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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Racconto di un’affascinante avventura sulle “Orme dimenticate” della statua dal braccio di pietra

In questo articolo vi proporrò un viaggio nei meandri di una Calabria inesplorata, sebbene culla di una civiltà millenaria e terra straordinariamente ricca di testimonianze di quest’antico passato e ricca di valori profondi che diedero lustro alla nostra civiltà. Tutto questo mediante il racconto del volume “Orme dimenticate” (Laruffa Editore, 2016) di Silvana Franco, un’opera particolare, nella quale l’autrice racconta la sua grande passione per la terra di Calabria e per le escursioni ovvero vere e proprie avventure alla ricerca delle orme di quei popoli che caplestarono il suolo di Calabria millenni fa.

Silvana Franco è una persona straordinariamente semplice, animata da un amore profondo per le sue origini. Nata in Canada e trasferitasi in Calabria all’età di tredici anni, ha sempre portato nel cuore il grande fascino delle suggestive atmosfere dei borghi di Calabria: profumi, paesaggi, sapori che Silvana ha sempre ricercato nel suo percorso di vita. Ricerca alimentata anche dallo studio di materie come archeologia e antropologia culturale, che danno fondamento scientifico al valore del nostro patrimonio. “Orme dimenticate” dunque assume la dimensione di una sorta di diario, ricco di informazioni dettagliate dei molteplici siti visitati dall’autrice durante le sue escursioni. Un’opera che funge da guida preziosa per chiunque decida di incamminarsi lungo il sentiero della conoscenza di un territorio che merita finalmente di essere riscoperto.

Nelle zone più impervie a ridosso di molte cittadine calabre si trovano antiche grange, monasteri, vestigia di popoli la cui dominazione segnò per sempre il cammino della nostra civiltà. Grotte rupestri, antichi simboli che raccontano di un passato intriso di misticismo e spiritualità. Poi ancora antichi frantoi, mulini, aratri, torchi e palmenti a testimoniare l’identità profonda di una terra generosa, che sa donare e lo fa da millenni.

Durante i suoi avventurosi viaggi, Silvana ha anche appreso alcuni tratti di una cultura profondamente legata al rispetto dei padri e impregnata dei valori tramandati dal cristianesimo. Tratti che si evidenziano anche nella creazione di opere simboliche, come le curiose statuette di Satriano, poste sui tetti delle case e dei palazzi nobiliari, innalzate al cielo come a significare la loro sacralità e l’importanza dei valori a cui s’ispirano. Sono le “Statue col braccio di pietra”, dette “Ecce Homo” (Ecco l’uomo) oppure in dialetto “ecciomu”.

Questo curioso manufatto alto 70 cm e raffigurante un fanciullo con un braccio pietrificato, campeggia anche su alcuni monumenti come la Fontana Gattì. Il borgo a cui fare riferimento è Satriano, in provincia di Catanzaro.

Satriano è un insediamento i cui natali risalgono ai tempi della Magna Grecia, quando i Greci colonizzarono l’Italia Meridionale a partire dall’VIII secolo a.C. e fin da allora la sua vocazione è sempre stata legata al mare, con lo sviluppo di attività commerciali e all’agricoltura.  Stando a quanto rivela un documento del VI secolo d.C., ritrovato nell’Archivio Vaticano, il nome “Satriano” potrebbe risalire all’epoca bizantina.

La sua vita di feudo di rilevante importanza è ancora oggi testimoniata dall’esistenza di palazzi nobiliari, di eleganti portali, maschere apotropaiche e balconi barocchi floreali. Mentre i mulini e i frantoi sono segni evidenti della millenaria predisposizione all’agricoltura.

La leggenda della statua col braccio di pietra (raccontata a Silvana dall’architetto Francesco Suraci) risale all’Ottocento e narra che un tempo, un giovane si ribellò a suo padre arrivando addirittura ad alzare le mani contro di lui. In quello stesso istante, un angelo scese dal cielo e pietrificò il suo braccio per punire il grave gesto che egli aveva compiuto contro suo padre.

Da allora iniziò l’usanza di inserire negli edifici una piccola statua raffigurante un giovane con un braccio pietrificato. La statua venne chiamata “Ecce Homo” perché colpire il padre è come flagellare ancora il Signore.

Una leggenda che testimonia il fascino della nostra civiltà millenaria, di una cultura impregnata di valori semplici e profondi in cui si evidenziano gli influssi della religione cristiana. Un sistema di credenze, leggende e tradizioni in cui la religione diventa parte integrante della vita quotidiana e regola gesti ed usanze che divengono parte di un comune patrimonio.

La Calabria è anche questo e bisogna tutelare questo immenso patrimonio materiale ed immateriale.

Uno degli obbiettivi della divulgazione del volume “Orme Dimenticate” è anche e soprattutto quello di puntare i riflettori non solo sulla grande rilevanza dei siti descritti, ma anche sullo stato di degrado e di abbandono in cui versano. (Foto di Marisa Franco)

Angela Rubino

Riaprono le gallerie del San Giovanni, ma non dimentichiamo che la storia va cercata in fondo al tunnel

Di recente, la città di Catanzaro è stata scossa da un’ondata dilagante di passione per la storia cittadina. Protagonisti di questo processo, i cunicoli sotto all’antico maniero che un tempo dominava l’abitato.

Le gallerie sotterranee sono state aperte al pubblico, dopo aver subito degli interventi di ristrutturazione (forse un po’ eccessivi, ma la mia è una opinione da profana) e centinaia di persone provenienti non solo dalla città, ma anche dall’hinterland e da altre città della Calabria si sono precipitate a visitarle, affrontando ore di fila. Questa situazione si è protratta per giorni e le guide hanno descritto senza sosta la storia di quei luoghi e del Castello.

Vedere così tanta gente fare la fila per visitare uno dei monumenti storici della città mi ha stupita, in quanto sono abituata a fare i conti con una realtà che quasi ignora e a volte anche disprezza la propria identità storico-culturale, ritenendola spesso inferiore ad altre. Forse si cercava nelle gallerie quella magnificenza che finalmente potesse rendere Catanzaro degna del confronto con altre realtà, con le grandi città italiane citate nei nostri libri di storia.

