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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Tra presente e passato

“Come una volta …Il Natale nel cuore antico di Catanzaro”, un’iniziativa per rivivere i valori e le atmosfere della tradizione

Sarà un Natale di certo particolare, quello alle porte e con l’auspicio che presto supereremo questo difficile momento, l’associazione CulturAttiva, con la collaborazione del cantastorie Andrea Bressi e dello staff di Le Slurperie Bistrot, vuole riscoprire le atmosfere ed i valori più autentici di questa festività, mediante l’iniziativa “Come una volta …Il Natale nel cuore antico di Catanzaro”, prevista per domenica 13 dicembre, che vuole ripercorrere alcune delle tappe fondamentali del Natale tradizionale catanzarese di mezzo secolo fa, riscoprendo un’identità collettiva fatta non solo della storia più antica legata alle origini dei luoghi parte dell’itinerario, ma anche di tradizioni molto sentite nel passato recente.

L’itinerario scelto ripercorre le orme degli antichi “pasturari”, ovvero i  venditori di pastorelli di terracotta. Una tradizione che caratterizzava il Natale fino a circa mezzo secolo fa e vedeva emergere la creatività e la maestria di numerosi artigiani che per l’occasione realizzavano i caratteristici pastorelli da porre all’interno del presepe e li vendevano, allestendo per l’occasione delle bancarelle in determinati punti del centro storico cittadino.

Assieme alle sonorità tipiche del periodo tra le quali emergeva con forza quella della zampogna; ai sapori e i culti religiosi, il Natale di una volta assumeva i colori di una tradizione a tratti dimenticata, ma che è appartenuta alla collettività e ad essa va restituita come ideale patrimonio da custodire, come ulteriore elemento identificativo di una storia che va promossa e valorizzata.

Per la realizzazione dell’iniziativa, che si svolgerà nel pieno rispetto di tutte le normative anti contagio da Covid19, l’associazione CulturAttiva vede la collaborazione del cantastorie Andrea Bressi, che curerà la parte dedicata ai suoni, canti e proverbi della tradizione catanzarese e dello staff di Le Slurperie Bistrot che offrirà un aperitivo a base di crespelle e  vino, da consumare “alla giusta distanza” e secondo le normative in vigore.

L’iniziativa è a numero chiuso, perciò è obbligatoria la prenotazione, chiamando il numero 339 6574421.

È obbligatorio l’uso della mascherina, il mantenimento della distanza interpersonale di almeno 1,5 metri e la periodica igienizzazione delle mani.

ITINERARIO 

ORE 10.00: Ritrovo davanti alla statua del Cavatore eaccoglienza

ORE 10.30: Inizio tour con la partecipazione del cantastorie Andrea Bressi

ORE 10.35: Largo prigioni

ORE 11.10: Chiesa dell’ Immacolata /Palazzo Morano

ORE 11.35: Antico quartiere Giudecca

ORE 11.45: Palazzo Fazzari (esterno) / Targa commemorativa George Gissing 

ORE 11.55: Chiesa del Rosario(con statua S. Lucia)

ORE 12.10:  Tappa a Le Slurperie Bistrot  per vino e crespelle

ORE 12.20: Chiesa San Rocco conclusione tour e saluti

Tour esperienziale “Squillace, le sue ceramiche, la sua storia”

L’associazione CulturAttiva prosegue il suo percorso di promozione e valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale del territorio calabrese con la proposta di un tour esperienziale alla scoperta di un grande centro di cultura, arte, spiritualità: il borgo di Squillace.

Il tour, che si svolgerà domenica 13 settembre, partirà da piazza Duomo, dall’imponente Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, per poi proseguire alla scoperta dell’antico borgo, in cui tangibili sono i segni delle passate dominazioni che si susseguirono alla guida della cittadina la quale, sul finire del XV secolo fu eretta a principato, passando sotto l’egemonia della potente casata dei Borgia. Antiche chiese, monasteri, palazzi e portali, abbelliti da stemmi nobiliari testimoniano questi passaggi storici, insieme all’imponente castello edificato dai normanni nel 1044 e poi rimaneggiato nei secoli seguenti.

Non può mancare la visita ad una delle botteghe dei maestri ceramisti di Squillace, che da millenni praticano l’arte della ceramica, dando vita a splendide creazioni che hanno ottenuto il marchio DOC. Accolti nell’atelier della ceramica Decò Art, l’artista Tina Gallo ci farà vedere dal vivo la tecnica del graffito che affonda le sue radici nella cultura bizantina.

Il borgo di Squillace è un luogo molto suggestivo e si presta anche a fare da cornice ad alcuni “momenti a sorpresa” caratterizzati dal coinvolgimento dei partecipanti nell’ambito di piccoli spazi motivazionali ispirati al recupero delle proprie radici e svolti secondo le tecniche dello yoga della risata, che saranno curati dalla Cooperativa “L’isola che non c’è”, partner dell’evento insieme all’associazione Terre Ioniche.

L’iniziativa si svolgerà nel pieno rispetto delle norme anti-Covid.    

