Cerca

calabrialanostracultura

Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Categoria

Eventi

Tiriolo: millenaria terra tra i due mari

La Calabria è una terra misteriosa e per certi versi unica. Una terra tutta da scoprire ed ogni scoperta regala intense emozioni.

Uno dei suoi tratti unici è sicuramente il fatto di essere un lembo di terra sospeso tra due mari: il Tirreno e lo Ionio. Esiste un luogo, in provincia di Catanzaro, dal quale i due mari possono essere ammirati in contemporanea. Questo luogo è Tiriolo.

Come guida turistica abilitata, ho deciso di proporre a chi vorrà vivere un’esperienza unica, la conoscenza di questo luogo magico, sospeso tra storia e leggenda. Il tour partirà da Catanzaro (piazzale antistante il Benny Hotel, in prossimità dell’incrocio prima di intraprendere il Viadotto Morandi), alle ore 16 del 21 agosto 2019.

Perchè ho scelto Tiriolo

Il  fascino di questo borgo situato in posizione panoramica a 650-850 m s.l.m . è indiscusso. Esso possiede un centro storico ben conservato, testimone di millenni di storia e di antichi popoli che si avvicendarono, popolando l’antico insediamento, le cui stradine tortuose si snodano lungo le pendici della collina dominata dal castello: greci, brettii, romani, bizantini.

Nel borgo si respira un’atmosfera genuina ed intrisa di antichi saperi e tradizioni millenarie che ancora sopravvivono, figlie di una cultura antica e fortemente radicata. Tra queste: la tessitura, tra i cui prodotti spiccano i caratteristici scialli denominati “vancali” e poi ancora la lavorazione della ceramica, la liuteria e la gustosa tradizione enogastronomica.

Un luogo da sogno che restituisce le testimonianze delle sue vite passate e rende più ricco ed interessante il tempo presente.

L’Antiquariumo civico di Tiriolo è lo scrigno che conserva alcuni questi ritrovamenti. Tra di essi la tomba a camera brettia risalente al  IV/III  secolo a.C. e rinvenuta in località Castaneto, la copia del celebre Senatus Consultum de Bacchanalibus, la tavoletta in bronzo del 186 a. C., secolo con inciso il decreto romano che vietava i culti in onore del dio Bacco, rinvenuta a Tiriolo nel 1640 e custodita al Museo di Vienna. Inoltre si può ammirare una nutrita collezione di reperti rinvenuti nel territorio di Tiriolo.

E poi l’area archeologia Gianmartino, con il Palazzo dei Delfini, risalente al IV/III  secolo a.C e portato alla luce con la campagna di scavi del 2015.

Il polo museale di Tiriolo custodisce anche una ricca collezione di costumi tradizionali, che le donne di Calabria confezionavano da sé per abbigliarsi nella vita quotidiana e nelle varie occasioni della vita sociale.

Dopo la visita al museo, la risalita del cuore del centro storico, verso una meta davvero speciale: il ristorante I Due Mari, dalla cui terrazza si può godere una vista mozzafiato ed unica nel suo genere perché in nessun altro luogo in Italia è possibile ammirare contemporaneamente i due mari che bagnano le coste di una parte della penisola italiana.

In questo luogo, sarà possibile non solo degustare le specialità del luogo, ma anche ascoltare il racconto di suggestive leggende legate alla millenaria storia del territorio. A narrarle saranno Loredana Turco e Silvana Franco, autrici del volume “Legendabria, leggende di Calabria” (Publigrafic, 2018).

Un pomeriggio davvero unico, quindi. Un’esperienza tutta da vivere che colorerà le vostre vacanze in Calabria. (Per info e prenotazioni, chiamare il numero 339 / 6574421)

Angela Rubino

Annunci

I luoghi poco conosciuti di Calabria e le antiche leggende: evento tra arte, storia e musica all’atelier degli Antichi Tessitori a Catanzaro

Un amore profondo per la terra di Calabria, la voglia di esprimerne i valori più antichi ed autentici e la volontà di riscoprire le radici di un passato millenario per dare loro il giusto valore. È questo che anima gli eventi dell’associazione CulturAttiva e non fanno eccezione quelli promossi nei locali dell’atelier di Antichi Tessitori, in via Indipendenza a Catanzaro, un luogo che oltre ad essere un laboratorio sartoriale per creare manufatti su misura, vuole essere anche teatro di scambi culturali ispirati alla riscoperta della nostra terra, all’arte, alle eccellenze che essa può esprimere, in quanto esse costituiscono una fonte di sapere ed ispirazione su cui si basa il lavoro creativo compiuto in atelier.

Ed è così che nel pomeriggio di sabato 19 gennaio, ha preso forma un’iniziativa molto particolare, incentrata sui volumi “Orme Dimenticate” (Laruffa 2016) e “Legendabria, leggende di Calabria” (Publigrafic, 2018), scritti il primo da Silvana Franco e il secondo dalla stessa autrice, coadiuvata da Loredana Turco.