Se è così, molti saranno rimasti delusi. Le gallerie sotterranee sono ambienti che accomunano tutti i castelli e da questo punto di vista, la città non mostra di possedere niente di così unico e magnificente.

I tratti unici della storia della città dei tre colli vanno ricercati nel suo passato attraverso lo studio delle fonti letterarie, archeologiche e anche attraverso i racconti dei più anziani, testimoni di epoche senza dubbio difficili, ma anche di antiche bellezze e stili di vita che donavano fascino e magia ad una città vittima di una costante, barbara e cieca spoliazione del suo patrimonio architettonico, storico e anche culturale. Proprio a causa di questo processo, che è andato avanti grazie all’impassibile indifferenza della maggior parte della cittadinanza, oggi la città è priva di tutta una serie di tracce tangibili che potrebbero essere simboli cardine del suo passato.

Come spesso ho scritto, la storia di Catanzaro mostra tratti di eccellenza, se si pensa agli antichi fasti della nobile arte della seta. Poi ancora stupisce ad affascina il viaggio nelle origini greco-bizantine della città e ancora la dominazione araba e poi il susseguirsi delle varie egemonie, fino a giungere all’epoca moderna. Un lungo percorso che ha visto Catanzaro distinguersi per vicissitudini locali o per il suo contributo alla storia e alle vicende italiane. Di tutto questo non c’è traccia nei libri di scuola e nemmeno per le strade della città. Diventa quindi difficile recuperare una forte consapevolezza dell’identità storico-sociale collettiva e l’orgoglio di appartenere ad una città che mediocre non lo è mai stata, ma lo è diventata grazie anche alle scelte della sua classe politica.

Fatte queste premesse, vorrei rivolgere l’attenzione alla storia del Castello di Catanzaro, un racconto che può divenire lo specchio della complessità storico-sociale del popolo della città dei tre colli.

L’autrice Modesta De Lorenzis ne traccia un profilo esauriente ed affascinante nel secondo volume della collana “Notizie su Catanzaro” dove si racconta che, con tutta probabilità, esso venne eretto nel 1060 da Roberto il Guiscardo, il quale nel prendere tale decisione, tenne conto della notevole importanza strategica «sia per effetto del sito naturalmente inespugnabile, sia per  la sua centralità rispetto alla Calabria».

La De Lorenzis però sottolinea anche che proprio per via della naturale predisposizione della città a porsi come una roccaforte difensiva, è probabile anche che i normanni, al loro arrivo, abbiano trovato in quello stesso sito un’altra zona fortificata o un altro castello che il Guiscardo fece poi ingrandire e migliorare. Questo perché la città fu fondata verso la fine dell’800, prima della venuta dei Normanni, da popolazioni di origine greco-bizantina in fuga dalle coste a causa delle scorrerie saracene. Un fatto questo che apre la via a tutta una serie di analisi e riflessioni sulla matrice greca dell’identità del popolo catanzarese, caratteristica che non si limitò al solo periodo di dominazione bizantina, visto che il processo di latinizzazione iniziato con i Normanni avvenne in modo lento e graduale.

C’è poi da considerare che «già nel 906  i Saraceni avevano preso di notte Catanzaro depredandola – scrive ancora la De Lorenzis -. Inoltre dal 922 al 937 la città era diventata centro del Principato musulmano di Calabria e i Saraceni rimasero in città, con interruzioni, fino al 985».

«E se è vero (come sembra) – si legge ancora nel volume citato – che i Saraceni si trattennero in città per circa un secolo, niente di più facile che il primo castello di Catanzaro sia stato una costruzione o un rifacimento arabo».

Addirittura, «il prof. Guglielmo Braun affermò che il nome di Catanzaro se fosse derivato da voci orientali poteva significare “piccolo castello” (Katan zoor o Catazar).

La vita del castello di Catanzaro proseguì fino al 1461, anno in cui la città fu scossa da un’aspra lotta contro il conte Antonio Centelles. Il castello divenne allora il simbolo della tirannide e della vessazione all’arroganza dei feudatari e venne distrutto a colpi di cannone. La lotta per la libertà costò cara alla città e un intero quartiere venne incendiato. Oggi esso porta il nome di rione “Case arse” e si estende proprio ai piedi del castello o di ciò che ne rimane.

Con le pietre del muro crollato i catanzaresi edificarono la chiesa di San Giovanni e parte del convento dell’Osservanza. Nei secoli successivi si cercò di evitare in tutti i modi che il castello fosse ricostruito e la città conservò lo status di Regio Demanio, dipendendo direttamente dal re, senza essere governata da alcun feudatario.

La funzione del castello divenne decorativa. Come racconta la De Lorenzis «nel 1831 esso veniva chiamato “Forte di San Giovanni” e in esso erano postati i cannoni che sparavano a salve durante le feste».

Questo fino al 1868 quando, in osservanza del piano regolatore studiato dall’Ing. Manfredi, si decise di demolire gran parte del castello per facilitare l’ingresso alla città.

Una decisione che Lenormant descrisse così: «la sparizione del castello è tanto più spiacevole quanto più si rifletta che era il solo monumento di Catanzaro ricordante il suo passato medievale».

La distruzione del castello è indicativa di un atteggiamento di totale noncuranza verso il patrimonio storico-archeologico della città, che oggi si presenta come un luogo anonimo e privo o quasi di tratti significativi del suo affascinante passato.

Un passato che va assolutamente riscoperto e valorizzato, per opporsi ad ogni squallido ed incomprensibile tentativo di cancellazione per fare spazio a strutture e atteggiamenti culturali che emergono solo per fare spazio agli interessi di ristrette élite di moderni signori.

La storia di Catanzaro è un avvincente caleidoscopio di vicissitudini le cui tracce vanno ricercate prima nei libri e poi sul territorio. Quindi non soffermiamoci soltanto ad ascoltare il clamore di eventi scenografici (a cui va pur sempre il merito di tenere viva l’attenzione verso la storia locale), ma andiamo oltre, visitiamo i musei, i siti archeologici, presenziamo agli eventi culturali e soprattutto riscopriamo l’orgoglio di appartenere ad una terra culla di arte, storia e cultura ed opponiamoci ad ulteriori tentativi di cancellazione dei resti della nostra storia.

