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Viaggio trasversale in una terra misconosciuta

Il percorso storico-esperenziale “Trame di seta” sarà dedicato anche a nonni e nipoti

Nella piena consapevolezza della fondamentale importanza della riscoperta delle nostre radici, intese sia come conoscenza degli usi, costumi e tradizioni della nostra civiltà, sia come riscoperta della relazione intergenerazionale che lega nonni e nipoti, l’Associazione Culturale di Promozione Sociale “CulturAttiva” ha deciso di aderire alla rassegna “Oggi gioco coi nonni”, lanciata dall’Associazione di Promozione Sociale “Io e Mamma” con lo scopo di rinsaldare la relazione tra nonni e nipoti, mediante una serie di iniziative di grande valenza educativa, da svolgere a partire dal 2 di ottobre, in occasione della Festa dei Nonni, fino al mese di maggio 2018.

La prima delle attività scelte per contribuire al percorso educativo di “Io e Mamma”, si svolgerà domenica 3 dicembre ed è quella dal titolo “Trame di Seta”, una sorta di laboratorio storico-esperenziale all’aperto da svolgere a più riprese in alcuni dei luoghi del centro storico di Catanzaro maggiormente legati alla storia della nobile arte della seta. Al racconto della storia di quest’antica eccellenza della città dei tre colli, verranno intrecciate una serie di attività interattive e sensoriali che contribuiranno a trasformare l’iniziativa in una vera esperienza, in modo da favorire meglio anche l’apprendimento delle informazioni veicolate, soprattutto nei bambini.

A curare la parte dedicata dalle informazioni storiche sarà Angela Rubino, presidente di “CulturAttiva, giornalista, esperta di storia locale ed autrice del volume “La seta a Catanzaro e Lione” (Rubbettino 2007); mentre ad elaborare le attività artistiche ed educative da intrecciare al percorso storico sarà Valentina Margiotta, arte terapeuta dello staff di “Io e Mamma”.

«Già da alcuni anni, lavoriamo sulla riscoperta dell’antica e nobile arte della seta – ha affermato Angela Rubino – in quanto riconosciamo in questa attività una importantissima connotazione storico-culturale ed antropologica del nostro territorio. Basti pensare che  l’arte della seta, con la sua filiera, dalla gelsi bachicoltura, alla trattura, fino ad arrivare alla tessitura, segnò per secoli l’ordinario percorso di vita dei calabresi, trovando in Catanzaro quel punto di massimo sviluppo in un determinato periodo storico. Questa attività – ha proseguito l’esperta – ebbe per Catanzaro e per il suo hinterland un immenso valore, che raggiunse il suo apice nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intera area».  

«Grazie alla squisita manifattura dei suoi tessuti in seta, la città dei tre colli divenne rinomata in tutta Europa, guadagnandosi l’appellativo di “capitale europea della seta”».

«Oggi, queste vicende, che donarono fama e prestigio alla nostra città, rischiano di cadere nell’oblio. Complici la non curanza verso la storia locale e l’avanzare del processo di globalizzazione. Proprio per contribuire ad ostacolare tale percorso, “CulturAttiva” porta avanti sul territorio cittadino una serie di attività tra le quali assume particolare importanza il percorso “Trame di Seta”, portato avanti con molto successo grazie alla collaborazione con la Cooperativa Nido di seta che opera a San Floro e si fregia di aver ripreso tutta la filiera della seta, dall’allevamento dei bachi, alla trattura, per giungere alla tessitura e tintura di preziosi manufatti. Grazie a questa collaborazione, è stato costruito un itinerario storico- esperienziale che ha condotto in città oltre mille persone solo nell’anno scolastico 2016/2017, da aprile e a giugno. Studenti ed accompagnatori provenienti da tutta la Calabria e anche da fuori regione hanno potuto apprezzare la bellezza del cuore antico della nostra città e il fascino della sua storia».

«Le attività proposte a Catanzaro si rinnovano di anno in anno e si arricchiscono con la collaborazione di enti culturali ed associazioni locali, tra cui citiamo il Museo Diocesano, l’Associazione Culturale “Confine Incerto” ed anche l’Amministrazione Comunale di Catanzaro, che lo scorso anno ci ha offerto il suo sostegno e che speriamo continuerà a farlo in modo sempre più incisivo».

«Pur essendo un giovane sodalizio – ha concluso la Rubino – siamo soddisfatti del nostro operato, in quanto abbiamo contribuito al risveglio di una parte dimenticata del nostro centro storico, di quei quartieri che, pur non possedendo monumenti di grande magnificenza, portano con loro una grande importanza storico-antropologica e ci raccontano silenziosamente chi siamo. Consapevoli del valore della nostra opera, non intendiamo fermarci qui e proseguiremo con il nostro cammino volto a stabilire anche collaborazioni con enti, associazioni ed imprese commerciali del luogo, creando una rete virtuosa che possa contribuire al riscatto di una città a cui bisogna restituire la dignità rubata»!

 

 

 

 

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L’antico Tryoros e la ribellione del suo popolo che celebra i suoi “Bacchanalia 2200 anni dopo”

Il suo nome deriverebbe dal greco Tryoros, con riferimento ai tre monti che lo circondano e la sua storia è legata ad una serie di episodi storici leggendari. Parlo di Tiriolo, un paesino della Sila piccola catanzarese, un luogo magico che avvolge con le sue atmosfere d’altri tempi.

Per raggiungere Tiriolo bisogna salire su una collina che è posta sull’istmo di Catanzaro, il punto più stretto d’Italia da dove, eccezionalmente, è possibile ammirare in contemporanea i due mari che bagnano la Calabria: il Tirreno e lo Ionio. È in questi luoghi che avvenne la fondazione del borgo da parte di genti greche.

