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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

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A Catanzaro la porta e il convento di S. Agostino sono muti testimoni del passato … ma per quanto ancora?

Ripropongo ancora un altro racconto legato alle porte civiche della città di Catanzaro, firmato dallo storico Mario Saccà. Questa volta si parlerà della porta e del convento di Sant’Agostino, ma prima di immergerci nel vivo di questa storia, vorrei chiarire brevemente cosa erano e a cosa servivano le porte civiche.

Partiamo col dire che Catanzaro nasce come cittadella fortificata, ovvero come luogo capace di resistere a lunghi assedi. Era la sua posizione geografica, in primis, che le conferiva questa caratteristica e poi a questo si aggiunga la costruzione di bastioni, torri e appunto porte civiche, ovvero le porte di accesso alla città, che era anche racchiusa da una cinta muraria di circa 7 chilometri. Anche il territorio circostante era ben difeso, con un sistema di torri di avvistamento sparse per tutta l’area occupata oggi dai quartieri Sala, Santa Maria e Lido.

Le  antiche porte civiche di Catanzaro erano in tutto sei:

La Porta Marina o Granara, con tutta probabilità quella principale, in quanto consentiva di entrare in città a chi proveniva dalla costa ed era preposta soprattutto al commercio del frumento; la Porta di San Giovanni o Castellana, che sorgeva nei pressi dell’attuale Piazza Matteotti; poi c’era la Porta di Prattica (della quale parleremo in un prossimo articolo), che consentiva l’accesso in città passando per l’attuale rione Case Arse. Se si voleva entrare in città da oriente, occorreva passare per la Porta di Stratò (della quale abbiamo parlato ampliamente in un articolo precedente); la Porta del Gallinaio era utilizzata solo per favorire l’accesso del bestiame e infine c’era la Porta Silana (probabilmente quella di Sant’Agostino di cui ci accingiamo a parlare), che consentiva l’entrata in città a chi proveniva dall’altopiano della Sila (fonte Wikipedia).

Ecco il racconto di Mario Saccà:

«Alla porta di S. Agostino si perviene dopo avere superato un robusto cancello di ferro e un breve percorso fra sterpi e rovi: una barriera fra l’attualità e la storia.

Secondo Luise Gariano il suo vero  toponimo era “Portella” ; la denominazione attuale è dovuta alla presenza del convento di S. Agostino, divenuto poi sede dell’ospedale civile cittadino.

Il suo quartiere di riferimento era S.Nicola di Morano ( o delle Donne)  che si estendeva fino alla fontana e alla Torretta di Cerausto o della Marchesa. La fontana era nel giardino della contessa di Catanzaro ( v. “Catanzaro” di M. A. Teti e G. Rubino), mentre nella Torretta ( dal quale deriva il nome attuale del luogo: “a Turretta” ) alloggiava il corpo di guardia ( v. “Cronica di Catanzaro” di Gariano).

L’ antico ingresso alla città, per quanti venivano dalla parte di Siano, è ancora in piedi anche se grandi fessure della muratura ne preannunciano il prossimo crollo assieme alla piccola cappella che consentiva, a chi entrava o usciva dalla città, di sostare per riprendere fiato o raccogliersi in preghiera (sotto il suo altare fu sepolto uno dei tre martiri catanzaresi del 1823, Pascale).

I muri portanti sono privi di sostegni e difese dagli agenti atmosferici perchè manca, da anni, la copertura.

Anche qui, come un tempo nella scomparsa porta di Stratò, si notano tracce di un indefinibile dipinto murale.

Un breve ed erto percorso consentiva ai “viatori” di arrivare in città dopo avere attraversato l’alveo del torrente Musofalo (il toponimo antico era Conaci); la traccia è ancora ben visibile a chi  guarda dalla strada che conduce al vecchio ponte di Siano , luogo di leggende e tristi suicidi  per i catanzaresi delle vecchie generazioni.