PROGRAMMA – DOMENICA 13 SETTEMBRE

ORE 10.00: Incontro nel piazzale antistante la cattedrale

ORE 10.15: Inizio tour esperienziale

ORE 11.30: Visita all’atelier Deco’ art accolti dall’artista Concetta Gallo

ORE 12.10: Visita al Castello

ORE 13.00: Saluti finali con “momento sorpresa”

COSTO: 13 euro

PER INFO E PRENOTAZIONI: 339 6574421 *Possibilità di pranzo a prezzo agevolato presso ristorante convenzionato

Evento sulla Chiesa di Sant’Omobono:profondi spunti di riflessione sul recupero della nostra storia

Un pomeriggio all’insegna della cultura, ricco di emozioni e di preziosi spunti per vivere nel nostro territorio come cittadini attivi e consapevoli.

Elementi che hanno decretato il successo dell’evento “Sant’Omobono, una lettura della chiesa nella storia urbanistica della Catanzaro medievale”, svolto nel pomeriggio di sabato 22 febbraio, all’interno della suggestiva chiesetta medievale ubicata in via De Grazia.

Organizzato dall’associazione CulturAttiva, in collaborazione con l’azienda Antichi Tessitori, l’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace e l’Arciconfraternita di San Giovanni, l’incontro ha visto anche la presenza di S.E. Monsignor Antonio Cantisani, Arcivescovo emerito dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, a cui va il merito di  aver acquistato, nel 1999, la chiesetta medievale di Sant’Omobono dai privati ai quali era stata venduta nel 1827,  per restituirla alla comunità, non prima però di avviare approfondite indagini scientifiche per indagarne le origini e la valenza storico-archeologica. “Fui spinto dall’amore per la cultura – ha spiegato Mons. Cantisani -. È stato un gesto doveroso nei confronti della città, di coloro che amano la cultura ed è stata una decisione condivisa che ha anche nobilitato la Chiesa, dimostrando l’amore per il recupero e la valorizzazione dei beni culturali”. Lo spirito attivo, lungimirante e profondamente colto e saggio di Monsignor Cantisani è emerso in vari momenti durante il suo intervento, sia mediante le riflessioni sulla storia della città e della chiesa di Sant’Omobono che rimandano ad un’epoca di transizione dalla cultura greco – bizantina a quella latina in una città che “per ritrovare se stessa e la sua identità deve guardare ad oriente, oltre che ad occidente”; sia nelle riflessioni sull’importanza della consapevolezza della propria storia, affermando che “ non si può progettare un futuro a misura d’uomo se non si possiede la propria identità culturale”.

 “Anche questo evento s’inserisce a pieno titolo nella mission che CulturAttivasta portando avanti con tanta passione sul territorio – ha affermato Angela Rubino, presidente dell’associazione – che è sostanzialmente quella di metterne in luce la storia complessa ed affascinante, ponendo come sempre l’accento sulla necessità di diffondere la conoscenza della nostra storia, rispetto alla quale c’è poca consapevolezza”.

L’evento è entrato nel vivo con la relazione, sapiente ed esaustiva, dell’archeologo Tommaso Scerbo, sulla complessa storia della chiesa di Sant’Omobono e l’analisi del contesto urbanistico e socio-culturale nel quale essa si innestava.

Meraviglioso esempio di “sincrasi” e dunque di incontro di due culture, quella normanna e cattolica e quella greco – bizantina, sorta in un’epoca che segnava il passaggio dalla dominazione bizantina a quella dei normanni, la chiesa di Sant’Omobono lascia aperti molti interrogativi sulle sue origini e si pone come una preziosissima traccia di un contesto urbanistico ormai scomparso, quello della Catanzaro medievale.

Tommaso Scerbo, con il supporto della preziosa mappa redatta dall’ing. Gattoleo nel XIX secolo, recuperata dagli archivi di Napoli e citando gli studi condotti da autorevoli studiosi tra cui la professoressa Emilia Zinzi e l’archeologo Francesco Cuteri,  ha evidenziato che l’edificio non nasce come luogo di culto (tesi sostenuta proprio dal prof. Cuteri) e che si ergeva su due o più piani, con la presenza, probabilmente, di una guarnigione militare al piano inferiore e persino di una fontana. L’edificio si presentava dunque in maniera molto diversa da oggi e poteva essere identificato come una torre-cappella (vista la presenza di una cappella al piano superiore, evidenziata dal ritrovamento di alcune sepolture), una torre palatina o una residenza privata, presumibilmente di proprietà dei conti di Loritello. L’uso originario dell’edificio, che era aperto su tutti e quattro i lati, non è chiaro, ma probabilmente si trattava di un luogo di pubblica utilità: un mercato di merci particolari oppure un luogo dove si amministrava la giustizia.

Nel XIV secolo l’edificio diviene una chiesa e si sceglie di dedicarla a Sant’Omobono, Santo cremonese protettore dei sarti e dei mercanti di stoffe e tra il XVII e il XVIII secolo l’edificio sacro diviene la sede della Confraternita dei sarti.

Grande era il legame della città con il settore della manifattura tessile e con l’arte sartoriale e molto potenti erano le Confraternite alle quali ogni categoria professionale faceva riferimento, ciascuna per il proprio settore.

La scelta di dedicare la chiesa a Sant’Omobono e di renderla sede della Confraternita dei sarti, fa di questo edificio anche il simbolo di quell’intimo e profondo legame della città con il settore tessile, con particolare riferimento all’arte della seta, attività che raggiunse punte di eccellenza, rendendo famosa la città in tutta Europa e che per secoli costituì la principale fonte di benessere economico della città di Catanzaro.

