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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Mese

agosto 2016

Il mio ritorno a Scilla e la scoperta di un luogo surreale che entra nel cuore

Le Metamorfosi di Ovidio e l’Odissea di Omero descrivono Scilla come una ninfa marina e raccontano che, mentre faceva il bagno nei pressi di Zancle (odierna Messina), per gelosia, venne trasformata da Venere in un orribile mostro con, al posto delle gambe, sei teste di cane che latravano e lunghe code di serpente.

Oggi, quello stesso nome indica un luogo magico, una particolarissima cittadina affacciata sul tirreno reggino sulla Costa Viola, dove ero stata qualche anno fa, in inverno, ma in maniera frettolosa. Non avendo avuto modo di visitare il posto con calma, ho deciso di tornarci, così, zaino in spalla, eccomi raggiungere questo luogo, fulcro di storia e leggenda, in una giornata di mezza estate.

La scintillante vitalità della Marina Grande, con il suo lungomare; gli impianti balneari; i ristorantini caratteristici è stata la prima cosa a coinvolgermi e poi la spiaggia, molto suggestiva e racchiusa tra due costoni rocciosi, uno dei quali sovrastato dal suggestivo Castello Ruffo e il mare limpido e di colore cangiante, dal verde, al blu intenso, al viola. Infine, al di là dell’imponente maniero, ecco aprirsi ai miei occhi un altro posto incredibile: Chianalea (Piana delle Galee, con riferimento a delle caratteristiche imbarcazioni), l’antico borgo dei pescatori. Un luogo dal fascino unico e surreale, dove le onde del mare s’infrangono davanti agli usci delle case e le viuzze anguste offrono scorci unici proprio per la vicinanza del mare. Qui non circolano le auto, le stradine sono abbellite da piante caratteristiche e vasi fioriti che ornano i balconcini delle abitazioni. Il borgo è collegato da una parte al porto e dall’altra alla SS 18. La sua caratteristica più grande è il fatto che molte case sono costruite a ridosso del mare, proprio come a Venezia. È per questo che questa deliziosa località è stata definita “la piccola Venezia del sud”.

Passeggiando per le vie di Scilla e di Chianalea, si viene avvolti da un’atmosfera di quiete, nonostante si percepisca la vitalità della stagione turistica. È come se la tranquillità del quotidiano si mescolasse straordinariamente con quell’inquietudine che caratterizza la dimensione del turista. La gente del luogo è incredibilmente ospitale, lascia la porta di casa spalancata, nonostante il via vai di sconosciuti ed è propensa al dialogo e alla conversazione e, vi dirò di più, mi è sembrata felice di darmi indicazioni.

In questa dimensione di armonia tra esseri umani, che oggi sembra quasi un miraggio, anche i visitatori diventano solidali tra loro e propensi alla conversazione.

Dopo una breve sosta in spiaggia e un bagno rinfrescante, eccomi partire alla scoperta del territorio, ansiosa di realizzare un reportage fotografico delle meraviglie che si sarebbero dischiuse ai miei occhi. Così è stato. Salendo su per le stradine anguste e tortuose della Marina Grande, eccomi al Castello Ruffo.

Ora, è doveroso inquadrare dal punto di vista storico questo incantevole territorio.

La creazione del nucleo urbano denominato quartiere San Giorgio, che sovrasta l’area costiera, ebbe origine in epoca antichissima ad opera dei marinai e pescatori che popolavano la costa e che decisero di spostarsi sulle alture. Questa decisione fu dovuta alle continue incursioni dei pirati Tirreni, che dominavano incontrastati l’area dello Stretto e utilizzavano la rupe scillese come loro roccaforte ideale. I Tirreni furono sconfitti definitivamente dai Reggini, ma fino a quel momento, vedendosi ostacolati in quella che per loro era un’attività fonte di sostentamento, i pescatori scillesi decisero di vivere sulla montagna, praticando l’agricoltura e  la caccia.

La prima fortificazione di Scilla risalirebbe al V secolo a.C., all’epoca in cui a Reggio regnava il tiranno Anassilao. Da allora, la fortezza assunse un’importanza sempre maggiore. In tarda età magnogreca, essa venne denominata Oppidum Scyllaeum e in età romana subì un potenziamento che, insieme al suo porto, la trasformò in un efficiente sistema di difesa a supporto dei nuovi dominatori del Mediterraneo.

Visitando la fortezza ed ammirando il panorama mozzafiato che si gode dall’alto, è facile comprendere la sua importanza come baluardo di difesa e postazione di controllo dei vicini mari. Funzioni militari che la fortezza svolse inevitabilmente anche a partire dal 1060, quando Reggio fu assediata dai normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo.

Oggi, il maniero viene denominato Castello Ruffo perché, nel 1533, venne acquistato da questa importante casata, che ne fece la sua dimora baronale prima e, dopo l’ottenimento del titolo di principi, nel 1578, con opportuni restauri, lo trasformò in lussuosa residenza principesca.

Il suggestivo edificio è posto sul promontorio che divide la zona denominata Marina Grande dal grazioso borgo costiero di Chianalea e presenta una pianta irregolare con parti che risalgono ad epoche differenti. Tuttavia il complesso mantiene una configurazione abbastanza omogenea e conserva intatte le sue caratteristiche di presidio militare dotato di cortine, torrioni e feritoie.

Al suo interno l’edificio ospita il Faro della Marina Militare e un punto espositivo che informa, con il supporto di materiale fotografico e suppellettili, sulla ricchezza dei fondali marini sottostanti il castello, meta di sommozzatori ansiosi di esplorarli per godere della loro immensa bellezza.

