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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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Storia

Girifalco: tra follia e mistero la storia di un luogo il cui fascino va oltre la leggenda

 

Un racconto misto di follia, mistero e leggenda. Un racconto della terra di Calabria, un luogo misconosciuto che accoglie, nei meandri del suo passato millenario, la suggestione di storie che lasciano senza fiato.

Il borgo di Girifalco, Adagiato ai piedi di Monte Covello a circa 32 km dal capoluogo di regione, è il protagonista di questa breve narrazione. È un luogo che fin da piccola mi ha sempre incuriosita, perché è noto come “il paese dei pazzi”, in quanto vi era ubicato manicomio provinciale, “dove – mi raccontavano – venivano rinchiuse le persone ormai incapaci di ragionare, quelle che avevano perso per sempre il contatto con la realtà e vivevano in una dimensione oscura ed incomprensibile”.

Oggi, grazie alle nuove leggi in materia, quel luogo angusto e tenebroso non esiste più. Il vecchio manicomio è stato trasformato in ospedale psichiatrico e anche la struttura che ospita il nosocomio è stata valorizzata: trattandosi di un vecchio monastero del XVII secolo, essa è divenuta un complesso monumentale.

Nel tentativo di fare chiarezza su questo luogo e di diradare la coltre di mistero che vi aleggia intorno, mi sono messa ad indagare le sua storia.

Purtroppo però molti interrogativi sono rimasti senza una risposta completa. Infatti, pare che le fonti scritte, utili a fornire un quadro esaustivo del passato di Girifalco, siano esigue. Circa la fondazione della cittadina, esse raccontano che essa avvenne dopo la distruzione dei villaggi Toco e Caria, nell’836, da parte dei saraceni. Pare che i superstiti al massacro si fossero rifugiati in cima ad una rupe conosciuta come “Pietra dei Monaci”. Documenti più recenti, raccontano poi che Girifalco divenne Comune durante il decennio francese, dal 1806 al 1815.

Il nome e la storia di questo luogo continua ad essere legato a vicende oscure. Le fonti raccontano che proprio a Girifalco, nel 1723, venne fondata la prima loggia massonica d’Italia, detta “Fidelitas”. A questo si aggiunge il mistero legato all’etimologia del suo nome, che rappresenta ancora una questione aperta per gli studiosi.

La leggenda racconta che il nome di Girifalco è legato alla presenza di un falco che volteggiava intorno all’abitato e se si considera che in alcuni periodi dell’anno, questa zona costituisce un passaggio obbligato di questi uccelli, si potrà comprendere il perché di questa ipotesi.

È curioso inoltre che i rapaci siano presenti anche nello stemma araldico di altri centri calabresi, come  Catanzaro (l’aquila) e Gerace (lo sparviero). Per quanto riguarda la cittadina del reggino c’è di più. Considerando il fatto che il suo nome deriverebbe dal greco Hierax (sparviero, falco), qualcuno ha ipotizzato che la ricerca etimologia del nome Girifalco potrebbe aprirsi a nuove prospettive. Tommaseo, nel “Dizionario della Lingua Italiana”, ipotizza infatti che il nome della cittadina in questione potrebbe essere la ripetizione dello stesso termine in due lingue diverse: hierax e falco, proprio come nel caso di  Linguaglossa, il grosso centro dell’entroterra catanese.

Girifalco, insomma, sembra essere un crocevia di leggende tra sacro e profano. Questo perché c’è anche chi ha scomodato il “Signore delle Tenebre” in persona, ipotizzando un suo atteggiamento di sfida verso il Padre Eterno. Tutto questo sarebbe testimoniato materialmente da un monumento girifalcese ribattezzato “la fontana del diavolo”.

Il monumento in questione, sorge in piazza Vittorio Emanuele II, accanto alla chiesa seicentesca dedicata al santo patrono, San Rocco. La fontana in stile barocco fu costruita nel 1663, sotto il mandato dell’allora sindaco Carlo Pacino, per questo si chiama “Fontana Carlo Pacino”.

Essa si è guadagnata, nell’immaginario comune, la definizione di “fontana del diavolo” per varie ragioni. Innanzitutto, con al sua prorompente bellezza sembra voler sfidare le fattezze della Casa di Cristo, a cui sembra voltare le spalle. Con la costruzione del raffinato monumento sembra insomma che Lucifero abbia voluto dare dimostrazione del suo potere. A questo si aggiunga la celerità con cui è stata edificata. Si racconta che i contadini del luogo, che partivano per i campi, videro la piazza vuota all’alba e trovarono, con loro grande sorpresa, la splendida fontana al loro ritorno a sera. Essi pensarono fosse opera dell’Immondo avversario di Cristo, un’ostentazione della sua volgare arroganza.