(Immagine tratta da: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/catanzaro/provincia.htm)

Angela Rubino

La seta e la suggestione della sua eccellenza raccontata e vissuta con un laboratorio di teatro sensoriale

Il mio meraviglioso percorso di collaborazione con la Cooperativa Nido di Seta, che a San Floro, piccolo paese dell’hinterland catanzarese, ha ripreso l’antica arte della lavorazione della seta, mediante l’intera filiera che va dalla gelsi bachicoltura alla realizzazione di preziosi manufatti tessuti e colorati con tecniche tradizionali, prosegue e matura di anno in anno. La nascita della mia associazione “CulturAttiva”, che si propone di diffondere la conoscenza della storia e della cultura locale mediante iniziative che raccontino il territorio da vari punti di vista e con diversi linguaggi, ha fatto si che anche il progetto didattico “Baco da seta”, realizzato insieme ai ragazzi di San Floro, si arricchisse di nuovi spunti per affascinare e coinvolgere sempre di più i piccoli destinatari dell’iniziativa.

Il progetto didattico “Baco da seta”, che sta per partire nella sua “edizione 2017”, nasce già alcuni anni fa ad opera della Cooperativa “Nido di seta” ed il suo fine è quello di diffondere la conoscenza della storia locale e, nello specifico, dell’antica arte della seta. Per sottolineare maggiormente l’immenso valore che questa attività ebbe per Catanzaro, soprattutto nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intero territorio, si è pensato di creare un itinerario che conducesse i ragazzi nell’antica città della seta, riproponendo simbolicamente ai visitatori lo stesso percorso che la seta svolgeva in passato. Così è nata la collaborazione con la Cooperativa rispetto a questo importante progetto.

Il punto di partenza di questo straordinario viaggio nelle nostre radici è San Floro dove oggi, proprio come accadeva in passato, si produce la seta greggia, si alleva il baco e si coltiva il gelso. Qui, con la preziosa guida di Domenico Vivino, Giovanna Bagnato e Miriam Pugliese, i ragazzi visitano il suggestivo Museo didattico della seta, per poi immergersi in una suggestiva cornice rurale, visitando l’immenso gelseto e l’allevamento dei bachi per poi scoprire come avviene il magico processo della trattura della seta. Dopo pranzo il percorso prosegue alla volta della “città della seta”, ovvero il luogo dove un tempo convergeva il prezioso filato per essere tessuto nelle numerose filande cittadine. Qui io conduco i ragazzi lungo i vicoletti angusti del cuore antico della città, raccontando loro di quando genti greche diedero vita alla città e vi portarono i loro usi e costumi, tra i quali la nobilissima arte della seta. Quest’anno il racconto verrà avvolto dal mistero in quanto, a tratti, si farà viva una donna sconosciuta che narrerà vicende della sua vita legate alla magia della seta. La sua presenza si farà sempre più incisiva, culminando nella suggestiva esperienza del laboratorio sensoriale “Dal baco alla trama”.

La grande novità di quest’anno si riallaccia, infatti, al lavoro di una grande artista, l’attrice Emanuela Bianchi, straordinaria interprete del fortunato monologo teatrale “Lamagara”. Ciò che collega il suo lavoro a quello di “CulturAttiva” e “Nido di Seta” è la volontà di raccontare la storia di una terra millenaria e misconosciuta, le cui eccellenze sono state per secoli taciute o sminuite.

Al fine di lasciare una traccia indelebile nella memoria dei ragazzi che prenderanno parte al progetto, si è pensato di proporre loro un  laboratorio di teatro interattivo e sensoriale. «L’esperienza sensoriale – spiega l’attrice – è una forma di teatro contemporaneo che prende avvio dall’idea che il gioco sia lo strumento ideale non solo per sviluppare la creatività, ma anche per garantire una modalità di apprendimento più veloce e diretta. Il percorso sensoriale si avvale dell’uso della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto e del gusto per realizzare drammaturgie attive ed interattive e rendere protagonisti attivi coloro che solitamente sono considerati solo spettatori passivi».

Durante il laboratorio, dunque, i ragazzi diverranno parte attiva nelle diverse fasi della lavorazione del prezioso filato: alcuni diverranno piccoli bachi da seta, alcuni saranno contadini artigiani, altri orditori e altri ancora tramatori. «Il tessuto che essi creeranno – spiega la Bianchi – rappresenta l’insieme di relazioni tra uomo e natura e tra gli uomini della stessa comunità. Senza relazioni e senza cura delle relazioni nessun disegno può essere realizzato».

Il progetto didattico “Baco da seta” è un esempio tangibile di come lavorando insieme, ognuno con la propria professionalità, sia possibile realizzare delle iniziative fondate sulla valorizzazione della nostra storia, un immenso bacino di leggende, di eccellenze, racconti, tradizioni le cui tracce sono ancora incise nel nostro presente e la cui eco chiede solo di venire alla luce per realizzare quel tanto atteso cammino di rinascita della nostra terra.

Angela Rubino

Con i racconti della “Route 106” termina con successo la rassegna “Rivelazioni Calabre”

Ieri, sabato 28 gennaio si è chiusa la rassegna culturale dal titolo “Rivelazioni Calabre”, realizzata nella suggestiva cornice del Museo Marca dalle associazioni “CulturAttiva” e “Terre Ioniche” con il sostegno della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo. L’evento, partito sabato 21 gennaio, si componeva di una mostra fotografica sui borghi della Calabria ionica intitolata “Il borgo, sulla traccia della nostra storia” , con le immagini scattate da Nicola Romeo Arena e Anna Rotundo e di vari eventi collaterali: il monologo teatrale “Dietro il sud”, scritto ed interpretato da Emanuela Bianchi; gli interventi di tre associazioni (Ra.Gi. Onlus, “Riviera e borghi degli angeli” e “Route 106”); le presentazioni di tre volumi (“Orme dimenticate” di Silvana Franco, “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” di Luigi Elia e “La seta a Catanzaro e Lione” di Angela Rubino), svolte con la partecipazione di Salvatore Mongiardo e Miriam Pugliese della Cooperativa “Nido di seta” e lo svolgimento delle passeggiate a tema “Sul filo delle vie della seta”, un breve itinerario, curato da “CulturAttiva”, che ha condotto i visitatori alla scoperta dei segni della nobile arte della seta nel centro storico di Catanzaro.

