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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Mese

ottobre 2015

“Codex Purpureus Rossanensis”, patrimonio Unesco e simbolo del valore inestimabile della millenaria cultura calabra

Un altro “gioiello” del patrimonio storico-culturale calabrese è il il Codex Purpureus Rossanensis, in questo momento alla ribalta internazionale per essere stato riconosciuto quale patrimonio dell’umanità ed inserito dall’Unesco tra i 47 nuovi documenti del Registro della Memoria Mondiale.

Probabilmente prima di questa decisione, che certifica ufficialmente (semmai ce ne fosse stato bisogno) il valore inestimabile di quest’opera, molti calabresi ignoravano l’esistenza in Calabria di un tesoro simile.

E invece il Codex è conservato nel Museo Diocesano di Rossano, una cittadina dello Ionio cosentino che vanta un passato glorioso e millenario.  Fondata dagli enotri intorno all’XI secolo a.C., essa passò sotto il controllo magno-greco e successivamente divenne l’avamposto romano nel controllo della piana di Sibari.Tra il 540 ed il 1059, sotto il dominio dei bizantini, la cittadina visse una fase di grande splendore sociale, artistico e culturale e proprio a quel periodo risale la realizzazione del Codex Purpureus.

Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta nello specifico. Il Codice è un  un manoscritto onciale greco che contiene un evangelario con testi di Matteo e Marco.

L’onciale non è altro che un’antica tipologia di scrittura maiuscola usata nei manoscritti dagli amanuensi latini e bizantini.

Oltre alla scrittura, nel Codex è presente anche una serie di miniature. È per questo che esso attiene alla categoria dei manoscritti miniati, ovvero quelle opere  il cui testo è completato dall’aggiunta di decorazioni. E il Codex di Rossano è uno dei più antichi  manoscritti miniati del Nuovo Testamento che si sono conservati.

L’importanza di opere di questo tipo non risiede solo nel loro intrinseco valore storico e artistico, ma nel supporto che esse seppero fornire nel tramandare la conoscenza di importanti documenti antichi. In altre parole, se non fosse stato per i monaci amanuensi della tarda antichità,  la maggior parte della letteratura della Grecia e di Roma sarebbe andata persa in Europa. L’illustrazione dei manoscritti, infatti, si è rivelata essenziale nella conservazione dei testi antichi e nella trasmissione delle informazioni in essi contenute, in un’epoca in cui le nuove classi dirigenti non sapevano più né leggere né scrivere.

Il Codex Rossanensis, detto “Purpureus” per il colore purpureo delle sue pagine, fu portato alla luce nel 1879 da Adolf von Harnack. Si trovava nella sacrestia della Cattedrale di Maria Santissima Achiropita di Rossano, dove era rimasto celato per secoli.

Come dimostrano i simboli dei quattro evangelisti, contenuti nella prima miniatura, originariamente esso conteneva tutti e quattro i vangeli canonici e si componeva di 400 pagine.

Purtroppo, ci sono pervenuti solo i vangeli di Marco e Matteo e una lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei vangeli, per un totale di 188 pagine. Il manoscritto è impreziosito da decorazioni in oro e argento e da 14 miniature che illustrano i momenti più significativi della vita e della predicazione di Gesù.

Il Codex Purpureus Rossanensis è un documento impareggiabile nella sua straordinaria carica di spiritualità ed è il simbolo di una Calabria che non si è limitata ad essere soltanto una terra di transito tra oriente ed occidente, ma ha fatto da mediatrice ed ha saputo tradurre in sintesi gli elementi della civiltà greco-orientale e di quella latino-occidentale, confermandosi come depositaria di fertili fermenti di cultura e di spiritualità.

La Calabria può e deve tornare ad essere un territorio di punta dell’area mediterranea e la consapevolezza delle sue grandi potenzialità in ambito storico-culturale, non deve riguardare soltanto eventi come la dichiarazione del Codex patrimonio Unesco. La presa di coscienza dev’essere un processo costante e ampliato a tutte le eccellenze di questa regione , che non riguardano solo la sua storia,  i suoi monumenti, ma anche gli usi, i costumi, i centri storici e le bellezze naturalistiche e paesaggistiche. La rinascita del nostro territorio avverrà davvero solo quando nuove e vecchie generazioni capiranno fino in fondo il valore di una terra che può offrire molto ai suoi abitanti, a patto che essi credano veramente che essa è il luogo giusto dove realizzare i propri sogni.

