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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Mese

agosto 2017

L’antico Tryoros e la ribellione del suo popolo che celebra i suoi “Bacchanalia 2200 anni dopo”

Il suo nome deriverebbe dal greco Tryoros, con riferimento ai tre monti che lo circondano e la sua storia è legata ad una serie di episodi storici leggendari. Parlo di Tiriolo, un paesino della Sila piccola catanzarese, un luogo magico che avvolge con le sue atmosfere d’altri tempi.

Per raggiungere Tiriolo bisogna salire su una collina che è posta sull’istmo di Catanzaro, il punto più stretto d’Italia da dove, eccezionalmente, è possibile ammirare in contemporanea i due mari che bagnano la Calabria: il Tirreno e lo Ionio. È in questi luoghi che avvenne la fondazione del borgo da parte di genti greche.

Dunque la magia di questo territorio parte dalla sua posizione geomorfologica e prosegue con la sua storia, che ci riporta addirittura all’era del neolitico e a quella del ferro, a cui risalirebbero alcuni reperti trovati in quest’area. Poi si passa alla leggenda. Secondo alcune ipotesi, infatti, il mitico Ulisse avrebbe fatto tappa in queste terre, durante il suo peregrinare verso Itaca. Infatti, gli abitanti dell’istmo di Marcellinara e quindi anche quelli di Tiriolo, si identificherebbero con il popolo dei Feaci, che aiutò Ulisse dotandolo di una nuova nave.

Era il 500 a.C. circa quando a Tiriolo giunsero I Brettii, che vivacizzarono quelle terre con il loro anelito di libertà ed indipendenza, un desiderio intenso che li spinse a dichiarare guerra ai propri dominatori: i Lucani e i Greci prima e poi i Romani.

Tiriolo fu teatro della battaglia tra le legioni del proconsole romano Crasso e i ribelli di Spartaco, ai tempi in cui quest’ultimo divenne famoso per essersi ribellato come gladiatore e diede vita ad una delle più grandi sommosse di schiavi della storia di Roma.

In epoca moderna, la storia della cittadina silana è quella di un borgo il cui dominio passò nelle mani delle più importanti casate dell’epoca: dai De Reggio ai Ruffo, passando per i Carafa e finendo con la casata dei Cigala, che mantenne il controllo della zona fino al 1610.

La storia di questa popolazione arroccata sulle colline, mostra ancora i suoi segni e dona a questi luoghi un fascino magnetico. Passeggiando per i vicoletti angusti del centro storico, si possono ammirare splendidi portali in pietra di sontuosi palazzi nobiliari adornati con suggestive maschere apotropaiche e antichi affreschi, che ne impreziosiscono gli interni. Salendo in cima al centro abitato, si raggiungono i ruderi del castello: un’antica fortezza del XII secolo che domina la vallata sottostante offrendo la vista di un paesaggio mozzafiato.

Di fronte al castello si può ammirare un altro suggestivo tassello dell’antica storia di questo luogo: un santuario risalente al XII secolo. Nato come luogo di culto basiliano, nel corso del XIV secolo esso venne dedicato alla Madonna della neve, patrona e protettrice di Tiriolo e alcuni secoli più tardi, nel XVIII secolo ha subito dei lavori di ampliamento che le hanno conferito l’aspetto attuale.

Ma a Tiriolo, i segni della storia sono racchiusi anche negli usi e costumi del luogo. Gli abitanti di Tiriolo sono accoglienti e la loro vita quotidiana è legata ad abitudini e pratiche che affondano le proprie radici in un passato millenario. C’è ancora chi si alza tutte le mattine e va a lavorare nel suo laboratorio dove produce antichi strumenti musicali, lavorando con perizia il legno. Oppure si trovano graziose botteghe con, nella parte anteriore, i prodotti da acquistare e in fondo i telai artigianali, che producono splendidi manufatti ispirandosi ad un’arte antica appresa dai greci. Famosi sono i “vancali”, scialli tipici indossati in passato dalle “pacchiane” e anche le “pezzarre”, tessuti a strisce utilizzati per decorare le pareti o come tappeti.