Oltre alle due autrici, all’incontro erano presenti Luigi Tassone, co-founder di Antichi Tessitori e Angela Rubino, presidente dell’associazione “CulturAttiva”, che hanno coordinato l’organizzazione della serata, durante la quale si è cercato di fornire spunti di riflessione e dibattito sulle innumerevoli possibilità che la terra di Calabria può offrire per un futuro basato sul recupero della sua identità storico-culturale.

Mediante delle immagini, dei filmati e i racconti delle autrici, il   pubblico presente, attento ed affascinato, ha potuto compiere un viaggio ideale nei luoghi meno conosciuti della nostra regione: castelli, grotte rupestri, necropoli, ma anche piccoli laboratori dove ancora oggi si praticano antichi mestieri, come l’arte della tessitura. Un antico passato, riportato alla luce da Silvana Franco che, animata da una grande passione per le escursioni e da una grande curiosità che la spinge a cercare quello che ancora oggi rimane del variegato patrimonio culturale della terra di Calabria, lo racconta nel libro “Orme dimenticate”. Un patrimonio fatto di luoghi, di antichi usi e costumi, di lingue e dialetti e anche di leggende. A Loredana Turco il compito di raccontarne alcune, tratte dal volume “Legendabria” e a Silvana Franco, non solo il piacere di raccontare le storie leggendarie di Calabria, ma anche quello di cimentarsi, chitarra alla mano, nella loro versione musicata, con l’aiuto di suo figlio Francesco alle percussioni.

Per l’occasione sono state anche esposte delle opere pittoriche a tema e si è anche dato spazio alla poesia dialettale con i versi del poeta Pino Tassone, che hanno tratteggiato con perizia la figura del sarto conosciuto come “Mastro Antonio”, scomparso di recente, esaltandone le sue doti umane e professionali.

 

“Lamagara” a Catanzaro: se l’ultima strega fosse l’ emblema di una città che rinasce?

Storie spesso sconosciute, quelle di Calabria, intrise di mistero e suggestione, che meritano di essere raccontate per permetterci di ritrovare la nostra identità collettiva e l’importanza delle nostre radici, l’unica via per il riscatto della nostra terra.

Elevare Cecilia Faragò a simbolo di forza, coraggio, autenticità, energia e attaccamento ai valori più puri della cultura popolare di Calabria, in un giorno di riflessione sulla condizione della donna, è stata a mio avviso una scelta più che mai vincente, che porta i calabresi a posare lo sguardo sulla propria storia e su quei personaggi che, pur non essendo alla ribalta di uno scenario sempre più globalizzato, hanno saputo sfidare le regole di una società fatta di pregiudizi, cambiando il corso della storia.

Il fortunato monologo teatrale “Lamagara”, interpretato da Emanuela Bianchi e scritto dalla stessa attrice e antropologa insieme ad Emilio Suraci, vincitore nel 2104, del premio della critica“Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma, si è rivelato un’alternativa di spessore a quanto di consueto viene proposto nella giornata dell’8 marzo.  

Il merito di questa scelta va al collettivo che anima il progetto ZTL (Zona Transitoriamente Libera), nato per promuovere un percorso di rinascita e riappropriazione delle aree urbane della città di Catanzaro, mediante iniziative culturali e di intrattenimento. Un percorso che ha il sapore di una sfida, lanciata ad una città che, a dirla tutta, pare rispondere abbastanza bene.

Lo spettacolo di Confine Incerto, infatti, proposto al Nuovo Supercinema alle 20.30 e in replica alle 22.00 piace, incuriosisce ed emoziona.

Quella di Cecilia Faragò, è una storia che ha affascinato vari scrittori ed artisti ( di recente è stata anche girata una pellicola ispirata a questa vicenda). Il testo di Bianchi e Suraci è stato ripreso dal volume “L’ultima fattucchiera”, di Mario Casaburi, (edito da Rubbettino), nel quale viene riportato l’epistolario del giovane avvocato Giuseppe Raffaelli, che difese la Faragò dalla falsa accusa di stregoneria. Una documentazione grazie alla quale  Emi Bianchi riesce a costruire il profilo di Cecilia Faragò e a restituirlo in chiave artistica mediante una straordinaria interpretazione.

I fatti narrati si svolsero nel XVIII secolo tra Zagarise, che diede i natali alla donna e Simeri Crichi, dove visse da sposata. A conferire complessità e pathos alla vicenda, contribuisce il contesto storico sociale in cui essa si svolse, dominato da un distorto sentimento di religiosità che pervadeva le menti della gente dell’epoca, generando timore, ipocrisia, sottomissione e fatalismo. Fattori che finivano per alimentare la spietata avidità del clero. Era l’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista di potere e ricchezze veniva eliminato.