Angela Rubino    

[Versione inglese disponibile a breve]   

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Le Reali Ferriere Borboniche di Mongiana, storia di un’antica eccellenza calabra [English version below]

In una Calabria figlia di un passato millenario c’è stato posto anche per la gloria di un piccolo centro montano di recente fondazione, Mongiana. Denominato in precedenza località Cima, il piccolo agglomerato urbano delle Serre calabre, nacque nel 1771 come luogo di residenza di impiegati, artigiani, operai, dirigenti e guarnigioni militari che operavano all’interno delle Reali Ferriere e Fabbrica d’Armi impiantatavi dai Borbone, uno stabilimento attorno al quale, come si può immaginare, ruotava l’esistenza degli abitanti del piccolo centro e al quale essi rimarranno sempre profondamente legati, riconoscendo in esso il simbolo del benessere e della serenità dell’intera comunità.

L’impianto calabrese, inserito nel complesso industriale e militare del Regno delle Due Sicilie, produceva materiali e semilavorati ferrosi poi rifiniti sia in loco, che presso il polo siderurgico di Pietrarsa.

Nonostante sul territorio esistesse già un polo siderurgico nell’area di Stilo, il governo del Regno delle due Sicilie decise di impiantare una nuova fabbrica a Mongiana, in quanto quel territorio, situato a ridosso dei fiumi Allaro e Ninfo era  particolarmente ricco di acqua e boschi.

Una scelta che si rivelò vincente, sia per i benefici che essa apportò al territorio, dando lavoro al circa 2000 operai; sia per l’alta qualità della produzione: le armi bianche e da sparo realizzate nello stabilimento di Mongiana, furono premiate in diverse esposizioni sia nazionali che internazionali, come l’Esposizione Universale di Londra del 1862.

A Mongiana vennero costruite infrastrutture utilizzate su tutto il territorio nazionale, come il primo ponte sospeso in ferro d’Italia, quello sul fiume Garigliano, denominato “Real Ferdinando”, il ponte “Maria Cristina” sul fiume Calore Irpino. Sempre nel complesso calabrese vennero costruite le rotaie per la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici e in seguito furono fabbricate sempre a Mongiana, tutte le rotaie della linea ferroviaria fino a Bologna, ormai   da tempo sostituite.

Nel 1852 fu fatta costruire una nuova fabbrica d’armi in sostituzione alla fabbrica di fucili del periodo francese: la Fabbrica d’armi di Mongiana.

Fu l’Unità d’Italia a segnare il declino e poi la fine delle Reali Ferriere Borboniche. Il nuovo governo infatti ostacolò in vari modi la sopravvivenza della fabbrica, aumentando le tasse, riducendo le commesse statali e sopprimendo i dazi sulle importazioni dall’estero. Finché nel 1862 ne autorizzò la vendita. Più di dieci anni dopo, nel 1874, lo stabilimento, le miniere e i boschi limitrofi furono venduti all’asta per un milione di lire al senatore garibaldino Achille Fazzari, di Stalettì. Non passò molto tempo prima che egli si rendesse conto che il governo non aveva intenzione di investire nelle fabbriche calabre e quindi anche lui decise di disfarsene. Scelta che segnò la fine di uno stabilimento, che per tre secoli aveva fornito infrastrutture e armi a tutto il territorio nazionale ed aveva contribuito al benessere economico del territorio.

Dopo la chiusura dello stabilimento calabro, si decise di aprire un altro polo siderurgico a Terni. Così i macchinari e gli impianti della fabbrica d’armi e della fonderia di Mongiana, vennero smantellati e trasferiti nella cittadina umbra, divenendo il nucleo vitale della nuova industria.

A quel punto, mutò profondamente la vita di tutti gli operai rimasti senza lavoro. Alcuni di essi si trasferirono a Terni, altri cercarono una vita migliore oltreoceano, in Canada e Stati Uniti.

Mongiana oggi è un suggestivo borgo arroccato tra i boschi delle Serre calabre, rigogliose foreste attraversate da torrenti incontaminati, dove si respira aria pura ed è possibile bere  acqua cristallina direttamente dalle sorgenti. A parlare del suo illustre passato c’è il Museo delle Reali Ferriere Borboniche, ospitato all’interno della vecchia fabbrica d’armi.