I misteri e le leggende di Girifalco sono quelli di una terra che merita di essere scoperta e studiata. Una terra che ha ancora tanto da raccontare a turisti e studiosi che amano la sfida della ricerca e la frenesia della scoperta, ma anche ai suoi abitanti che continuano a crederla priva di valore.

Girifalco è un luogo seducente, tutto da scoprire e il suo fascino va oltre la leggenda. Noto soprattutto per la straordinaria salubrità delle sue acque oligominerali, esso è impreziosito da chiese, palazzi nobiliari, monumenti e da diversi siti archeologici, tra cui i resti di un cimitero ebraico del VII secolo.

Angela Rubino

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Calabria è laddove migliaia di anni fa nacque la Dieta Mediterranea: il racconto del nutrizionista Luigi Elia

Augusto Placanica scrive che questa regione possiede «una naturale opulenza», aggiungendo anche che «gli abitanti, abituati a quest’abbondanza sono portati a disinteressarsene completamente» (da “Storia della Calabria: dall’antichità ai giorni nostri”, Donzelli editore, 1999).

Ho più volte ribadito come la Calabria sia depositaria di una cultura millenaria, i cui tratti sono ben visibili ancora oggi sul territorio e se qualcuno si è sforzato di oscurarne una parte considerevole, non inserendola nei libri di storia, non si è potuto fare a meno di parlare di personaggi come Pitagora, Tommaso Campanella, Bernardino Telesio, Luigi Lilio (solo per citarne alcuni). Dunque, questo lembo dell’estremo Sud Italia non è solo terra di nessuno, dove la fanno da padrone i boss e i loro scagnozzi a suon di fucilate, ma è depositaria di una civiltà che era ben sviluppata già migliaia di anni fa e che ha fatto scuola al mondo intero.

Inoltre, se pensiamo che l’influsso delle civiltà che si susseguirono in terra calabra si sia limitato soltanto a cose come le scienze, la filosofia, l’erudizione, la maestria nel campo dell’artigianato; ci sbagliamo, perché la Calabria (e il Sud Italia in generale), già migliaia di anni fa aveva scoperto quello stile di alimentazione noto come “Dieta mediterranea”.

Leggendo il volume dal titolo “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” del giovane biologo nutrizionista catanzarese Luigi Elia (Biblioteka edizioni, 2014), si compie un meraviglioso viaggio a ritroso nel tempo, fino all’epoca della Magna Grecia e si scoprono le abitudini alimentari del popolo calabro e le connessioni con le contingenze storiche e politiche che le influenzarono.

Questo volume mette in evidenza come le caratteristiche del modello alimentare dei paesi del bacino mediterraneo si distinguessero per la loro elevata salubrità. Fu il nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi il primo ad introdurre il concetto di dieta mediterranea, negli ultimi anni trenta del secolo scorso e a sottolineare questi concetti.

In seguito, (cito testualmente il testo di Elia) «grazie agli studi condotti dal nutrizionista e fisiologo Ancel Keys, tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, ci si accorse come le persone meno abbienti dei piccoli paesi del sud Italia, mangiatori di pane, cipolla e pomodoro, apparivano essere più sani sia dei cittadini di New York, sia dei loro stessi parenti emigrati anni prima negli Stati Uniti. Ancel Keys, dunque, cominciò a studiare in modo approfondito la dieta dei cittadini di Nicotera (piccolo comune della fascia tirrenica calabrese), che ben presto venne considerata “dieta mediterranea di riferimento”».

A questo punto, è doveroso capire cosa mangiassero questi abitanti di Calabria per essere considerati un modello di riferimento. Iniziamo col dire che si trattava di una dieta sobria e tendenzialmente vegetariana, con elevato consumo di frutta, verdura e legumi e un buon consumo di pesce azzurro, mentre scarso era quello di carne. Elia racconta poi che i cittadini di Nicotera condivano i loro cibi con strutto di maiale e talvolta con il prezioso olio di olive. Queste ultime erano il companatico prediletto e non poteva mancare il buon vino.

E così, ignari di portare avanti un regime alimentare dalle caratteristiche salubri straordinarie, gli abitanti di Nicotera introducevano un’energia giornaliera così ripartita: 13/15% di proteine (di cui almeno il 50% di origine vegetale), 25/30% di grassi (con preferenza di olio extravergine di oliva e grassi presenti nel pesce), 55/60% di carboidrati ( la gran parte dei quali complessi: pane integrale, farina, pasta, riso, mais).