Un’eredità storica di grande rilievo che ancora oggi può costituire un importante elemento di crescita, se si decide di intraprendere azioni imprenditoriali basate sul recupero della propria identità storica. È una riflessione emersa con l’intervento di Luigi Tassone, titolare dell’azienda Antichi Tessitori, che basa il proprio cammino proprio su questi principi, attivandosi anche sul territorio con la promozione di eventi culturali volti a diffondere la conoscenza della storia e della cultura locale e ponendosi, di fatto anche come polo culturale, oltre che semplice azienda commerciale.

A suggellare l’evento, i saluti di Mario Cristiano, priore dell’Arciconfraternita di San Giovanni, che non solo ha contribuito alla realizzazione e alla riuscita dell’evento, ma più in generale, porta avanti un vero e proprio percorso di promozione e valorizzazione della chiesetta di Sant’Omobono.

Tiriolo: millenaria terra tra i due mari

La Calabria è una terra misteriosa e per certi versi unica. Una terra tutta da scoprire ed ogni scoperta regala intense emozioni.

Uno dei suoi tratti unici è sicuramente il fatto di essere un lembo di terra sospeso tra due mari: il Tirreno e lo Ionio. Esiste un luogo, in provincia di Catanzaro, dal quale i due mari possono essere ammirati in contemporanea. Questo luogo è Tiriolo.

Come guida turistica abilitata, ho deciso di proporre a chi vorrà vivere un’esperienza unica, la conoscenza di questo luogo magico, sospeso tra storia e leggenda. Il tour partirà da Catanzaro (piazzale antistante il Benny Hotel, in prossimità dell’incrocio prima di intraprendere il Viadotto Morandi), alle ore 16 del 21 agosto 2019.

Perchè ho scelto Tiriolo

Il  fascino di questo borgo situato in posizione panoramica a 650-850 m s.l.m . è indiscusso. Esso possiede un centro storico ben conservato, testimone di millenni di storia e di antichi popoli che si avvicendarono, popolando l’antico insediamento, le cui stradine tortuose si snodano lungo le pendici della collina dominata dal castello: greci, brettii, romani, bizantini.

Nel borgo si respira un’atmosfera genuina ed intrisa di antichi saperi e tradizioni millenarie che ancora sopravvivono, figlie di una cultura antica e fortemente radicata. Tra queste: la tessitura, tra i cui prodotti spiccano i caratteristici scialli denominati “vancali” e poi ancora la lavorazione della ceramica, la liuteria e la gustosa tradizione enogastronomica.

Un luogo da sogno che restituisce le testimonianze delle sue vite passate e rende più ricco ed interessante il tempo presente.

L’Antiquariumo civico di Tiriolo è lo scrigno che conserva alcuni questi ritrovamenti. Tra di essi la tomba a camera brettia risalente al  IV/III  secolo a.C. e rinvenuta in località Castaneto, la copia del celebre Senatus Consultum de Bacchanalibus, la tavoletta in bronzo del 186 a. C., secolo con inciso il decreto romano che vietava i culti in onore del dio Bacco, rinvenuta a Tiriolo nel 1640 e custodita al Museo di Vienna. Inoltre si può ammirare una nutrita collezione di reperti rinvenuti nel territorio di Tiriolo.

E poi l’area archeologia Gianmartino, con il Palazzo dei Delfini, risalente al IV/III  secolo a.C e portato alla luce con la campagna di scavi del 2015.

Il polo museale di Tiriolo custodisce anche una ricca collezione di costumi tradizionali, che le donne di Calabria confezionavano da sé per abbigliarsi nella vita quotidiana e nelle varie occasioni della vita sociale.

Dopo la visita al museo, la risalita del cuore del centro storico, verso una meta davvero speciale: il ristorante I Due Mari, dalla cui terrazza si può godere una vista mozzafiato ed unica nel suo genere perché in nessun altro luogo in Italia è possibile ammirare contemporaneamente i due mari che bagnano le coste di una parte della penisola italiana.

In questo luogo, sarà possibile non solo degustare le specialità del luogo, ma anche ascoltare il racconto di suggestive leggende legate alla millenaria storia del territorio. A narrarle saranno Loredana Turco e Silvana Franco, autrici del volume “Legendabria, leggende di Calabria” (Publigrafic, 2018).

Un pomeriggio davvero unico, quindi. Un’esperienza tutta da vivere che colorerà le vostre vacanze in Calabria. (Per info e prenotazioni, chiamare il numero 339 / 6574421)

Angela Rubino

“Solo per colpa di essere nati”, Catanzaro da antica città dell’accoglienza a cuore pulsante di profonda riflessione

Nella giornata della Shoah, la città di Catanzaro si apre ad un profondo momento di riflessione su una delle pagine più vergognose, complesse e dolorose della storia dell’umanità e lo fa proponendo un grande evento espositivo dal titolo “Solo per colpa di essere nati”.