È la terza delle porte di Catanzaro ancora in vita – quella Nord est –  che, malgrado l’abbandono, sembra aggrapparsi allo scoglio dove fu edificata per non scomparire ricordandoci, muta ed inascoltata testimone, di avere vissuto per tanti secoli assieme ai nostri predecessori, compiendo, per di più, un tratto di strada assieme a noi.  Fino a dove potrà farci ancora compagnia se non tendiamo una mano? Molto presto le sue pietre si confonderanno con quelle del torrente sottostante dove sarà difficile raccoglierle. Finirà “sotto il Ponte di Siano”.

Si potrebbe dare un segno di attenzione per restaurare l’ edifico, magari insieme al convento ex ospedale. Si oppongono tre fattori: l’indefinita e mai aperta per essere conclusa definizione della proprietà fra Comune ed Azienda Sanitaria, l’ assenza totale della Sopraintendenza ai Monumenti che “dorme” a Cosenza, i costi, la latitanza della Regione in fatto di politiche di recupero dei centri storici. Se non si incomincia non si può finire e la Portella potrebbe essere il primo avvio di un’operazione che dimostri uno spiraglio nell’ indifferenza generale.

I dati della porta di S Agostino sono stati rilevati, a suo tempo, dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici e ne fu redatta una scheda, riportata in un libro pubblicata dal Ministero competente nel 1979, ministro l’onorevole Antoniozzi, che mise in evidenza i problemi, come ho già ricordato in una nota precedente.

La proprietà risulta essere del Comune di Catanzaro, così come la porta di Stratò e le strade che portano ad entrambi gli edifici partendo dal sottostante torrente Musofalo.

È un contributo alla ricerca delle proprietà comunali dimenticate.

Accanto alla porta vi era  il convento dei frati Agostiniani, anch’esso in notevole stato di degrado.

Chi vuole entrarvi è libero di farlo a suo rischio e pericolo: porte aperte, luoghi abbandonati e quintali di carte d’archivio buttate in una stanza, disponibili per chiunque, malgrado la legislazione sugli archivi ne preveda un adeguato trattamento da parte della proprietà che dovrebbe essere, attualmente, dell’amministrazione ospedaliera.

Ma anche la Sopraintendenza ai Beni Archivistici, che soggiorna a Reggio Calabria, non ha forse potuto verificare lo stato dei fatti per valutare cosa conservare e cosa gettare!

Il caso consente di segnalare il problema contando sulla sua soluzione.

Ma che sarà dell’antico convento dove fu anche sepolto un nostro Vescovo?

Merita anch’esso qualche cenno di storia, anche perché la sua vita è associata a quella della porta della quale si è detto.

Nel 1650, su ordine di papa Innocenzo X, tutti i conventi inviarono a Roma una relazione storico-economica della propria situazione. Copia di tale relazione è conservata presso l’Archivio Generalizio degli Agostiniani a Roma e reca la data del 22 Dicembre 1649.

Vi si illustra, in attuazione dell’accennata bolla pontificia, “lo stato del Convento di S. Maria del Soccorso dell’Ordine degli Agostiniani della Provincia di Calabria”, che viene qui pubblicata per la prima volta.

Esso era “situato dentro la città di Catanzaro in un angolo sopra le mura da una parte e dall’altra dov’è si affacciava della chiesa contigua alla città, e sua abitazione in strada pubblica e frequentata; fu fondato et eretto col consenso ed autorità di monsignor Ascanio Geraldino, Vescovo della Città, nell’anno 1561 il dì 16 Ottobre sotto il pontificato di Pio IV, e la chiesa ha il nome di S. Maria del Soccorso, con cappella, organo, choro e sacrestia con mediocri addobbamenti … il chiostro quadrato, e la clausura tiene otto celle, refettorio grande, cantina, granaro, cucina-dispensa e quattro altri magazzini… et altri servizi , un giardino murato al cancello”.

Nel 1628  ospitava 5 sacerdoti, tre serventi e quattro novizi dei quali si elencano i nomi.

Il priore era un catanzarese Alessandro(?) Mannarino.

I possedimenti ed i censi esigibili costituiscono buona parte della relazione che non contiene altre particolari indicazioni. È straordinario rileggere antichi documenti in presenza dei luoghi cui si riferiscono.