Dunque la magia di questo territorio parte dalla sua posizione geomorfologica e prosegue con la sua storia, che ci riporta addirittura all’era del neolitico e a quella del ferro, a cui risalirebbero alcuni reperti trovati in quest’area. Poi si passa alla leggenda. Secondo alcune ipotesi, infatti, il mitico Ulisse avrebbe fatto tappa in queste terre, durante il suo peregrinare verso Itaca. Infatti, gli abitanti dell’istmo di Marcellinara e quindi anche quelli di Tiriolo, si identificherebbero con il popolo dei Feaci, che aiutò Ulisse dotandolo di una nuova nave.

Era il 500 a.C. circa quando a Tiriolo giunsero I Brettii, che vivacizzarono quelle terre con il loro anelito di libertà ed indipendenza, un desiderio intenso che li spinse a dichiarare guerra ai propri dominatori: i Lucani e i Greci prima e poi i Romani.

Tiriolo fu teatro della battaglia tra le legioni del proconsole romano Crasso e i ribelli di Spartaco, ai tempi in cui quest’ultimo divenne famoso per essersi ribellato come gladiatore e diede vita ad una delle più grandi sommosse di schiavi della storia di Roma.

In epoca moderna, la storia della cittadina silana è quella di un borgo il cui dominio passò nelle mani delle più importanti casate dell’epoca: dai De Reggio ai Ruffo, passando per i Carafa e finendo con la casata dei Cigala, che mantenne il controllo della zona fino al 1610.

La storia di questa popolazione arroccata sulle colline, mostra ancora i suoi segni e dona a questi luoghi un fascino magnetico. Passeggiando per i vicoletti angusti del centro storico, si possono ammirare splendidi portali in pietra di sontuosi palazzi nobiliari adornati con suggestive maschere apotropaiche e antichi affreschi, che ne impreziosiscono gli interni. Salendo in cima al centro abitato, si raggiungono i ruderi del castello: un’antica fortezza del XII secolo che domina la vallata sottostante offrendo la vista di un paesaggio mozzafiato.

Di fronte al castello si può ammirare un altro suggestivo tassello dell’antica storia di questo luogo: un santuario risalente al XII secolo. Nato come luogo di culto basiliano, nel corso del XIV secolo esso venne dedicato alla Madonna della neve, patrona e protettrice di Tiriolo e alcuni secoli più tardi, nel XVIII secolo ha subito dei lavori di ampliamento che le hanno conferito l’aspetto attuale.

Ma a Tiriolo, i segni della storia sono racchiusi anche negli usi e costumi del luogo. Gli abitanti di Tiriolo sono accoglienti e la loro vita quotidiana è legata ad abitudini e pratiche che affondano le proprie radici in un passato millenario. C’è ancora chi si alza tutte le mattine e va a lavorare nel suo laboratorio dove produce antichi strumenti musicali, lavorando con perizia il legno. Oppure si trovano graziose botteghe con, nella parte anteriore, i prodotti da acquistare e in fondo i telai artigianali, che producono splendidi manufatti ispirandosi ad un’arte antica appresa dai greci. Famosi sono i “vancali”, scialli tipici indossati in passato dalle “pacchiane” e anche le “pezzarre”, tessuti a strisce utilizzati per decorare le pareti o come tappeti.

In questa suggestiva cornice, ormai da cinque anni, si svolge un evento davvero particolare, legato all’indole ribelle di questo popolo, il suo nome è “Baccanalia 2200 anni dopo”.

L’idea nasce dal fatto che, nel 1640, a Tiriolo venne rinvenuta una tavoletta in bronzo sulla quale era inciso il “Consultum de Bacchanalibus”, un provvedimento del Senato Romano che vietava le celebrazione dei culti di Bacco, prevedendo pene severe per i trasgressori dell’editto.

Per avere un’idea della faccenda, occorre sapere che i Bacchanalia erano originariamente delle celebrazioni mistiche in onore di Bacco (il dio Dionisio dei greci), che poi degenerarono in feste di carattere orgiastico, perdendo la loro connotazione religiosa. Ben presto rivelarono tutta la loro pericolosità, dal punto di vista morale e sociale ed indussero il Senato a vietarle.

Tuttavia, i rituali bacchici sopravvissero segretamente, soprattutto in Italia meridionale e pare che Tiriolo fosse uno dei centri di massima diffusione, come testimonia il ritrovamento della tavoletta di cui sopra.

Oggi, 2200 anni dopo, si vuole decretare l’assoluta trasgressione dell’editto del Senato romano e lo si fa con un evento che celebra l’identità storica e le peculiarità del territorio. Nel mese di agosto, il paesino si anima e regala emozioni intense grazie alle iniziative che compongono l’evento.

Quest’anno “Bacchanalia 2200 anni dopo” è iniziato fin dal mattino, proponendo un’escursione naturalistica a cura dei narratori territoriali di “Reventino Tourism in Progress”. Nel pomeriggio invece le celebrazioni sono entrate nel vivo della loro connotazione storico-artistica con la rievocazione del corteo nuziale di Bacco e Arianna. A sera, le degustazioni di vini e piatti tipici locali hanno deliziato i visitatori, allietandoli con le note dei concerti che si sono svolti, in contemporanea, nel cuore del centro storico e nella centrale piazza Italia.

L’evento, promosso dalla Pro Loco di Tiriolo, dalle associazioni “Chiave di Sol” e “Teura” e dal Comune di Tiriolo, ha il merito di attirare ogni anno centinaia di visitatori ai quali viene proposto un viaggio nel cuore antico di una Calabria che sa regalare emozioni intense con i suoi paesaggi, i suoi sapori, il sorriso della sua gente e i suoi legami con un passato affascinante. Tutto questo altro ancora è il nostro meraviglioso patrimonio, che va promosso e valorizzato perché dev’essere il motore principale dello sviluppo della nostra terra. (L’immagine, per metà tratta dal web, raffigura il dio Bacco dipinto da Caravaggio e un momento della manifestazione)

Angela Rubino

 

 

 