A suggellare la rassegna, l’intervento di Patrizia Gallelli, Mariangela Rotundo e Carmela Bilotto dell’associazione “Route 106”, che hanno raccontato la storia di una passione smisurata per la terra di Calabria e la voglia incontenibile di diffondere la conoscenza della sua bellezza. Nasce così il sito internet dell’associazione, con uno spazio dedicato ad un blog dove tutto viene narrato con estrema semplicità. Vengono raccontate le calde atmosfere della nostra terra e viene anche denunciato lo stato di abbandono in cui versano le tracce della nostra storia. Poi nascono le esperienze offerte ai visitatori che, attraverso iniziative di trekking urbano, vengono condotti nei borghi storici ricchi di atmosfere, paesaggi, monumenti, sapori e tradizioni che li rendono unici e indimenticabili. La “Route 106” ha anche messo in atto delle collaborazioni con realtà simili presenti sul territorio regionale, in modo da rendere l’azione più incisiva ed allargare il proprio raggio di azione. La denominazione dell’associazione è legata alla statale ionica 106, una strada tristemente nota e nello stesso tempo quella che può condurre, attraverso borghi, fiumare e coste, alla riscoperta della Calabria. «Il nostro intento – spiegano le ragazze – è quello di superare, tramite l’esperienza del viaggio, tutti i pregiudizi legati a questa strada e alla nostra terra, consapevoli che, solo mediante il contatto diretto è possibile calarsi nella quotidianità della Calabria».

Dunque, ancora una volta, all’interno di “Rivelazioni Calabre”, si è parlato di turismo sostenibile, di turismo esperienziale, nell’ottica della riscoperta di un territorio misconosciuto che può divenire meta di intensi flussi turistici per il suo alto potenziale, il cui valore è stato già intuito da molti giovani, come dimostrano gli interventi degli ospiti della rassegna, che non sono i rappresentanti delle uniche realtà presenti sul territorio regionale.

«Giungiamo alla chiusura del nostro evento soddisfatti – affermano Angela Rubino, presidente di “CulturAttiva” e Nicola Romeo Arena, alla guida di “Terre Ioniche” – certi di aver contribuito al movimento di rinascita del nostro territorio da vari punti di vista: quello della diffusione della conoscenza del nostro patrimonio storico-culturale; quello dello scambio di esperienze e punti di vista e infine lanciando il messaggio che si può fare tanto, semplicemente impegnandosi al massimo e credendo in ciò che si fa. È così che le nostre neonate associazioni si sono ritrovate a partire con un progetto ambizioso, portato a termine con successo. Ringraziamo sentitamente la Provincia di Catanzaro nella persona del presidente, Enzo Bruno e del direttore del Museo Marca, Rosetta Alberto e la Fondazione Rocco Guglielmo, per averci dato fiducia e aver creduto nella nostra idea ».

A”Rivelazioni Calabre” si parla della Calabria, che “regalò” al mondo la dieta mediterranea

Il pomeriggio del 27 gennaio al Marca, nella cornice di “Rivelazioni Calabre”, la rassegna culturale, che si compone di una mostra fotografica sui borghi della Calabria Ionica realizzata da Nicola Romeo Arena e Anna Rotundo e di vari eventi collaterali, promossa dalle associazioni “CulturAttiva” e “Terre Ioniche” con il contributo della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo, ha visto protagonisti Luigi Elia, biologo nutrizionista catanzarese autore del volume “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” (Biblioteka edizioni, 2014) e  Salvatore Mongiardo, intellettuale, filosofo e scrittore di fama internazionale e scolarca della Nuova Scuola Pitagorica. Quest’ultima è un sodalizio che vuole promuovere un nuovo stile di vita e di pensiero, ispirandosi al modello elaborato da Pitagora per vivere in armonia con se stessi, con gli altri e con la natura.

Nell’incontro di ieri si è dipinto il suggestivo affresco di una regione «che può rappresentare l’inizio di un nuovo cammino per il mondo intero, a partire dai suoi preziosi giacimenti culturali ed umani», come afferma Mongiardo.

«Pitagora fece lunghi viaggi che lo misero in contatto con le conoscenze diffuse in Asia, Medio Oriente, Egitto e Grecia – ha proseguito l’intellettuale- . Egli insegnò la dottrina dell’armonia, coniò il termine “filosofo”, l’amante della sapienza, e sviluppò il primo sistema razionale e sociale nella celeberrima Scuola Pitagorica di Crotone.

Quella Scuola era basata sull’amicizia e sulla giustizia sociale, principi sui quali Re Italo aveva fondato l’Italia nell’attuale Calabria intorno al 2000 a.C.».

Una terra, la Calabria, che ha sempre portato con sé tali concetti. Infatti, come evidenzia Elia nel suo libro, grande importanza assumeva nello stile di vita dei calabresi, l’elemento comunitario: «il cibo – si legge nella prefazione – che essi preparano e consumano, strettamente legato alla terra, è sempre pensato, preparato e consumato insieme, in una famiglia che si apre al vicinato e al paese intero».

«Un altro concetto che – secondo Mongiardo – esprime il legame tra la dottrina pitagorica e gli usi e costumi del popolo calabro nei secoli successivi è quello del carattere essenzialmente vegetariano dell’alimentazione. Elemento che  richiama i pitagorici di Crotone, i quali attribuirono valori sacri e salutari ad una dieta vegetariana e rispettosa della vita degli animali».