La mostra, il cui titolo è scaturito dalle parole della senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento di Aushwitz e testimonial dell’evento, è ospitata nel Complesso monumentale del San Giovanni ed è stata promossa dalla 4culture Srls, ideata dalla E-bag Srl e sostenuta dalla Regione Calabria. L’iniziativa, inoltre, ha ottenuto il patrocinio della Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), della Fondazione Museo della Shoah di Roma, dell’assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro e dell’Ufficio Scolastico Regionale della Calabria e la partnership con la Soprintendenza speciale archeologica Belle Arti e Paesaggio di Roma.  

Per l’inaugurazione è stata scelta la data del 27 gennaio, in cui si celebra la Giornata della Memoria e anche quella della chiusura dell’evento, il 25 aprile, è altamente significativa. Alla conferenza di presentazione hanno preso parte: Salvatore Bullotta, per conto della Regione Calabria – Assessorato alla Cultura; Ivan Cardamone, vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro; Simona Cristofaro di 4Culture; Andrea Perrotta della E-bag e  la dottoressa Maria Marino, che ha portato i saluti istituzionali per conto dell’Ufficio Scolastico Regionale. Ha moderato l’incontro il giornalista Domenico Iozzo.

La mostra, curata da Francesca Barbi Marinetti, nipote del celebre fondatore del movimento futurista, si compone di 28 opere dell’artista italoamericano Frank Denota ed è arricchita da contenuti multimediali e storico – scientifici,  questi ultimi curati da Daniel Fishman, direttore del bollettino Comunità Ebraica di Milano.

Oltre al cuore pulsante, che comprende anche un approfondimento dedicato al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, nel cosentino, l’evento comprende una serie di eventi collaterali che si focalizzano sulla storia locale: “34/TEMPODI GUERRA/44. Gli eventi bellici e la città di Catanzaro”, una mostra di antichi documenti curata dall’arch. Oreste Sergi ed ospitata all’interno dell’archivio storico comunale e “Peter Eisler-Era solo un bambino”, la mostra fotografica allestita all’interno del Museo Archeologico e Numismatico Provinciale di Catanzaro e firmata da Saverio Russo.

Un evento dunque volto a mantenere viva la memoria di un orrore che si perpetrò anche ai danni di bambini innocenti, un particolare molto caro all’artista che dedica molto spazio ai piccoli ebrei vittime del delirio nazista. L’arte come potente mezzo di denuncia e risveglio delle coscienze, con un linguaggio, quello della street-art e della multimedialità, che mira a raggiungere le menti e i cuori dei più giovani.

Proprio in occasione di questo evento, che apre una finestra sulle persecuzioni rivolte al popolo ebraico, è giusto sottolineare uno dei valori che da sempre anima la città di Catanzaro, che è quello dell’accoglienza. Tante le etnie che popolavano la città e tra queste gli ebrei, stanziatisi volontariamente in quella parte della città, oggi corrispondente all’area che, su Corso Mazzini, si estende all’altezza dello storico Caffè Imperiale e che prese il nome di Giudecca, la quale ancora oggi, con i suoi vicoli strettissimi ci ricorda la loro presenza, sia come abitanti del luogo che come lavoratori. Nelle loro botteghe ricche di mercanzie, spiccavano quei pregiati drappi di seta che essi impararono a confezionare con eccezionale perizia, divenendo gli unici a donare loro il colore derivante dall’indaco.

Notevole fu l’impulso che gli ebrei, giunti in città nel lontano 1073, diedero alle attività artigianali con la loro grande capacità organizzativa ed imprenditoriale. A loro si deve il perfezionamento della Nobile Arte della Seta, attività che era alla base del benessere economico della città.

Una città che lasciava loro la libertà di muoversi all’esterno della Giudecca (la città di Catanzaro, insieme a quella di Ferrara si distinse in Italia per questa caratteristica, come ricorda lo storico Mario Saccà) e che cercava di proteggerli dalle leggi reali, come nel caso della richiesta di dispensarli dai provvedimenti contro l’usura nel XV secolo.  

Oggi, insieme alla riflessione sugli orrori e le persecuzioni basate su qualsiasi diseguaglianza, ricordiamo con orgoglio le nostre radici ed opponiamoci con forza a qualsiasi barlume di pregiudizio, affinché ciò che è stato non possa mai più ripetersi.

Angela Rubino

“Lamagara” a Catanzaro: se l’ultima strega fosse l’ emblema di una città che rinasce?

Storie spesso sconosciute, quelle di Calabria, intrise di mistero e suggestione, che meritano di essere raccontate per permetterci di ritrovare la nostra identità collettiva e l’importanza delle nostre radici, l’unica via per il riscatto della nostra terra.

Elevare Cecilia Faragò a simbolo di forza, coraggio, autenticità, energia e attaccamento ai valori più puri della cultura popolare di Calabria, in un giorno di riflessione sulla condizione della donna, è stata a mio avviso una scelta più che mai vincente, che porta i calabresi a posare lo sguardo sulla propria storia e su quei personaggi che, pur non essendo alla ribalta di uno scenario sempre più globalizzato, hanno saputo sfidare le regole di una società fatta di pregiudizi, cambiando il corso della storia.

Il fortunato monologo teatrale “Lamagara”, interpretato da Emanuela Bianchi e scritto dalla stessa attrice e antropologa insieme ad Emilio Suraci, vincitore nel 2104, del premio della critica“Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma, si è rivelato un’alternativa di spessore a quanto di consueto viene proposto nella giornata dell’8 marzo.  