In questa suggestiva cornice, ormai da cinque anni, si svolge un evento davvero particolare, legato all’indole ribelle di questo popolo, il suo nome è “Baccanalia 2200 anni dopo”.

L’idea nasce dal fatto che, nel 1640, a Tiriolo venne rinvenuta una tavoletta in bronzo sulla quale era inciso il “Consultum de Bacchanalibus”, un provvedimento del Senato Romano che vietava le celebrazione dei culti di Bacco, prevedendo pene severe per i trasgressori dell’editto.

Per avere un’idea della faccenda, occorre sapere che i Bacchanalia erano originariamente delle celebrazioni mistiche in onore di Bacco (il dio Dionisio dei greci), che poi degenerarono in feste di carattere orgiastico, perdendo la loro connotazione religiosa. Ben presto rivelarono tutta la loro pericolosità, dal punto di vista morale e sociale ed indussero il Senato a vietarle.

Tuttavia, i rituali bacchici sopravvissero segretamente, soprattutto in Italia meridionale e pare che Tiriolo fosse uno dei centri di massima diffusione, come testimonia il ritrovamento della tavoletta di cui sopra.

Oggi, 2200 anni dopo, si vuole decretare l’assoluta trasgressione dell’editto del Senato romano e lo si fa con un evento che celebra l’identità storica e le peculiarità del territorio. Nel mese di agosto, il paesino si anima e regala emozioni intense grazie alle iniziative che compongono l’evento.

Quest’anno “Bacchanalia 2200 anni dopo” è iniziato fin dal mattino, proponendo un’escursione naturalistica a cura dei narratori territoriali di “Reventino Tourism in Progress”. Nel pomeriggio invece le celebrazioni sono entrate nel vivo della loro connotazione storico-artistica con la rievocazione del corteo nuziale di Bacco e Arianna. A sera, le degustazioni di vini e piatti tipici locali hanno deliziato i visitatori, allietandoli con le note dei concerti che si sono svolti, in contemporanea, nel cuore del centro storico e nella centrale piazza Italia.

L’evento, promosso dalla Pro Loco di Tiriolo, dalle associazioni “Chiave di Sol” e “Teura” e dal Comune di Tiriolo, ha il merito di attirare ogni anno centinaia di visitatori ai quali viene proposto un viaggio nel cuore antico di una Calabria che sa regalare emozioni intense con i suoi paesaggi, i suoi sapori, il sorriso della sua gente e i suoi legami con un passato affascinante. Tutto questo altro ancora è il nostro meraviglioso patrimonio, che va promosso e valorizzato perché dev’essere il motore principale dello sviluppo della nostra terra. (L’immagine, per metà tratta dal web, raffigura il dio Bacco dipinto da Caravaggio e un momento della manifestazione)

Angela Rubino

 

 

 

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Racconto di uno “strummolo” in viaggio nel cuore antico di Squillace

Il sole di un’estate rovente e  i paesaggi mozzafiato di un luogo millenario dalle magiche atmosfere, hanno fatto da sfondo ad un’esperienza che senza dubbio resterà nella mia memoria, non solo perché ha contribuito ad arricchire le mie conoscenze sul magnifico borgo di Squillace, ma anche perché mi ha permesso di immergermi in una dimensione umana fatta di simpatici confronti e di sorrisi. Una dimensione in cui, in poco tempo, si è potuto imparare a conoscersi e a raccontarsi come persone e come cittadini della terra di Calabria, una terra ricca di contraddizioni, una terra da cui spesso bisogna allontanarsi e se non lo fai devi comunque lottare duramente per realizzare i tuoi sogni. E così, un gruppo fatto di turisti, di calabresi e di calabresi tornati per l’estate si sono ritrovati ad essere degli “strummuli” curiosi, guidati da Carmela Bilotto ed immortalati dall’obbiettivo di Maria Angela Rotundo. A queste ultime si deve l’organizzazione del “Trekking Urbano a Squillace”, in quanto componenti dell’associazione “Route 106 – your travel experience in Calabria” insieme a Patrizia Gallelli . L’iniziativa si è svolta in occasione della seconda edizione del Teatro Festival “Innesti Contemporanei”, che ha avuto come location principale il Castello Normanno di Squillace.

