Un pomeriggio festivo all’insegna della riscoperta della cultura popolare, quello vissuto il 26 dicembre al Cinema Teatro Comunale di Catanzaro che, oltre alla messa in scena della commedia in vernacolo “Turuzzu & Luvìcia”, scritta da Nino Gemelli e diretta ed interpretata da Francesco Passafaro, ha proposto anche uno spazio dal titolo “Non cali il sipario sul dialetto”, dedicato alla lingua dialettale e alla figura del commediografo catanzarese scomparso dieci anni fa, con la presentazione di un volume che raccoglie alcune delle sue commedie più famose.

L’associazione CulturAttiva ha curato lo spazio di approfondimento, animato dagli interventi di Angela Rubino, giornalista, esperta di storia locale e presidente dell’associazione e Francesco Passafaro, attore e direttore artistico del Comunale.

Cogliendo anche gli spunti offerti dalla commedia di Gemelli, si è discusso di come «oggi il dialetto tende ad essere sottovalutato e messo da parte, a favore di termini appartenenti a lingue straniere che irrompono sempre di più nel nostro linguaggio e soprattutto in quello dei giovani. Ciò nonostante – ha proseguito Angela Rubino –  il dialetto, oltre a rappresentare il persistere nel tempo di una tradizione culturale sempre viva, possiede una sua innegabile dignità in quanto deriva dal latino e poi è la lingua degli affetti, delle “cose” che appartengono ad una terra e non ad un’altra, che legano le generazioni tanto quanto il sangue».

Per quanto riguarda le origini e le caratteristiche del dialetto catanzarese, Angela Rubino ha spiegato che  «esso è parlato solo su un’area ristretta che coincide con la linea di suddivisione in due grandi blocchi linguistici in cui gli studiosi ritengono che la Calabria sia suddivisa, quindi possiede delle caratteristiche che lo distinguono nettamente dai dialetti parlati nel resto della regione. Per cercare di far luce sulla sua derivazione, occorre inevitabilmente fare riferimento alla storia della città di Catanzaro. Essa fu fondata dai bizantini, che si rifugiarono sul Triavonà per sfuggire alle incursioni dei saraceni. Dunque il nostro dialetto avrebbe una matrice greca, ma possiede anche elementi arabi e latini».

«Fu proprio il latino a prevalere dopo l’arrivo dei normanni, che subentrarono ai bizantini ed avviarono il processo di latinizzazione della lingua e della cultura. Il passaggio dal greco al latino però avvenne gradualmente – ha continuato l’esperta – e per circa due secoli la popolazione fu bilingue: si parlava e si scriveva in greco e latino. Poi piano piano la lingua e il dialetto mutarono a tal punto che il latino ebbe il sopravvento».

«Il dialetto che parliamo oggi è anche arricchito dalla presenza di termini di origine spagnola e francese, frutto delle successive dominazioni di questi popoli».

«Ben vengano dunque tutte le occasioni volte a puntare i riflettori sul dialetto locale – ha concluso la Rubino – sulle sue caratteristiche, sulla sua storia, inscindibilmente legate a quella del popolo di riferimento. Occasioni in cui ci si possa riscoprire membri di una stessa comunità nel ritrovare quelle espressioni usate da ognuno di noi nella nostra quotidianità. Espressioni che spesso non trovano un’adeguata corrispondenza nella lingua italiana».

Il teatro in vernacolo rappresenta sicuramente un potente strumento di preservazione del dialetto e Nino Gemelli è uno degli artisti catanzaresi che ha saputo lasciare alla città dei bellissimi contributi artistici nei quali ha saputo dipingere sapientemente l’anima di personaggi in cui ognuno di noi può rivedersi. Personaggi genuini che appartengono al mondo della cultura popolare, a quella dimensione alla quale tutti noi siamo affezionati perché sa ricondurci ad un passato fatto di cose semplici: i sapori, gli odori e l’atmosfera di un tempo in cui si parlava anche una lingua diversa.

Francesco Passafaro ha ricordato con affetto e ammirazione la figura di Nino Gemelli, al quale è anche stato dedicato il palco del Teatro Comunale, un importante segno di riconoscenza da parte degli artisti, che riconoscono in lui un grande maestro, non solo sulla scena, ma anche nella vita. Infatti Gemelli ha avuto il merito di lasciare un segno indelebile nel cuore di quelli che hanno incrociato la sua strada per la sua umanità e bontà d’animo, qualità che ha saputo riversare anche nelle sue commedie donando loro quella profondità che, insieme alla comicità tipica del teatro popolare, contribuisce a renderle uniche.

“Non cali il sipario sul dialetto” ha voluto rappresentare un momento di riflessione,  affinché si mantenga sempre viva la nostra tradizione linguistica come segno della nostra appartenenza ad una comunità che possiede una sua storia, un cammino millenario che ci ha resi ciò che siamo oggi e dal quale non possiamo prescindere perché in tal caso saremmo un popolo senza storia, un popolo “fantasma”. Dunque ben venga il cambiamento, l’evoluzione e la conoscenza di altre lingue, ma occorre dare la giusta dignità alla nostra cultura, in termini di usi e costumi e anche di lingua.

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