Con questo scritto, non voglio evocare pensieri nostalgici sul passato che fu e nemmeno rabbia verso la politica del regno post-unitario, sebbene questa storia dimostri come essa non puntasse esattamente allo sviluppo del meridione. Questa storia aggiunge solo un altro tassello al grande mosaico di una Calabria che non ha nulla da invidiare a nessun’altra parte del mondo, per storia, cultura, eccellenza. Storie come quella di Mongiana ci dicono che per secoli siamo stati vittime di una politica errata, che ha contribuito a creare la situazione attuale. Ma queste stesse storie devono renderci consapevoli del grande valore della nostra terra, che può costituire la nostra vera ancora di salvezza, a patto che ne siamo consapevoli e decidiamo di prendere in mano il nostro destino.

 

The Royal Bourbonist Ironworks of Mongiana, a story of ancient Calabrian excellence

In the millenary history of Calabria, there was also a place for the glory of a little mountain town like Mongiana, that was founded recently. Cima – as it was called before – was founded in 1771, on the Serre mountains of Calabria, as place of residence for employees, artisans, workers, managers and military garrisons operating in the Royal Ironworks and in the Weapons Factory implanted by Bourbons. As can be imagined, around that industry revolved the little centre inhabitants’ lives, that’s why they will always be deeply tied up to it, considering it as a symbol of the whole community’s wellness and serenity.

Added to the industrial and military complex of the Kingdom of Sicily the Calabrian factory produced iron materials and semi-finished that were completed both on the spot and in the steel plant in Pietrarsa.

Although on the territory already existed a steel plant near to Stilo, the Kingdom of Sicily government decided to implant a new factory in Mongiana, since that place, situated close to Allaro and Ninfo rivers, was particularly rich of water and woods.

A choice that was successful, both for the benefits that it took to the territory, giving a job to about 2000 workers, and for the high quality of its products: thrusting and gun weapons made in Mongiana factory received prices in many occasions, both international and national, like the London Universal Exhibition of 1862.

In Mongiana was built the infrastructure used in the whole National territory, like the first iron suspension bridge of Italy, that was built on the Garigliano river and was called “Royal Ferdinando” and the “Santa Cristina” bridge on the Calore Irpino river.

In Mongiana complex was also built the track for the first Italian railway, the Naples-Portici and then always in Mongiana, were  made all the railway line track up to Bologna, that now has been substituted since a long time.

In 1852 it was built Mongiana Arms Factory, a new weapons factory to substitute the guns factory of the French period.

Italy’s unification marked the decline and then the end of the Royal Bourbonist Ironworks of Mongiana. In facts, the new government hindered in various ways the factory’s survival, raising taxes, reducing the State contracts and removing duties on imports from abroad. Until in 1862 it authorized its sale.

More than ten years later, in 1874, the factory and the woods around it, were auctioned for a million lire to the Garibaldian senator Achille Fazzari from Stalettì. Not long after he realized that the government didn’t intend to invest in the Calabrian industries and he decided to dispose of it. This choice marked the end of a  factory that provided infrastructure and weapons to the whole national territory and contributed to its economic prosperity.

After the closure of Calabrian manufacturing site, they decided to open another steel plant in Terni. So machinery and plant of Mongiana’s weapons factory and foundry were dismantled and transferred to the Umbrian city, becoming the core element of the new industry.

At the point, deeply changed life of all workers who became unemployed. Some of them moved to Terni, others looked for a better life overseas, in Canada and United States.

Today Mongiana is a suggestive country town in the Calabrian Serre, lush forests crossed by unspoiled rivers, where you can breathe pure air and drink crystalline water directly from sources.

The Royal Bourbonist Ironworks Museum, inside the old weapons factory, speaks about its past.

Through this article I want neither to remind nostalgic thoughts about the past, nor anger about politics of the post-unification kingdom, although this story shows how it didn’t aim exactly to the development of Southern Italy.

This account only adds another piece to the great mosaic of a region that has nothing on any other place of the world about culture, history, excellence.