Racconto di uno “strummolo” in viaggio nel cuore antico di Squillace

Il sole di un’estate rovente e  i paesaggi mozzafiato di un luogo millenario dalle magiche atmosfere, hanno fatto da sfondo ad un’esperienza che senza dubbio resterà nella mia memoria, non solo perché ha contribuito ad arricchire le mie conoscenze sul magnifico borgo di Squillace, ma anche perché mi ha permesso di immergermi in una dimensione umana fatta di simpatici confronti e di sorrisi. Una dimensione in cui, in poco tempo, si è potuto imparare a conoscersi e a raccontarsi come persone e come cittadini della terra di Calabria, una terra ricca di contraddizioni, una terra da cui spesso bisogna allontanarsi e se non lo fai devi comunque lottare duramente per realizzare i tuoi sogni. E così, un gruppo fatto di turisti, di calabresi e di calabresi tornati per l’estate si sono ritrovati ad essere degli “strummuli” curiosi, guidati da Carmela Bilotto ed immortalati dall’obbiettivo di Maria Angela Rotundo. A queste ultime si deve l’organizzazione del “Trekking Urbano a Squillace”, in quanto componenti dell’associazione “Route 106 – your travel experience in Calabria” insieme a Patrizia Gallelli . L’iniziativa si è svolta in occasione della seconda edizione del Teatro Festival “Innesti Contemporanei”, che ha avuto come location principale il Castello Normanno di Squillace.

La “Route 106” è una bellissima realtà che ha incrociato il mio cammino mesi fa, in occasione di Rivelazioni Calabre. Ero quindi molto curiosa di vestire i panni dello “strummolo”(è così che le ragazze amano definire i viaggiatori della terra di Calabria), partecipando ad una delle loro escursioni. Devo dire che durante l’iniziativa, queste ragazze riescono a trasmettere appieno la passione che anima il loro percorso e l’intento alla base della loro mission, che è quello di diffondere la conoscenza della bellezza della terra di Calabria, raccontando la sua storia, le sue calde atmosfere e anche denunciando, quando è necessario, lo stato di abbandono in cui versano le tracce del nostro passato.

La denominazione dell’associazione è legata alla statale ionica 106, una strada tristemente nota e nello stesso tempo quella che può condurre, attraverso borghi, fiumare e coste, alla riscoperta della Calabria. «Il nostro intento – spiegano le ragazze – è quello di superare, tramite l’esperienza del viaggio, tutti i pregiudizi legati a questa strada e alla nostra terra, consapevoli che, solo mediante il contatto diretto è possibile calarsi nella quotidianità della Calabria».

Il piccolo viaggio compiuto lo scorso 29 luglio è iniziato con il racconto delle origini di Squillace, la cui fondazione è legata all’antica Scolacium. Infatti, quando la vita sulle coste divenne troppo difficile per le continue incursioni dei Saraceni, anche gli abitanti della cittadina romana si ritirarono sulle colline e nel VI – VII secolo dopo Cristo, fondarono Squillace. Questo spiega la posizione del borgo, che sorge a 344 m sul livello del mare e domina l’omonimo golfo.

Le suggestive tappe del percorso sono state la Cattedrale dedicata all’Assunta, ricostruita dopo il sisma del 1783, sulle fondamenta di un edificio del 1096 e poi l’incantevole Chiesetta Gotica, risalente ad epoca sveva-federiciana di manifattura tardo gotica, che per l’occasione ospitava le istallazioni delle artiste Silvia Puja e Teresa Zingarello, che si configuravano essenzialmente in fasci di luce in plastica trasparente che, dalle finestre della chiesetta, invadevano l’interno valorizzando gli spazi. La visita al Museo Diocesano e alla chiesa di San Matteo, risalente al XVIII secolo ed insolitamente decorata, sulla facciata, da cariatidi a seno nudo, forse simbolo di fertilità; hanno suggellato la prima parte del percorso, prettamente legata all’aspetto religioso.

Da quel momento in poi la nostra attenzione, come visitatori/strummuli, si è spostata sulle vie del borgo, deliziosamente decorate da splendidi portali in pietra. Non è mancata una capatina a quella che viene considerata da casa del grande Magno Aurelio Cassiodoro (483-580), un grande personaggio nato e morto a Squillace, un uomo politico che ricoprì la carica di primo ministro alla corte di Teodorico e di altri re Goti e che poi scelse di tornare nella sua città natale, dove fondò il Vivarium, nobile centro di studi e copiatura di antichi testi, passato alla storia come “prima università d’Europa” e poi il Castellense, centro di contemplazione e di preghiera.

Degna di nota anche la visita al più antico laboratorio artigiano della ceramica del borgo, dove ci è stata data dimostrazione dell’antica tecnica del graffito con cui i maestri vasai del luogo confezionano da secoli le loro creazioni. La presenza nel borgo di un’antica fornace risalente al 1600 dimostra quanto la millenaria arte della lavorazione della ceramica sia legata all’identità del borgo di Squillace, al punto da ottenere un valore d’eccellenza, per cui i maestri ceramisti del luogo hanno il diritto di applicare il marchio DOC sulle proprie creazioni.

Il castello Normanno di Squillace, maestoso maniero fatto costruire nel 1044 da Roberto il Guiscardo, illuminato da un suggestivo tramonto, ha suggellato il nostro viaggio. E così da strummoli siamo ridiventati tutti delle persone normali, ognuno col suo percorso di vita.

Ma i viaggi lasciano sempre qualcosa nella mente e nel cuore e dopo un viaggio niente sarà più come prima.

Angela Rubino

 

 

 

 

 

 

Racconto di un’affascinante avventura sulle “Orme dimenticate” della statua dal braccio di pietra

In questo articolo vi proporrò un viaggio nei meandri di una Calabria inesplorata, sebbene culla di una civiltà millenaria e terra straordinariamente ricca di testimonianze di quest’antico passato e ricca di valori profondi che diedero lustro alla nostra civiltà. Tutto questo mediante il racconto del volume “Orme dimenticate” (Laruffa Editore, 2016) di Silvana Franco, un’opera particolare, nella quale l’autrice racconta la sua grande passione per la terra di Calabria e per le escursioni ovvero vere e proprie avventure alla ricerca delle orme di quei popoli che caplestarono il suolo di Calabria millenni fa.