Cecilia, donna forte, indipendente, legata alle sue radici ed animata da un grande amore per la sua famiglia, viveva in un’epoca in cui le donne erano considerate inferiori all’uomo e senza diritti, ma con il dovere di adeguare la propria esistenza a rigidi schemi. Quando il destino le strappò via prima il marito e subito dopo il figlio, Cecilia divenne fragile ed esposta alle violente e meschine sopraffazioni di chi volle accusarla ingiustamente per appropriarsi dei suoi beni.

Lei, che amava cantare nei boschi e conosceva le proprietà curative delle erbe, fu accusata di stregoneria e di omicidio ed arrestata sulla base di prove fittizie ed assurde congetture.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli, a salvarla dal suo destino. Egli , appena ventenne, fu certo nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa.

Il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

Cecilia Faragò fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie e quell’evento storico si svolse nella sede della Regia Udienza di Catanzaro.

Lo spettacolo descrive abilmente le caratteristiche del contesto in cui si svolsero i fatti, restituendolo attraverso le parole e i gesti della protagonista. Abilmente, Emi Bianchi, che fa suo lo spirito battagliero di Cecilia Faragò e la sua saggezza, il suo sgomento di fronte all’ipocrisia di chi bussava alla sua porta chiedendo i suoi servigi e poi non esitò a puntarle il dito contro.

Nenie nella lingua dei nostri nonni e immagini di vita familiare intrise di un’antica tenerezza, il fatalismo contro il coraggio e la smania di infrangere i dettami di una cultura in cui religione è spesso sinonimo di servilismo. Questi alcuni degli “ingredienti” di uno spettacolo affascinante e profondo che riesce a superare la sua stessa natura di monologo teatrale per la grande dinamicità che l’attrice sa donare alla scena, senza mai annoiare, calandosi nei panni di vari personaggi e anche grazie all’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio. (Foto di Marzia Lucente)

Angela Rubino

“Non cali il sipario sul dialetto”, quando il teatro valorizza la cultura popolare

Un pomeriggio festivo all’insegna della riscoperta della cultura popolare, quello vissuto il 26 dicembre al Cinema Teatro Comunale di Catanzaro che, oltre alla messa in scena della commedia in vernacolo “Turuzzu & Luvìcia”, scritta da Nino Gemelli e diretta ed interpretata da Francesco Passafaro, ha proposto anche uno spazio dal titolo “Non cali il sipario sul dialetto”, dedicato alla lingua dialettale e alla figura del commediografo catanzarese scomparso dieci anni fa, con la presentazione di un volume che raccoglie alcune delle sue commedie più famose.

L’associazione CulturAttiva ha curato lo spazio di approfondimento, animato dagli interventi di Angela Rubino, giornalista, esperta di storia locale e presidente dell’associazione e Francesco Passafaro, attore e direttore artistico del Comunale.

Cogliendo anche gli spunti offerti dalla commedia di Gemelli, si è discusso di come «oggi il dialetto tende ad essere sottovalutato e messo da parte, a favore di termini appartenenti a lingue straniere che irrompono sempre di più nel nostro linguaggio e soprattutto in quello dei giovani. Ciò nonostante – ha proseguito Angela Rubino –  il dialetto, oltre a rappresentare il persistere nel tempo di una tradizione culturale sempre viva, possiede una sua innegabile dignità in quanto deriva dal latino e poi è la lingua degli affetti, delle “cose” che appartengono ad una terra e non ad un’altra, che legano le generazioni tanto quanto il sangue».

Per quanto riguarda le origini e le caratteristiche del dialetto catanzarese, Angela Rubino ha spiegato che  «esso è parlato solo su un’area ristretta che coincide con la linea di suddivisione in due grandi blocchi linguistici in cui gli studiosi ritengono che la Calabria sia suddivisa, quindi possiede delle caratteristiche che lo distinguono nettamente dai dialetti parlati nel resto della regione. Per cercare di far luce sulla sua derivazione, occorre inevitabilmente fare riferimento alla storia della città di Catanzaro. Essa fu fondata dai bizantini, che si rifugiarono sul Triavonà per sfuggire alle incursioni dei saraceni. Dunque il nostro dialetto avrebbe una matrice greca, ma possiede anche elementi arabi e latini».

«Fu proprio il latino a prevalere dopo l’arrivo dei normanni, che subentrarono ai bizantini ed avviarono il processo di latinizzazione della lingua e della cultura. Il passaggio dal greco al latino però avvenne gradualmente – ha continuato l’esperta – e per circa due secoli la popolazione fu bilingue: si parlava e si scriveva in greco e latino. Poi piano piano la lingua e il dialetto mutarono a tal punto che il latino ebbe il sopravvento».

«Il dialetto che parliamo oggi è anche arricchito dalla presenza di termini di origine spagnola e francese, frutto delle successive dominazioni di questi popoli».

