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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Mese

novembre 2015

Dai recinti alle eresie, in Calabria si fa la vera rivoluzione

Nello scenario economico, politico e sociale in cui viviamo, avvolti dal caos e logorati dallo stress quotidiano, alla continua ricerca di punti di riferimento che abbiano un senso; partecipare all’evento, promosso lo scorso sabato 21 novembre  all’interno dello spazio innovativo di “Interazioni Creative”, ha significato respirare aria di cambiamento, di rivoluzione.

La rivoluzione di quei giovani che non ci stanno e vogliono riprendersi in mano le proprie vite e i propri sogni, spezzando le fila di un sistema che cerca di manovrarci tutti, inserendoci in schemi prestabiliti.

Per comprendere meglio il senso rivoluzionario o “eretico” dei contenuti espressi durante l’incontro dal titolo appunto: “Dalla Terra Dei Recinti a quella delle Eresie: storie e racconti di una Calabria che interagisce”, vorrei anzitutto chiarire cosa è “Interazioni Creative”, che è stato il “contenitore” dell’evento moderato dalla giovane giornalista Lia Giannini.

Si tratta di un’ associazione di promozione sociale che mira a mettere in rete artisti, professionisti e imprenditori, per far in modo che essi possano interagire tra di loro e trovare gli strumenti necessari per realizzare progetti professionali, artistici e di impresa.

Creata dal giovane avvocato cosentino Deborah de Rose, “Interazioni creative” è uno spazio all’interno del quale chiunque abbia creatività può trovare la propria dimensione, in un sistema di coworking dove poter esprimere il proprio “saper essere” e “saper fare” e dove arricchirsi grazie ad un continuo scambio di idee.

In un territorio difficile come quello calabrese, lo spazio creato da Deborah de Rose si pone come una vera oasi nel deserto, a cui artisti, imprenditori e creativi possono far capo per ricevere il sostegno necessario alla realizzazione dei propri progetti. L’associazione, inoltre promuove anche corsi formativi che daranno la possibilità di confrontarsi con esperti di vari ambiti.

Una dimensione “eretica”, insomma, proprio come amano definirsi i cinque imprenditori che hanno raccontato le proprie esperienze. Non a caso essi fanno parte insieme a tanti altri, del movimento “Ereticamente”, che racchiude un gruppo di persone accomunate dalla voglia di mettersi in gioco per attuare i propri sogni in una terra come la Calabria o il sud Italia in genere, ricca di ostacoli e di sfide da superare. Esponente di punta del movimento è l’imprenditore catanzarese Massimiliano Capalbo, autore del libro “La terra dei recinti”, che ha preso la parola per primo nell’ambito del dibattito. L’intervento di Capalbo ha fatto da introduzione a tutti gli altri, spiegando le motivazioni per cui il sud Italia non riesce a trasformare in valore le sue immense potenzialità.

Ciò che accomuna le esperienze dei giovani imprenditori presenti all’incontro, è proprio il fatto di aver puntato sulle risorse della propria terra: lo stesso Capalbo ha creduto nel potenziale di un bosco di faggi in località Tirivolo, nel cuore della Sila e lì ha costruito il suo parco avventura, che registra ogni anno migliaia di presenze.

Deborah de Rose ha deciso di creare il suo spazio innovativo per promuovere la creatività in una dimensione di meritocrazia. Poi c’è la storia di Roberta Caruso, che dopo aver conseguito la laurea in filosofia, ha trasformato la sua casa in una “Home for creativity”, un nuovo tipo di accoglienza basata non solo sulla formula del B&B, ma anche sui principi della condivisione di abilità, professionalità e creatività.