Il convento e la porta esistono entrambi, quest’ultima ancora per poco : seguiranno il destino di altri beni cittadini?

Scriveva il compianto Professor Augusto Placanica che “il passato della Calabria non si mostra, perché spesso, di quel passato non è rimasto quasi nulla… è mancato alle comunità il gusto di guardare e provvedere a un domani più alto”.

Per alcuni aspetti c’è qualcosa che sopravvive a Catanzaro, è un nostro dovere ri-conoscerlo e salvarlo». (La foto è stata scattata da Anna Veraldi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Eretico Tour”, da Amantea parte l’imponente ondata di spirito di rivalsa che si riappropria della Calabria

Una giornata piovosa e ricca di sorprese quella di sabato 16 gennaio. Una giornata che grazie all’Eretico Tour, partito dall’hotel “La Tonnara” di Amantea, rimarrà nella mente e nel cuore di quanti, come me hanno preso parte all’evento, facendo di tutto per esserci.

La partenza dell’iniziativa, ideata dal blog Ereticamente, mi emozionava e non volevo mancare assolutamente, certa che sarebbe stata l’ennesima occasione (da quando frequento gli imprenditori eretici) per respirare quell’atmosfera intrisa di energia positiva, che tanto giova al percorso che ho intrapreso e voglio implementare.

Non avrei mai creduto che la convocazione per un nuovo incarico lavorativo avrebbe potuto sconvolgere l’organizzazione logistica di quella giornata, ma così è stato. La chiamata per una supplenza in un liceo, ha rischiato di far saltare il mio appuntamento, ma per fortuna non è successo e, grazie all’aiuto degli eretici, ho potuto sedere anche io in platea.

Il piacere di aver ottenuto un lavoro ben retribuito che durerà per i prossimi cinque mesi, non ha scalfito nemmeno lontanamente la gioia di entrare in sala e incrociare gli sguardi di persone amiche e quelli di altre, tutte da scoprire. Quelle storie, quelle immagini proiettate al maxi schermo, quelle frasi intrise di emozione, forza e determinazione, pronunciate in quella sala, mi hanno fatto sentire subito a casa e mi hanno caricata di una grande energia e voglia di fare, più di qualunque contratto stipulato con un ente qualsiasi, che molto spesso è sinonimo di un lavoro che non senti pienamente tuo.

Spesso, questi contratti ti rubano la vita, ti gettano in un sistema sterile, che si serve di te finché ne ha bisogno e poi ti getta in una sorta di limbo, rendendoti depresso e convinto di non valere mai abbastanza.

Essere un imprenditore eretico, significa essere padrone del proprio destino e delle proprie scelte, a partire dal luogo in cui si sceglie di vivere. Per tutti noi, che abbiamo vissuto l’esperienza di Amantea, la scelta è ricaduta sulla Calabria, la terra che tutti portiamo nel cuore e sulla quale finora si è scommesso troppo di rado.

Coordinati da Massimiliano Capalbo, ideatore dell’iniziativa, co-fondatore di Orme nel Parco e autore del fortunato volume “La terra dei recinti”, gli interventi degli imprenditori eretici si sono protratti per tutta la mattinata, tenendo incollato alle sedie un pubblico attento ed emozionato. Denominatore comune delle loro relazioni, la ferma convinzione di trovarsi in una terra che ha tutte le carte in regola per essere la culla del loro futuro. Non in termini romantici, come qualcuno può pensare, ma concretamente, come luogo su cui investire le proprie energie per ricavarne di che vivere.