Il merito di questa scelta va al collettivo che anima il progetto ZTL (Zona Transitoriamente Libera), nato per promuovere un percorso di rinascita e riappropriazione delle aree urbane della città di Catanzaro, mediante iniziative culturali e di intrattenimento. Un percorso che ha il sapore di una sfida, lanciata ad una città che, a dirla tutta, pare rispondere abbastanza bene.

Lo spettacolo di Confine Incerto, infatti, proposto al Nuovo Supercinema alle 20.30 e in replica alle 22.00 piace, incuriosisce ed emoziona.

Quella di Cecilia Faragò, è una storia che ha affascinato vari scrittori ed artisti ( di recente è stata anche girata una pellicola ispirata a questa vicenda). Il testo di Bianchi e Suraci è stato ripreso dal volume “L’ultima fattucchiera”, di Mario Casaburi, (edito da Rubbettino), nel quale viene riportato l’epistolario del giovane avvocato Giuseppe Raffaelli, che difese la Faragò dalla falsa accusa di stregoneria. Una documentazione grazie alla quale  Emi Bianchi riesce a costruire il profilo di Cecilia Faragò e a restituirlo in chiave artistica mediante una straordinaria interpretazione.

I fatti narrati si svolsero nel XVIII secolo tra Zagarise, che diede i natali alla donna e Simeri Crichi, dove visse da sposata. A conferire complessità e pathos alla vicenda, contribuisce il contesto storico sociale in cui essa si svolse, dominato da un distorto sentimento di religiosità che pervadeva le menti della gente dell’epoca, generando timore, ipocrisia, sottomissione e fatalismo. Fattori che finivano per alimentare la spietata avidità del clero. Era l’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista di potere e ricchezze veniva eliminato.

Cecilia, donna forte, indipendente, legata alle sue radici ed animata da un grande amore per la sua famiglia, viveva in un’epoca in cui le donne erano considerate inferiori all’uomo e senza diritti, ma con il dovere di adeguare la propria esistenza a rigidi schemi. Quando il destino le strappò via prima il marito e subito dopo il figlio, Cecilia divenne fragile ed esposta alle violente e meschine sopraffazioni di chi volle accusarla ingiustamente per appropriarsi dei suoi beni.

Lei, che amava cantare nei boschi e conosceva le proprietà curative delle erbe, fu accusata di stregoneria e di omicidio ed arrestata sulla base di prove fittizie ed assurde congetture.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli, a salvarla dal suo destino. Egli , appena ventenne, fu certo nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa.

Il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

Cecilia Faragò fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie e quell’evento storico si svolse nella sede della Regia Udienza di Catanzaro.

Lo spettacolo descrive abilmente le caratteristiche del contesto in cui si svolsero i fatti, restituendolo attraverso le parole e i gesti della protagonista. Abilmente, Emi Bianchi, che fa suo lo spirito battagliero di Cecilia Faragò e la sua saggezza, il suo sgomento di fronte all’ipocrisia di chi bussava alla sua porta chiedendo i suoi servigi e poi non esitò a puntarle il dito contro.

Nenie nella lingua dei nostri nonni e immagini di vita familiare intrise di un’antica tenerezza, il fatalismo contro il coraggio e la smania di infrangere i dettami di una cultura in cui religione è spesso sinonimo di servilismo. Questi alcuni degli “ingredienti” di uno spettacolo affascinante e profondo che riesce a superare la sua stessa natura di monologo teatrale per la grande dinamicità che l’attrice sa donare alla scena, senza mai annoiare, calandosi nei panni di vari personaggi e anche grazie all’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio. (Foto di Marzia Lucente)

Angela Rubino

L’antico Tryoros e la ribellione del suo popolo che celebra i suoi “Bacchanalia 2200 anni dopo”

Il suo nome deriverebbe dal greco Tryoros, con riferimento ai tre monti che lo circondano e la sua storia è legata ad una serie di episodi storici leggendari. Parlo di Tiriolo, un paesino della Sila piccola catanzarese, un luogo magico che avvolge con le sue atmosfere d’altri tempi.

Per raggiungere Tiriolo bisogna salire su una collina che è posta sull’istmo di Catanzaro, il punto più stretto d’Italia da dove, eccezionalmente, è possibile ammirare in contemporanea i due mari che bagnano la Calabria: il Tirreno e lo Ionio. È in questi luoghi che avvenne la fondazione del borgo da parte di genti greche.

Dunque la magia di questo territorio parte dalla sua posizione geomorfologica e prosegue con la sua storia, che ci riporta addirittura all’era del neolitico e a quella del ferro, a cui risalirebbero alcuni reperti trovati in quest’area. Poi si passa alla leggenda. Secondo alcune ipotesi, infatti, il mitico Ulisse avrebbe fatto tappa in queste terre, durante il suo peregrinare verso Itaca. Infatti, gli abitanti dell’istmo di Marcellinara e quindi anche quelli di Tiriolo, si identificherebbero con il popolo dei Feaci, che aiutò Ulisse dotandolo di una nuova nave.

Era il 500 a.C. circa quando a Tiriolo giunsero I Brettii, che vivacizzarono quelle terre con il loro anelito di libertà ed indipendenza, un desiderio intenso che li spinse a dichiarare guerra ai propri dominatori: i Lucani e i Greci prima e poi i Romani.