«Ben vengano dunque tutte le occasioni volte a puntare i riflettori sul dialetto locale – ha concluso la Rubino – sulle sue caratteristiche, sulla sua storia, inscindibilmente legate a quella del popolo di riferimento. Occasioni in cui ci si possa riscoprire membri di una stessa comunità nel ritrovare quelle espressioni usate da ognuno di noi nella nostra quotidianità. Espressioni che spesso non trovano un’adeguata corrispondenza nella lingua italiana».

Il teatro in vernacolo rappresenta sicuramente un potente strumento di preservazione del dialetto e Nino Gemelli è uno degli artisti catanzaresi che ha saputo lasciare alla città dei bellissimi contributi artistici nei quali ha saputo dipingere sapientemente l’anima di personaggi in cui ognuno di noi può rivedersi. Personaggi genuini che appartengono al mondo della cultura popolare, a quella dimensione alla quale tutti noi siamo affezionati perché sa ricondurci ad un passato fatto di cose semplici: i sapori, gli odori e l’atmosfera di un tempo in cui si parlava anche una lingua diversa.

Francesco Passafaro ha ricordato con affetto e ammirazione la figura di Nino Gemelli, al quale è anche stato dedicato il palco del Teatro Comunale, un importante segno di riconoscenza da parte degli artisti, che riconoscono in lui un grande maestro, non solo sulla scena, ma anche nella vita. Infatti Gemelli ha avuto il merito di lasciare un segno indelebile nel cuore di quelli che hanno incrociato la sua strada per la sua umanità e bontà d’animo, qualità che ha saputo riversare anche nelle sue commedie donando loro quella profondità che, insieme alla comicità tipica del teatro popolare, contribuisce a renderle uniche.

“Non cali il sipario sul dialetto” ha voluto rappresentare un momento di riflessione,  affinché si mantenga sempre viva la nostra tradizione linguistica come segno della nostra appartenenza ad una comunità che possiede una sua storia, un cammino millenario che ci ha resi ciò che siamo oggi e dal quale non possiamo prescindere perché in tal caso saremmo un popolo senza storia, un popolo “fantasma”. Dunque ben venga il cambiamento, l’evoluzione e la conoscenza di altre lingue, ma occorre dare la giusta dignità alla nostra cultura, in termini di usi e costumi e anche di lingua.

“Non cali il sipario sul dialetto”: a teatro per ritrovare le proprie radici

Il dialetto rappresenta un retaggio culturale che lega una comunità alla sua storia.

Considerato comunemente una sorta di degenerazione della lingua madre, esso tende ad essere sottovalutato e messo da parte, a favore di termini appartenenti a lingue straniere, che irrompono sempre di più nel nostro linguaggio e soprattutto in quello dei giovani.

È per questo che l’associazione CulturAttiva ha deciso di proporre l’evento “Non cali il sipario sul dialetto”, un’iniziativa mirata a mettere in luce l’importanza della lingua popolare, che si svolgerà a partire dalle 18.00, nel pomeriggio del 26 dicembre, nelle sale del Cinema Teatro Comunale, a Catanzaro grazie alla collaborazione con l’associazione “Incanto”, perché uno degli strumenti più potenti per preservare il dialetto è proprio quello del teatro in vernacolo. A questo proposito, verrà richiamata l’attenzione su una delle figure più amate dai catanzaresi, che ha saputo lasciare nel cuore dei suoi concittadini una traccia profonda, per la sua umanità oltre che per le sue doti artistiche: Nino Gemelli, attore e commediografo di grande talento e sensibilità.

All’evento prenderanno parte Francesco Passafaro, attore e direttore artistico del Cinema Teatro Comunale e Angela Rubino, presidente di CulturAttiva, giornalista ed esperta di storia locale.

Sarà uno spazio breve ma intenso: si cercherà di far conoscere meglio le caratteristiche del dialetto catanzarese, idioma particolare, che si distingue dal resto dei dialetti parlati nella nostra regione anche per i trascorsi storici che interessarono la città di Catanzaro e le varie dominazioni che vi si susseguirono, lasciando una traccia profonda nei suoni e nei modi di dire propri della parlata popolare dei catanzaresi. L’intervento sarà curato da Angela Rubino, mentre a Francesco Passafaro, padrone di casa, andrà il compito di delineare la figura del grande Nino Gemelli.

Lo spazio di approfondimento si svolgerà nel momento di pausa tra le due rappresentazioni della commedia di Nino Gemelli “Turuzzu & Luvìcia”, la cui visione offrirà divertenti spunti pratici, rispetto a quello che verrà detto durante gli interventi, riprendendo gesti e modi di dire propri della nostra cultura popolare, senza tralasciare quel tocco di profonda umanità, proprio del teatro di Gemelli, il quale attraverso i suoi personaggi, sa cogliere l’essenza profonda della nostra cultura, non solo attraverso la rappresentazione della lingua e della gestualità, ma anche attraverso quella del loro animo, sempre rivolto a quel senso di fratellanza e sostegno reciproco che da sempre contraddistingue non solo i catanzaresi, ma i meridionali in generale.