La relazione di Luigi Elia riguardo i contenuti del suo volume, ha offerto ai presenti un meraviglioso viaggio a ritroso nel tempo, fino all’epoca della Magna Grecia, alla scoperta delle abitudini alimentari del popolo calabro, mettendo in evidenza come le caratteristiche del modello alimentare dei paesi del bacino mediterraneo si distinguessero per la loro elevata salubrità. «Fu il nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi il primo ad introdurre il concetto di dieta mediterranea, negli ultimi anni trenta del secolo scorso e a sottolineare questi concetti. In seguito grazie agli studi condotti dal nutrizionista e fisiologo Ancel Keys – ha spiegato Elia – tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, ci si accorse come le persone meno abbienti dei piccoli paesi del sud Italia, mangiatori di pane, cipolla e pomodoro, apparivano essere più sani sia dei cittadini di New York, sia dei loro stessi parenti emigrati anni prima negli Stati Uniti. Ancel Keys, dunque, cominciò a studiare in modo approfondito la dieta dei cittadini di Nicotera (piccolo comune della fascia tirrenica calabrese), che ben presto venne considerata “dieta mediterranea di riferimento”». Fattore che, secondo Mongiardo, sottolinea il carattere della Calabria come «terra che da e non che prende», se si considera che «la dieta mediterranea, la dieta dell’equilibrio e del benessere, è l’ultimo grande regalo che la Calabria fa al mondo».

Sempre nello spirito della condivisione e della non violenza contro gli animali, nel corso della serata si è svolto il rito della condivisione del “bue di pane”. Preparato per l’occasione da Marta Corasaniti, membro della Nuova Scuola Pitagorica, esso rappresenta il concetto che ci si può nutrire con gli elementi della natura in piena armonia con tutti gli esseri viventi, rifiutando il sacrificio degli animali.

Infine occorre fare un cenno alle ricette popolari recuperate dall’autore, che ha dedicato un’intera sezione del volume alle ricette popolari della tradizione calabrese e durante l’incontro ha citato ingredienti e metodi di preparazione di queste antiche pietanze.

 

 

 

A “Rivelazioni Calabre”si parla di seta e di nuove frontiere del turismo

La Calabria come meta delle nuove tendenze del turismo internazionale, che privilegiano le esperienze, la natura, la suggestione dell’identità storica alla classica vacanza in hotel o villaggio turistico con l’offerta dei classici servizi. Questo in sintesi è emerso nel corso dell’appuntamento di ieri, 26 gennaio, all’interno della rassegna “Rivelazioni Calabre”, promossa dalle associazioni Terre Ioniche e CulturAttiva, con il sostegno della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo e svolta al Museo Marca.

Ad aprire i lavori l’associazione cooperante di tour operators “Riviera e borghi degli angeli” che già nel territorio di Badolato sta mettendo in atto con successo un progetto di rete con un proprio micro-sistema di servizi locali, auto-organizzandosi dal basso. Storie di una Calabria che finalmente vuole risollevarsi e prendere in mano le redini del proprio futuro, basandosi sulle forze di chi sa riconoscere l’immenso valore delle sue bellezze. Guerino Nisticò, portavoce dell’associazione, nel descrivere il progetto che si configura come «un modello di ospitalità diffusa slow di “paese-albergo diffuso” e con pacchetti vacanza “autentici” pensati per allungare la classica stagione turistica balneare», ha sottolineato la necessità di creare un marchio turistico territoriale.«La nostra associazione – ha proseguito Nisticò – ambisce a condividere la propria esperienza nel territorio della “Riviera degli Angeli” abbracciando la fascia costiera e l’entroterra del basso ionio calabrese da Monasterace, Stilo e Bivongi fino a Squillace, Roccelletta di Borgia e San Floro. Urge ampliare questo progetto di rete – ha evidenziato – per un brand territoriale capace di organizzare ed offrire una seria web-identity internazionale, permeato omogeneamente delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche e del patrimonio storico-artistico-culturale ed enogastronomico del basso ionio calabrese». Poi il portavoce di “Riviera e borghi degli angeli” ha sottolineato la necessità di «costruire un’offerta turistica integrata e diversificata con formule innovative di ecoturismo e di turismo esperienziale, culturale ed enogastronomico, capace di trovare il suo giusto spazio di nicchia nel variegato mercato turistico internazionale con l’obiettivo parallelo e graduale di trasformare il territorio in una accreditata, appetibile ed attendibile destinazione turistica».

Un modello, quello proposto dagli operatori di Badolato, che non può prescindere dal fondarsi sulle peculiarità del territorio di riferimento, le quali passano anche per la sua identità storico-culturale. “Nido di Seta”, la cooperativa operante a San Floro basa la sua azione sulla riscoperta dell’antica e nobile arte della seta e propone ai suoi visitatori una full immersion in uno stile di vita rurale che si riallaccia ad un passato storico fatto di fama ed eccellenza e legato alla lavorazione del prezioso filato serico. Una realtà, quella di San Floro che si basa sulla ripresa della filiera della gelsi bachicoltura, giungendo anche alla lavorazione del filato ottenuto, mediante le fasi di tessitura e tintura di semplici manufatti. Una sfida affrontata con coraggio e determinazione da tre giovanissimi ragazzi: Miriam Pugliese, Domenico Vivino e Giovanna Bagnato.

Una passione, quella dei ragazzi della Cooperativa, basata anche sulla piena consapevolezza dell’illustre passato che lega Catanzaro, città capoluogo, alla lavorazione della seta. Argomento trattato mediante la presentazione del volume “La seta a Catanzaro e Lione” di Angela Rubino (Rubbettino Editore, 2007), che descrive l’importanza di un’attività che per secoli fu alla base del benessere economico della città. «Catanzaro in un periodo compreso tra il 1300 e il 1700 fu l’indiscussa capitale europea della seta per la straordinaria qualità dei manufatti creati nelle sue filande, tanto preziosi da essere nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli. Il 1700 vide tramontare gli antichi fasti della nobil arte, ma essa rimase radicata nella vita dei catanzaresi fino al secolo scorso».