Tiriolo fu teatro della battaglia tra le legioni del proconsole romano Crasso e i ribelli di Spartaco, ai tempi in cui quest’ultimo divenne famoso per essersi ribellato come gladiatore e diede vita ad una delle più grandi sommosse di schiavi della storia di Roma.

In epoca moderna, la storia della cittadina silana è quella di un borgo il cui dominio passò nelle mani delle più importanti casate dell’epoca: dai De Reggio ai Ruffo, passando per i Carafa e finendo con la casata dei Cigala, che mantenne il controllo della zona fino al 1610.

La storia di questa popolazione arroccata sulle colline, mostra ancora i suoi segni e dona a questi luoghi un fascino magnetico. Passeggiando per i vicoletti angusti del centro storico, si possono ammirare splendidi portali in pietra di sontuosi palazzi nobiliari adornati con suggestive maschere apotropaiche e antichi affreschi, che ne impreziosiscono gli interni. Salendo in cima al centro abitato, si raggiungono i ruderi del castello: un’antica fortezza del XII secolo che domina la vallata sottostante offrendo la vista di un paesaggio mozzafiato.

Di fronte al castello si può ammirare un altro suggestivo tassello dell’antica storia di questo luogo: un santuario risalente al XII secolo. Nato come luogo di culto basiliano, nel corso del XIV secolo esso venne dedicato alla Madonna della neve, patrona e protettrice di Tiriolo e alcuni secoli più tardi, nel XVIII secolo ha subito dei lavori di ampliamento che le hanno conferito l’aspetto attuale.

Ma a Tiriolo, i segni della storia sono racchiusi anche negli usi e costumi del luogo. Gli abitanti di Tiriolo sono accoglienti e la loro vita quotidiana è legata ad abitudini e pratiche che affondano le proprie radici in un passato millenario. C’è ancora chi si alza tutte le mattine e va a lavorare nel suo laboratorio dove produce antichi strumenti musicali, lavorando con perizia il legno. Oppure si trovano graziose botteghe con, nella parte anteriore, i prodotti da acquistare e in fondo i telai artigianali, che producono splendidi manufatti ispirandosi ad un’arte antica appresa dai greci. Famosi sono i “vancali”, scialli tipici indossati in passato dalle “pacchiane” e anche le “pezzarre”, tessuti a strisce utilizzati per decorare le pareti o come tappeti.

In questa suggestiva cornice, ormai da cinque anni, si svolge un evento davvero particolare, legato all’indole ribelle di questo popolo, il suo nome è “Baccanalia 2200 anni dopo”.

L’idea nasce dal fatto che, nel 1640, a Tiriolo venne rinvenuta una tavoletta in bronzo sulla quale era inciso il “Consultum de Bacchanalibus”, un provvedimento del Senato Romano che vietava le celebrazione dei culti di Bacco, prevedendo pene severe per i trasgressori dell’editto.

Per avere un’idea della faccenda, occorre sapere che i Bacchanalia erano originariamente delle celebrazioni mistiche in onore di Bacco (il dio Dionisio dei greci), che poi degenerarono in feste di carattere orgiastico, perdendo la loro connotazione religiosa. Ben presto rivelarono tutta la loro pericolosità, dal punto di vista morale e sociale ed indussero il Senato a vietarle.

Tuttavia, i rituali bacchici sopravvissero segretamente, soprattutto in Italia meridionale e pare che Tiriolo fosse uno dei centri di massima diffusione, come testimonia il ritrovamento della tavoletta di cui sopra.

Oggi, 2200 anni dopo, si vuole decretare l’assoluta trasgressione dell’editto del Senato romano e lo si fa con un evento che celebra l’identità storica e le peculiarità del territorio. Nel mese di agosto, il paesino si anima e regala emozioni intense grazie alle iniziative che compongono l’evento.

Quest’anno “Bacchanalia 2200 anni dopo” è iniziato fin dal mattino, proponendo un’escursione naturalistica a cura dei narratori territoriali di “Reventino Tourism in Progress”. Nel pomeriggio invece le celebrazioni sono entrate nel vivo della loro connotazione storico-artistica con la rievocazione del corteo nuziale di Bacco e Arianna. A sera, le degustazioni di vini e piatti tipici locali hanno deliziato i visitatori, allietandoli con le note dei concerti che si sono svolti, in contemporanea, nel cuore del centro storico e nella centrale piazza Italia.

L’evento, promosso dalla Pro Loco di Tiriolo, dalle associazioni “Chiave di Sol” e “Teura” e dal Comune di Tiriolo, ha il merito di attirare ogni anno centinaia di visitatori ai quali viene proposto un viaggio nel cuore antico di una Calabria che sa regalare emozioni intense con i suoi paesaggi, i suoi sapori, il sorriso della sua gente e i suoi legami con un passato affascinante. Tutto questo altro ancora è il nostro meraviglioso patrimonio, che va promosso e valorizzato perché dev’essere il motore principale dello sviluppo della nostra terra. (L’immagine, per metà tratta dal web, raffigura il dio Bacco dipinto da Caravaggio e un momento della manifestazione)

Angela Rubino

 

 

 