Stories like that of Mongiana tell us that, for many centuries, we were victims of a wrong politics, which contributed to create the current situation. But the same stories have to make us aware of Calabria’s enormous worth, which can be our true lifeline, on condition that we are conscious of it and decide to take charge of our own destiny.

Angela Rubino

 

Seta, da Catanzaro l’invenzione che fu alla base della gloria lionese. La storia di Jean le Calabrais [English version below]

L’arte della lavorazione della seta fu uno dei retaggi bizantini della storia calabrese, forse il più importante, quello che assicurò alla Calabria e soprattutto al suo capoluogo, un successo indiscusso in tutta Europa. Difatti tanto era il pregio dei tessuti prodotti nelle filande catanzaresi, che essi divennero una delle merci più richieste nelle fiere e nei mercati del vecchio continente.

Inoltre, si può arrivare ad affermare che l’insegnamento e anche l’apporto tecnologico delle maestranze calabresi fu uno dei fattori alla base del lancio della seteria francese e in particolare di quelle di Tours e Lione.

Nel libro la “Seta a Catanzaro e Lione”, seguendo la scia delle vicende storiche, ho potuto segnare  i tratti di questo cammino inaspettato.

Tutto ebbe inizio nel VI secolo circa, quando i bizantini introdussero in Calabria la lavorazione della seta. Ben presto tale attività si sviluppò a tal punto da far concorrenza alla Siria e poi alla capitale dell’impero, Costantinopoli. Fu Catanzaro a distinguersi come centro manifatturiero d’eccellenza in Calabria e primo centro importante in Italia (nei secoli successivi la produzione si consolidò anche a Venezia, Firenze, Genova, Bologna e in particolare a Lucca).

Nel capoluogo calabro, la nobile arte della seta raggiunse un tale livello d’eccellenza che i tessuti serici venivano nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli e i sovrani favorivano quest’attività con privilegi e pergamene. Per di più, nel 1519 Carlo V concesse alla sola Catanzaro, dopo Napoli,  il consolato dell’arte della seta, che implicava anche numerosi privilegi fiscali.

L’industria della seta procurava benessere ai cittadini e fama alla città: le manifatture contrassegnate dal simbolo delle tre “V” (Venti, Velluti, Vitaliano) erano conosciute ed apprezzate in tutta Europa.

È facile credere, dunque, che quando Luigi XI, nel 1470 emanò il primo provvedimento ufficiale finalizzato ad impiantare in Francia un’industria per la fabbricazione di tessuti serici, chiamò dall’Italia un gruppo di tessitori tra i quali non potevano mancare i maestri catanzaresi.

Fu proprio un catanzarese di nome Giovanni a guidare l’avvio della prima manifattura della seta nella città di Tours, mediante l’utilizzo del suo telaio, che sarebbe passato alla storia come le métier de Jean le Calabrais.

Derivato dai modelli orientali, questo telaio può essere considerato il capostipite dei telai meccanizzati.

Una delle sue caratteristiche è il fatto che permetteva al tessitore di lavorare da solo, in quanto il suo funzionamento non richiedeva la presenza di un tira licci. Esso consentì di confezionare stupendi tessuti di seta impreziositi con fili d’oro e d’argento, delle stoffe in tinta unita dette “gros de Tours” , dei tessuti lavorati e infine articoli d’arredo e damaschi.

Da quel momento in poi l’industria della seta prese piede in Francia e oltre a Tours, si sviluppò anche in altre città.

A Lione, dopo un primo tentativo, che diede scarsi risultati, la seteria ebbe uno slancio grazie al provvedimento di Francesco I, che nel 1536 favorì il trasferimento in città dei setaioli provenienti dall’Italia. Un provvedimento che ebbe ottimi risultati, tanto che Lione riuscì a conquistare una posizione di primo piano tra le città manifatturiere.

Ma c’è di più. Infatti il commercio dei tessuti serici lionesi non si limitò alla sola Francia, ma riuscì ad imporsi su scala mondiale. Questo a partire dal 1620 grazie all’invenzione, da parte di un setaiolo lionese di nome Dangon, di un nuovo tipo di telaio a mano per la produzione di stoffe lavorate.

In seguito il telaio detto Jacquard, che rimpiazzò quello di Dangon, contribuì fortemente allo sviluppo delle stoffe lavorate e il XVIII secolo può essere definito il secolo d’oro della seteria lionese, per la squisita qualità delle sue creazioni.