Ancora una volta, dunque, emerge il quadro di una regione ricca di peculiarità e fascino, una terra che “Rivelazioni Calabre” vuole raccontare nell’ottica di una riscoperta che vuole essere il punto d’inizio di un nuovo cammino.

 

 

Che valore ha il folklore in Calabria? La “scoperta” della “Ballata di San Nicola da Tolentino”

 

La Calabria stupisce ed affascina e i calabresi spesso la amano in silenzio, come se non volessero mostrare al mondo chi sono e da dove vengono. Nella nostra società sempre più globalizzata, si tende ad omologarsi più possibile e tutto ciò che è legato al folklore della nostra terra, spesso viene considerato come qualcosa di obsoleto a cui si prende parte in modo spontaneo, senza farsi domande sulle sue origini.

Non che la gente di Calabria non sia profondamente legata al territorio e ai propri costumi, ma troppo spesso non ha la capacità di riconoscerne fino in fondo l’altissimo valore.

Questa visione, a mio parere è strettamente legata al fatto che la nostra regione non sia ancora riuscita a fare del turismo culturale la sua principale risorsa economica.

Faccio questa premessa perché ultimamente mi capita spesso di venire a conoscenza di particolari della nostra cultura che a me appaiono di un fascino scintillante e non riesco a rassegnarmi al fatto che non ci siano orde di turisti curiosi ad assistere a celebrazioni, feste, processioni e tutto quello che attiene al retaggio della nostra cultura millenaria.

Inoltre trovo abbastanza pittoresco il fatto che io, come calabrese, debba scoprire per caso l’esistenza di consuetudini che si svolgono a due passi da me.

Ma qual è questa scoperta?

Siamo ad Albi, piccolo comune della presila catanzarese sorto intorno al XV secolo come casale della vicina Taverna, di cui seguì storia e vicende e rimasto tale fino al 1806, anno in cui divenne comune autonomo.

Nel 1570 nell’area del paesino veniva costruito il convento dei Padri Agostiniani della Congregazione di Zumpano, ai quali si deve la diffusione della conoscenza di San Nicola da Tolentino, la cui figura diverrà nei secoli a seguire molto importante per gli abitanti del borgo.

San Nicola nacque a Sant’Angelo in Pontano nel 1245 e ancora fanciullo entrò  nell’ordine gli Agostiniani della sua città. Dal momento in cui venne ordinato sacerdote nel 1269, fino 1277 dedicò la sua esistenza alla predicazione del Vangelo spostandosi di città in città. Nel 1275 si stabilì definitivamente a Tolentino ove morì il 10 settembre 1305. Il Santo, con la sua indole mite ed umile ed una vita da asceta e taumaturgo, riuscì a conquistare il cuore di devoti in ogni parte d’Italia e d’Europa. Con il suo volto di fanciullo, egli venne scelto come Patrono di Albi e ad egli gli albesi giurarono fede e devozione senza riserve. Quando in Calabria temibili catastrofi naturali seminarono lutti e rovine, si attribuì alla protezione del Santo il fatto che Albi non ne venne scalfita o fu danneggiata in minima parte.

È cosa comune, non solo in Calabria, la scelta di un Santo Patrono eletto protettore di un luogo, a cui dimostrare devozione; così come lo è l’usanza di portarlo in processione tra la gente.

Quest’ultima è una consuetudine che affonda le sue radici in tempi remoti e accomuna tutto il mondo cattolico, che a sua volta lo ereditò dagli ebrei (alcuni salmi accennano a un trasporto processionale dell’arca) e anche dai pagani. Presso i greci, ad esempio, in occasione delle famose “Panatee”, tutte le classi della città, in ben ordinato corteo, si recavano nel tempio a offrire un peplo ad Atena.

Nella liturgia cattolica – oggi come ieri – il rito consiste nella formazione di lunghi cortei che precedono o seguono un sacro simbolo: la croce, statue di santi, reliquie, stendardi. Le processioni cristiane sono strettamente collegate ad alcune festività. Se particolare importanza assumono quelle che si svolgono in occasione della Pasqua, non minore enfasi possiedono quelle in onore del Santo Patrono. Esse, solitamente, non assumono tratti particolarmente caratteristici, nel senso che sono tutte più o meno simili, ma in onore di San Nicola da Tolentino, il 10 settembre di ogni anno, viene messa in scena una processione molto molto particolare, ricca di pathos e di allegria.

Il Santo rimane in mezzo alla gente per sei ore, durante le quali visita ogni viuzza del borgo. Le strade sono parate a festa e il paesino è pervaso da un tripudio di emozioni, che vanno al di là del sentimento meramente religioso. Si tratta di amore per la propria comunità di appartenenza e per quei rituali che ormai fanno profondamente parte del vivere di ognuno. È un’emozione forte che non può non travolgere il visitatore che viene da fuori.

Il momento di grande intensità che caratterizza l’intera celebrazione è quello culminante. Al momento del rientro in chiesa, infatti, San Nicola si rifiuta di varcare la soglia del santuario. I portatori inscenano delle finte entrate per poi ritornare di corsa all’esterno e agitano la statua, dando l’impressione che San Nicola balli allegramente tra la gente che lo acclama a suon di musica. È un momento molto intenso durante il quale il Santo sembra quasi calarsi tra il suo popolo, mettendosi a giocare insieme a lui. San Nicola, divertito, sembra farsi beffa, in modo innocente, del sacerdote che attende il suo ritorno in chiesa. Tutto questo fa sì che il Santo esca da quell’immobilismo che sembra caratterizzare le altre processioni.

