Catanzaro, la città capoluogo della regione calabrese è una città che non emerge particolarmente né nel contesto locale, né in quello nazionale, nel senso che non riesce a sfruttare in maniera adeguata i suoi punti di forza. Diverse sono le ragioni che la pongono in ombra rispetto ad altre realtà e che offuscano i tratti della sua identità più profonda, che potrebbero essere valorizzati e sostenuti al punto da costituire un’attrattiva della città. Ma, in questa sede, non vogliamo approfondire queste ragioni, bensì sottolineare una caratteristica storica che farebbe della città dei Tre Colli uno dei più antichi nuclei a gestione democratica.

Una caratteristica importantissima di Catanzaro, infatti, fu la scelta di regolamenti ispirati a una certa partecipazione delle classi intermedie all’amministrazione della Cosa Pubbilca. Un processo che pervenne a maturazione nell’estremo ‘400, nel momento in cui ebbero successo i tentativi della dinastia aragonese di rafforzare la gestione autonoma della città mediante l’istituzione di statuti legislativi che prevedevano una gerarchia e la formalizzazione della volontà delle classi intermedie.

Per Catanzaro, divisa in tre classi (nobili, borghesi della possidenza o della produzione e popolo, addetto prevalentemente all’arte della seta), si è parlato di gestione democratica, data la partecipazione paritetica del popolo alla formazione della volontà comune. In effetti, si trattava di una partecipazione popolare quale poteva essere consentita dai tempi, con una effettiva prevalenza dei benestanti e degli ottimati.

Ad ogni modo, la popolazione era caratterizzata da una pacifica convivenza di classi e ceti, all’interno di un’economia che non angustiava le fasce dei lavoratori, grazie alla loro autosufficienza nel quadro di un contesto produttivo con poche crisi e pressoché inesistente concorrenza di lavoratori immigrati.

Questo spiega come le sommosse sociali dell’età moderna (come i moti di Masaniello) non ebbero echi significativi a Catanzaro. Questo clima, unito alle angustie del territorio, impedì la monumentalità delle infrastrutture viarie, delle piazze e degli stessi edifici. Esso, tuttavia, unito alla forza e alla coerenza della produzione industriale, consentì a Catanzaro di evolversi come città capoluogo del regno con un’identità tutta propria legata ai fasti antichi dei suoi prodotti.

Dunque, la situazione era molto diversa da quella attuale, non solo in termini di benessere economico, ma anche per quanto riguarda il rispetto della volontà del popolo, un fattore che oggi, nonostante ci si fregi di aver raggiunto un certo grado di civiltà, sembra assumere sempre più i tratti di una pura illusione.

Angela Rubino

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