Insomma, scorrendo le pagine di questo volume, si comprende come curiosamente, nel corso dei millenni, i contadini poveri delle campagne di Calabria, siano stati virtuosi (per forza di cose), tenendo lontani dalle loro tavole i cibi più dannosi per la loro salute, come la carne che, insieme ai pesci pregiati, al pane bianco ed alla frutta, al vino e all’olio di olive abbondava invece su quelle dei potenti.

E le virtù di queste povere genti abbracciavano anche il campo religioso. Infatti come suggerisce il libro di Elia, pare che l’abate Gioacchino da Fiore, attribuisse al digiuno e ai cibi vegetali un grande valore spirituale, in quanto facilitavano il rapporto con Dio.

Purtroppo oggi, con l’avvento di modelli e stili di vita globalizzati, le cose non sono più come una volta e il giovane esperto ha potuto constatare, mediante degli studi da lui condotti che in gran parte della regione calabra, il modello alimentare mediterraneo è stato messo da parte a favore di nuovi stili di nutrizione caratterizzati dall’abbondanza di carne rossa, scarso consumo di frutta e verdura, grandi quantità di cibi molto calorici, ricchi di grassi e proteine di origine animale.

Le abitudini alimentari virtuose però esistono ancora in Calabria e, secondo l’autore, sono attribuibili alle minoranze etniche grecofone e albanofone e a gruppi di vecchi marinai e contadini che non risulterebbero contaminati dalla globalizzazione alimentare e verso i quali Elia ritiene dovrebbe concentrarsi una parte della ricerca scientifica «sempre più orientata a radicarsi laddove esistano concerete opportunità di profitto».

Il giovane autore catanzarese fa luce sul dimenticato mondo popolare di Calabria anche mediante il recupero delle sue antiche tradizioni culinarie, legate a vari tipi di celebrazioni. Inoltre, un’intera sezione del volume è stata dedicata alle ricette popolari della tradizione calabrese, un vero  proprio ricettario mediterraneo che descrive ingredienti e metodi di preparazione di antiche pietanze.

Ancora un altro gesto d’amore verso la misconosciuta terra di Calabria da parte di una giovane mente che rivaluta l’immenso potenziale di questa terra e della sua storia millenaria .

Angela Rubino      

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà! Lo conferma la chiesa di San Giovanni

La città dei Tre Colli è quello strano luogo ricco di contraddizioni, un luogo amato e, a tratti, odiato da chi ci vive e pressoché sconosciuto a chi vi si deve recare per svariate ragioni. La storia di Catanzaro è un labirinto di vicende che, alla fine, restituisce la visione di una città che ha saputo distinguersi in vari ambiti dimostrando doti di coraggio e tenacia e anche di straordinaria maestria in vari campi, come quello dell’artigianato, se pensiamo all’ineguagliabile livello di eccellenza raggiunto nella produzione di manufatti in seta (vedi gli articoli a riguardo presenti in questo blog).

Ma i tratti della storia vanno letti ed interpretati. Essi sono lì, immobili da secoli e muti allo sguardo di chi non sa coglierne la grandezza.

Non mi stancherò mai di sottolineare la profondità dei messaggi che il tessuto urbano antico di Catanzaro sa trasmettere. Si tratta della storia di un grande popolo  e anche se non è raccontata attraverso opere di grande monumentalità, non manca certo di significati di spessore.

In questo scritto voglio parlare innanzi tutto di uno dei simboli di riscatto e libertà presenti in città, la chiesa di San Giovanni e riflettere sull’influenza che la nobilissima arte della seta ebbe in questo processo di affrancamento dal potere feudale.

Incastonata come una perla preziosa all’interno di quello che oggi è definito Complesso Monumentale di San Giovanni, che comprende anche i resti del castello, questo luogo di culto, simbolizza la straordinaria forza e determinazione con cui i catanzaresi seppero conquistare la propria indipendenza.

Una forza che scaturì anche da quell’impareggiabile perizia nella lavorazione della seta, un’attività che costituì per secoli la base dell’economia cittadina, generando quella crescita economica che incoraggiò la popolazione a pretendere la demanialità.

Dunque, il castello, la chiesa di San Giovanni e la seta sono avvolti da una simbologia che si esplica mediante la contrapposizione del loro significato: il castello era il simbolo del dominio feudale, la chiesa quello della libertà ritrovata e la seta era il motore della voglia di riscatto.

Vediamo come si svolsero i fatti.

Intanto sottolineo che la decisione di fortificare adeguatamente la città di Catanzaro, facendo edificare un poderoso castello, fu presa da Roberto il Guiscardo, condottiero normanno che si rese conto della invidiabile posizione strategica della città, posta su tre inaccessibili colli circondati da due profondissime vallate, a guardia dell’istmo situato nel punto più stretto d’Italia e d’Europa.