La “Ballata di San Nicola da Tolentino” è un affascinante rituale che si svolge da secoli non lontano da dove vivo e non ne avevo mai sentito parlare prima di qualche giorno fa. Nessuno tra i miei amici e conoscenti ha notizia di questa straordinaria manifestazione. La Calabria ha bisogno che la sua gente riconosca l’immenso valore dei suoi costumi, che vanno tramandati alle nuove generazioni e la cui conoscenza va diffusa in tutto il mondo, in modo da attrarre sempre più visitatori. Questi ultimi sapranno cogliere la magia della nostra civiltà più di quanto noi facciamo da innumerevoli generazioni. (Immagine tratta dal web)

Angela Rubino

 

 

 

 

 

“Orme di Bisanzio”, un affascinante viaggio alla scoperta della Catanzaro bizantina

La ricerca storica è quell’affascinante strumento che ci permette di risalire alla vita dei nostri avi e ad eventi avvenuti migliaia di anni fa, quando tutto ciò che ci circonda adesso era fortemente diverso. Spesso si preferisce guardare avanti, senza chiedersi da dove sia nato tutto ciò che siamo oggi, la nostra civiltà. Spesso ci si rinchiude nei meandri di questo presente buio e confuso, pensando che il progresso sia l’unica via per uscire dal tunnel quando magari, tutto sarebbe molto più chiaro se si volgesse lo sguardo indietro per comprendere il cammino complesso che ci ha condotti fin qui.

Catanzaro è una città che non si fa molte domande sul suo passato, è una città che guarda avanti, senza capire che sulla sua storia potrebbe basare la propria salvezza, preservandone i segni e valorizzandoli così da mostrarli con orgoglio a chi decide di farle visita. È così che elementi preziosi del suo patrimonio storico-culturale giacciono nell’oblio e spesso soccombono all’incalzare del tempo che passa oppure, trattandosi di rituali, celebrazioni e tutto ciò che attiene al campo storico-antropologico, vengono vissuti in maniera inconsapevole, automatica.

Per fortuna c’è qualcuno che emerge dalla massa, ci sono persone che pongono le proprie conoscenze, la propria caparbietà e la voglia di far luce sul nostro passato, a favore dell’intera comunità, cercando anche di stimolare quelli che da sempre sono sopraffatti dall’apatia.

La ricerca “Le orme di Bisanzio” ( La Rondine Edizioni, 2016) , dello storico Mario Saccà, si inserisce nel quadro di un rinnovato interesse verso la storia millenaria della città dei tre colli e lo fa con squisita eleganza e grande maestria. Il volume è un avvincente viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca delle antiche origini bizantine del capoluogo calabro, partendo dall’indagine del culto della “Bambinella”, un rito dedicato alla natività di Maria alla cui celebrazione l’autore ha assistito con curiosità all’interno della chiesa di Santa Maria de Figulis ( o dei vasai) conosciuta oggi come chiesa di Montecorvino.

La festa della Bambinella si celebra con una funzione religiosa che ha inizio alle 5 del mattino e ha il suo culmine con l’adorazione dell’icona di Maria Bambina da parte dei fedeli. Al termine della celebrazione, i credenti attendono l’alba insieme, sorseggiando del caffè preparato dalle donne del quartiere. L’alba diviene così il simbolo della nascita di Maria, ovvero il riscatto dell’uomo in Gesù Cristo.

Il percorso storico che Saccà traccia per giungere alle antiche origini del culto citato, ci apre la via ad una dimensione meravigliosa, quella di una città greca nelle sue fondamenta, nata per mano di due generali dell’esercito di Bisanzio: Cataro e Zaro. Il primo, profondamente devoto al culto della Vergine, avrebbe fondato nel quartiere Grecìa, primitivo nucleo abitativo della città, la chiesa di Santa Maria di Cataro, che nel 1986 mutò il nome in quello attuale di Santa Maria del Carmine.

La fondazione della città di Catanzaro avvenne tra l’VIII e il X secolo e fu allora che i bizantini introdussero il culto della natività della Vergine, «dando origine ad una devozione giunta a noi attraverso 1200 anni di storia, ma modificata profondamente dalla liturgia della chiesa Cattolica».

Ai tempi della sua fondazione, fino ad alcuni secoli dopo la conquista normanna, Catanzaro era una città bizantina e come tale osservava il rito della chiesa ortodossa. Un quadro molto diverso dalla situazione attuale, che tuttavia è vero in ogni suo particolare. È la ricerca storica a rivelarcelo, mediante percorsi di studio che spiegano anche particolari davvero suggestivi come il fatto che le celebrazioni legate al culto della Madonna, come quello dell’Immacolata e della Natività di Maria, si svolgono rispettivamente l’8 dicembre e l’8 settembre, perché l’8 è il numero della perfezione cosmica. Addirittura l’antica chiesetta di Montecorvino, dove si celebra il rito della Bambinella è a pianta ottagonale.

Molti sono i segni delle antiche origini greco-bizantine di Catanzaro. Particolari che vanno letti adeguatamente ed indagati con passione, tenendo conto dei mutamenti che avvennero attraverso i secoli e delle ingerenze spesso sconsiderate che avvengono ancora oggi.

Il fatto che i riti mariani fossero in passato messi in primo piano è un tratto legato alla cultura bizantina, come «l’antica simbologia che determinava l’ orientamento delle chiese secondo la direttrice ovest-est per ricordare il luogo di provenienza della fede cristiana». Caratteristica quest’ultima che apparteneva anche alla chiesa di Santa Maria de Figulis, prima delle modifiche apportate nel 1858.

Il territorio racconta quindi la sua storia, ma noi dobbiamo essere capaci cogliere i segnali di questa lunga e complessa narrazione. Per farlo serve innanzitutto la volontà, ma anche un profondo rispetto per la storia e la lungimiranza per comprendere che su di essa può fondarsi lo sviluppo della società civile.

Il buon senso non ha avuto la meglio quando, la scoperta di una Necropoli nella Valle del Corace, ci ha raccontato che forse era vera «l’ipotesi della preesistenza nel perimetro attuale del territorio comunale, di insediamenti greci o romani, tali da costituire un centro urbano organizzato». Una favola, quella di questo ritrovamento straordinario, che è finita ancor prima di cominciare e, dopo l’estrazione di numerosi reperti (circa ottanta casse, oggi conservati presso il Mueso Archeologico di Lamezia Terme) da quel sito, su di esso si è preferito edificare la sontuosa sede della giunta regionale della Calabria, simbolo della cecità e dell’arroganza di questo nostro presente.