Silvana Franco è una persona straordinariamente semplice, animata da un amore profondo per le sue origini. Nata in Canada e trasferitasi in Calabria all’età di tredici anni, ha sempre portato nel cuore il grande fascino delle suggestive atmosfere dei borghi di Calabria: profumi, paesaggi, sapori che Silvana ha sempre ricercato nel suo percorso di vita. Ricerca alimentata anche dallo studio di materie come archeologia e antropologia culturale, che danno fondamento scientifico al valore del nostro patrimonio. “Orme dimenticate” dunque assume la dimensione di una sorta di diario, ricco di informazioni dettagliate dei molteplici siti visitati dall’autrice durante le sue escursioni. Un’opera che funge da guida preziosa per chiunque decida di incamminarsi lungo il sentiero della conoscenza di un territorio che merita finalmente di essere riscoperto.

Nelle zone più impervie a ridosso di molte cittadine calabre si trovano antiche grange, monasteri, vestigia di popoli la cui dominazione segnò per sempre il cammino della nostra civiltà. Grotte rupestri, antichi simboli che raccontano di un passato intriso di misticismo e spiritualità. Poi ancora antichi frantoi, mulini, aratri, torchi e palmenti a testimoniare l’identità profonda di una terra generosa, che sa donare e lo fa da millenni.

Durante i suoi avventurosi viaggi, Silvana ha anche appreso alcuni tratti di una cultura profondamente legata al rispetto dei padri e impregnata dei valori tramandati dal cristianesimo. Tratti che si evidenziano anche nella creazione di opere simboliche, come le curiose statuette di Satriano, poste sui tetti delle case e dei palazzi nobiliari, innalzate al cielo come a significare la loro sacralità e l’importanza dei valori a cui s’ispirano. Sono le “Statue col braccio di pietra”, dette “Ecce Homo” (Ecco l’uomo) oppure in dialetto “ecciomu”.

Questo curioso manufatto alto 70 cm e raffigurante un fanciullo con un braccio pietrificato, campeggia anche su alcuni monumenti come la Fontana Gattì. Il borgo a cui fare riferimento è Satriano, in provincia di Catanzaro.

Satriano è un insediamento i cui natali risalgono ai tempi della Magna Grecia, quando i Greci colonizzarono l’Italia Meridionale a partire dall’VIII secolo a.C. e fin da allora la sua vocazione è sempre stata legata al mare, con lo sviluppo di attività commerciali e all’agricoltura.  Stando a quanto rivela un documento del VI secolo d.C., ritrovato nell’Archivio Vaticano, il nome “Satriano” potrebbe risalire all’epoca bizantina.

La sua vita di feudo di rilevante importanza è ancora oggi testimoniata dall’esistenza di palazzi nobiliari, di eleganti portali, maschere apotropaiche e balconi barocchi floreali. Mentre i mulini e i frantoi sono segni evidenti della millenaria predisposizione all’agricoltura.

La leggenda della statua col braccio di pietra (raccontata a Silvana dall’architetto Francesco Suraci) risale all’Ottocento e narra che un tempo, un giovane si ribellò a suo padre arrivando addirittura ad alzare le mani contro di lui. In quello stesso istante, un angelo scese dal cielo e pietrificò il suo braccio per punire il grave gesto che egli aveva compiuto contro suo padre.

Da allora iniziò l’usanza di inserire negli edifici una piccola statua raffigurante un giovane con un braccio pietrificato. La statua venne chiamata “Ecce Homo” perché colpire il padre è come flagellare ancora il Signore.

Una leggenda che testimonia il fascino della nostra civiltà millenaria, di una cultura impregnata di valori semplici e profondi in cui si evidenziano gli influssi della religione cristiana. Un sistema di credenze, leggende e tradizioni in cui la religione diventa parte integrante della vita quotidiana e regola gesti ed usanze che divengono parte di un comune patrimonio.

La Calabria è anche questo e bisogna tutelare questo immenso patrimonio materiale ed immateriale.

Uno degli obbiettivi della divulgazione del volume “Orme Dimenticate” è anche e soprattutto quello di puntare i riflettori non solo sulla grande rilevanza dei siti descritti, ma anche sullo stato di degrado e di abbandono in cui versano. (Foto di Marisa Franco)

Angela Rubino

Riaprono le gallerie del San Giovanni, ma non dimentichiamo che la storia va cercata in fondo al tunnel

Di recente, la città di Catanzaro è stata scossa da un’ondata dilagante di passione per la storia cittadina. Protagonisti di questo processo, i cunicoli sotto all’antico maniero che un tempo dominava l’abitato.

Le gallerie sotterranee sono state aperte al pubblico, dopo aver subito degli interventi di ristrutturazione (forse un po’ eccessivi, ma la mia è una opinione da profana) e centinaia di persone provenienti non solo dalla città, ma anche dall’hinterland e da altre città della Calabria si sono precipitate a visitarle, affrontando ore di fila. Questa situazione si è protratta per giorni e le guide hanno descritto senza sosta la storia di quei luoghi e del Castello.

Vedere così tanta gente fare la fila per visitare uno dei monumenti storici della città mi ha stupita, in quanto sono abituata a fare i conti con una realtà che quasi ignora e a volte anche disprezza la propria identità storico-culturale, ritenendola spesso inferiore ad altre. Forse si cercava nelle gallerie quella magnificenza che finalmente potesse rendere Catanzaro degna del confronto con altre realtà, con le grandi città italiane citate nei nostri libri di storia.

Se è così, molti saranno rimasti delusi. Le gallerie sotterranee sono ambienti che accomunano tutti i castelli e da questo punto di vista, la città non mostra di possedere niente di così unico e magnificente.