La parte originaria dell’imponente edificio dovette essere la grande torre quadrangolare centrale, detta “mastio” o, in lingua normanna, “donjon”. Il castello normanno divenne il simbolo del potere feudale introdotto dai normanni.

I feudatari catanzaresi, che per circa quattro secoli governarono le vicende cittadine, dovettero essere in totale circa 25. Durante questo lungo periodo il potere regio passò via via dai normanni, agli svevi, agli angioini ed infine agli aragonesi. Intanto la città vedeva crescere il suo potere economico per via del fiorire dell’arte della seta, un’attività in cui la città raggiunse dei traguardi ineguagliati, divenendo rinomata in tutta Europa per la produzione di tessuti di altissima qualità. Fu proprio tale sviluppo economico che portò alla creazione di una classe ricco-borghese la quale, col passare degli anni, cominciò a soffrire il dispotico potere feudale ed a pretendere l’autonomia (o come si chiamava allora la “demanialità”). Perciò, già dalla fine del ‘300 cominciarono i contrasti e le lotte tra i feudatari ed i cittadini che si protrassero fino alla metà del ‘400.

Fu in questo periodo che i catanzaresi, liberatisi finalmente del tiranno, Antonio Centelles, poterono proclamare la demanialità nel 1466.

In seguito, per evitare che la città fosse riconquistata da altri nobili che presumibilmente avrebbero reintrodotto il potere feudale, la parte del castello che guardava verso l’interno della città, fu volutamente diroccata ed al suo posto fu costruita la bellissima chiesa rinascimentale di San Giovanni, tutt’ora simbolo della libertà conquistata dai catanzaresi. Il castello, pertanto, perse ogni funzione politica e sociale e, successivamente venne solo in parte utilizzato, come ospedale, come convento ed infine come carcere.

I resti del castello semidistrutto furono riutilizzati nell’ambito della costruzione dell’attuale Chiesa del San Giovanni, facente parte del complesso monumentale, ma andarono ad abbellire anche altri storici edifici, come la chiesetta dell’Osservanza.

I catanzaresi? Un popolo ospitale, ma non togliete loro la libertà!

Spero che presto torneranno ad essere quelli di una volta (Foto tratta dal web).

 

Angela Rubino

“Codex Purpureus Rossanensis”, patrimonio Unesco e simbolo del valore inestimabile della millenaria cultura calabra

Un altro “gioiello” del patrimonio storico-culturale calabrese è il il Codex Purpureus Rossanensis, in questo momento alla ribalta internazionale per essere stato riconosciuto quale patrimonio dell’umanità ed inserito dall’Unesco tra i 47 nuovi documenti del Registro della Memoria Mondiale.

Probabilmente prima di questa decisione, che certifica ufficialmente (semmai ce ne fosse stato bisogno) il valore inestimabile di quest’opera, molti calabresi ignoravano l’esistenza in Calabria di un tesoro simile.

E invece il Codex è conservato nel Museo Diocesano di Rossano, una cittadina dello Ionio cosentino che vanta un passato glorioso e millenario.  Fondata dagli enotri intorno all’XI secolo a.C., essa passò sotto il controllo magno-greco e successivamente divenne l’avamposto romano nel controllo della piana di Sibari.Tra il 540 ed il 1059, sotto il dominio dei bizantini, la cittadina visse una fase di grande splendore sociale, artistico e culturale e proprio a quel periodo risale la realizzazione del Codex Purpureus.

Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta nello specifico. Il Codice è un  un manoscritto onciale greco che contiene un evangelario con testi di Matteo e Marco.

L’onciale non è altro che un’antica tipologia di scrittura maiuscola usata nei manoscritti dagli amanuensi latini e bizantini.

Oltre alla scrittura, nel Codex è presente anche una serie di miniature. È per questo che esso attiene alla categoria dei manoscritti miniati, ovvero quelle opere  il cui testo è completato dall’aggiunta di decorazioni. E il Codex di Rossano è uno dei più antichi  manoscritti miniati del Nuovo Testamento che si sono conservati.

L’importanza di opere di questo tipo non risiede solo nel loro intrinseco valore storico e artistico, ma nel supporto che esse seppero fornire nel tramandare la conoscenza di importanti documenti antichi. In altre parole, se non fosse stato per i monaci amanuensi della tarda antichità,  la maggior parte della letteratura della Grecia e di Roma sarebbe andata persa in Europa. L’illustrazione dei manoscritti, infatti, si è rivelata essenziale nella conservazione dei testi antichi e nella trasmissione delle informazioni in essi contenute, in un’epoca in cui le nuove classi dirigenti non sapevano più né leggere né scrivere.