Racconto di uno “strummolo” in viaggio nel cuore antico di Squillace

Il sole di un’estate rovente e  i paesaggi mozzafiato di un luogo millenario dalle magiche atmosfere, hanno fatto da sfondo ad un’esperienza che senza dubbio resterà nella mia memoria, non solo perché ha contribuito ad arricchire le mie conoscenze sul magnifico borgo di Squillace, ma anche perché mi ha permesso di immergermi in una dimensione umana fatta di simpatici confronti e di sorrisi. Una dimensione in cui, in poco tempo, si è potuto imparare a conoscersi e a raccontarsi come persone e come cittadini della terra di Calabria, una terra ricca di contraddizioni, una terra da cui spesso bisogna allontanarsi e se non lo fai devi comunque lottare duramente per realizzare i tuoi sogni. E così, un gruppo fatto di turisti, di calabresi e di calabresi tornati per l’estate si sono ritrovati ad essere degli “strummuli” curiosi, guidati da Carmela Bilotto ed immortalati dall’obbiettivo di Maria Angela Rotundo. A queste ultime si deve l’organizzazione del “Trekking Urbano a Squillace”, in quanto componenti dell’associazione “Route 106 – your travel experience in Calabria” insieme a Patrizia Gallelli . L’iniziativa si è svolta in occasione della seconda edizione del Teatro Festival “Innesti Contemporanei”, che ha avuto come location principale il Castello Normanno di Squillace.

La “Route 106” è una bellissima realtà che ha incrociato il mio cammino mesi fa, in occasione di Rivelazioni Calabre. Ero quindi molto curiosa di vestire i panni dello “strummolo”(è così che le ragazze amano definire i viaggiatori della terra di Calabria), partecipando ad una delle loro escursioni. Devo dire che durante l’iniziativa, queste ragazze riescono a trasmettere appieno la passione che anima il loro percorso e l’intento alla base della loro mission, che è quello di diffondere la conoscenza della bellezza della terra di Calabria, raccontando la sua storia, le sue calde atmosfere e anche denunciando, quando è necessario, lo stato di abbandono in cui versano le tracce del nostro passato.

La denominazione dell’associazione è legata alla statale ionica 106, una strada tristemente nota e nello stesso tempo quella che può condurre, attraverso borghi, fiumare e coste, alla riscoperta della Calabria. «Il nostro intento – spiegano le ragazze – è quello di superare, tramite l’esperienza del viaggio, tutti i pregiudizi legati a questa strada e alla nostra terra, consapevoli che, solo mediante il contatto diretto è possibile calarsi nella quotidianità della Calabria».

Il piccolo viaggio compiuto lo scorso 29 luglio è iniziato con il racconto delle origini di Squillace, la cui fondazione è legata all’antica Scolacium. Infatti, quando la vita sulle coste divenne troppo difficile per le continue incursioni dei Saraceni, anche gli abitanti della cittadina romana si ritirarono sulle colline e nel VI – VII secolo dopo Cristo, fondarono Squillace. Questo spiega la posizione del borgo, che sorge a 344 m sul livello del mare e domina l’omonimo golfo.

Le suggestive tappe del percorso sono state la Cattedrale dedicata all’Assunta, ricostruita dopo il sisma del 1783, sulle fondamenta di un edificio del 1096 e poi l’incantevole Chiesetta Gotica, risalente ad epoca sveva-federiciana di manifattura tardo gotica, che per l’occasione ospitava le istallazioni delle artiste Silvia Puja e Teresa Zingarello, che si configuravano essenzialmente in fasci di luce in plastica trasparente che, dalle finestre della chiesetta, invadevano l’interno valorizzando gli spazi. La visita al Museo Diocesano e alla chiesa di San Matteo, risalente al XVIII secolo ed insolitamente decorata, sulla facciata, da cariatidi a seno nudo, forse simbolo di fertilità; hanno suggellato la prima parte del percorso, prettamente legata all’aspetto religioso.

Da quel momento in poi la nostra attenzione, come visitatori/strummuli, si è spostata sulle vie del borgo, deliziosamente decorate da splendidi portali in pietra. Non è mancata una capatina a quella che viene considerata da casa del grande Magno Aurelio Cassiodoro (483-580), un grande personaggio nato e morto a Squillace, un uomo politico che ricoprì la carica di primo ministro alla corte di Teodorico e di altri re Goti e che poi scelse di tornare nella sua città natale, dove fondò il Vivarium, nobile centro di studi e copiatura di antichi testi, passato alla storia come “prima università d’Europa” e poi il Castellense, centro di contemplazione e di preghiera.

Degna di nota anche la visita al più antico laboratorio artigiano della ceramica del borgo, dove ci è stata data dimostrazione dell’antica tecnica del graffito con cui i maestri vasai del luogo confezionano da secoli le loro creazioni. La presenza nel borgo di un’antica fornace risalente al 1600 dimostra quanto la millenaria arte della lavorazione della ceramica sia legata all’identità del borgo di Squillace, al punto da ottenere un valore d’eccellenza, per cui i maestri ceramisti del luogo hanno il diritto di applicare il marchio DOC sulle proprie creazioni.

Il castello Normanno di Squillace, maestoso maniero fatto costruire nel 1044 da Roberto il Guiscardo, illuminato da un suggestivo tramonto, ha suggellato il nostro viaggio. E così da strummoli siamo ridiventati tutti delle persone normali, ognuno col suo percorso di vita.