Stefano Caccavari, con la storia del suo Orto di Famiglia è stato il primo imprenditore eretico a prendere la parola. Dopo di lui,  Nadia Gambilongo ha parlato dell’importanza del rispetto degli spazi urbani, che lei, con l’associazione I Giardini di Eva, contribuisce a valorizzare facendosi istituzione. Una storia di amore e rispetto per l’ambiente è stata anche quella raccontata da Lucia Parise, dell’associazione Erbanetta, reduce dalla straordinaria esperienza di “Ambientiamoci”, l’iniziativa che nel dicembre scorso, ha acceso i riflettori sulla salvaguardia e la valorizzazione della Grotta delle Palazze di Mendicino. Ivan Arella, dell’associazione “La Piazza”, ha invece parlato del Cleto Festival, il magico evento che, con finanziamenti propri, ha riportato in vita il suggestivo borgo di Cleto, facendolo brillare di una luce nuova, attraverso un ricco calendario di eventi culturali ed artistici che si svolgono nel mese di agosto. Una vera e propria sfida che è divenuta ormai un appuntamento di rilievo nel panorama culturale calabrese. E di sfida parliamo anche quando ci riferiamo all’eresia di Deborah De Rose, che da giovane avvocato è divenuta un punto di riferimento concreto per artisti, creativi e per tutti coloro che vogliono mettere in campo il proprio saper fare, con il suo spazio “Interazioni Creative”, che ha sede a Cosenza. Il mosaico di luci che ha dato l’avvio all’ Eretico Tour si è composto anche della tessera luminosa di Home For Creativity, il rivoluzionario progetto di accoglienza ideato da Roberta Caruso, che a Montalto Uffugo, fa accoglienza basandosi sui principi della share economy. Ancora un altro suggestivo borgo calabro è stato rubato alla desolazione dello spopolamento, grazie al progetto eretico di Rosa Maria Limardi, che ha descritto la sua idea “Jacurso da vivere e imparare”, grazie alla quale, da anni riesce a promuovere i valori, le tradizioni e la storia di quei luoghi, trasformandole in valore. Una storia che ricorda quella di Nido di Seta, la cooperativa agricola attiva non molto lontano, nel piccolo agglomerato di San Floro, dove Domenico Vivino e Miriam Pugliese hanno fatto rifiorire l’antica arte della seta, un tempo alla base dell’economia dell’intera regione, trasformando in valore un mondo fatto di tradizioni e pratiche lavorative ancestrali legate al nostro millenario passato.

Sembrerebbe tutto qui, ma così non è. Gli eretici che hanno preso la parola durante la mattinata, sono solo una piccola parte di tutti quelli nascosti nei meandri di questa splendida terra di Calabria. Ne è riprova il fatto che tanti di loro sono emersi nel pomeriggio. Alcuni con storie di percorsi concreti già intrapresi, e altri con racconti di progetti altrettanto meravigliosi che sono in itinere e lì, tra menti affini ed animi tenaci, hanno trovato quella spinta in più che serve per far fronte all’asprezza di un tessuto sociale fatto di diffidenza e luoghi comuni che parlano di atavica apatia.

Ostacoli che il cammino in Calabria porta con sé, ma che, sono sicura, non riusciranno a fermare l’imponente ondata di spirito di rivalsa rappresentata da questi eretici.

Angela Rubino

 

 

 

Le Reali Ferriere Borboniche di Mongiana, storia di un’antica eccellenza calabra [English version below]

Storia di un pezzo di Calabria

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In una Calabria figlia di un passato millenario c’è stato posto anche per la gloria di un piccolo centro montano di recente fondazione, Mongiana. Denominato in precedenza località Cima, il piccolo agglomerato urbano delle Serre calabre, nacque nel 1771 come luogo di residenza di impiegati, artigiani, operai, dirigenti e guarnigioni militari che operavano all’interno delle Reali Ferriere e Fabbrica d’Armi impiantatavi dai Borbone, uno stabilimento attorno al quale, come si può immaginare, ruotava l’esistenza degli abitanti del piccolo centro e al quale essi rimarranno sempre profondamente legati, riconoscendo in esso il simbolo del benessere e della serenità dell’intera comunità.

L’impianto calabrese, inserito nel complesso industriale e militare del Regno delle Due Sicilie, produceva materiali e semilavorati ferrosi poi rifiniti sia in loco, che presso il polo siderurgico di Pietrarsa.

Nonostante sul territorio esistesse già un polo siderurgico nell’area di Stilo, il governo del Regno delle due Sicilie decise…

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