Il Codex Rossanensis, detto “Purpureus” per il colore purpureo delle sue pagine, fu portato alla luce nel 1879 da Adolf von Harnack. Si trovava nella sacrestia della Cattedrale di Maria Santissima Achiropita di Rossano, dove era rimasto celato per secoli.

Come dimostrano i simboli dei quattro evangelisti, contenuti nella prima miniatura, originariamente esso conteneva tutti e quattro i vangeli canonici e si componeva di 400 pagine.

Purtroppo, ci sono pervenuti solo i vangeli di Marco e Matteo e una lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei vangeli, per un totale di 188 pagine. Il manoscritto è impreziosito da decorazioni in oro e argento e da 14 miniature che illustrano i momenti più significativi della vita e della predicazione di Gesù.

Il Codex Purpureus Rossanensis è un documento impareggiabile nella sua straordinaria carica di spiritualità ed è il simbolo di una Calabria che non si è limitata ad essere soltanto una terra di transito tra oriente ed occidente, ma ha fatto da mediatrice ed ha saputo tradurre in sintesi gli elementi della civiltà greco-orientale e di quella latino-occidentale, confermandosi come depositaria di fertili fermenti di cultura e di spiritualità.

La Calabria può e deve tornare ad essere un territorio di punta dell’area mediterranea e la consapevolezza delle sue grandi potenzialità in ambito storico-culturale, non deve riguardare soltanto eventi come la dichiarazione del Codex patrimonio Unesco. La presa di coscienza dev’essere un processo costante e ampliato a tutte le eccellenze di questa regione , che non riguardano solo la sua storia,  i suoi monumenti, ma anche gli usi, i costumi, i centri storici e le bellezze naturalistiche e paesaggistiche. La rinascita del nostro territorio avverrà davvero solo quando nuove e vecchie generazioni capiranno fino in fondo il valore di una terra che può offrire molto ai suoi abitanti, a patto che essi credano veramente che essa è il luogo giusto dove realizzare i propri sogni.

Angela Rubino    

[Versione inglese disponibile a breve]   

Le Reali Ferriere Borboniche di Mongiana, storia di un’antica eccellenza calabra [English version below]

In una Calabria figlia di un passato millenario c’è stato posto anche per la gloria di un piccolo centro montano di recente fondazione, Mongiana. Denominato in precedenza località Cima, il piccolo agglomerato urbano delle Serre calabre, nacque nel 1771 come luogo di residenza di impiegati, artigiani, operai, dirigenti e guarnigioni militari che operavano all’interno delle Reali Ferriere e Fabbrica d’Armi impiantatavi dai Borbone, uno stabilimento attorno al quale, come si può immaginare, ruotava l’esistenza degli abitanti del piccolo centro e al quale essi rimarranno sempre profondamente legati, riconoscendo in esso il simbolo del benessere e della serenità dell’intera comunità.

L’impianto calabrese, inserito nel complesso industriale e militare del Regno delle Due Sicilie, produceva materiali e semilavorati ferrosi poi rifiniti sia in loco, che presso il polo siderurgico di Pietrarsa.

Nonostante sul territorio esistesse già un polo siderurgico nell’area di Stilo, il governo del Regno delle due Sicilie decise di impiantare una nuova fabbrica a Mongiana, in quanto quel territorio, situato a ridosso dei fiumi Allaro e Ninfo era  particolarmente ricco di acqua e boschi.

Una scelta che si rivelò vincente, sia per i benefici che essa apportò al territorio, dando lavoro al circa 2000 operai; sia per l’alta qualità della produzione: le armi bianche e da sparo realizzate nello stabilimento di Mongiana, furono premiate in diverse esposizioni sia nazionali che internazionali, come l’Esposizione Universale di Londra del 1862.

A Mongiana vennero costruite infrastrutture utilizzate su tutto il territorio nazionale, come il primo ponte sospeso in ferro d’Italia, quello sul fiume Garigliano, denominato “Real Ferdinando”, il ponte “Maria Cristina” sul fiume Calore Irpino. Sempre nel complesso calabrese vennero costruite le rotaie per la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici e in seguito furono fabbricate sempre a Mongiana, tutte le rotaie della linea ferroviaria fino a Bologna, ormai   da tempo sostituite.

Nel 1852 fu fatta costruire una nuova fabbrica d’armi in sostituzione alla fabbrica di fucili del periodo francese: la Fabbrica d’armi di Mongiana.