Vicende come questa ci dicono che la parola “futuro” non è sempre sinonimo di progresso civile. Lo dimostra il fatto che i normanni, quando nel lontano 1054 conquistarono il Sud, non dimostrarono la stessa insolenza e ottusità dei nostri governanti, in quanto compresero che avrebbero potuto trarre benefici da ciò che c’era prima di loro. Fu così che «essi introdussero nel loro sistema di governo parte della cultura e dell’esperienza amministrativa dell’Impero d’Oriente, realizzando un modello di convivenza civile, improntato alla tolleranza». Dopo l’arrivo dei normanni «Latini e Bizantini convissero per alcuni secoli, dando vita a una comunità in cui ci si relazionava nel rispetto delle reciproche confessioni religiose», favorite dai conquistatori stessi.

Angela Rubino

 

 

 

Girifalco: tra follia e mistero la storia di un luogo il cui fascino va oltre la leggenda

 

Un racconto misto di follia, mistero e leggenda. Un racconto della terra di Calabria, un luogo misconosciuto che accoglie, nei meandri del suo passato millenario, la suggestione di storie che lasciano senza fiato.

Il borgo di Girifalco, Adagiato ai piedi di Monte Covello a circa 32 km dal capoluogo di regione, è il protagonista di questa breve narrazione. È un luogo che fin da piccola mi ha sempre incuriosita, perché è noto come “il paese dei pazzi”, in quanto vi era ubicato manicomio provinciale, “dove – mi raccontavano – venivano rinchiuse le persone ormai incapaci di ragionare, quelle che avevano perso per sempre il contatto con la realtà e vivevano in una dimensione oscura ed incomprensibile”.

Oggi, grazie alle nuove leggi in materia, quel luogo angusto e tenebroso non esiste più. Il vecchio manicomio è stato trasformato in ospedale psichiatrico e anche la struttura che ospita il nosocomio è stata valorizzata: trattandosi di un vecchio monastero del XVII secolo, essa è divenuta un complesso monumentale.

Nel tentativo di fare chiarezza su questo luogo e di diradare la coltre di mistero che vi aleggia intorno, mi sono messa ad indagare le sua storia.

Purtroppo però molti interrogativi sono rimasti senza una risposta completa. Infatti, pare che le fonti scritte, utili a fornire un quadro esaustivo del passato di Girifalco, siano esigue. Circa la fondazione della cittadina, esse raccontano che essa avvenne dopo la distruzione dei villaggi Toco e Caria, nell’836, da parte dei saraceni. Pare che i superstiti al massacro si fossero rifugiati in cima ad una rupe conosciuta come “Pietra dei Monaci”. Documenti più recenti, raccontano poi che Girifalco divenne Comune durante il decennio francese, dal 1806 al 1815.

Il nome e la storia di questo luogo continua ad essere legato a vicende oscure. Le fonti raccontano che proprio a Girifalco, nel 1723, venne fondata la prima loggia massonica d’Italia, detta “Fidelitas”. A questo si aggiunge il mistero legato all’etimologia del suo nome, che rappresenta ancora una questione aperta per gli studiosi.

La leggenda racconta che il nome di Girifalco è legato alla presenza di un falco che volteggiava intorno all’abitato e se si considera che in alcuni periodi dell’anno, questa zona costituisce un passaggio obbligato di questi uccelli, si potrà comprendere il perché di questa ipotesi.

È curioso inoltre che i rapaci siano presenti anche nello stemma araldico di altri centri calabresi, come  Catanzaro (l’aquila) e Gerace (lo sparviero). Per quanto riguarda la cittadina del reggino c’è di più. Considerando il fatto che il suo nome deriverebbe dal greco Hierax (sparviero, falco), qualcuno ha ipotizzato che la ricerca etimologia del nome Girifalco potrebbe aprirsi a nuove prospettive. Tommaseo, nel “Dizionario della Lingua Italiana”, ipotizza infatti che il nome della cittadina in questione potrebbe essere la ripetizione dello stesso termine in due lingue diverse: hierax e falco, proprio come nel caso di  Linguaglossa, il grosso centro dell’entroterra catanese.

Girifalco, insomma, sembra essere un crocevia di leggende tra sacro e profano. Questo perché c’è anche chi ha scomodato il “Signore delle Tenebre” in persona, ipotizzando un suo atteggiamento di sfida verso il Padre Eterno. Tutto questo sarebbe testimoniato materialmente da un monumento girifalcese ribattezzato “la fontana del diavolo”.

Il monumento in questione, sorge in piazza Vittorio Emanuele II, accanto alla chiesa seicentesca dedicata al santo patrono, San Rocco. La fontana in stile barocco fu costruita nel 1663, sotto il mandato dell’allora sindaco Carlo Pacino, per questo si chiama “Fontana Carlo Pacino”.

Essa si è guadagnata, nell’immaginario comune, la definizione di “fontana del diavolo” per varie ragioni. Innanzitutto, con al sua prorompente bellezza sembra voler sfidare le fattezze della Casa di Cristo, a cui sembra voltare le spalle. Con la costruzione del raffinato monumento sembra insomma che Lucifero abbia voluto dare dimostrazione del suo potere. A questo si aggiunga la celerità con cui è stata edificata. Si racconta che i contadini del luogo, che partivano per i campi, videro la piazza vuota all’alba e trovarono, con loro grande sorpresa, la splendida fontana al loro ritorno a sera. Essi pensarono fosse opera dell’Immondo avversario di Cristo, un’ostentazione della sua volgare arroganza.

I misteri e le leggende di Girifalco sono quelli di una terra che merita di essere scoperta e studiata. Una terra che ha ancora tanto da raccontare a turisti e studiosi che amano la sfida della ricerca e la frenesia della scoperta, ma anche ai suoi abitanti che continuano a crederla priva di valore.

Girifalco è un luogo seducente, tutto da scoprire e il suo fascino va oltre la leggenda. Noto soprattutto per la straordinaria salubrità delle sue acque oligominerali, esso è impreziosito da chiese, palazzi nobiliari, monumenti e da diversi siti archeologici, tra cui i resti di un cimitero ebraico del VII secolo.

Angela Rubino

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