La storia che voglio raccontare in questo articolo è legata ancora una volta alla mia città: Catanzaro.

Più volte ho ribadito come essa sia figlia di un passato millenario i cui resti sono disseminati lungo il territorio, con i suoi vicoli, i suoi monumenti, i palazzi antichi, la conformazione stessa dell’abitato; si ritrovano nelle pratiche ancestrali, che sopravvivono a fatica, spesso grazie agli anziani; nel dialetto, anch’esso sottoposto ad un continuo mutamento.

La città di Catanzaro prosegue così il suo cammino nei meandri dei tempi e delle epoche, avvolta da un’atavica routine e piegata alle contraddizioni di un mondo in continuo cambiamento, che rischia seriamente di risucchiare tutto ciò che non è saldamente e consapevolmente ancorato alle proprie radici e trasformarlo in un territorio senza identità.

Queste stesse considerazioni, le facevo nel 2013, dalle pagine del sito web Catanzaro Live, di cui ero direttore responsabile e precisamente nell’ambito di una rubrica di storia che usciva settimanalmente.

In quell’anno usciva, a firma di Mario Saccà, storico e giornalista catanzarese dalla straordinaria cultura, l’articolo che propongo qui di seguito e che narra la storia di una delle antiche porte della città, la Porta di Stratò, di cui oggi rimangono i resti insieme a quelli della Porta di Pratica, di quella di Sant’Agostino (con annesso un antico convento). Nell’articolo si parla anche delle condizioni in cui versa l’antica struttura, vittima dell’incuria di una popolazione che lascia marcire nell’oblio i segni della sua storia, se essi non sono legati ad interessi di varia natura.

È giusto sottolineare che di recente l’associazione “Catanzaro è la mia città” ha lanciato una petizione per salvare due delle porte rimaste ancora in vita.

Mario Saccà scrive : «Fra le proprietà comunali è accatastata anche la “Portella” o Porta di Stratò, i cui ultimi resti sono visibili a chi percorre, a suo rischio, il sentiero che passa sotto l’ ex edificio del Provveditorato agli Studi  in direzione Ovest. Il muro che delimita il percorso, pende verso il passante ed è attraversato da ampie fessure verticali che ne possono pregiudicare la stabilità. Inoltre un consistente getto d’ acqua che proviene, con buona probabilità, da una delle antiche fonti di Catanzaro citata da Gariani e D’ Amato passa sotto la fondazione ormai “sifonata”. Negli annali dell’ Ufficio Idrografico del Genio Civile, la sorgente è stata tenuta sotto osservazione fino a tempi recenti e la sua portata stabilita in poco più di un litro di acqua al secondo. Ora si perde e finisce nel sottostante Torrente Musofalo diventandone un piccolo affluente.

Ciò che rimane dell’ antico edificio collocato sull’ orlo dell’ altipiano, sul quale fu costruita la prima Catanzaro, protetto dagli orli a strapiombo sui torrenti che la circondavano è parzialmente visibile, molta parte della sua superficie esterna è coperta da edera ed altra vegetazione, mentre all’ interno lo spazio praticabile è pieno di piante di rovo; osservandole si possono intravedere le prospicienti colline di Siano: segno che il muro orientale della chiesetta è crollato. Mancano anche il tetto e parte dei muri perimetrali, alcuni dei quali mostrano segni di deterioramento che ne mettono in forse la stabilità. Alcuni dipinti che un tempo si mostravano all’interno della Portella sono scomparsi assieme alle pareti, di recente, ha detto un abitante del luogo, «hanno portato via anche la piccola croce collocata sul culmine dell’ ingresso».

L’ antica strada che portava al Musofalo non è più visibile: la natura si è impadronita  dello spazio e l’ha ricoperta di verde, conservandola, a differenza di quanto è accaduto alla vecchia e piccola porta della città.

La pubblicazione del Ministero dei Beni Culturali negli anni ’70 aveva già annotato che sull’ area non era stata stabilita alcuna destinazione urbanistica e che i danni del tempo si dimostravano notevoli: solo interventi  di consolidamento della roccia che sostiene l’ edificio e il suo recupero architettonico, avrebbero potuto porre rimedio al degrado. Le condizioni attuali dimostrano che il “miracolo” non si è compiuto.

Stratò è la terza ultima testimonianza della Catanzaro medievale e come le altre, se non si provvede a realizzarne il recupero, sparirà alla nostra vista, già precaria. Se si vuole sostenere ancora la definizione di “centro storico” è la cosa più urgente da fare, magari rinunciando a manifestazioni esteriori e a mercatini senza senso che non rimarranno nella cronaca e nella storia civica».

Sono ancora due le antiche porte di accesso alla città di cui esistono i resti e ne parlerò in seguito. Il tono con cui lo farò sarà quello di un’estrema indignazione per la stupidità e il pressapochismo con cui vengono considerati i preziosissimi segni di un grande passato.

Angela Rubino

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