Fu l’Unità d’Italia a segnare il declino e poi la fine delle Reali Ferriere Borboniche. Il nuovo governo infatti ostacolò in vari modi la sopravvivenza della fabbrica, aumentando le tasse, riducendo le commesse statali e sopprimendo i dazi sulle importazioni dall’estero. Finché nel 1862 ne autorizzò la vendita. Più di dieci anni dopo, nel 1874, lo stabilimento, le miniere e i boschi limitrofi furono venduti all’asta per un milione di lire al senatore garibaldino Achille Fazzari, di Stalettì. Non passò molto tempo prima che egli si rendesse conto che il governo non aveva intenzione di investire nelle fabbriche calabre e quindi anche lui decise di disfarsene. Scelta che segnò la fine di uno stabilimento, che per tre secoli aveva fornito infrastrutture e armi a tutto il territorio nazionale ed aveva contribuito al benessere economico del territorio.

Dopo la chiusura dello stabilimento calabro, si decise di aprire un altro polo siderurgico a Terni. Così i macchinari e gli impianti della fabbrica d’armi e della fonderia di Mongiana, vennero smantellati e trasferiti nella cittadina umbra, divenendo il nucleo vitale della nuova industria.

A quel punto, mutò profondamente la vita di tutti gli operai rimasti senza lavoro. Alcuni di essi si trasferirono a Terni, altri cercarono una vita migliore oltreoceano, in Canada e Stati Uniti.

Mongiana oggi è un suggestivo borgo arroccato tra i boschi delle Serre calabre, rigogliose foreste attraversate da torrenti incontaminati, dove si respira aria pura ed è possibile bere  acqua cristallina direttamente dalle sorgenti. A parlare del suo illustre passato c’è il Museo delle Reali Ferriere Borboniche, ospitato all’interno della vecchia fabbrica d’armi.

Con questo scritto, non voglio evocare pensieri nostalgici sul passato che fu e nemmeno rabbia verso la politica del regno post-unitario, sebbene questa storia dimostri come essa non puntasse esattamente allo sviluppo del meridione. Questa storia aggiunge solo un altro tassello al grande mosaico di una Calabria che non ha nulla da invidiare a nessun’altra parte del mondo, per storia, cultura, eccellenza. Storie come quella di Mongiana ci dicono che per secoli siamo stati vittime di una politica errata, che ha contribuito a creare la situazione attuale. Ma queste stesse storie devono renderci consapevoli del grande valore della nostra terra, che può costituire la nostra vera ancora di salvezza, a patto che ne siamo consapevoli e decidiamo di prendere in mano il nostro destino.

 

The Royal Bourbonist Ironworks of Mongiana, a story of ancient Calabrian excellence

In the millenary history of Calabria, there was also a place for the glory of a little mountain town like Mongiana, that was founded recently. Cima – as it was called before – was founded in 1771, on the Serre mountains of Calabria, as place of residence for employees, artisans, workers, managers and military garrisons operating in the Royal Ironworks and in the Weapons Factory implanted by Bourbons. As can be imagined, around that industry revolved the little centre inhabitants’ lives, that’s why they will always be deeply tied up to it, considering it as a symbol of the whole community’s wellness and serenity.

Added to the industrial and military complex of the Kingdom of Sicily the Calabrian factory produced iron materials and semi-finished that were completed both on the spot and in the steel plant in Pietrarsa.

Although on the territory already existed a steel plant near to Stilo, the Kingdom of Sicily government decided to implant a new factory in Mongiana, since that place, situated close to Allaro and Ninfo rivers, was particularly rich of water and woods.

A choice that was successful, both for the benefits that it took to the territory, giving a job to about 2000 workers, and for the high quality of its products: thrusting and gun weapons made in Mongiana factory received prices in many occasions, both international and national, like the London Universal Exhibition of 1862.

In Mongiana was built the infrastructure used in the whole National territory, like the first iron suspension bridge of Italy, that was built on the Garigliano river and was called “Royal Ferdinando” and the “Santa Cristina” bridge on the Calore Irpino river.

In Mongiana complex was also built the track for the first Italian railway, the Naples-Portici and then always in Mongiana, were  made all the railway line track up to Bologna, that now has been substituted since a long time.

In 1852 it was built Mongiana Arms Factory, a new weapons factory to substitute the guns factory of the French period.

Italy’s unification marked the decline and then the end of the Royal Bourbonist Ironworks of Mongiana. In facts, the new government hindered in various ways the factory’s survival, raising taxes, reducing the State contracts and removing duties on imports from abroad. Until in 1862 it authorized its sale.

More than ten years later, in 1874, the factory and the woods around it, were auctioned for a million lire to the Garibaldian senator Achille Fazzari from Stalettì. Not long after he realized that the government didn’t intend to invest in the Calabrian industries and he decided to dispose of it. This choice marked the end of a  factory that provided infrastructure and weapons to the whole national territory and contributed to its economic prosperity.