 

Con i racconti della “Route 106” termina con successo la rassegna “Rivelazioni Calabre”

Ieri, sabato 28 gennaio si è chiusa la rassegna culturale dal titolo “Rivelazioni Calabre”, realizzata nella suggestiva cornice del Museo Marca dalle associazioni “CulturAttiva” e “Terre Ioniche” con il sostegno della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo. L’evento, partito sabato 21 gennaio, si componeva di una mostra fotografica sui borghi della Calabria ionica intitolata “Il borgo, sulla traccia della nostra storia” , con le immagini scattate da Nicola Romeo Arena e Anna Rotundo e di vari eventi collaterali: il monologo teatrale “Dietro il sud”, scritto ed interpretato da Emanuela Bianchi; gli interventi di tre associazioni (Ra.Gi. Onlus, “Riviera e borghi degli angeli” e “Route 106”); le presentazioni di tre volumi (“Orme dimenticate” di Silvana Franco, “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” di Luigi Elia e “La seta a Catanzaro e Lione” di Angela Rubino), svolte con la partecipazione di Salvatore Mongiardo e Miriam Pugliese della Cooperativa “Nido di seta” e lo svolgimento delle passeggiate a tema “Sul filo delle vie della seta”, un breve itinerario, curato da “CulturAttiva”, che ha condotto i visitatori alla scoperta dei segni della nobile arte della seta nel centro storico di Catanzaro.

A suggellare la rassegna, l’intervento di Patrizia Gallelli, Mariangela Rotundo e Carmela Bilotto dell’associazione “Route 106”, che hanno raccontato la storia di una passione smisurata per la terra di Calabria e la voglia incontenibile di diffondere la conoscenza della sua bellezza. Nasce così il sito internet dell’associazione, con uno spazio dedicato ad un blog dove tutto viene narrato con estrema semplicità. Vengono raccontate le calde atmosfere della nostra terra e viene anche denunciato lo stato di abbandono in cui versano le tracce della nostra storia. Poi nascono le esperienze offerte ai visitatori che, attraverso iniziative di trekking urbano, vengono condotti nei borghi storici ricchi di atmosfere, paesaggi, monumenti, sapori e tradizioni che li rendono unici e indimenticabili. La “Route 106” ha anche messo in atto delle collaborazioni con realtà simili presenti sul territorio regionale, in modo da rendere l’azione più incisiva ed allargare il proprio raggio di azione. La denominazione dell’associazione è legata alla statale ionica 106, una strada tristemente nota e nello stesso tempo quella che può condurre, attraverso borghi, fiumare e coste, alla riscoperta della Calabria. «Il nostro intento – spiegano le ragazze – è quello di superare, tramite l’esperienza del viaggio, tutti i pregiudizi legati a questa strada e alla nostra terra, consapevoli che, solo mediante il contatto diretto è possibile calarsi nella quotidianità della Calabria».

Dunque, ancora una volta, all’interno di “Rivelazioni Calabre”, si è parlato di turismo sostenibile, di turismo esperienziale, nell’ottica della riscoperta di un territorio misconosciuto che può divenire meta di intensi flussi turistici per il suo alto potenziale, il cui valore è stato già intuito da molti giovani, come dimostrano gli interventi degli ospiti della rassegna, che non sono i rappresentanti delle uniche realtà presenti sul territorio regionale.

«Giungiamo alla chiusura del nostro evento soddisfatti – affermano Angela Rubino, presidente di “CulturAttiva” e Nicola Romeo Arena, alla guida di “Terre Ioniche” – certi di aver contribuito al movimento di rinascita del nostro territorio da vari punti di vista: quello della diffusione della conoscenza del nostro patrimonio storico-culturale; quello dello scambio di esperienze e punti di vista e infine lanciando il messaggio che si può fare tanto, semplicemente impegnandosi al massimo e credendo in ciò che si fa. È così che le nostre neonate associazioni si sono ritrovate a partire con un progetto ambizioso, portato a termine con successo. Ringraziamo sentitamente la Provincia di Catanzaro nella persona del presidente, Enzo Bruno e del direttore del Museo Marca, Rosetta Alberto e la Fondazione Rocco Guglielmo, per averci dato fiducia e aver creduto nella nostra idea ».