Tutto è armonia in questo breve viaggio: il profumo del mare, gli scenari unici, le specialità gastronomiche, i sorrisi delle persone, che eccezionalmente, non sembrano stressate, ti accolgono, si soffermano ad ascoltarti, ti raccontano di sé, della loro storia, delle loro passioni. Tra queste conversazioni occasionali, non poteva mancare però il solito riferimento al furbetto di turno, che ottiene favori in cambio di sostegno politico. Storie che si riflettono nel tessuto cittadino e divengono il simbolo di un immobilismo dal quale la Calabria dovrebbe liberarsi per divenire davvero la terra dei sogni, un luogo meraviglioso per i suoi scenari e anche per la qualità della vita in ogni suo aspetto.

Angela Rubino  

 

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“Lamagara”, l’ultima “strega” di Calabria svela la sua storia nella cornice del castello normanno di Squillace

 

Scoprire, in una notte di mezza estate, che la Calabria è anche la terra da cui partì la prima decisione di abolire il reato di stregoneria nel Regno delle due Sicilie, mi fa capire che non smetterò mai di restare affascinata dalla sorprendente storia di questo luogo intriso di misteri.

Dal palco del Festival “Innesti Contemporanei”, che si è svolto dal 30 luglio al primo agosto nell’affascinante cornice del castello normanno di Squillace, Emanuela Bianchi, nei panni dell’ultima “magara”, ha rivelato la storia di Cecilia Faragò, uno straordinario racconto di coraggio e di caparbietà, di quelli che hanno avuto il potere di cambiare il corso della storia. L’esempio di vita di una persona che, per difendere la propria libertà, si è opposta ad un contesto molto difficile, fatto di pregiudizi, di obbedienza cieca a regole prestabilite e di rassegnazione.

Le vicende in questione si svolsero nel ‘700, a Zagarise, il paese in provincia di Catanzaro dove Cecilia nacque e Simeri Crichi, la località dello stesso comprensorio dove la donna visse da sposata.

Un destino difficile le strappò via marito e figlio e poi l’accusa di stregoneria la gettò in un vortice di violenza ed ingiustizie dal quale riuscì, in qualche modo, ad uscire vincitrice, visto che fu la protagonista dell’ultimo processo per stregoneria del Regno delle due Sicilie.

Fu la caparbietà del giovanissimo avvocato catanzarese Giuseppe Raffaelli          a determinare il primo passo verso questa vittoria. Egli , appena ventenne, credé nell’innocenza della donna e la fece assolvere, annullando tutte le prove fittizie presentate dall’accusa. È dalla memoria difensiva scritta in sua difesa che si è appresa la storia di Cecilia Faragò e il processo fece tanto scalpore da persuadere re Ferdinando IV ad abolire il reato di “Maleficium” nel suo regno.

La storia che l’antropologa, attrice e performer catanzarese Emanuela Bianchi ha voluto raccontare, calandosi nei panni della Faragò con il monologo teatrale “Lamagara”, scritto da lei e da Emilio Suraci, mette in luce la difficile condizione in cui le donne erano costrette a vivere, condannate ad un destino di sottomissione e di obbedienza assoluta alle regole di un sistema che le poneva in una posizione di netta inferiorità rispetto all’uomo. Cecilia viveva nell’epoca dell’Inquisizione, quando chiunque intralciasse la chiesa nel suo cammino di conquista del potere o di possedimenti, veniva eliminato. Trattandosi di una donna, per di più “libera”, senza status e incline a sfidare il potere e i canoni sociali, non fu affatto difficile accusarla di essere una strega e farla incarcerare incolpandola anche di omicidio.

La storia di Cecilia Faragò ha ispirato scrittori e registi (appena qualche mese fa si sono concluse le riprese del film su questa vicenda), la Bianchi lo ha messo in scena in modo straordinariamente originale, riuscendo anche ad aggiudicarsi il premio della critica “Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma.

Nel corso del monologo, l’attrice svela al pubblico l’animo del personaggio, una donna dai sentimenti puri, che rimasta senza affetti, vuole continuare ad occuparsi della sua fattoria, nel ricordo di ciò che era la sua vita passata. Durante questo racconto, gli spettatori sono portati a conoscere anche i lati “oscuri” di questo personaggio, ovvero l’uso di erbe curative, quelle pratiche, quei rituali ancestrali e poco consueti che la gente accettava solo nella misura in cui, di nascosto, poteva trarne beneficio, ma che poi non esitava a demonizzare.

Tutte le emozioni, la sofferenza, le paure di una donna privata di tutto ciò che le era rimasto solo perché “donna”, vengono portate in scena da una magnifica Emanuela Bianchi, che sembra fare suo il personaggio, rendendolo l’emblema non solo della condizione della donna, ma del diverso in generale, di colui che ha il coraggio di pensare ed agire diversamente rispetto al contesto in cui vive. Lo spettacolo è reso ancora più suggestivo ed unico dall’introduzione dell’uso scenico degli elastici, un momento performativo che contribuisce ad esternare meglio lo stato di disagio e sofferenza interiore del personaggio.

Dal palco, lo spettacolo riesce a trasmettere, senza mai annoiare, un profondo messaggio di riflessione su ciò che, di mostruoso, il pregiudizio verso le donne e la fame di potere e di ricchezza della Chiesa ha potuto generare in passato: milioni di donne furono torturate ed uccise in nome di accuse insensate.

 

Angela Rubino  

 

 

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