After the closure of Calabrian manufacturing site, they decided to open another steel plant in Terni. So machinery and plant of Mongiana’s weapons factory and foundry were dismantled and transferred to the Umbrian city, becoming the core element of the new industry.

At the point, deeply changed life of all workers who became unemployed. Some of them moved to Terni, others looked for a better life overseas, in Canada and United States.

Today Mongiana is a suggestive country town in the Calabrian Serre, lush forests crossed by unspoiled rivers, where you can breathe pure air and drink crystalline water directly from sources.

The Royal Bourbonist Ironworks Museum, inside the old weapons factory, speaks about its past.

Through this article I want neither to remind nostalgic thoughts about the past, nor anger about politics of the post-unification kingdom, although this story shows how it didn’t aim exactly to the development of Southern Italy.

This account only adds another piece to the great mosaic of a region that has nothing on any other place of the world about culture, history, excellence.

Stories like that of Mongiana tell us that, for many centuries, we were victims of a wrong politics, which contributed to create the current situation. But the same stories have to make us aware of Calabria’s enormous worth, which can be our true lifeline, on condition that we are conscious of it and decide to take charge of our own destiny.

Angela Rubino

 

Seta, da Catanzaro l’invenzione che fu alla base della gloria lionese. La storia di Jean le Calabrais [English version below]

L’arte della lavorazione della seta fu uno dei retaggi bizantini della storia calabrese, forse il più importante, quello che assicurò alla Calabria e soprattutto al suo capoluogo, un successo indiscusso in tutta Europa. Difatti tanto era il pregio dei tessuti prodotti nelle filande catanzaresi, che essi divennero una delle merci più richieste nelle fiere e nei mercati del vecchio continente.

Inoltre, si può arrivare ad affermare che l’insegnamento e anche l’apporto tecnologico delle maestranze calabresi fu uno dei fattori alla base del lancio della seteria francese e in particolare di quelle di Tours e Lione.

Nel libro la “Seta a Catanzaro e Lione”, seguendo la scia delle vicende storiche, ho potuto segnare  i tratti di questo cammino inaspettato.

Tutto ebbe inizio nel VI secolo circa, quando i bizantini introdussero in Calabria la lavorazione della seta. Ben presto tale attività si sviluppò a tal punto da far concorrenza alla Siria e poi alla capitale dell’impero, Costantinopoli. Fu Catanzaro a distinguersi come centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia (nei secoli successivi la produzione si consolidò anche a Venezia, Firenze, Genova, Bologna e in particolare a Lucca).

Nel capoluogo calabro, la nobile arte della seta raggiunse un tale livello d’eccellenza che i tessuti serici venivano nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli e i sovrani favorivano quest’attività con privilegi e pergamene. Per di più, nel 1519 Carlo V concesse alla sola Catanzaro, dopo Napoli,  il consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali.

L’industria della seta procurava benessere ai cittadini e fama alla città: le manifatture contrassegnate dal simbolo delle tre “V” (Venti, Velluti, Vitaliano) erano conosciute ed apprezzate in tutta Europa.

È facile credere, dunque, che quando Luigi XI, nel 1470 emanò il primo provvedimento ufficiale finalizzato ad impiantare in Francia un’industria per la fabbricazione di tessuti serici, chiamò dall’Italia un gruppo di tessitori tra i quali non potevano mancare i maestri catanzaresi.

Fu proprio un catanzarese di nome Giovanni a guidare l’avvio della prima manifattura della seta nella città di Tours, mediante l’utilizzo del suo telaio, che sarebbe passato alla storia come le métier de Jean le Calabrais.

Derivato dai modelli orientali, questo telaio può essere considerato il capostipite dei telai meccanizzati.

Una delle sue caratteristiche è il fatto che permetteva al tessitore di lavorare da solo, in quanto il suo funzionamento non richiedeva la presenza di un tira licci. Esso consentì di confezionare stupendi tessuti di seta impreziositi con fili d’oro e d’argento, delle stoffe in tinta unita dette “gros de Tours” , dei tessuti lavorati e infine articoli d’arredo e damaschi.

Da quel momento in poi l’industria della seta prese piede in Francia e oltre a Tours, si sviluppò anche in altre città.

A Lione, dopo un primo tentativo, che diede scarsi risultati, la seteria ebbe uno slancio grazie al provvedimento di Francesco I, che nel 1536 favorì il trasferimento in città dei setaioli provenienti dall’Italia. Un provvedimento che ebbe ottimi risultati, tanto che Lione riuscì a conquistare una posizione di primo piano tra le città manifatturiere.