A”Rivelazioni Calabre” si parla della Calabria, che “regalò” al mondo la dieta mediterranea

Il pomeriggio del 27 gennaio al Marca, nella cornice di “Rivelazioni Calabre”, la rassegna culturale, che si compone di una mostra fotografica sui borghi della Calabria Ionica realizzata da Nicola Romeo Arena e Anna Rotundo e di vari eventi collaterali, promossa dalle associazioni “CulturAttiva” e “Terre Ioniche” con il contributo della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo, ha visto protagonisti Luigi Elia, biologo nutrizionista catanzarese autore del volume “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” (Biblioteka edizioni, 2014) e  Salvatore Mongiardo, intellettuale, filosofo e scrittore di fama internazionale e scolarca della Nuova Scuola Pitagorica. Quest’ultima è un sodalizio che vuole promuovere un nuovo stile di vita e di pensiero, ispirandosi al modello elaborato da Pitagora per vivere in armonia con se stessi, con gli altri e con la natura.

Nell’incontro di ieri si è dipinto il suggestivo affresco di una regione «che può rappresentare l’inizio di un nuovo cammino per il mondo intero, a partire dai suoi preziosi giacimenti culturali ed umani», come afferma Mongiardo.

«Pitagora fece lunghi viaggi che lo misero in contatto con le conoscenze diffuse in Asia, Medio Oriente, Egitto e Grecia – ha proseguito l’intellettuale- . Egli insegnò la dottrina dell’armonia, coniò il termine “filosofo”, l’amante della sapienza, e sviluppò il primo sistema razionale e sociale nella celeberrima Scuola Pitagorica di Crotone.

Quella Scuola era basata sull’amicizia e sulla giustizia sociale, principi sui quali Re Italo aveva fondato l’Italia nell’attuale Calabria intorno al 2000 a.C.».

Una terra, la Calabria, che ha sempre portato con sé tali concetti. Infatti, come evidenzia Elia nel suo libro, grande importanza assumeva nello stile di vita dei calabresi, l’elemento comunitario: «il cibo – si legge nella prefazione – che essi preparano e consumano, strettamente legato alla terra, è sempre pensato, preparato e consumato insieme, in una famiglia che si apre al vicinato e al paese intero».

«Un altro concetto che – secondo Mongiardo – esprime il legame tra la dottrina pitagorica e gli usi e costumi del popolo calabro nei secoli successivi è quello del carattere essenzialmente vegetariano dell’alimentazione. Elemento che  richiama i pitagorici di Crotone, i quali attribuirono valori sacri e salutari ad una dieta vegetariana e rispettosa della vita degli animali».

La relazione di Luigi Elia riguardo i contenuti del suo volume, ha offerto ai presenti un meraviglioso viaggio a ritroso nel tempo, fino all’epoca della Magna Grecia, alla scoperta delle abitudini alimentari del popolo calabro, mettendo in evidenza come le caratteristiche del modello alimentare dei paesi del bacino mediterraneo si distinguessero per la loro elevata salubrità. «Fu il nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi il primo ad introdurre il concetto di dieta mediterranea, negli ultimi anni trenta del secolo scorso e a sottolineare questi concetti. In seguito grazie agli studi condotti dal nutrizionista e fisiologo Ancel Keys – ha spiegato Elia – tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, ci si accorse come le persone meno abbienti dei piccoli paesi del sud Italia, mangiatori di pane, cipolla e pomodoro, apparivano essere più sani sia dei cittadini di New York, sia dei loro stessi parenti emigrati anni prima negli Stati Uniti. Ancel Keys, dunque, cominciò a studiare in modo approfondito la dieta dei cittadini di Nicotera (piccolo comune della fascia tirrenica calabrese), che ben presto venne considerata “dieta mediterranea di riferimento”». Fattore che, secondo Mongiardo, sottolinea il carattere della Calabria come «terra che da e non che prende», se si considera che «la dieta mediterranea, la dieta dell’equilibrio e del benessere, è l’ultimo grande regalo che la Calabria fa al mondo».

Sempre nello spirito della condivisione e della non violenza contro gli animali, nel corso della serata si è svolto il rito della condivisione del “bue di pane”. Preparato per l’occasione da Marta Corasaniti, membro della Nuova Scuola Pitagorica, esso rappresenta il concetto che ci si può nutrire con gli elementi della natura in piena armonia con tutti gli esseri viventi, rifiutando il sacrificio degli animali.

Infine occorre fare un cenno alle ricette popolari recuperate dall’autore, che ha dedicato un’intera sezione del volume alle ricette popolari della tradizione calabrese e durante l’incontro ha citato ingredienti e metodi di preparazione di queste antiche pietanze.

 

 

 

A “Rivelazioni Calabre”si parla di seta e di nuove frontiere del turismo

La Calabria come meta delle nuove tendenze del turismo internazionale, che privilegiano le esperienze, la natura, la suggestione dell’identità storica alla classica vacanza in hotel o villaggio turistico con l’offerta dei classici servizi. Questo in sintesi è emerso nel corso dell’appuntamento di ieri, 26 gennaio, all’interno della rassegna “Rivelazioni Calabre”, promossa dalle associazioni Terre Ioniche e CulturAttiva, con il sostegno della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo e svolta al Museo Marca.