I tratti unici della storia della città dei tre colli vanno ricercati nel suo passato attraverso lo studio delle fonti letterarie, archeologiche e anche attraverso i racconti dei più anziani, testimoni di epoche senza dubbio difficili, ma anche di antiche bellezze e stili di vita che donavano fascino e magia ad una città vittima di una costante, barbara e cieca spoliazione del suo patrimonio architettonico, storico e anche culturale. Proprio a causa di questo processo, che è andato avanti grazie all’impassibile indifferenza della maggior parte della cittadinanza, oggi la città è priva di tutta una serie di tracce tangibili che potrebbero essere simboli cardine del suo passato.

Come spesso ho scritto, la storia di Catanzaro mostra tratti di eccellenza, se si pensa agli antichi fasti della nobile arte della seta. Poi ancora stupisce ad affascina il viaggio nelle origini greco-bizantine della città e ancora la dominazione araba e poi il susseguirsi delle varie egemonie, fino a giungere all’epoca moderna. Un lungo percorso che ha visto Catanzaro distinguersi per vicissitudini locali o per il suo contributo alla storia e alle vicende italiane. Di tutto questo non c’è traccia nei libri di scuola e nemmeno per le strade della città. Diventa quindi difficile recuperare una forte consapevolezza dell’identità storico-sociale collettiva e l’orgoglio di appartenere ad una città che mediocre non lo è mai stata, ma lo è diventata grazie anche alle scelte della sua classe politica.

Fatte queste premesse, vorrei rivolgere l’attenzione alla storia del Castello di Catanzaro, un racconto che può divenire lo specchio della complessità storico-sociale del popolo della città dei tre colli.

L’autrice Modesta De Lorenzis ne traccia un profilo esauriente ed affascinante nel secondo volume della collana “Notizie su Catanzaro” dove si racconta che, con tutta probabilità, esso venne eretto nel 1060 da Roberto il Guiscardo, il quale nel prendere tale decisione, tenne conto della notevole importanza strategica «sia per effetto del sito naturalmente inespugnabile, sia per  la sua centralità rispetto alla Calabria».

La De Lorenzis però sottolinea anche che proprio per via della naturale predisposizione della città a porsi come una roccaforte difensiva, è probabile anche che i normanni, al loro arrivo, abbiano trovato in quello stesso sito un’altra zona fortificata o un altro castello che il Guiscardo fece poi ingrandire e migliorare. Questo perché la città fu fondata verso la fine dell’800, prima della venuta dei Normanni, da popolazioni di origine greco-bizantina in fuga dalle coste a causa delle scorrerie saracene. Un fatto questo che apre la via a tutta una serie di analisi e riflessioni sulla matrice greca dell’identità del popolo catanzarese, caratteristica che non si limitò al solo periodo di dominazione bizantina, visto che il processo di latinizzazione iniziato con i Normanni avvenne in modo lento e graduale.

C’è poi da considerare che «già nel 906  i Saraceni avevano preso di notte Catanzaro depredandola – scrive ancora la De Lorenzis -. Inoltre dal 922 al 937 la città era diventata centro del Principato musulmano di Calabria e i Saraceni rimasero in città, con interruzioni, fino al 985».

«E se è vero (come sembra) – si legge ancora nel volume citato – che i Saraceni si trattennero in città per circa un secolo, niente di più facile che il primo castello di Catanzaro sia stato una costruzione o un rifacimento arabo».

Addirittura, «il prof. Guglielmo Braun affermò che il nome di Catanzaro se fosse derivato da voci orientali poteva significare “piccolo castello” (Katan zoor o Catazar).

La vita del castello di Catanzaro proseguì fino al 1461, anno in cui la città fu scossa da un’aspra lotta contro il conte Antonio Centelles. Il castello divenne allora il simbolo della tirannide e della vessazione all’arroganza dei feudatari e venne distrutto a colpi di cannone. La lotta per la libertà costò cara alla città e un intero quartiere venne incendiato. Oggi esso porta il nome di rione “Case arse” e si estende proprio ai piedi del castello o di ciò che ne rimane.

Con le pietre del muro crollato i catanzaresi edificarono la chiesa di San Giovanni e parte del convento dell’Osservanza. Nei secoli successivi si cercò di evitare in tutti i modi che il castello fosse ricostruito e la città conservò lo status di Regio Demanio, dipendendo direttamente dal re, senza essere governata da alcun feudatario.

La funzione del castello divenne decorativa. Come racconta la De Lorenzis «nel 1831 esso veniva chiamato “Forte di San Giovanni” e in esso erano postati i cannoni che sparavano a salve durante le feste».

Questo fino al 1868 quando, in osservanza del piano regolatore studiato dall’Ing. Manfredi, si decise di demolire gran parte del castello per facilitare l’ingresso alla città.

Una decisione che Lenormant descrisse così: «la sparizione del castello è tanto più spiacevole quanto più si rifletta che era il solo monumento di Catanzaro ricordante il suo passato medievale».

La distruzione del castello è indicativa di un atteggiamento di totale noncuranza verso il patrimonio storico-archeologico della città, che oggi si presenta come un luogo anonimo e privo o quasi di tratti significativi del suo affascinante passato.

Un passato che va assolutamente riscoperto e valorizzato, per opporsi ad ogni squallido ed incomprensibile tentativo di cancellazione per fare spazio a strutture e atteggiamenti culturali che emergono solo per fare spazio agli interessi di ristrette élite di moderni signori.

La storia di Catanzaro è un avvincente caleidoscopio di vicissitudini le cui tracce vanno ricercate prima nei libri e poi sul territorio. Quindi non soffermiamoci soltanto ad ascoltare il clamore di eventi scenografici (a cui va pur sempre il merito di tenere viva l’attenzione verso la storia locale), ma andiamo oltre, visitiamo i musei, i siti archeologici, presenziamo agli eventi culturali e soprattutto riscopriamo l’orgoglio di appartenere ad una terra culla di arte, storia e cultura ed opponiamoci ad ulteriori tentativi di cancellazione dei resti della nostra storia.