Ma c’è di più. Infatti il commercio dei tessuti serici lionesi non si limitò alla sola Francia, ma riuscì ad imporsi su scala mondiale. Questo a partire dal 1620 grazie all’invenzione, da parte di un setaiolo lionese di nome Dangon, di un nuovo tipo di telaio a mano per la produzione di stoffe lavorate.

In seguito il telaio detto Jacquard, che rimpiazzò quello di Dangon, contribuì fortemente allo sviluppo delle stoffe lavorate e il XVIII secolo può essere definito il secolo d’oro della seteria lionese, per la squisita qualità delle sue creazioni.

La storia dell’industria della seta a Lione è indubbiamente affascinante, soprattutto per l’abilità che ha portato i francesi ad emergere sul mercato mondiale fino ai giorni nostri.

Ma se è vero che Catanzaro invece fu vittima della politica finanziaria del viceregno spagnolo, che determinò la disfatta delle gloriosa attività, non bisogna dimenticare che le successive invenzioni dei setaioli francesi si basarono sul prototipo ideato dal tessitore catanzarese Jean. Per cui è lecito concludere che il contributo delle maestranze italiane e della tecnologia  calabrese fu alla base del lancio della seteria lionese. (Immagine tratta dal web. Informazioni utili a redigere l’articolo tratte dal volume “La seta a Catanzaro e Lione”, Rubbettino 2007).

Silk, from Catanzaro an invention that was at the base of the Lyon glory. The story of Jean le Calabrais

The art of silk working was one of the Calabria history Byzantine heritages, maybe the most important one, which ensured the success all around Europe to Calabria and above all to its capital. In facts the tissues of the Catanzaro spinning mills was so precious that they were one of the most popular products in the old continent fairs and markets.

Furthermore, we can say that  Calabria workforce’s teaching and technological support was one of the factors at the base of the French silk industry launching (Tours and Lyon ones in particular).

I charted the course of this unexpected path in the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, following the wake of the historical events.

It all started in about the VI century, when Byzantines introduced the silk working in Calabria. Soon this activity developed until it competed with Syria and then with the empire capital, Constantinople. It was Catanzaro that differed as manufacturer centre of excellence in Calabria and first important centre in Italy (in the next centuries the production consolidated also in Venice, Florence, Genova, Bologna and in particular in Lucca).

In the capital of Calabria, the noble art of silk reached such a level of excellence that the silk tissues were nominated in notarial deeds and testaments                                just after jewels and the kings encouraged it with privileges and parchments. Furthermore, in 1519 Charles V granted only to Catanzaro, after Naples, the art of silk  consulate, which involved a lots of fiscal privileges too.

The silk industry provided comfort to citizens and celebrity to the city: the manufactures identified with the symbol of three “V” (Wind, Velour, Vitaliano) were known and appreciated al around Europe.

So, it’s easy to believe that, when Louis XI, in 1470 took an official decision to implant a silk industry in France, called a group of silk workers from Italy and among them there were also Calabrian masters.

It was just a worker from Catanzaro, whose name was Giovanni, that guided the launching of the first silk manufacturing in Tours, using his loom which would go down in history as le métier de Jean le Calabrais.

Derived from the oriental models, this loom can be considered as the progenitor         of the mechanized looms.

One of its characteristics was the fact that the weaver worked alone, because it didn’t need anyone pulling the healds. It allowed great silk tissues enriched with golden and silver threads, single-colored tissues called “gros de Tours”, embroidered tissues and then damasks and furniture to be made.

From that moment on the silk industry took hold in France and developed in other cities in addition to Tours.

In Lyon, after an initial attempt, which showed limited progresses, the silk industry had a momentum thanks to François I, who in 1536 decided to make silk workers from Italy move to Lyon. That decision achieved positive results and made Lyon reach a leading position among other manufacturing cities.

That is not all. In facts the Lyon silk tissues commerce didn’t limit to France, but became active on a global scale. This happened from 1620 thanks to the invention of a Lyon silk worker called Dangon, who made a new type of hand loom to produce embroidered tissues.

Then the so called Jacquard loom, which substituted the Dangon’s one, strongly supported the development of embroidered tissues and the XVIII century can be defined as the Lyon silk industry golden century, for its creations delicious quality.

The Lyon silk industry story is doubtless fascinating, above all for the ability which leaded French workers to emerge on global market to the present day.

But while it’s true that Catanzaro fell victim to the Spanish viceroyalty’s             financial politics, that leaded to the great silk activity defeat, we should not forget that the French silkworkers following inventions were based on the progenitor invented by the weaver from Catanzaro called Giovanni. So we can conclude that the contribution of Italian masters and Calabrian technology was at the base of the Lyon silk industry. (All the information I needed to write this article is taken by the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, Rubbettino 2007).

Angela Rubino

 

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