Ad aprire i lavori l’associazione cooperante di tour operators “Riviera e borghi degli angeli” che già nel territorio di Badolato sta mettendo in atto con successo un progetto di rete con un proprio micro-sistema di servizi locali, auto-organizzandosi dal basso. Storie di una Calabria che finalmente vuole risollevarsi e prendere in mano le redini del proprio futuro, basandosi sulle forze di chi sa riconoscere l’immenso valore delle sue bellezze. Guerino Nisticò, portavoce dell’associazione, nel descrivere il progetto che si configura come «un modello di ospitalità diffusa slow di “paese-albergo diffuso” e con pacchetti vacanza “autentici” pensati per allungare la classica stagione turistica balneare», ha sottolineato la necessità di creare un marchio turistico territoriale.«La nostra associazione – ha proseguito Nisticò – ambisce a condividere la propria esperienza nel territorio della “Riviera degli Angeli” abbracciando la fascia costiera e l’entroterra del basso ionio calabrese da Monasterace, Stilo e Bivongi fino a Squillace, Roccelletta di Borgia e San Floro. Urge ampliare questo progetto di rete – ha evidenziato – per un brand territoriale capace di organizzare ed offrire una seria web-identity internazionale, permeato omogeneamente delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche e del patrimonio storico-artistico-culturale ed enogastronomico del basso ionio calabrese». Poi il portavoce di “Riviera e borghi degli angeli” ha sottolineato la necessità di «costruire un’offerta turistica integrata e diversificata con formule innovative di ecoturismo e di turismo esperienziale, culturale ed enogastronomico, capace di trovare il suo giusto spazio di nicchia nel variegato mercato turistico internazionale con l’obiettivo parallelo e graduale di trasformare il territorio in una accreditata, appetibile ed attendibile destinazione turistica».

Un modello, quello proposto dagli operatori di Badolato, che non può prescindere dal fondarsi sulle peculiarità del territorio di riferimento, le quali passano anche per la sua identità storico-culturale. “Nido di Seta”, la cooperativa operante a San Floro basa la sua azione sulla riscoperta dell’antica e nobile arte della seta e propone ai suoi visitatori una full immersion in uno stile di vita rurale che si riallaccia ad un passato storico fatto di fama ed eccellenza e legato alla lavorazione del prezioso filato serico. Una realtà, quella di San Floro che si basa sulla ripresa della filiera della gelsi bachicoltura, giungendo anche alla lavorazione del filato ottenuto, mediante le fasi di tessitura e tintura di semplici manufatti. Una sfida affrontata con coraggio e determinazione da tre giovanissimi ragazzi: Miriam Pugliese, Domenico Vivino e Giovanna Bagnato.

Una passione, quella dei ragazzi della Cooperativa, basata anche sulla piena consapevolezza dell’illustre passato che lega Catanzaro, città capoluogo, alla lavorazione della seta. Argomento trattato mediante la presentazione del volume “La seta a Catanzaro e Lione” di Angela Rubino (Rubbettino Editore, 2007), che descrive l’importanza di un’attività che per secoli fu alla base del benessere economico della città. «Catanzaro in un periodo compreso tra il 1300 e il 1700 fu l’indiscussa capitale europea della seta per la straordinaria qualità dei manufatti creati nelle sue filande, tanto preziosi da essere nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli. Il 1700 vide tramontare gli antichi fasti della nobil arte, ma essa rimase radicata nella vita dei catanzaresi fino al secolo scorso».

Ancora una volta, dunque, emerge il quadro di una regione ricca di peculiarità e fascino, una terra che “Rivelazioni Calabre” vuole raccontare nell’ottica di una riscoperta che vuole essere il punto d’inizio di un nuovo cammino.

 

 

Che valore ha il folklore in Calabria? La “scoperta” della “Ballata di San Nicola da Tolentino”

 

La Calabria stupisce ed affascina e i calabresi spesso la amano in silenzio, come se non volessero mostrare al mondo chi sono e da dove vengono. Nella nostra società sempre più globalizzata, si tende ad omologarsi più possibile e tutto ciò che è legato al folklore della nostra terra, spesso viene considerato come qualcosa di obsoleto a cui si prende parte in modo spontaneo, senza farsi domande sulle sue origini.

Non che la gente di Calabria non sia profondamente legata al territorio e ai propri costumi, ma troppo spesso non ha la capacità di riconoscerne fino in fondo l’altissimo valore.

Questa visione, a mio parere è strettamente legata al fatto che la nostra regione non sia ancora riuscita a fare del turismo culturale la sua principale risorsa economica.

Faccio questa premessa perché ultimamente mi capita spesso di venire a conoscenza di particolari della nostra cultura che a me appaiono di un fascino scintillante e non riesco a rassegnarmi al fatto che non ci siano orde di turisti curiosi ad assistere a celebrazioni, feste, processioni e tutto quello che attiene al retaggio della nostra cultura millenaria.