(Immagine tratta da: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/catanzaro/provincia.htm)

Angela Rubino

La seta e la suggestione della sua eccellenza raccontata e vissuta con un laboratorio di teatro sensoriale

Il mio meraviglioso percorso di collaborazione con la Cooperativa Nido di Seta, che a San Floro, piccolo paese dell’hinterland catanzarese, ha ripreso l’antica arte della lavorazione della seta, mediante l’intera filiera che va dalla gelsi bachicoltura alla realizzazione di preziosi manufatti tessuti e colorati con tecniche tradizionali, prosegue e matura di anno in anno. La nascita della mia associazione “CulturAttiva”, che si propone di diffondere la conoscenza della storia e della cultura locale mediante iniziative che raccontino il territorio da vari punti di vista e con diversi linguaggi, ha fatto si che anche il progetto didattico “Baco da seta”, realizzato insieme ai ragazzi di San Floro, si arricchisse di nuovi spunti per affascinare e coinvolgere sempre di più i piccoli destinatari dell’iniziativa.

Il progetto didattico “Baco da seta”, che sta per partire nella sua “edizione 2017”, nasce già alcuni anni fa ad opera della Cooperativa “Nido di seta” ed il suo fine è quello di diffondere la conoscenza della storia locale e, nello specifico, dell’antica arte della seta. Per sottolineare maggiormente l’immenso valore che questa attività ebbe per Catanzaro, soprattutto nel periodo compreso tra il 1300 e il 1700 circa, quando essa costituì la principale fonte di benessere economico per l’intero territorio, si è pensato di creare un itinerario che conducesse i ragazzi nell’antica città della seta, riproponendo simbolicamente ai visitatori lo stesso percorso che la seta svolgeva in passato. Così è nata la collaborazione con la Cooperativa rispetto a questo importante progetto.

Il punto di partenza di questo straordinario viaggio nelle nostre radici è San Floro dove oggi, proprio come accadeva in passato, si produce la seta greggia, si alleva il baco e si coltiva il gelso. Qui, con la preziosa guida di Domenico Vivino, Giovanna Bagnato e Miriam Pugliese, i ragazzi visitano il suggestivo Museo didattico della seta, per poi immergersi in una suggestiva cornice rurale, visitando l’immenso gelseto e l’allevamento dei bachi per poi scoprire come avviene il magico processo della trattura della seta. Dopo pranzo il percorso prosegue alla volta della “città della seta”, ovvero il luogo dove un tempo convergeva il prezioso filato per essere tessuto nelle numerose filande cittadine. Qui io conduco i ragazzi lungo i vicoletti angusti del cuore antico della città, raccontando loro di quando genti greche diedero vita alla città e vi portarono i loro usi e costumi, tra i quali la nobilissima arte della seta. Quest’anno il racconto verrà avvolto dal mistero in quanto, a tratti, si farà viva una donna sconosciuta che narrerà vicende della sua vita legate alla magia della seta. La sua presenza si farà sempre più incisiva, culminando nella suggestiva esperienza del laboratorio sensoriale “Dal baco alla trama”.

La grande novità di quest’anno si riallaccia, infatti, al lavoro di una grande artista, l’attrice Emanuela Bianchi, straordinaria interprete del fortunato monologo teatrale “Lamagara”. Ciò che collega il suo lavoro a quello di “CulturAttiva” e “Nido di Seta” è la volontà di raccontare la storia di una terra millenaria e misconosciuta, le cui eccellenze sono state per secoli taciute o sminuite.

Al fine di lasciare una traccia indelebile nella memoria dei ragazzi che prenderanno parte al progetto, si è pensato di proporre loro un  laboratorio di teatro interattivo e sensoriale. «L’esperienza sensoriale – spiega l’attrice – è una forma di teatro contemporaneo che prende avvio dall’idea che il gioco sia lo strumento ideale non solo per sviluppare la creatività, ma anche per garantire una modalità di apprendimento più veloce e diretta. Il percorso sensoriale si avvale dell’uso della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto e del gusto per realizzare drammaturgie attive ed interattive e rendere protagonisti attivi coloro che solitamente sono considerati solo spettatori passivi».

Durante il laboratorio, dunque, i ragazzi diverranno parte attiva nelle diverse fasi della lavorazione del prezioso filato: alcuni diverranno piccoli bachi da seta, alcuni saranno contadini artigiani, altri orditori e altri ancora tramatori. «Il tessuto che essi creeranno – spiega la Bianchi – rappresenta l’insieme di relazioni tra uomo e natura e tra gli uomini della stessa comunità. Senza relazioni e senza cura delle relazioni nessun disegno può essere realizzato».

Il progetto didattico “Baco da seta” è un esempio tangibile di come lavorando insieme, ognuno con la propria professionalità, sia possibile realizzare delle iniziative fondate sulla valorizzazione della nostra storia, un immenso bacino di leggende, di eccellenze, racconti, tradizioni le cui tracce sono ancora incise nel nostro presente e la cui eco chiede solo di venire alla luce per realizzare quel tanto atteso cammino di rinascita della nostra terra.

Angela Rubino

Con i racconti della “Route 106” termina con successo la rassegna “Rivelazioni Calabre”

Ieri, sabato 28 gennaio si è chiusa la rassegna culturale dal titolo “Rivelazioni Calabre”, realizzata nella suggestiva cornice del Museo Marca dalle associazioni “CulturAttiva” e “Terre Ioniche” con il sostegno della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo. L’evento, partito sabato 21 gennaio, si componeva di una mostra fotografica sui borghi della Calabria ionica intitolata “Il borgo, sulla traccia della nostra storia” , con le immagini scattate da Nicola Romeo Arena e Anna Rotundo e di vari eventi collaterali: il monologo teatrale “Dietro il sud”, scritto ed interpretato da Emanuela Bianchi; gli interventi di tre associazioni (Ra.Gi. Onlus, “Riviera e borghi degli angeli” e “Route 106”); le presentazioni di tre volumi (“Orme dimenticate” di Silvana Franco, “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” di Luigi Elia e “La seta a Catanzaro e Lione” di Angela Rubino), svolte con la partecipazione di Salvatore Mongiardo e Miriam Pugliese della Cooperativa “Nido di seta” e lo svolgimento delle passeggiate a tema “Sul filo delle vie della seta”, un breve itinerario, curato da “CulturAttiva”, che ha condotto i visitatori alla scoperta dei segni della nobile arte della seta nel centro storico di Catanzaro.