La “Route 106” è una bellissima realtà che ha incrociato il mio cammino mesi fa, in occasione di Rivelazioni Calabre. Ero quindi molto curiosa di vestire i panni dello “strummolo”(è così che le ragazze amano definire i viaggiatori della terra di Calabria), partecipando ad una delle loro escursioni. Devo dire che durante l’iniziativa, queste ragazze riescono a trasmettere appieno la passione che anima il loro percorso e l’intento alla base della loro mission, che è quello di diffondere la conoscenza della bellezza della terra di Calabria, raccontando la sua storia, le sue calde atmosfere e anche denunciando, quando è necessario, lo stato di abbandono in cui versano le tracce del nostro passato.

La denominazione dell’associazione è legata alla statale ionica 106, una strada tristemente nota e nello stesso tempo quella che può condurre, attraverso borghi, fiumare e coste, alla riscoperta della Calabria. «Il nostro intento – spiegano le ragazze – è quello di superare, tramite l’esperienza del viaggio, tutti i pregiudizi legati a questa strada e alla nostra terra, consapevoli che, solo mediante il contatto diretto è possibile calarsi nella quotidianità della Calabria».

Il piccolo viaggio compiuto lo scorso 29 luglio è iniziato con il racconto delle origini di Squillace, la cui fondazione è legata all’antica Scolacium. Infatti, quando la vita sulle coste divenne troppo difficile per le continue incursioni dei Saraceni, anche gli abitanti della cittadina romana si ritirarono sulle colline e nel VI – VII secolo dopo Cristo, fondarono Squillace. Questo spiega la posizione del borgo, che sorge a 344 m sul livello del mare e domina l’omonimo golfo.

Le suggestive tappe del percorso sono state la Cattedrale dedicata all’Assunta, ricostruita dopo il sisma del 1783, sulle fondamenta di un edificio del 1096 e poi l’incantevole Chiesetta Gotica, risalente ad epoca sveva-federiciana di manifattura tardo gotica, che per l’occasione ospitava le istallazioni delle artiste Silvia Puja e Teresa Zingarello, che si configuravano essenzialmente in fasci di luce in plastica trasparente che, dalle finestre della chiesetta, invadevano l’interno valorizzando gli spazi. La visita al Museo Diocesano e alla chiesa di San Matteo, risalente al XVIII secolo ed insolitamente decorata, sulla facciata, da cariatidi a seno nudo, forse simbolo di fertilità; hanno suggellato la prima parte del percorso, prettamente legata all’aspetto religioso.

Da quel momento in poi la nostra attenzione, come visitatori/strummuli, si è spostata sulle vie del borgo, deliziosamente decorate da splendidi portali in pietra. Non è mancata una capatina a quella che viene considerata da casa del grande Magno Aurelio Cassiodoro (483-580), un grande personaggio nato e morto a Squillace, un uomo politico che ricoprì la carica di primo ministro alla corte di Teodorico e di altri re Goti e che poi scelse di tornare nella sua città natale, dove fondò il Vivarium, nobile centro di studi e copiatura di antichi testi, passato alla storia come “prima università d’Europa” e poi il Castellense, centro di contemplazione e di preghiera.

Degna di nota anche la visita al più antico laboratorio artigiano della ceramica del borgo, dove ci è stata data dimostrazione dell’antica tecnica del graffito con cui i maestri vasai del luogo confezionano da secoli le loro creazioni. La presenza nel borgo di un’antica fornace risalente al 1600 dimostra quanto la millenaria arte della lavorazione della ceramica sia legata all’identità del borgo di Squillace, al punto da ottenere un valore d’eccellenza, per cui i maestri ceramisti del luogo hanno il diritto di applicare il marchio DOC sulle proprie creazioni.

Il castello Normanno di Squillace, maestoso maniero fatto costruire nel 1044 da Roberto il Guiscardo, illuminato da un suggestivo tramonto, ha suggellato il nostro viaggio. E così da strummoli siamo ridiventati tutti delle persone normali, ognuno col suo percorso di vita.

Ma i viaggi lasciano sempre qualcosa nella mente e nel cuore e dopo un viaggio niente sarà più come prima.

Angela Rubino

 

 

 

 

 

 

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