunque il passato è il fondamento della nostra esistenza e se non si cerca di conoscerlo e comprenderlo, si rischia di vivere senza la piena consapevolezza del proprio presente, come se il senso profondo di ciò che ci circonda non esistesse e tutto non avesse un senso ben preciso.

Passato e presente, dunque, sono due dimensioni che devono coesistere e mescolarsi perché ci sia il giusto equilibrio dentro e fuori di noi.

Questo equilibrio, insieme al fascino dei rituali antichi del mondo femminile, rivive nell’opera “Animas, Nido di Seta”, dell’artista sarda Jole Serreli, un’installazione in concorso alla VII edizione del Premio Internazionale Limen, nella sezione “Giovani artisti italiani e contemporanei”, curata da Lara Caccia.

La mostra, ospitata all’interno del suggestivo Complesso Valentianum, sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia, si è aperta lo scorso 19 dicembre e si protrarrà fino al 14 febbraio 2016.

Volontà dell’artista è stata quella di creare la sua installazione con dei filati che ricordassero le tradizioni del luogo. La scelta è stata inevitabilmente la seta, la cui lavorazione è un retaggio della dominazione bizantina.

La diffusione di quest’arte in Calabria risale al VI secolo e da subito essa divenne una delle attività principali per l’economia della regione, giungendo ad alti livelli di qualità.

Tra le città calabresi, Catanzaro si distinse per la straordinaria pregevolezza dei tessuti prodotti. Una caratteristica che le procurò fama e gloria in tutta Europa.

Proprio dall’hinterland di Catanzaro, più precisamente da San Floro, giunge il prezioso filato di cui si compone l’opera della Serreli. Così come l’artista ha coniugato nella sua installazione il linguaggio rappresentativo dell’arte contemporanea e quello legato ai tratti salienti del passato, a San Floro si realizza la mescolanza tra presente e passato, mediante la scelta coraggiosa di tre giovani che hanno scelto di ritornare ai valori delle tradizioni. “Nido di Seta” è la Cooperativa Agricola creata da Domenico Vivino, Miriam Pugliese e Giovanna Bagnato, che hanno ripreso la filiera della seta, dalla gelsi bachicoltura alla creazione e tintura dei tessuti.

Un connubio perfetto quindi, tra anime affini che riconoscono nei riti ancestrali del passato, una realtà preziosa, da celebrare ed omaggiare. Anime che vedono nel ritorno al passato un valore e non uno sterile rimpianto; una spinta propulsiva al cambiamento che si attua con piena coscienza di sé e della comunità a cui si appartiene, non un’immobile rappresentazione di ciò che era.

Jole Serreli è un’artista profondamente legata al mondo delle origini, che da lei viene esplorato e mutato nella misura in cui la sua ispirazione e la sua tecnica artistica lo richiedono. L’opera “Animas, nido di seta” si nutre di un linguaggio nuovo, la cui elaborazione nasce dal profondo legame con un’arte millenaria.

Il progetto “Nido di Seta” nasce dall’intimo sentimento di appartenenza alla terra di Calabria e diviene la spinta al cambiamento, l’esempio di uno sviluppo possibile a partire dalle attività profondamente legate all’identità del territorio.

In conclusione, ciò che siamo è frutto di un percorso pregresso e per divenire davvero consapevoli del nostro presente e per attuare un cambiamento, è necessario conoscere questo tratto di un viaggio che magari non abbiamo compiuto personalmente, ma che è comunque parte di noi.

 

Angela Rubino   

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