Il ritorno alla terra e alle antiche tradizioni sono il denominatore comune degli interventi di Stefano Caccavari – che a San Floro ha creato i suoi “Orti di famiglia”, un progetto grazie al quale centinaia di famiglie hanno la possibilità di coltivare e consumare i prodotti del proprio orto preso in affitto – e quello di Rosario Benedetto, trasferitosi in Calabria da Varese per mettersi a coltivare rose a Roseto Capo Spulico. Il suo progetto “Rosetum” prevede la realizzazione di una struttura di accoglienza, di un laboratorio per la trasformazione delle rose in prodotti cosmetici e di una biopiscina. Il tutto nascerà intorno alla coltivazione di un roseto a forma di croce templare – unico in Italia – che il giovane imprenditore ha già realizzato.

Un evento che ha trasmesso energia ed entusiasmo anche al pubblico presente e che, a giudicare dalla determinazione e dalla voglia di fare degli eretici non sarà il solo.

Che sia in atto una rivoluzione vera e propria, combattuta a suon di forza di volontà?

 

Angela Rubino

 

 

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Le Reali Ferriere Borboniche di Mongiana, storia di un’antica eccellenza calabra [English version below]

Storia di un pezzo di Calabria

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In una Calabria figlia di un passato millenario c’è stato posto anche per la gloria di un piccolo centro montano di recente fondazione, Mongiana. Denominato in precedenza località Cima, il piccolo agglomerato urbano delle Serre calabre, nacque nel 1771 come luogo di residenza di impiegati, artigiani, operai, dirigenti e guarnigioni militari che operavano all’interno delle Reali Ferriere e Fabbrica d’Armi impiantatavi dai Borbone, uno stabilimento attorno al quale, come si può immaginare, ruotava l’esistenza degli abitanti del piccolo centro e al quale essi rimarranno sempre profondamente legati, riconoscendo in esso il simbolo del benessere e della serenità dell’intera comunità.

L’impianto calabrese, inserito nel complesso industriale e militare del Regno delle Due Sicilie, produceva materiali e semilavorati ferrosi poi rifiniti sia in loco, che presso il polo siderurgico di Pietrarsa.

Nonostante sul territorio esistesse già un polo siderurgico nell’area di Stilo, il governo del Regno delle due Sicilie decise…

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Tommaso Campanella, dalla storia l’esempio di un calabrese che non ha mai mollato

La scelta di aprire un blog sulla Calabria, mi sta regalando tanti momenti di scoperta e riflessione su questa nostra terra che molti vogliono fare apparire ormai inesorabilmente in declino. Una realtà che io non ritrovo però né attorno a me, né nelle pagine della storia che spesso rileggo.

Per carità, non che i problemi non ci siano, anzi, non ce li facciamo mancare. Ma forse sono proprio questi problemi, che la crisi ha acuito ancora di più, a fare leva sul senso d’orgoglio e sulla voglia di rivalsa di tutti quei giovani che non si arrendono e hanno deciso di rimanere in Calabria per far fruttare le enormi potenzialità di questo territorio. Ce ne sono tanti e spesso sono quelli che hanno vissuto all’estero e hanno deciso di tornare, perché pienamente consci del fatto che la loro terra natia non ha nulla da invidiare ad altri posti e può essere il luogo ideale dove realizzare un sogno.

È questa la Calabria che vedo attorno a me, nonostante tutto. E quando rileggo la storia di Tommaso Campanella, ecco che nella mia mente si crea un filo ideale che unisce il presente al passato.

Lui, il celebre intellettuale che si occupò brillantemente di filosofia, poesia, teologia e anche di magia, affascinando tutta l’Europa. Lui, nato a Stilo, figlio di un umile ciabattino povero e analfabeta che non poteva permettersi da andare a scuola ed ascoltava dalla finestra le lezioni del maestro del paese. Lui, Tommaso Campanella, rappresenta la storia di quel pezzo di Calabria che non si arrende e va contro vento sfidando la sorte.

Entrato giovanissimo nell’ordine domenicano, divenne subito insofferente della disciplina e delle forme stantie di pensiero trasmesse nei conventi calabresi, così come era intollerante verso la dominazione spagnola, contro la quale ordì una congiura.