A suggellare la rassegna, l’intervento di Patrizia Gallelli, Mariangela Rotundo e Carmela Bilotto dell’associazione “Route 106”, che hanno raccontato la storia di una passione smisurata per la terra di Calabria e la voglia incontenibile di diffondere la conoscenza della sua bellezza. Nasce così il sito internet dell’associazione, con uno spazio dedicato ad un blog dove tutto viene narrato con estrema semplicità. Vengono raccontate le calde atmosfere della nostra terra e viene anche denunciato lo stato di abbandono in cui versano le tracce della nostra storia. Poi nascono le esperienze offerte ai visitatori che, attraverso iniziative di trekking urbano, vengono condotti nei borghi storici ricchi di atmosfere, paesaggi, monumenti, sapori e tradizioni che li rendono unici e indimenticabili. La “Route 106” ha anche messo in atto delle collaborazioni con realtà simili presenti sul territorio regionale, in modo da rendere l’azione più incisiva ed allargare il proprio raggio di azione. La denominazione dell’associazione è legata alla statale ionica 106, una strada tristemente nota e nello stesso tempo quella che può condurre, attraverso borghi, fiumare e coste, alla riscoperta della Calabria. «Il nostro intento – spiegano le ragazze – è quello di superare, tramite l’esperienza del viaggio, tutti i pregiudizi legati a questa strada e alla nostra terra, consapevoli che, solo mediante il contatto diretto è possibile calarsi nella quotidianità della Calabria».

Dunque, ancora una volta, all’interno di “Rivelazioni Calabre”, si è parlato di turismo sostenibile, di turismo esperienziale, nell’ottica della riscoperta di un territorio misconosciuto che può divenire meta di intensi flussi turistici per il suo alto potenziale, il cui valore è stato già intuito da molti giovani, come dimostrano gli interventi degli ospiti della rassegna, che non sono i rappresentanti delle uniche realtà presenti sul territorio regionale.

«Giungiamo alla chiusura del nostro evento soddisfatti – affermano Angela Rubino, presidente di “CulturAttiva” e Nicola Romeo Arena, alla guida di “Terre Ioniche” – certi di aver contribuito al movimento di rinascita del nostro territorio da vari punti di vista: quello della diffusione della conoscenza del nostro patrimonio storico-culturale; quello dello scambio di esperienze e punti di vista e infine lanciando il messaggio che si può fare tanto, semplicemente impegnandosi al massimo e credendo in ciò che si fa. È così che le nostre neonate associazioni si sono ritrovate a partire con un progetto ambizioso, portato a termine con successo. Ringraziamo sentitamente la Provincia di Catanzaro nella persona del presidente, Enzo Bruno e del direttore del Museo Marca, Rosetta Alberto e la Fondazione Rocco Guglielmo, per averci dato fiducia e aver creduto nella nostra idea ».

A”Rivelazioni Calabre” si parla della Calabria, che “regalò” al mondo la dieta mediterranea

Il pomeriggio del 27 gennaio al Marca, nella cornice di “Rivelazioni Calabre”, la rassegna culturale, che si compone di una mostra fotografica sui borghi della Calabria Ionica realizzata da Nicola Romeo Arena e Anna Rotundo e di vari eventi collaterali, promossa dalle associazioni “CulturAttiva” e “Terre Ioniche” con il contributo della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo, ha visto protagonisti Luigi Elia, biologo nutrizionista catanzarese autore del volume “Alimentazione e cibo nella Calabria popolare” (Biblioteka edizioni, 2014) e  Salvatore Mongiardo, intellettuale, filosofo e scrittore di fama internazionale e scolarca della Nuova Scuola Pitagorica. Quest’ultima è un sodalizio che vuole promuovere un nuovo stile di vita e di pensiero, ispirandosi al modello elaborato da Pitagora per vivere in armonia con se stessi, con gli altri e con la natura.

Nell’incontro di ieri si è dipinto il suggestivo affresco di una regione «che può rappresentare l’inizio di un nuovo cammino per il mondo intero, a partire dai suoi preziosi giacimenti culturali ed umani», come afferma Mongiardo.

«Pitagora fece lunghi viaggi che lo misero in contatto con le conoscenze diffuse in Asia, Medio Oriente, Egitto e Grecia – ha proseguito l’intellettuale- . Egli insegnò la dottrina dell’armonia, coniò il termine “filosofo”, l’amante della sapienza, e sviluppò il primo sistema razionale e sociale nella celeberrima Scuola Pitagorica di Crotone.

Quella Scuola era basata sull’amicizia e sulla giustizia sociale, principi sui quali Re Italo aveva fondato l’Italia nell’attuale Calabria intorno al 2000 a.C.».

Una terra, la Calabria, che ha sempre portato con sé tali concetti. Infatti, come evidenzia Elia nel suo libro, grande importanza assumeva nello stile di vita dei calabresi, l’elemento comunitario: «il cibo – si legge nella prefazione – che essi preparano e consumano, strettamente legato alla terra, è sempre pensato, preparato e consumato insieme, in una famiglia che si apre al vicinato e al paese intero».

«Un altro concetto che – secondo Mongiardo – esprime il legame tra la dottrina pitagorica e gli usi e costumi del popolo calabro nei secoli successivi è quello del carattere essenzialmente vegetariano dell’alimentazione. Elemento che  richiama i pitagorici di Crotone, i quali attribuirono valori sacri e salutari ad una dieta vegetariana e rispettosa della vita degli animali».