Inoltre trovo abbastanza pittoresco il fatto che io, come calabrese, debba scoprire per caso l’esistenza di consuetudini che si svolgono a due passi da me.

Ma qual è questa scoperta?

Siamo ad Albi, piccolo comune della presila catanzarese sorto intorno al XV secolo come casale della vicina Taverna, di cui seguì storia e vicende e rimasto tale fino al 1806, anno in cui divenne comune autonomo.

Nel 1570 nell’area del paesino veniva costruito il convento dei Padri Agostiniani della Congregazione di Zumpano, ai quali si deve la diffusione della conoscenza di San Nicola da Tolentino, la cui figura diverrà nei secoli a seguire molto importante per gli abitanti del borgo.

San Nicola nacque a Sant’Angelo in Pontano nel 1245 e ancora fanciullo entrò  nell’ordine gli Agostiniani della sua città. Dal momento in cui venne ordinato sacerdote nel 1269, fino 1277 dedicò la sua esistenza alla predicazione del Vangelo spostandosi di città in città. Nel 1275 si stabilì definitivamente a Tolentino ove morì il 10 settembre 1305. Il Santo, con la sua indole mite ed umile ed una vita da asceta e taumaturgo, riuscì a conquistare il cuore di devoti in ogni parte d’Italia e d’Europa. Con il suo volto di fanciullo, egli venne scelto come Patrono di Albi e ad egli gli albesi giurarono fede e devozione senza riserve. Quando in Calabria temibili catastrofi naturali seminarono lutti e rovine, si attribuì alla protezione del Santo il fatto che Albi non ne venne scalfita o fu danneggiata in minima parte.

È cosa comune, non solo in Calabria, la scelta di un Santo Patrono eletto protettore di un luogo, a cui dimostrare devozione; così come lo è l’usanza di portarlo in processione tra la gente.

Quest’ultima è una consuetudine che affonda le sue radici in tempi remoti e accomuna tutto il mondo cattolico, che a sua volta lo ereditò dagli ebrei (alcuni salmi accennano a un trasporto processionale dell’arca) e anche dai pagani. Presso i greci, ad esempio, in occasione delle famose “Panatee”, tutte le classi della città, in ben ordinato corteo, si recavano nel tempio a offrire un peplo ad Atena.

Nella liturgia cattolica – oggi come ieri – il rito consiste nella formazione di lunghi cortei che precedono o seguono un sacro simbolo: la croce, statue di santi, reliquie, stendardi. Le processioni cristiane sono strettamente collegate ad alcune festività. Se particolare importanza assumono quelle che si svolgono in occasione della Pasqua, non minore enfasi possiedono quelle in onore del Santo Patrono. Esse, solitamente, non assumono tratti particolarmente caratteristici, nel senso che sono tutte più o meno simili, ma in onore di San Nicola da Tolentino, il 10 settembre di ogni anno, viene messa in scena una processione molto molto particolare, ricca di pathos e di allegria.

Il Santo rimane in mezzo alla gente per sei ore, durante le quali visita ogni viuzza del borgo. Le strade sono parate a festa e il paesino è pervaso da un tripudio di emozioni, che vanno al di là del sentimento meramente religioso. Si tratta di amore per la propria comunità di appartenenza e per quei rituali che ormai fanno profondamente parte del vivere di ognuno. È un’emozione forte che non può non travolgere il visitatore che viene da fuori.

Il momento di grande intensità che caratterizza l’intera celebrazione è quello culminante. Al momento del rientro in chiesa, infatti, San Nicola si rifiuta di varcare la soglia del santuario. I portatori inscenano delle finte entrate per poi ritornare di corsa all’esterno e agitano la statua, dando l’impressione che San Nicola balli allegramente tra la gente che lo acclama a suon di musica. È un momento molto intenso durante il quale il Santo sembra quasi calarsi tra il suo popolo, mettendosi a giocare insieme a lui. San Nicola, divertito, sembra farsi beffa, in modo innocente, del sacerdote che attende il suo ritorno in chiesa. Tutto questo fa sì che il Santo esca da quell’immobilismo che sembra caratterizzare le altre processioni.

La “Ballata di San Nicola da Tolentino” è un affascinante rituale che si svolge da secoli non lontano da dove vivo e non ne avevo mai sentito parlare prima di qualche giorno fa. Nessuno tra i miei amici e conoscenti ha notizia di questa straordinaria manifestazione. La Calabria ha bisogno che la sua gente riconosca l’immenso valore dei suoi costumi, che vanno tramandati alle nuove generazioni e la cui conoscenza va diffusa in tutto il mondo, in modo da attrarre sempre più visitatori. Questi ultimi sapranno cogliere la magia della nostra civiltà più di quanto noi facciamo da innumerevoli generazioni. (Immagine tratta dal web)

Angela Rubino

 

 

 

 

 

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