Elaborò una propria filosofia, la cui chiave d’interpretazione è da ravvisarsi nel programma di una riforma politico-religiosa, espressa nell’opera “La città del sole”.

Fu processato per eresia e passò 27 anni in carcere. Visse insomma un’intera esistenza contro vento, senza mai aver paura di mettere in atto o esternare ciò in cui credeva.

Tommaso Campanella è uno degli esempi di quella Calabria brillante, il cui genio si diffuse in tutta Europa e stimolò la riflessione di studiosi e filosofi fino ai giorni nostri.

Un genio ribelle, animato dalla voglia di conoscenza, simbolo di una Calabria che non si piega ai limiti imposti dalla politica e nemmeno davanti a quelli rappresentati dalle regole religiose.

Un personaggio, che con la sua vita rappresenta un esempio di libertà oltre qualunque confine e che quindi tende ad infrangere il cliché che vuole i calabresi ignoranti, inermi ed asserviti al conquistatore di turno.

Ma come può un solo uomo giungere a rappresentare un popolo intero, anziché essere una mera eccezione?

È presto detto. Intanto, come scrive Pasquino Crupi «gli intellettuali calabresi hanno partecipato di continuo alla costruzione della civiltà culturale italiana ed europea. Non c’è epoca del sapere italiano che li trovi assenti».

Inoltre oggi è molto frequente leggere sui giornali di nostri conterranei che inventano qualcosa o ricoprono ruoli eccelsi in terre lontane.

E anche quelli che hanno scelto di rimanere o tornare qui non sono tutti dei fannulloni inconcludenti, ma dei giovani decisi a realizzare i loro sogni nella loro terra. Alcuni li ho già citati in questo blog e di tanti altri non ho ancora parlato. Sono tutti semi di  una terra che rinasce, di una terra stanca di rimanere assopita e che vuole tornare a brillare sulla scia delle eccellenze della sua storia, che si riallaccia ad un presente ricco di speranza.

Dunque, che la storia della Calabria e di personaggi come Tommaso Campanella ci sia da monito. Ormai non ci sono più scuse. Tutti siamo chiamati a mettere in campo i nostri saperi e contribuire alla rinascita del nostro territorio!

(Il dipinto ritratto nella foto è stato realizzato da Mike Arruzza)

Angela Rubino

Catanzaro, la sua fama di “città della seta” e il museo che non c’è

Una storia, quella della Calabria, profondamente legata all’arte della tessitura della seta, introdotta dai bizantini intorno al VI secolo e sviluppatasi nei secoli successivi, fino a raggiungere livelli d’eccellenza.

Un passato, dunque, i cui pezzi vanno conservati gelosamente come i tasselli di un preziosissimo mosaico che racchiude i tratti dell’identità storico-sociale di un intero popolo. Generalmente, sono i musei quei luoghi che fungono da contenitore della storia di una civiltà e di quegli elementi che sottolineano i tratti della sua grandezza. I musei sono quei luoghi che svelano ai visitatori l’identità di un luogo e quale identità storico-culturale può assumere la città di Catanzaro se non quella legata alla nobilissima arte della seta?

Catanzaro si distinse per la straordinaria qualità dei tessuti prodotti, che riuscirono ad imporsi nei mercati di tutta Europa, divenendo una delle merci più richieste. Centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia era, come attestano le fonti letterarie del tempo, una città ricchissima, e la sua economia si basava principalmente sull’arte della seta, che era regolata da rigidissime norme, i “Capitoli, ordinazioni e statuti dell’arte della seta in Catanzaro”, il cui rispetto, legato anche all’alta qualità dei tessuti prodotti, valse alla città dei Tre Colli la concessione del Consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali e fino ad allora, era stato conferito alla sola Napoli.

Un’arte che vedeva i catanzaresi quasi tutti impegnati a vario titolo nelle attività ad essa legate: dal commercio, alla tessitura, alla tintura; passando per la gelsi bachicoltura o per l’investimento di capitali.