Ma i viaggi lasciano sempre qualcosa nella mente e nel cuore e dopo un viaggio niente sarà più come prima.

Angela Rubino

 

 

 

 

 

 

Racconto di un’affascinante avventura sulle “Orme dimenticate” della statua dal braccio di pietra

In questo articolo vi proporrò un viaggio nei meandri di una Calabria inesplorata, sebbene culla di una civiltà millenaria e terra straordinariamente ricca di testimonianze di quest’antico passato e ricca di valori profondi che diedero lustro alla nostra civiltà. Tutto questo mediante il racconto del volume “Orme dimenticate” (Laruffa Editore, 2016) di Silvana Franco, un’opera particolare, nella quale l’autrice racconta la sua grande passione per la terra di Calabria e per le escursioni ovvero vere e proprie avventure alla ricerca delle orme di quei popoli che caplestarono il suolo di Calabria millenni fa.

Silvana Franco è una persona straordinariamente semplice, animata da un amore profondo per le sue origini. Nata in Canada e trasferitasi in Calabria all’età di tredici anni, ha sempre portato nel cuore il grande fascino delle suggestive atmosfere dei borghi di Calabria: profumi, paesaggi, sapori che Silvana ha sempre ricercato nel suo percorso di vita. Ricerca alimentata anche dallo studio di materie come archeologia e antropologia culturale, che danno fondamento scientifico al valore del nostro patrimonio. “Orme dimenticate” dunque assume la dimensione di una sorta di diario, ricco di informazioni dettagliate dei molteplici siti visitati dall’autrice durante le sue escursioni. Un’opera che funge da guida preziosa per chiunque decida di incamminarsi lungo il sentiero della conoscenza di un territorio che merita finalmente di essere riscoperto.

Nelle zone più impervie a ridosso di molte cittadine calabre si trovano antiche grange, monasteri, vestigia di popoli la cui dominazione segnò per sempre il cammino della nostra civiltà. Grotte rupestri, antichi simboli che raccontano di un passato intriso di misticismo e spiritualità. Poi ancora antichi frantoi, mulini, aratri, torchi e palmenti a testimoniare l’identità profonda di una terra generosa, che sa donare e lo fa da millenni.

Durante i suoi avventurosi viaggi, Silvana ha anche appreso alcuni tratti di una cultura profondamente legata al rispetto dei padri e impregnata dei valori tramandati dal cristianesimo. Tratti che si evidenziano anche nella creazione di opere simboliche, come le curiose statuette di Satriano, poste sui tetti delle case e dei palazzi nobiliari, innalzate al cielo come a significare la loro sacralità e l’importanza dei valori a cui s’ispirano. Sono le “Statue col braccio di pietra”, dette “Ecce Homo” (Ecco l’uomo) oppure in dialetto “ecciomu”.

Questo curioso manufatto alto 70 cm e raffigurante un fanciullo con un braccio pietrificato, campeggia anche su alcuni monumenti come la Fontana Gattì. Il borgo a cui fare riferimento è Satriano, in provincia di Catanzaro.

Satriano è un insediamento i cui natali risalgono ai tempi della Magna Grecia, quando i Greci colonizzarono l’Italia Meridionale a partire dall’VIII secolo a.C. e fin da allora la sua vocazione è sempre stata legata al mare, con lo sviluppo di attività commerciali e all’agricoltura.  Stando a quanto rivela un documento del VI secolo d.C., ritrovato nell’Archivio Vaticano, il nome “Satriano” potrebbe risalire all’epoca bizantina.

La sua vita di feudo di rilevante importanza è ancora oggi testimoniata dall’esistenza di palazzi nobiliari, di eleganti portali, maschere apotropaiche e balconi barocchi floreali. Mentre i mulini e i frantoi sono segni evidenti della millenaria predisposizione all’agricoltura.

La leggenda della statua col braccio di pietra (raccontata a Silvana dall’architetto Francesco Suraci) risale all’Ottocento e narra che un tempo, un giovane si ribellò a suo padre arrivando addirittura ad alzare le mani contro di lui. In quello stesso istante, un angelo scese dal cielo e pietrificò il suo braccio per punire il grave gesto che egli aveva compiuto contro suo padre.

Da allora iniziò l’usanza di inserire negli edifici una piccola statua raffigurante un giovane con un braccio pietrificato. La statua venne chiamata “Ecce Homo” perché colpire il padre è come flagellare ancora il Signore.

Una leggenda che testimonia il fascino della nostra civiltà millenaria, di una cultura impregnata di valori semplici e profondi in cui si evidenziano gli influssi della religione cristiana. Un sistema di credenze, leggende e tradizioni in cui la religione diventa parte integrante della vita quotidiana e regola gesti ed usanze che divengono parte di un comune patrimonio.

La Calabria è anche questo e bisogna tutelare questo immenso patrimonio materiale ed immateriale.

Uno degli obbiettivi della divulgazione del volume “Orme Dimenticate” è anche e soprattutto quello di puntare i riflettori non solo sulla grande rilevanza dei siti descritti, ma anche sullo stato di degrado e di abbandono in cui versano. (Foto di Marisa Franco)

Angela Rubino

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