La relazione di Luigi Elia riguardo i contenuti del suo volume, ha offerto ai presenti un meraviglioso viaggio a ritroso nel tempo, fino all’epoca della Magna Grecia, alla scoperta delle abitudini alimentari del popolo calabro, mettendo in evidenza come le caratteristiche del modello alimentare dei paesi del bacino mediterraneo si distinguessero per la loro elevata salubrità. «Fu il nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi il primo ad introdurre il concetto di dieta mediterranea, negli ultimi anni trenta del secolo scorso e a sottolineare questi concetti. In seguito grazie agli studi condotti dal nutrizionista e fisiologo Ancel Keys – ha spiegato Elia – tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, ci si accorse come le persone meno abbienti dei piccoli paesi del sud Italia, mangiatori di pane, cipolla e pomodoro, apparivano essere più sani sia dei cittadini di New York, sia dei loro stessi parenti emigrati anni prima negli Stati Uniti. Ancel Keys, dunque, cominciò a studiare in modo approfondito la dieta dei cittadini di Nicotera (piccolo comune della fascia tirrenica calabrese), che ben presto venne considerata “dieta mediterranea di riferimento”». Fattore che, secondo Mongiardo, sottolinea il carattere della Calabria come «terra che da e non che prende», se si considera che «la dieta mediterranea, la dieta dell’equilibrio e del benessere, è l’ultimo grande regalo che la Calabria fa al mondo».

Sempre nello spirito della condivisione e della non violenza contro gli animali, nel corso della serata si è svolto il rito della condivisione del “bue di pane”. Preparato per l’occasione da Marta Corasaniti, membro della Nuova Scuola Pitagorica, esso rappresenta il concetto che ci si può nutrire con gli elementi della natura in piena armonia con tutti gli esseri viventi, rifiutando il sacrificio degli animali.

Infine occorre fare un cenno alle ricette popolari recuperate dall’autore, che ha dedicato un’intera sezione del volume alle ricette popolari della tradizione calabrese e durante l’incontro ha citato ingredienti e metodi di preparazione di queste antiche pietanze.

 

 

 

A “Rivelazioni Calabre”si parla di seta e di nuove frontiere del turismo

La Calabria come meta delle nuove tendenze del turismo internazionale, che privilegiano le esperienze, la natura, la suggestione dell’identità storica alla classica vacanza in hotel o villaggio turistico con l’offerta dei classici servizi. Questo in sintesi è emerso nel corso dell’appuntamento di ieri, 26 gennaio, all’interno della rassegna “Rivelazioni Calabre”, promossa dalle associazioni Terre Ioniche e CulturAttiva, con il sostegno della Provincia di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo e svolta al Museo Marca.

Ad aprire i lavori l’associazione cooperante di tour operators “Riviera e borghi degli angeli” che già nel territorio di Badolato sta mettendo in atto con successo un progetto di rete con un proprio micro-sistema di servizi locali, auto-organizzandosi dal basso. Storie di una Calabria che finalmente vuole risollevarsi e prendere in mano le redini del proprio futuro, basandosi sulle forze di chi sa riconoscere l’immenso valore delle sue bellezze. Guerino Nisticò, portavoce dell’associazione, nel descrivere il progetto che si configura come «un modello di ospitalità diffusa slow di “paese-albergo diffuso” e con pacchetti vacanza “autentici” pensati per allungare la classica stagione turistica balneare», ha sottolineato la necessità di creare un marchio turistico territoriale.«La nostra associazione – ha proseguito Nisticò – ambisce a condividere la propria esperienza nel territorio della “Riviera degli Angeli” abbracciando la fascia costiera e l’entroterra del basso ionio calabrese da Monasterace, Stilo e Bivongi fino a Squillace, Roccelletta di Borgia e San Floro. Urge ampliare questo progetto di rete – ha evidenziato – per un brand territoriale capace di organizzare ed offrire una seria web-identity internazionale, permeato omogeneamente delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche e del patrimonio storico-artistico-culturale ed enogastronomico del basso ionio calabrese». Poi il portavoce di “Riviera e borghi degli angeli” ha sottolineato la necessità di «costruire un’offerta turistica integrata e diversificata con formule innovative di ecoturismo e di turismo esperienziale, culturale ed enogastronomico, capace di trovare il suo giusto spazio di nicchia nel variegato mercato turistico internazionale con l’obiettivo parallelo e graduale di trasformare il territorio in una accreditata, appetibile ed attendibile destinazione turistica».

Un modello, quello proposto dagli operatori di Badolato, che non può prescindere dal fondarsi sulle peculiarità del territorio di riferimento, le quali passano anche per la sua identità storico-culturale. “Nido di Seta”, la cooperativa operante a San Floro basa la sua azione sulla riscoperta dell’antica e nobile arte della seta e propone ai suoi visitatori una full immersion in uno stile di vita rurale che si riallaccia ad un passato storico fatto di fama ed eccellenza e legato alla lavorazione del prezioso filato serico. Una realtà, quella di San Floro che si basa sulla ripresa della filiera della gelsi bachicoltura, giungendo anche alla lavorazione del filato ottenuto, mediante le fasi di tessitura e tintura di semplici manufatti. Una sfida affrontata con coraggio e determinazione da tre giovanissimi ragazzi: Miriam Pugliese, Domenico Vivino e Giovanna Bagnato.

Una passione, quella dei ragazzi della Cooperativa, basata anche sulla piena consapevolezza dell’illustre passato che lega Catanzaro, città capoluogo, alla lavorazione della seta. Argomento trattato mediante la presentazione del volume “La seta a Catanzaro e Lione” di Angela Rubino (Rubbettino Editore, 2007), che descrive l’importanza di un’attività che per secoli fu alla base del benessere economico della città. «Catanzaro in un periodo compreso tra il 1300 e il 1700 fu l’indiscussa capitale europea della seta per la straordinaria qualità dei manufatti creati nelle sue filande, tanto preziosi da essere nominati negli atti notarili e testamentari subito dopo i gioielli. Il 1700 vide tramontare gli antichi fasti della nobil arte, ma essa rimase radicata nella vita dei catanzaresi fino al secolo scorso».

Ancora una volta, dunque, emerge il quadro di una regione ricca di peculiarità e fascino, una terra che “Rivelazioni Calabre” vuole raccontare nell’ottica di una riscoperta che vuole essere il punto d’inizio di un nuovo cammino.

 

 

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