I secoli di maggiore espansione dell’arte della seta nell’attuale capoluogo calabrese, furono quelli che vanno dal XII al XVIII, ma in realtà la lavorazione del prezioso filato risale a molto prima.

I damaschi, i velluti, i taffetà, gli ermosini, i rasi, i lamì, i broccati erano tutte stoffe prodotte nelle filande catanzaresi, che per la loro finezza e preziosità conquistavano il gusto dei sovrani di tutta Europa. La maestria dei tessitori catanzaresi fece scuola in Francia, anche per quanto riguarda l’apporto tecnologico, grazie al telaio di Jean le Calabrais, capostipite del moderno telaio Jacquard.

Un percorso millenario, quindi a cui la città è rimasta fortemente legata fino al secolo scorso.

Oggi, purtroppo, la memoria di questi antichi fasti sembra essere quasi oscurata. Complice anche la noncuranza delle istituzioni, che non hanno saputo investire in un patrimonio dalle straordinarie potenzialità.

Dopo il racconto di cui sopra, quasi si stenta a credere che nella città europea della seta, non ci sia una struttura museale che racconti questo illustre passato, facendosi anche promotrice di iniziative culturali atte a dare impulso e valorizzare la cultura locale e magari a proiettarla in ambito internazionale, riscoprendo gli antichi percorsi della seta.

L’ultimo tentativo di creare un Museo dell’arte della seta a Catanzaro risale al 1999, anno in cui l’associazione Fidapa, nella persona dell’allora presidente Anna Cristallo Figliuzzi, aveva cercato di recuperare la memoria di questa attività, allestendo all’interno della scuola media “Mazzini” un museo dove erano esposti alcuni telai ed attrezzature necessarie per la lavorazione della seta, quali pettini, aspi, spolinatrici, una cantra da 300 rocche, una bucatrice per cartoni che serviva per eseguire e trasferire il disegno sul damasco e antichi documenti sulla lavorazione della seta.

Il museo era visitabile su prenotazione ed è stato anche cornice di varie mostre, in occasione delle quali sono stati esposti anche dei preziosi damaschi di proprietà di alcune famiglie catanzaresi.

Una realtà che avrebbe potuto costituire il punto di inizio (meglio tardi che mai) di una riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico-culturale cittadino, se non fosse stata distrutta sul nascere!

Dopo soli quattro anni, quest’iniziativa è stata bloccata. I telai e tutto il resto sono stati rimossi perché servivano le aule. Le istituzioni non hanno ritenuto abbastanza importante il reperimento di altri locali (magari più degni) dove allestire il Museo della seta di Catanzaro ed oggi, di fatto, tale struttura non esiste. I telai giacciono chissà dove ed esempi di preziosissime manifatture sono custoditi nelle chiese cittadine e nel Museo diocesano, che nonostante abbia anche una sede staccata a Squillace, non ha spazio sufficiente per esporre tutti gli innumerevoli pezzi che possiede.

Questa è la storia di Catanzaro. Questa è la storia di una città che rischia di seppellire il suo passato glorioso, mentre nell’epoca della crisi globale, la cultura può divenire concreto fattore di sviluppo del territorio.

L’arte della lavorazione della seta, infatti, che abbraccia molti secoli di storia catanzarese, potrebbe essere il filo conduttore in una struttura museale, ubicata in uno dei palazzi storici del centro storico cittadino, che attraverso l’esposizione di oggetti, tessuti, foto d’epoca, arnesi da lavoro, ecc., racconti tutta la storia della città, mediante diverse sezioni legate ai vari aspetti della società: da quello sociale, a quello economico, passando per l’arte e l’artigianato d’eccellenza.

Vari eventi potrebbero poi ospitare anche artisti locali e di spessore internazionale, così da riscoprire quel legame con l’Europa che la seta aveva saputo creare secoli fa, in un’epoca in cui ancora si era capaci di comprendere il valore delle eccellenze!

Angela Rubino

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