La storia dell’industria della seta a Lione è indubbiamente affascinante, soprattutto per l’abilità che ha portato i francesi ad emergere sul mercato mondiale fino ai giorni nostri.

Ma se è vero che Catanzaro invece fu vittima della politica finanziaria del viceregno spagnolo, che determinò la disfatta delle gloriosa attività, non bisogna dimenticare che le successive invenzioni dei setaioli francesi si basarono sul prototipo ideato dal tessitore catanzarese Jean. Per cui è lecito concludere che il contributo delle maestranze italiane e della tecnologia  calabrese fu alla base del lancio della seteria lionese. (Immagine tratta dal web. Informazioni utili a redigere l’articolo tratte dal volume “La seta a Catanzaro e Lione”, Rubbettino 2007).

Silk, from Catanzaro an invention that was at the base of the Lyon glory. The story of Jean le Calabrais

The art of silk working was one of the Calabria history Byzantine heritages, maybe the most important one, which ensured the success all around Europe to Calabria and above all to its capital. In facts the tissues of the Catanzaro spinning mills was so precious that they were one of the most popular products in the old continent fairs and markets.

Furthermore, we can say that  Calabria workforce’s teaching and technological support was one of the factors at the base of the French silk industry launching (Tours and Lyon ones in particular).

I charted the course of this unexpected path in the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, following the wake of the historical events.

It all started in about the VI century, when Byzantines introduced the silk working in Calabria. Soon this activity developed until it competed with Syria and then with the empire capital, Constantinople. It was Catanzaro that differed as manufacturer centre of excellence in Calabria and first important centre in Italy (in the next centuries the production consolidated also in Venice, Florence, Genova, Bologna and in particular in Lucca).

In the capital of Calabria, the noble art of silk reached such a level of excellence that the silk tissues were nominated in notarial deeds and testaments                                just after jewels and the kings encouraged it with privileges and parchments. Furthermore, in 1519 Charles V granted only to Catanzaro, after Naples, the art of silk  consulate, which involved a lots of fiscal privileges too.

The silk industry provided comfort to citizens and celebrity to the city: the manufactures identified with the symbol of three “V” (Wind, Velour, Vitaliano) were known and appreciated al around Europe.

So, it’s easy to believe that, when Louis XI, in 1470 took an official decision to implant a silk industry in France, called a group of silk workers from Italy and among them there were also Calabrian masters.

It was just a worker from Catanzaro, whose name was Giovanni, that guided the launching of the first silk manufacturing in Tours, using his loom which would go down in history as le métier de Jean le Calabrais.

Derived from the oriental models, this loom can be considered as the progenitor         of the mechanized looms.

One of its characteristics was the fact that the weaver worked alone, because it didn’t need anyone pulling the healds. It allowed great silk tissues enriched with golden and silver threads, single-colored tissues called “gros de Tours”, embroidered tissues and then damasks and furniture to be made.

From that moment on the silk industry took hold in France and developed in other cities in addition to Tours.

In Lyon, after an initial attempt, which showed limited progresses, the silk industry had a momentum thanks to François I, who in 1536 decided to make silk workers from Italy move to Lyon. That decision achieved positive results and made Lyon reach a leading position among other manufacturing cities.

That is not all. In facts the Lyon silk tissues commerce didn’t limit to France, but became active on a global scale. This happened from 1620 thanks to the invention of a Lyon silk worker called Dangon, who made a new type of hand loom to produce embroidered tissues.

Then the so called Jacquard loom, which substituted the Dangon’s one, strongly supported the development of embroidered tissues and the XVIII century can be defined as the Lyon silk industry golden century, for its creations delicious quality.

The Lyon silk industry story is doubtless fascinating, above all for the ability which leaded French workers to emerge on global market to the present day.

But while it’s true that Catanzaro fell victim to the Spanish viceroyalty’s             financial politics, that leaded to the great silk activity defeat, we should not forget that the French silkworkers following inventions were based on the progenitor invented by the weaver from Catanzaro called Giovanni. So we can conclude that the contribution of Italian masters and Calabrian technology was at the base of the Lyon silk industry. (All the information I needed to write this article is taken by the book “The silk in Catanzaro and Lyon”, Rubbettino 2007).

Angela Rubino

 

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